Il dibattito su Alisson e la costruzione dal basso
Il rogo. Povero Alisson. Non smetteremo mai di difenderlo. Tutti a dargli addosso. Tutti a chiamarlo Karius. Non è sui piedi suoi che bisogna accanirsi per gli orrori di domenica contro il Manchester City, piedi di qualità altissima che infiniti lutti addusse agli avversari più e più volte. «Forse aveva i piedi freddi» – ha detto Klopp, beccandosi l’ironia di Jack Bezants sul Daily Mail, il quale mette in fila tutte quelle che chiama scuse, le scuse accampate dal tedesco in questi mesi, e scrive che se il Liverpool avesse in campo la stessa sua fantasia, non sarebbe già fuori dalla lotta per il titolo.
Pur difendendo il suo portierone – e ci mancherebbe – Klopp però ha detto anche un’altra cosa: «È ancora possibile spazzare la palla in tribuna». Facendosi slalomista quasi quanto Slalom sia kloppiano. Magari la cosa riguardasse solo Alisson. Sarebbe la serata storta del più bravo di tutti. Dunque ininfluente sui sommi destini del calcio. Il punto invece è il sistema, la visione, la filosofia del gioco, come spiega Alberto Polverosi in una pagina oggi sul Corriere dello sport-Stadio, riprendendo gli strafalcioni del Napoli a Genova e del Verona a Udine.
“La cronaca di questi gol – scrive – non ci spinge a sostenere che ogni azione debba partire con un rilancio lungo, esistono anche esempi contrari, ovvero dei gol che vengono concepiti in un’area e partoriti nell’altra. Non è questo il senso, anche perché altrimenti finiremmo nella categoria dei critici dell’èra paleolitica. Il senso è l’equilibrio: ci sono delle situazioni, dei momenti e degli atteggiamenti della squadra avversaria, in cui puoi iniziare a costruire dal fondo e altre in cui è preferibile il rilancio lungo. Non può essere una moda a spingere in una direzione o nell’altra, ma la capacità di capire quando è il caso e quando no. Il lavoro del portiere è profondamente cambiato da quando è entrato in vigore il divieto di raccogliere con le mani il passaggio indietro di un compagno di squadra, il piede buono viene spesso equiparato alle qualità nelle parate, ma ora la ricerca ci sembra esasperata in nome di un calcio che perde equilibrio e costringe anche i giocatori meno dotati tecnicamente a improvvisarsi fini dicitori. Perché alla fine conta questo: se fossero giocatori di qualità assoluta come lo erano Scirea, Baresi e Beckenbauer a far partire l’azione dal limite della propria area allora sì, avrebbe un senso, ma se tocca a Manolas e Maksimovic, con tutto il rispetto, è preferibile evitarlo”.
Ecco.
Thom Gibbs sul Telegraph ha parlato di flagello, scrivendo che “il tributo di Alisson a Karius ha avuto lo stesso effetto del Neuralyzer di Tommy Lee Jones che cancella la memoria da Men In Black. È diffuso il sospetto che portieri e difensori complichino le cose, dopo generazioni di uomini vestiti di verde che in porta sembravano a loro agio solo quando usavano le mani. Alisson si è dimostrato capace di giocare come un centrocampista per gran parte della sua carriera, quattro minuti di follia non cambieranno le cose. Joe Hart non ha rinunciato a fare il portiere dopo aver subito il cucchiaio da Andrea Pirlo agli Europei, sebbene con il senno di poi forse avrebbe dovuto. Abbiamo visto orrori simili da parte di altri portieri da quando la tendenza è nata diversi anni fa. Tuttavia le squadre persistono, questo rimane il pensiero dominante. Il lavoro di uno statistico potrebbe dimostrare il vantaggio di giocare in questo modo. Nel frattempo, pur sentendoci come un vecchio che urla alle nuvole, il messaggio è semplice: certe volte, turatevi il naso e calciate questa palla lontano, forte, sarà meno imbarazzante per tutti”.