Una bara chiara come chiaro era che in area di rigore l’avrebbe presa sempre lui. La camera ardente nello stadio a lui più caro, il Menti, a cui sarà difficile cambiare nome, anche se là Paolo Rossi è stato ragazzo nei giorni in cui si sogna, quando si ha vent’anni e nessuno dovrebbe essere infelice. La maglia a strisce, le strisce bianche e rosse, con le quali non era più una promessa ma un fenomeno. Vicenza gli dedicherà una strada o una piazza. Non lo dimenticherà. Prato darà il suo nome allo stadio. Il capocannoniere della serie A potrebbe essere in futuro il Pablito o il Rossi, come la Spagna ha il titolo di Pichichi, in memoria di Rafael Moreno Aranzadi e del soprannome che portava. Oggi il funerale in forma privata è in diretta sulla RAI, come la cerimonia da Pertini quando tornarono da Madrid, per lui che è stato “una icona nazional-popolare nel senso gramsciano del termine”, così lo ha chiamato Lorenzo Longhi su Atlante, il magazine di Treccani, “un ragazzo – ha scritto – che ha conosciuto, sostanzialmente appena nell’arco di un quinquennio da romanzo, la polvere e la gloria, la condanna e la redenzione, la riabilitazione e il riscatto, sino a diventare – con la sua maglia azzurra numero 20, lui che se n’è andato in un anno in cui quella cifra si ripete – un vero e proprio simbolo non solo di un certo periodo storico, ma di una intera nazione”.
Perugia ha invece illuminato per lui di rosso la Torre degli Sciri e la Fontana Maggiore. Il primo minuto di silenzio lo hanno fatto a Reggio Emilia ieri sera e si è sentita la voce di Nando Martellini e l’eco della tv gentile, quando si poteva vincere un Mundial e sentire in telecronaca solo campioni del mondo, campioni del mondo e ancora una volta campioni del mondo.
Così racconta di aver capito tutto Claudio Pasqualin, ex agente di Del Piero e Vialli, vicentino. Ha acceso la radio e ha sentito la voce. «Solo una cosa poteva essere successa – ha detto a Stefano Mancini per la Stampa – e sono scoppiato a piangere». Lui qualcosa sapeva.
Andrea Priante per il Corriere della sera ha parlato con Simonetta Rizzato, la ragazza che diventò ventenne la moglie di Pablito, una coppia da copertine tra le fine degli anni Settanta e quel 1982 leggendario. «Non abbiamo mai cercato i riflettori – racconta adesso lei – eravamo molto riservati e le nostre amicizie erano lontane dal mondo del pallone. Se ci ripenso, mi pareva di vivere una favola: Paolo è stato il primo amore, quel sentimento puro che si può vivere soltanto a quell’età. Poi, siamo cresciuti e maturando siamo cambiati. Lui era spesso lontano per lavoro e alla fine, dopo tanti anni insieme, abbiamo deciso di lasciarci e prendere strade diverse». Non si sono allontanati, lei lo ha rivisto anche l’ultimo giorno in ospedale. «Paolo era una persona così dolce che non aveva senso escluderlo dalla mia vita. C’è un episodio che descrive bene che persona fosse Paolo: quando i giornalisti gli chiesero come si sentiva, lui rispose: Questo è un anno importante per me: nascerà mio figlio e ho vinto un Mondiale».
“Piccolo e immenso era il mondo di Pablito” scrive Leo Turrini stamattina sul Resto del Carlino sottolineando questa calda dimensione di provincia nella quale si sentiva accudito e nella quale ha trascorso i suoi anni migliori.
Adalberto Scemma sul Corriere dello sport-Stadio ha intervistato Giorgio Carrera di quel Lanerossi Vicenza per farsi raccontare quello che chiama l’incipit di Paolo Rossi.
«Cominciò tutto a Cagliari in Coppa Italia, prima del via del campionato di Serie B. Estate del 1976. Gibì Fabbri snocciola la formazione: 1 Galli, 2 Lelj, 3 Callioni… 7 Cerilli, 8 Salvi, 9 Rossi… Momento di panico. Rossi centravanti?! Che cosa?! Ci guardiamo allibiti. Gibì era bello rosso in faccia, e non solo per l’abbronzatura. Ernesto Galli e Faloppa ci fanno segno con il pollice portato lentamente alle labbra: Deve aver bevuto. Stiamo per scoppiare tutti a ridere quando Paolino rompe il ghiaccio: Mister, ma io non ho mai giocato centravanti in vita mia, neanche in allenamento. Tu fai dai e vai con Salvi. Tu gli dai, lui ti dà e tu vai. Testuale, lo giuro. Andò bene-benissimo».
Alessandro Bonan sul Foglio sportivo dice a Rossi: “Sei stato un brivido lungo la schiena, un bacio in fondo al mare, la Panda con lo stereo a palla, il bagno nella fontana in un abbraccio senza forme. Sei stato una bandiera enorme che ci copriva il viso, e l’orgoglio di appartenere a qualcosa di importante. Sei stato i nostri vent’anni durati almeno per altri venti, con le tue braccia alzate ma non troppo, come per timidezza senza voler disturbare. E oggi che del passato vediamo qualche scintilla e del futuro il fumo, ci resta questo inutile presente, dove cadono come soldati tutte le nostre leggende”.
L’economista Francesco Grillo, fondatore del think tank Vision, pubblica una riflessione stamattina su Messaggero e il Mattino, quotidiano che già ieri ospitava due interventi molto interessanti dello scrittore Ciriello e dello storico Scotto di Luzio. Grillo mette a confronto attraverso la figura di Paolo Rossi la sua Italia e l’Italia di oggi. “Era un’Italia che dava la sensazione che nulla avrebbe potuto fermarla. Oggi l’impressione è che nulla riesca davvero a rimetterla in moto. La scomparsa dell’eterno ragazzo nel quale un intero Paese si riconobbe nelle sere di un’estate dalla quale ci separano trentotto anni, propone un confronto tra due Paesi: quello di Paolo Rossi e quello che oggi vive sospeso in attesa delle conseguenze di un’enorme crisi economica.
L’Italia che aveva Pertini come presidente della Repubblica, Giovanni Spadolini come capo del Governo e Bearzot come allenatore di tutti, era una società viva e che tra contraddizioni e drammi cresceva. Oggi, invece, stiamo affondando in una crisi che è di sfiducia nella possibilità stessa di poter davvero avere un futuro. Nel 1982 fu grazie all’iniezione di calcio che il presidente della Repubblica trasformò spontaneamente in una grande operazione di fiducia, che l’Italia ricominciò una seconda stagione di crescita dopo quella irripetibile del miracolo economico. Alla fine degli anni Ottanta l’Italia superò non solo il Regno Unito (il famoso sorpasso), ma per qualche anno la Francia e si avvicinò moltissimo per reddito per abitante ad una Germania che si era appena riunificata. Oggi sembriamo schiacciati dalla paura o, forse, dalla rassegnazione di non poter fare null’altro che la gestione della decadenza. La classe dirigente rispecchia la perdita di quel fuoco che sembrava essersi impossessato di un ragazzo di Prato e ha come propria massima colpa quella di avere, sempre, accompagnato il declino senza avere mai ammesso che un qualsiasi progetto di trasformazione (incluso quello che ci chiede l’Europa anche a prescindere dalle risorse dedicate alle prossime generazioni) non può neppure cominciare se non passa attraverso la mobilitazione di tutti”.
La visita di Rossi in Brasile «Mi chiese di andare al Maracanã, che in quel giorno era chiuso. Rimanemmo nell’impianto vuoto, silenzioso, enorme. Noi dicevamo sempre che in quella partita lui fece tre tiri e segnò tre gol. Allora mi sorrise e disse: ‘Vedi Leo, anche adesso se volessi potrei fare tre gol con tre tiri. È il destino».
Junior intervistato da Domenico Marchese per Repubblica