La prima volta in cui l’Italia del tennis si è sentita grande

  Nel 1960 molte cose erano già successe in America, e gli americani ne erano stati felici. Avevano vinto la prima medaglia d’oro della loro storia ai Giochi invernali con la nazionale di hockey su ghiaccio. Avevano aperto il primo club Playboy a Chicago e avevano incassato il primo sì del governo alla pillola anticoncezionale. Avevano lanciato nello spazio il primo satellite per le previsioni meteo. Avevano completato la prima circumnavigazione subacquea della Terra con il sottomarino nucleare USS Triton agli ordini del comandante Edward L. Beach jr. Avevano concluso la prima operazione chirurgica con un laser. Al bancone del Woolworth di Greensboro, nella Carolina del Nord, era stato servito per la prima volta un cliente nero e per la prima volta a New Orleans tre bambini afro-americani venivano ammessi in una classe elementare di soli bianchi. Per la prima volta nella storia la televisione aveva trasmesso un dibattito tra i due candidati alla Casa Bianca: Richard Nixon vs il futuro vincitore alle elezioni, John Fitzgerald Kennedy

Nel 1960 molte cose erano già accadute, ma questa non doveva succedere. 

Per la prima volta nella storia, da quando nel 1945 si chiamava Coppa Davis e non più International Lawn Tennis Challenge, nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, la nazionale americana non si qualificava per la finale e per la prima volta nella storia la partita decisiva non sarebbe stata USA-Australia. Quelli che avevano mandato tutto all’aria erano gli italiani

Dopo aver eliminato Ungheria, Cile, Regno Unito e Svezia, a Perth, in Australia, l’Italia aveva battuto 3-2 gli USA, rimontando lo 0-2 subito nella prima giornata per le sconfitte di Orlando Sirola contro Butch Buchholz e di Nicola Pietrangeli contro Barry MacKay.

Luigi Gianoli sulla Gazzetta dello sport scrisse: Vincere una finale interzone di Coppa di Davis con uno svantaggio di 0-2 è come trovarsi di fronte a tre leoni con tre soli colpi in canna ed abbatterli tutti

I tre colpi in canna erano stati il doppio vinto da Pietrangeli/Sirola su Buchholz/McKinley per 13-11 al quarto set, poi la vittoria di Pietrangeli al quinto set su Buchholz e quella di Sirola in tre set su MacKay: 9-7 6-3 8-6. Uno smacco per gli americani pari alla prima sconfitta nella storia subita in settembre nella finale dei 100 metri alle Olimpiadi, dove un non USA, il tedesco Hary, si era preso la medaglia d’oro. A Roma, maledetti italiani, sempre loro di mezzo. 

Secondo il Melbourne Herald Jack Kramer offrì a Pietrangeli dopo quell’incontro di passare professionista. Le cronache dell’epoca raccontano che gli americani non vissero bene lo shock. Ordinando da bere, Buchholz aveva insultato tutti gli arbitri australiani, i giudici di linea, il pubblico. Il giudice Spencer aveva chiesto alla squadra USA di andare brindare con i funzionari australiani per una festicciola a una dozzina di giorni dal Natale, ma quelli erano entrati nello spogliatoio e avevano spaccato bottiglie di birra contro le pareti, fatte volare sedie, tirati giù pezzi d’intonaco. 

Quando gli americani hanno lasciato lo spogliatoio, era un mare di cocci. Con molto tatto, i funzionari australiani impedivano che fotografi ritraessero la scena scrisse la Gazzetta, che in un commento affidato a Umberto Mezzanotte elogiava il lavoro fatto dal direttore tecnico, il cecoslovacco Drobny. Questa vittoria sugli Stati Uniti deve anche contribuire alla propaganda e alla diffusione dello sport del tennis in Italia. Facciamo di tutto perché questa impresa maiuscola non risulti vana

L’Italia del 1960 aveva 520 circoli e 1016 campi di gioco. Per intenderci: negli USA i circoli erano 1710 e i campi 12mila e 118. 

Il Corriere della sera aprì i servizi sportivi con un commento che sottolineava l’eccezionalità della tecnica di Pietrangeli e della potenza di Sirola, poi diceva: Non sappiamo se il pubblico italiano, avvezzo com’è a considerare superlative e memorabili solo le grandi vittorie del ciclismo e del calcio, abbia compreso tutta l’importanza di quel che è successo in Australia.

In finale vinse poi l’Australia e per arrivare a mettere le mani sull’insalatiera bisognò aspettare la generazione successiva, il 1976 di Panatta-Barazzutti-Bertolucci-Zugarelli. Ma in quel dicembre di sessant’anni fa per la prima volta il tennis italiano si è sentito grande. 

 

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