Era Pablito

DI GIGI RIVA

 

[S] Ci furono lunghi anni in cui ci chiedevamo, di tanto in tanto ma così distrattamente, dove fosse finito Paolo Rossi. Dopo il calcio lui che era stato Pablito, l’eversore del Brasile, il Pallone d’oro e tanto altro, lui che avrebbe avuto un laticlavio se solo l’avesse voluto (direttore sportivo, allenatore, team manager, opinionista sportivo, bastava scegliere) era fuggito dalle luci della ribalta per ritagliarsi un po’ di ombra, probabilmente un po’ di pace. Forse era stato troppo da prima pagine per l’amore giovanile patinato con Simonetta, i gol, la faccia pulita e poi lo scandalo scommesse, la morte e la resurrezione sportiva come un Edmond Dantès senza rancore, l’immagine-simbolo dell’Italia da bere dopo gli Anni Settanta.

Fuggito, nessuna traccia e chissà se scoraggiava anche chi lo stava cercando. Paolo Rossi era stato il nostro cielo, era diventato impalpabile come una nuvola e un soffio di vento l’aveva portato in luoghi dove cercare una normalità dopo l’anormale sovraesposizione. 

Me lo ritrovai davanti, come una riapparizione da “chi l’ha visto?”, una sera d’inverno del 2001, in una pizzeria di Vicenza, ero appena stato nominato direttore del giornale della città. Mangiava una margherita vestito con una giacca chiara a scacchi da ragioniere, assieme ad altri ordinari amici. Me lo presentarono, scherzò sul mio nome (Gigi Riva e Paolo Rossi…) mi disse che lavorava “nell’edilizia”. Aveva un’agenzia immobiliare, il sogno di un terzino da serie B, non del capocannoniere dei Mondiali. Non accennò al calcio e del resto mi avevano sconsigliato di chiedere: non aveva piacere. Anche l’unico precedente Pallone d’oro, Gianni Rivera, se ne era scostato, ma lo si poteva ritrovare alla buvette di Montecitorio.

Attraversava Vicenza da cittadino qualunque ed era come se la sua richiesta implicita di essere considerato tale fosse un patto d’amore con la gente per cui era stato un idolo. Un Paolo Rossi comune lungo il corso Palladio.

Se ne è andato pochi giorni dopo il suo doppio, il Maradona che avrebbe potuto incrociare a Napoli e nel Napoli se avesse accettato l’offerta d’ingaggio. Aveva preferito Perugia, i napoletani l’avevano presa male. Si era scusato, ma non voleva offendere nessuno. Solo rispettare la sua indole profonda. Non avrebbe retto l’adorazione appiccicosa, tattile, le feste e le cene comandate, l’obbligo di ostentarsi.

Sarebbe rientrato in pubblico, negli ultimi, anni opinionista tv, ironico e scanzonato. Come chi sa di non doversi prendere troppo sul serio

Marcello Mastroianni disse che il “cinema non è gran cosa”, avrebbe potuto parafrasarlo: “Fare gol non è gran cosa”. Nonostante i suoi avessero fatto delirare un Paese intero. È sempre rimasto un ragazzo di provincia, ma proprio perché fu esempio della nostra “meglio gioventù” nella memoria resta il sorriso beffardo con cui gelò Valdir Peres, il portiere del Brasile. È  tuo il gol del secolo italiano, signor Nessuno Paolo Rossi.

 

Era un impasto di Nureyev e Manolete

Giorgio Tosatti

 

  Un signor Nessuno fin dal nome. Il linguista Massimo Arcangeli stamattina racconta sul Giornale di uno studio a cura di due psicologi sociali, Wijnand A. P. van Tilburg, dell’università di Southampton, e da Eric R. Igou, dell’ateneo di Limerick. 

Il sondaggio chiedeva a un campione di studenti universitari di valutare uno stesso testo sulla teoria della relatività, indicando il nome dell’autore in forme ogni volta diverse: David Clark, David F. Clark, David F. P. Clark, David F. P. R. Clark. L’articolo ritenuto di qualità più alta è stato quello a firma David F. Clark, il giudizio peggiore è toccato a David Clark. Molto meglio Guido F. Rossi, Luca A. Bianchi o Franco V. Neri, dunque, di Guido Rossi, Marco Bianchi o Luca Neri. A far la differenza quella lettera puntata, necessaria e sufficiente una va bene, due sono troppe ad assicurare al portatore un quarto di nobiltà o un segno di distinzione.

Eppure il signor Nessuno non aveva nessuna lettera supplementare tra Paolo e Rossi. Anche si fosse chiamato Paolo Emilio Magenta, o Paolo E. Magenta, per Paolo Rossi non sarebbe cambiato niente

Leo Turrini allora si domanda stamattina sul Resto del Carlino: Che cos’è, un sogno? Cosa ci spinge oltre il limite, se non il desiderio di realizzare l’impossibile? E di questo si è reso protagonista il signor Rossi. Con una tenacia che faceva a pugni con la sua immagine dimessa

 

Lui e noi

 

  Il 1º febbraio del 1982 fu annunciata la scoperta della prigione di Aldo Moro. Scoperta è parola che disvela. Offre squarci di luce. Non quella, che invece aggiunse ombre al rapimento e all’omicidio del presidente della DC dopo il massacro della sua scorta di 4 anni prima. Un mese dopo, il 2 marzo, la Corte d’appello di Brescia assolse per insufficienza di prove gli imputati della strage di piazza della Loggia, uno dei misteri di Stato e della strategia della tensione. Il 30 aprile a Palermo veniva ucciso dalla mafia Pio La Torre, il segretario regionale del PCI.

Walter Veltroni sul Corriere della sera stamattina ricorda: Erano anni di piombo. Non solo quello con cui si fabbricavano le pallottole che con grande facilità venivano conficcate nelle gambe o nel cuore delle persone ma quello che gravava sull’atmosfera della nostra vita che si era fatta grigia, scura, pesante. Poi arrivò quell’estate, l’estate del 1982. E tutto cambiò

 

  Francesco De Core, autore del libro Mondiali 1982. La rivincita (Diarkos, 2020), scrive sul Corriere dello sport-Stadio che sarebbe diventato l’anno della Felicità, il 1982, sulla scia spensierata del brano di Al Bano e Romina secondo al Festival di Sanremo, inno al disimpegno dopo l’era buia del terrorismo e degli attentati

Giulia Zonca su la Stampa racconta che l’estate del 1982 è una promessa di felicità che ancora riesce a inebriare. L’Italia ci arriva stravolta: anni di piombo e petrolio, anni scuri, da sopportare una crisi dopo l’altra e all’improvviso solo azzurro, un colore abbagliante in mesi di caldo torrido che scioglie le inibizioni. In strada, a torso nudo, con le macchine scoperte e le bandiere, ma pure prima di vincere, quel mondiale si vede così: poco vestiti, con le finestre aperte, mescolati, con una casa che risponde all’altra, in un Paese che si dà appuntamento. È tutto pieno, saturo di colori, di cibo, di musica e di possibilità. E quando arrivano le notti di Pablito, la nazione si sovrappone al proprio idolo come non era mai successo prima e come non è più capitato. L’estate del 1982 la ricorda pure chi non era nemmeno nato, se non altro perché di sicuro a un certo punto se l’è trovata tra i piedi, nel sorriso beato di un genitore perso nella propria infanzia, nel paragone infinito con un benessere di cui non si ricorda il gusto, ma se ne conosce il potere. Ben oltre quello d’acquisto. Non ricchezza, scelta. Non sicurezza, riparo”. 

 

Quel 1982 si apriva con la cattura di Giovanni Senzani, una delle menti delle Brigate Rosse, e si sarebbe chiuso con l’arresto di Tommaso Buscetta, con l’inizio della sua collaborazione con la magistratura italiana. E poi certo, moriva Villeneuve e si scioglievano gli Abba

Aldo Cazzullo sul Corriere della sera ha scritto che grazie a Paolo Rossi, che tutti da quel momento e per sempre chiamarono Pablito – pareva un ragazzino, e così l’abbiamo pensato sino all’ultimo, tanto che la notizia della sua morte ci sembra impossibile -, l’Italia cambiò umore. Nella percezione comune, finivano gli anni di piombo e cominciavano davvero gli Anni 80: il riflusso, la febbre del sabato sera, il campionato di calcio più bello del mondo. Era una percezione; non la realtà. Il 1982 fu un anno terribile per il terrorismo. Ma quella festa collettiva era il segno che il Paese voleva voltare pagina, chiudere il tempo degli scontri di piazza, della violenza politica, della battaglia ideologica. Matteo Marani su Tuttosport lo definisce un padre della Patria, a modo suo. Stefano Barigelli, direttore della Gazzetta, un volo italiano globale. 

 

  Lo scrittore Gabriele Romagnoli su Repubblica ricostruisce allora i contorni di quegli anni. Le tinte. I bordi. I sentimenti. La mappa geografica, il puntino che eravamo e come in fondo sapevamo di esserlo. 

L’Italia – scrive – era campione di spread: stava a 1175 punti (a quota 574 trent’anni dopo hanno chiamato Monti con l’ambulanza). L’inflazione era al 17%, i Bot rendevano il 18%. Il governatore della Banca d’Italia Ciampi pronunciava l’ennesimo, inascoltato monito: «La società italiana deve scegliere: ristabilire il dominio della ragione o continuare a subire. Occorrono atti di volontà». 

Ora ripensa ai tre ragazzi fratelli del 1982 – Cabrini Rossi e Tardelli – e scrive: Dire che sono stati loro a chiudere gli Anni di Piombo e aprire i favolosi Ottanta è, più che semplificatorio, ingeneroso. Dalle bottiglie molotov a quelle dell’apericena ci siamo andati sulle nostre gambe. Le loro continuavano a correre lontano da ogni presente. Quelle di Paolo Rossi, fragili, minate dalla voglia di fermarsi. Non è la gloria, ma il riscatto a non concedere seguito alla trama. Alla fine, prima della fine, dov’era l’estrema grandezza? Nella dissimulazione. Stava seduto, gracile, con un caschetto di capelli grigi, occhi intermittenti, un sorriso remoto e una voglia di divertirsi quasi timida. Nella sala del ristorante orbitavano sguardi. Baz Luhrmann può aver sbagliato un film, mai una colonna sonora. Nel Grande Gatsby inserisce Lana Del Rey per flirtare con il passato che non si può ripetere: “Ho visto il mondo, ho fatto tutto ma tu mi amerai ancora quando non avrò altro che la mia anima dolente, quando non avrò più la gioventù e la bellezza?”. Proprio per quello. E per sempre”.

 

La genesi dell’individualismo. Nel salotto leggero di Renzo Arbore, altra proiezione iper-pop di un’epoca, Roberto D’Agostino un po’ per celia e un po’ per non morire avrebbe parlato di edonismo reaganiano. Giuliano Ferrara sul Foglio racconta che negli anni di noi e di Paolo Rossi esplodevano contemporaneamente la famiglia, i consumi, l’aborto, la Borsa, la rivoluzione della proprietà popolare della Thatcher, e i salari livellati dal sindacalismo Lama-Agnelli della scala mobile furono rimessi in corsa emulativa dal decreto Craxi e dal referendum in cui i cittadini votarono a favore di un taglio dell’assistenza e di una riforma del capitalismo, come si dice ora, guidata da un socialista autonomista che esercitava egemonia sui democristiani di De Mita e sulle terze forze. Un guazzabuglio. Come si dice nel calcio e nel tennis, l’Italia entrava di nuovo in fiducia, dopo le illusioni e la sbornia e le tempeste di fuoco degli anni Settanta. E al comunitarismo classista delle ideologie si sostituiva gradualmente un nuovo individualismo poi consacrato dalla distruzione del sistema chiuso del comunismo di matrice sovietica e dal provvisorio trionfo della società aperta (c’era già un Soros a fare scuola a suo modo). Di quella fiducia e di quella corsa dell’Io oggi sembra restare poco, tutti sono confluiti a quanto pare o rifluiti nel Noi e nell’Altro, il mondo com’è per certi aspetti sconcerta, ma nel gioco ciclico della storia, che è lineare fino a un certo punto, i calci al pallone del furetto Paolo Rossi furono avvio di un’epoca di cui siamo ancora tributari. La trasformazione pretecnologica ebbe un prezzo, tutto negli anni Ottanta aveva un prezzo, ma ciascuno era convinto di poterlo pagare.

 

  In una riflessione sul Mattino, lo storico Adolfo Scotto di Luzio stamattina prova a definire il rapporto tra Paolo Rossi e gli anni Ottanta, e a sistemare la sua figura dentro una prospettiva intergenerazionale. Una prospettiva, dice, che è inevitabilmente doppia. 

Scrive: Paolo Rossi ha incarnato più di ogni altro quel passaggio tra rivoluzione e restaurazione così decisivo per l’autocoscienza nazionale. In una testimonianza rilasciata nel 1998 ad Aldo Cazzullo, uno dei capi storici di Lotta Continua, Guido Viale, disse che dopo il Settantasette non c’era stato più niente: solo Paolo Rossi e John Travolta. Con questo voleva restituire il senso della fine irrimediabile delle speranze di tutta una generazione e anche un certo sdegno per il tempo che ne era scaturito. Ma siccome la storia ha come è noto un suo lato ironico non privo di spietatezza, toccò proprio a Lotta continua, il giornale superstite dell’organizzazione sciolta sei anni prima, uscire il sei luglio del 1982, il giorno dopo l’impresa allo stadio Sarrià di Barcellona, con una prima pagina che titolava Rossi, rossi, rossi, a significare, in una sorta di impietosa e derisoria autodilapidazione, i tre gol inflitti al Brasile dal campione italiano.

Scotto di Luzio dice che bisogna chiedersi a chi appartiene questo Paolo Rossi. È la memoria di chi? Gli anni Ottanta, proprio perché i regimi temporali dei contemporanei sono molto differenti tra loro, sono al tempo stesso la maturità di chi era stato giovane nel Sessantotto e l’adolescenza di chi è maturo oggi. Con tutta evidenza, la loro prospettiva sul decennio non poteva essere la stessa. Chi allora aveva tra i tredici e i sedici anni e conserva memoria dei giorni di luglio del 1982, sapeva poco e niente del Sessantotto, aveva idee molto confuse riguardo ai cosiddetti anni di piombo e non si sentiva granché turbato dalla perdita delle illusioni sulla quale invece la generazione maggiore ha costruito un’autonarrazione tanto insistente quanto stucchevole. Gli adolescenti che il cinque luglio del 1982 rimasero per un intero pomeriggio incollati alla televisione e che poi uscirono a festeggiare la vittoria stavano appena sbocciando alla vita e agli amori. Il loro era ben lungi dall’essere il tempo della delusione, delle illusioni perdute, che al contrario stavano ancora tutte lì, intatte e apparentemente incrollabili. Ed è per questo che oggi nella morte del loro campione piangono, con gli anni che non ci sono più, la loro adolescenza perduta così carica di promesse e di incanti

 

Lo scrittore Enrico Macioci, autore di Breve Storia del Talento (Mondadori, 2015), su Facebook ha postato: L’eureka del gol resterà sempre Paolo Rossi, alfiere dell’Italia più bella. Che se ne vada quindici giorni dopo Maradona è simbolico. Perdiamo, senza rischi nostalgici, un calcio di gran lunga migliore di quello attuale. Ieri parlavo con un cugino pro/Messi: dopo aver rivisto Maradona ammetteva anche lui che si parla davvero di due cose differenti. A me oggi il calcio annoia, e saranno tre anni che non vedo una partita della Nazionale. Per le giocate di chi dovrei rinunciare a leggere un buon libro o a vedere un buon film? Dio, ti prego, fai scrosciare sul nostro arido suolo (gli schemi, santa pazienza…) un po’ di vero talento

 

Benny Casadei Lucchi sul Giornale sottolinea che Rossi è stato il nostro Pelé e il nostro Maradona, per cui megl’e Pelè. E pure di Maradona. Solo pensieri ed elogi per i record di precocità del brasiliano, i tre campionati del mondo, Italia-Brasile Settanta che ci fece tanto male, o l’adorazione smodata per l’argentino, la mano de Dios, il gol del secolo, Napoli, coca, Cuba, Fidel, tutto romantico, tutto eccessivo. E Paolo Rossi? Paolo Rossi no. Anche se ognuno di noi, dopo 40 anni, ancora oggi sa esattamente che cosa stava facendo quel giorno che Pablito…. Sul confronto si sofferma pure Giancarlo Dotto per Corriere dello sport-Stadio e scrive che i due erano una versione estrema dello zolfo e dell’acqua santa

 

  Emanuela Audisio su Repubblica ha un ricordo personale del rientro in Italia della Nazionale dal Mundial del 1986, la delusione messicana dopo tutto il proscenio, il climax e la gloria di Spagna: dal gelo di Vigo al Sarrià di Barcellona, alla pipa di Pertini che svolazza nell’aria al Bernabéu perché i tedeschi non ci prendono più. Quando l’aereo della Nazionale atterrò in Italia in rientro dal Messico alla giornalista che gli sedeva accanto disse: «Esci prima tu e guarda se ci tirano i pomodori»

Anche Audisio scrive che è stato il nostro Maradona. Ma alla maniera di Paolo Rossi. È stata la nostra normale diversità, il coraggio della porta accanto, il nostro romanzo popolare. Lo sciamano che anche nei giorni di nebbia trova d’istinto la porta. Non metteva soggezione come Riva, non era potente, non travolgeva. Ma era lì nel momento giusto, con la sua tecnica, a segnare e risegnare, come a ripetere le asticelle, una cosa normale. Non un Superman, non un SuperEroe, ma anzi uno che s’infila, sgattaiola, un’ombra che si stacca dal sole e si allunga dove le pare. Un Benigni che ruba l’attimo e al posto della battuta piazza il gol. Rossi non aveva orecchini, né tatuaggi, né capelli strani. Perfino il nome era tra quelli più comuni. Era diverso essendo uguale. Il numero 20 azzurro più famoso della storia, quello che ha segnato più gol ai mondiali (con Roberto Baggio e Vieri). Quello che esultava nella maniera più semplice: braccia levate al cielo e gran sorriso. Come a dire: non siamo male, ce la possiamo fare, tutti noi.  la Sophia Loren dello sport. Ha detto chiaramente che quella partita all’Heysel con i morti a fianco non andava giocata. Fu il primo, prima di Beckham, a far avvicinare (e tifare) le donne italiane al calcio. Era carino, gentile, perbene, uno che non spaventava le madri e mostrava che il pallone era un altro modo per vivere la domenica e forse anche la vita

 

Il Messaggero ha affidato il ritratto di Paolo Rossi e l’analisi di cosa fu per l’Italia a Enrico Vanzina, un altro dei cantori pop degli Anni Ottanta. Il figlio di Steno, sceneggiatore di Vacanze di Natale e Sapore di mare, ha scritto che dopo la vittoria al Mundial iniziò la grande stagione del made in Italy, della moda italiana che sbarcava in tutto il pianeta, il cibo, il vino, la Ferrari che riprendeva a vincere nel campionato costruttori, il mare italiano che attraeva il mondo intero, l’Italia come luogo iconico della migliore qualità della vita. Quella dell’11 luglio del 1982 fu qualcosa di più di una partita di calcio, fu il passaporto per entrare nella leggenda del paese davvero più bello del mondo. Insieme a Paolo Rossi, simbolo calcistico di quel trionfo epocale, c’era un grande presidente: Sandro Pertini. Tutti i presidenti dicono di voler essere il presidente di tutti, ma non me ne vogliamo alcuni se ad esserlo per davvero fu proprio Sandro Pertini. Lui, il presidente socialista e partigiano, che ebbe la forza di sdoganare il valore del tricolore dopo anni cupi di massimalismo politico. Perché quella sera, sulle finestre di tutti gli italiani, apparve dopo anni di inutili sospetti nazionalistici e di violenta contrapposizione ideologica, la bandiera italiana. Fu grazie a Sandro Pertini e a Paolo Rossi. Ritrovammo l’orgoglio, a destra, al centro e anche a sinistra, di sentirci uniti da quel tricolore vincente. Da allora, nei momenti più difficili per il nostro paese, quel tricolore risalta fuori sui balconi e sui davanzali, a testimoniare una unità non solo necessaria ma veramente sentita. Forse oggi non ce ne rendiamo più conto ma allora fu qualcosa di straordinario”

 

nascita di un soprannome Il primo che lo chiamò Pablito

Pablito Rossi è stata l’unica piacevole sorpresa che l’Italia ha offerto agli spagnoli. «Me gustó muchissimo Rossi», ha dichiarato Kubala e lo stopper Migueli ha finalmente ammesso: «El nueve? Uff! Era un demonio. Muy rapido, el mas peligroso de equipo italiana». Il più pericoloso di tutti, nonostante la stanchezza di questi giorni, la guancia gonfia e gli antibiotici passatigli dal medico. Da ala destra o centravanti, è l’attaccante più redditizio che ci sia in circolazione e il suo curriculum non può lasciar perplesso più nessuno. In serie B o in A, da goleador o da ultimo passaggio, Rossi esprime ogni volta il calcio più ficcante, arioso, altruista. È giovane, serio, disciplinato. Non serve soltanto al gioco, ma anche all’immagine della Nazionale: e trovo, sul piano del costume, che ciò debba avere il suo peso. Anche Bearzot se ne sta progressivamente rendendo conto. Rossi è già in ballottaggio con Graziani, forse per un tempo ciascuno. La progressione di stima nei confronti di Rossi dunque esiste, ma sarebbe d’ora in poi incomprensibile amnesia non rendersi conto che Rossi non è più una riserva, ma un titolare!

di giorgio lago, il Gazzettino, 27 gennaio 1978

 

Lui e i suoi

 

Luigi Garlando fa notare che Paolo Rossi è morto il giorno 9, cifra da bomber, nel maledetto 2020: due volte il suo numero di maglia in Spagna. Il suo nome in Brasile mette ancora i brividi, come il Maracanazo del ’50. Ieri Globe Esporte titolava: «È morto il nostro boia». Bruno Conti, che innescò il primo gol al Sarrià, si è appena rialzato dall’omaggio a Maradona e deve inginocchiarsi ancora. Pochi giorni fa è scomparso Ernesto Galli, portiere del Real Vicenza. Il funerale di Pablito si svolgerà nel Duomo di Vicenza. Ci entrò quattro anni fa per l’ultimo saluto a Giancarlo Salvi, altro compagno del Real Vicenza e grande amico. Volle leggere dal pulpito una poesia di Henry Scott Holland. Probabilmente sono le parole che ci direbbe ora: «Parlate di me con la facilità che avete sempre usato. Ridete come abbiamo sempre riso degli scherzi che facevamo insieme. Vi sto soltanto aspettando da qualche parte, molto vicino, appena svoltato l’angolo. Va tutto bene». Accanto al Vecio e a Scirea

 

Ciao Paolo… I giocatori non dovrebbero andarsene prima degli allenatori

Giovanni Trapattoni

 

  Gigi Garanzini su la Stampa ricorda che “Bearzot confessava di non aver avuto la forza di andare al funerale di Scirea, né di Giorgio Ferrini e tantomeno se la sarebbe sentita stavolta per il suo paolorossi. A noi, a tutti noi lo hanno sparato in faccia al momento del risveglio. Quello che ci coglie più refrattari alle cattive notizie, con quell’attimo di speranza in un brutto sogno non ancora smaltito. E invece no, se n’è davvero andato anche Paolo Rossi, un altro pezzo di gioventù, di vita, di emozioni che chissà se rivivremo. Così intense e insieme così inattese probabilmente mai. Il momento più alto nel calcio italiano del dopoguerra.

 

È passato tanto tempo, io sono vecchio. So solo che, a un certo punto, decisi che dove c’ero io ci doveva essere anche Paolo.

Giussy Farina intervistato da Enrico Ferro, la Repubblica

 

Marco Tardelli, su la Stampa, saluta le nostre notti in bianco a scherzare nei corridoi, ragazzini che giocano a salvare il mondo. Scherzi telefonici, battute goliardiche assieme a Gaetano e Antonio, e poi quel velo di tristezza che spesso attraversava i tuoi occhi mobili e intelligenti, quel senso enorme di responsabilità verso un Paese che guardava a noi come a un presagio di futuro. Pertini, Bearzot, il nostro maestro di vita e di calcio e gli italiani tutti. Scamiciati, sudati sugli spalti a piangere e gioire con noi. Finalmente un Paese unito dalla nostra vittoria. Un miracolo, ma il miracolo fatto da un gruppo di ragazzi che ancora oggi, quasi 40 dopo, si sentono famiglia.

 

Con Paolo non ho semplicemente vinto: ho vissuto

Zbigniew Boniek

 

  Michel Platini invece firma un ricordo personale sul Giornale. Paolo era una farfalla, volava leggero tra lupi e squali, era svelto nella testa, velocissimo nell’intuizione, opportunista nei movimenti, decisivo in area di rigore. Spesso lo vedevo stanco, sul lettino dei massaggi, con la borsa del ghiaccio a lenire i dolori delle sue gambe. Non aveva più menischi eppure era veloce, fulmineo nell’approfittare di situazioni critiche in area di rigore avversaria. Non l’ho mai udito rimproverare né i compagni di squadra né gli avversari, anche quelli che ricorrevano alle maniere forti per fermarlo. Pensava molto e parlava poco, la sua intelligenza è stata la dote principale che gli ha permesso di superare le sofferenze fisiche. Due anni fa mi telefonò per coinvolgermi in un film documentario sulla sua carriera e vita, andai a Forte dei Marmi e fu l’occasione per rileggere il nostro diario di quando, ad esempio, e accadeva spesso, lui si incazzava con me perché gli chiedevo una sigaretta. Era un mio viziaccio, lo ammetto e lui reagiva con fastidio ma sempre con la massima educazione, accompagnata, alla fine, da un sorriso. Ho perso un altro amico, dopo Gaetano, di quegli anni bellissimi a Torino. È un anno difficile per la mia memoria, Michel Hidalgo, Robert Herbin, Diego Maradona, adesso Paolo. Mi ritrovo solo”.

 

Soltanto Bearzot gli parlava. Se ci fossimo messi tutti a dare consigli sarebbe stato un problema»

Dino Zoff intervistato da Stefano Mancini, la Stampa

 

  Noi abbiamo una chat, si chiama “Campioni del Mondo 1982”. Battute, scherzi, ricordi. Ci siamo tutti. Ma Paolo era fra i più attivi, mandava foto dei figli, parlava di tutto, calcio, famiglia, attualità, politica. Poi, tre mesi fa, più nulla. Abbiamo chiesto alla moglie, ci ha spiegato la situazione. Fino all’ultimo secondo abbiamo fatto il tifo per lui, incitandolo, facendogli forza, perché anche se sono passati quasi quarant’anni quella squadra è ancora una squadra. E Paolo era il migliore di tutti noi, non solo sul campo: mai visto rifiutare un autografo, una fotografia. Questa gente è venuta qua apposta per noi, ci diceva, non la possiamo deludere. 

Alessandro Altobelli a Carlos Passerini, Corriere della sera

 

Ci hai portato sul tetto del mondo. Maledetto 2020. Ciao Amico Mio

Bruno Conti

 

Noi ragazzi dell’82, sempre insieme in tutti questi anni. Ciao amico

Giancarlo Antognoni

 

Antonio Cabrini ha raccontato il suo dolore a Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-Stadio: «Nove anni in Nazionale, stessa camera, sempre insieme, la Rossi-Cabrini… Ho perso il secondo fratello, quattro mesi e mezzo dopo Ettore, che aveva tre anni più di me. Ettore è morto a fine luglio, infarto… Ci somigliavamo, io e Paolo, lui aveva però una capacità di sdrammatizzazione che non ho ritrovato in nessun altro, non so se per il desiderio di costruirsi una vita a prova di angoscia e di dolore. Era buono come il pane, ti strappava il sorriso soprattutto nei momenti difficili. Nel periodo in cui poteva soltanto allenarsi con noi alla Juventus, per via della squalifica, non portò mai nello spogliatoio delle negatività, pensieri tristi, malinconia, una rabbia comprensibilissima. Era discreto, riservato. Perfino della malattia nessuno dei ragazzi sapeva nulla. Sospettavamo che le cose non andassero affatto bene perché da oltre un mese non frequentava più la nostra chat. Per pudore, a Federica non ho chiesto cosa avesse, forse non volevo nemmeno conoscerla fino in fondo, la verità. Quando stamattina ho saputo che Paolo non c’era più, che non avrei più potuto sentirlo, né incontrarlo, ho provato un terribile senso di vuoto. Si è portato via il sorriso, la leggerezza».

 

Se sono campione del mondo lo devo a lui. Se ne va una parte della mia vita

Fulvio Collovati

 

Sei andato a raggiungere Bearzot e Scirea, oltre a Cesare Maldini. Addio, fratello

Franco Causio

 

Per me non è stato un collega, per me è stato un fratello. Merita il lutto nazionale

Claudio Gentile

 

  Ho perso un amico e il mondo vede morire un uomo sempre sorridente: io non l’ho mai visto triste e sapeva trasformare ogni cosa in energia positiva. Fin dal primo giorno del ritiro, quando si presentò al Menti su una 112 scura, e sprizzava felicità anche se scendeva in B e lasciava la Juve in comproprietà. Io credo che il miglior Paolo Rossi si sia visto nel 1977/78, primo anno di Serie A: saltava l’uomo facilmente, segnava tantissimo ed era quasi impossibile marcarlo. Si divertiva in una squadra che amava giocare a calcio e quel Vicenza non aveva invidie: Paolo era capocannoniere e giocava in Nazionale, ma lui non si dava mai arie. Noi gli volevamo bene perché era un uomo buono e poi ci faceva vincere… 

Roberto Filippi intervistato da Gianluca Oddenino, la Stampa

 

Era un calciatore intelligente, Paolo. Sapeva sempre smarcarsi e farsi trovare. Dava i tempi del gioco, bastava avere un buon piede per consegnargli la palla giusta. È stato molto semplice giocarci accanto. Lui godeva nel fare gol, io nel farglieli fare. Non aveva un tiro potente, ma anche tecnicamente era fortissimo. Io oggi però ho perso soprattutto un amico.

Franco Cerilli intervistato da Alberto Facchinetti, il Fatto quotidiano

 

Lui e il mondo

  Dici Paolo Rossi e viene subito in mente il Brasile. C’è un brano di Piero Trellini, autore del libro La Partita, stamattina su Avvenire, e racconta uno dei gol del numero 20 quel pomeriggio al Sarrià. Rossi stava rientrando e tutti erano pronti a osservare l’ennesimo inizio della danza. In quel momento Cerezo sollevò la testa e, innamorato di se stesso, si contorse come una menade per appoggiare il pallone verso la sua sinistra. Fu un assist verso il nulla. Peres dalla porta vide diritto davanti a sé quel numero – il 20 – allontanarsi da lui e forse tirò un sospiro. Ma Falcao, Eder e Junior rimasero di sale. E persero l’attimo. Fu allora che Paolo Rossi voltò la testa. Capì tutto prima ancora che il tutto potesse prendere forma. Fermò la sua corsa, nascose, come in una porta girevole, quel 20 dietro le sue spalle e tornò indietro. La strada era lunga ma questo non lo fermò. Attraversò le statue dorate, sentì la voce del Vecio e puntò la palla con lo sguardo. Era la sua. Quando la prese scaricò su di essa tutta la violenza delle parole subite. Peres sentì una fitta tra le costole e l’aria sul viso. Fu un istante estivo. Ma durò per sempre”.

 

Il Brasile ha già pianto per colpa sua. Ora piange per lui. Paolo Rossi ci ha tolto una Coppa del mondo, ma ci ha conquistato con la sua voglia di vivere e giocare a calcio.

Paulo Roberto Falção

 

  L’arbitro di quel pomeriggio Scusi, Klein, che fine ha fatto il pallone di quella tripletta? «L’ho preso io. L’ho conservato per oltre trent’anni, in un locale dove ho raccolto tutti i miei cimeli. Ora l’ho regalato al museo Fifa. Andate a vederlo: c’è una grande foto, io sono quello fra Socrates e Rossi».

intervista di francesco saverio intorcia, la Repubblica

 

Paolo non si è mai vantato di aver battuto quel Brasile, era consapevole di cosa avesse rappresentato per noi quella sconfitta. Io riconoscevo in lui lo spirito gentile, la passione per il calcio come sport di persone per bene. I suoi viaggi in Brasile lo hanno aiutato a capire la nostra gente, non ha mai voluto infierire, aveva sempre quel sorriso che ti dava molta serenità. Amava raccontare del tassista di San Paolo che lo fece scendere dall’auto quando lo riconobbe. Oggi i brasiliani soffrono quanto voi questa perdita»

Zico intervistato da Emiliano Guanella, la Stampa

 

Dici Paolo Rossi e Paolo Rossi era lui dovunque. Stefano Disegni sul Fatto quotidiano racconta stamattina di come il centravanti senza saperlo gli abbia salvato la vita. Natale a Santo Domingo con amici. Un postaccio. Americani bianchi ricchi su campi da golf verdi che manco in Northumbria. Accanto, le favelas dei neri, peggio di Rio. In mezzo i turisti, a fare i tuffi per non vedere, sindrome Christian De Sica. Ramon, un nero che vendeva ostriche in spiaggia, ci invitò a casa sua, nella favela. Dibattito, due mozioni, “ci ammazzano” contro “sentirci meno coglioni”, vinse la seconda. Una discesa agli inferi. Fango, baracche, signorine che si offrivano. Ramon ci accoglie tra trenta ragazzini non si capiva di chi. Ramon dice a un ragazzino di guidarmi fino a una baracca di legno, tenda uso porta. Entro. Al biliardo quattro neri cristoni brutti e cattivi come nei telefilm. Mi fissano in silenzio fino al bancone. Ordino le birre, il barman, diciamo così, mi guarda, non me le dà. Guardo il ragazzino. Se un nero può impallidire, ora era albino. E dietro di me, fiato caldo sul collo. “Vuelve a la America, gringo de mierda“. Mi giro, i quattro ce li ho sul naso, molto nervosi, alito distruttivo. Li odiavano gli americani. “No gringo! Yo italiano!” urlo. Si allargano quattro sorrisi, uno con un dente in meno. “Italia! Paolorossi! Mafia!” gridano strizzando un occhio. Paolo Rossi e la mafia m’avevano salvato il culo. Grido Paolorossibrasiletregol, la mafia la tralascio, finisce a pacche sulle spalla. Il ragazzino torna nero, il mio sfintere si rilassa, il barman mi dà la birra gratis. Mi sarebbe piaciuto raccontartelo, Pablito. Molto.

 

Lui e la palla, lui e se stesso, lui e il non-mito

 

Andrea Fagioli su Avvenire racconta di quando Paolo Rossi aveva avuto la tentazione di entrare in seminario e farsi prete. Era il periodo dei primi calci al pallone dati a Prato, nel campetto dell’oratorio di Santa Lucia, con la squadra creata da don Sandro Bertasa e poi per essere passato alla Cattolica Virtus, a Firenze, presso la Comunità giovanile San Michele, sotto la protezione di altri due sacerdoti, don Mario Lupori e soprattutto don Ajmo Petracchi di cui sarebbe diventato grande amico e confidente. Rossi è stato alla Cattolica dai 12 ai 16 anni, fino a che, nel 1972, fu visto e acquistato dalla Juventus per una cifra allora esagerata per un sedicenne: 20 milioni di lire. Fu il padre Vittorio, tifosissimo viola, a suggerire alla società di sparare una cifra così alta perché l’«odiata» Juve rifiutasse la richiesta e il figlio passasse alla Fiorentina pronta a sborsare 5 milioni.

L’Osservatore Romano invece ricorda Rossi insieme con Bearzot, una bella coppia scrive il direttore Andrea Monda, e nella stessa pagina è pubblicato un ricordo del CT nel decennale della morte (il 21 dicembre). 

 

  E allora – come racconta lo scrittore Marco Ciriello sul Mattino – con quella fame e quella magrezza da maschera greca, Paolo Rossi lo guardavi e potevi sentire l’incenso e l’umido delle sacrestie dove poi nascevano più calciatori che cattolici, dove si gridava più rete che padrenostro, e dietro si portava il profumo di una marmellata di prugne che avrà sentito anche il portiere brasiliano Waldir Peres: era quello della provincia italiana senza merendine. È stato un collodiano, non un pinocchiaccio di Carmelo Bene, proprio un Pinocchietto, voleva essere un bambino infinito e c’è riuscito, ma prima ha attraversato le peripezie del romanzo, dal Gatto e la Volpe alla Balena fino paese dei Balocchi che lo illude e poi ne fa un ciuchino, con Bearzot a fargli da Geppetto. Una storia italiana. Da che non si reggeva in piedi a Ercole che regge i sogni d’un paese

 

Parla di lui e scrive di lui stamattina sulla Gazzetta dello sport il suo involontario doppio, Roberto Baggio, che molto ha in comune con Paolo Rossi, compresa la naturale inclinazione a vivere il mito senza viverlo, come in quella foto di due mesi fa nella quale lo si vede che carica la Panda, come mi faceva notare ieri al telefono un amico, un Capitano. 

Due assenze. Due Salinger. 

Infatti Baggio scrive: Tornano in superficie i dolci ricordi di quando avevo 10 anni, conservati per decenni in uno dei tanti album della mia memoria. Oggi, grazie a Pablito, sfoglio quell’album e tornano a farsi sentire il freddo pungente e la dura canna della bicicletta. Con il mio adorato papà Fiorindo, mancato solo qualche mese fa, percorrevamo quasi 12 chilometri, in due su una bicicletta, per arrivare a Vicenza partendo da Caldogno. Per andare allo stadio Menti a vedere il grande Paolo Rossi. Poi, per tutta la partita, mi aggrappavo alla rete per vederlo giocare e segnare. Erano gli anni dell’Austerity e delle targhe alterne. Erano gli anni in cui cullavo i miei sogni. Pensavo che un giorno avrei anche io giocato in quello stadio, che avrei indossato quella maglia bellissima con la grande R sul petto. Imitando Paolo Rossi avrei potuto realizzare quanto lui è riuscito a realizzare. Vincere un campionato del mondo in finale contro il Brasile. Come Paolo Rossi ha fatto contro la Germania. Vincere il Pallone d’oro. Come Paolo Rossi. Vincere sulla sofferenza di ginocchia doloranti. Come Paolo Rossi. Vincere in un mondo che ha sempre più bisogno del sorriso di Paolo Rossi. Un meraviglioso viaggio in Cina recentemente ci ha fatto rincontrare. Abbiamo parlato a lungo su quanto avessimo vissuto in comune, e su quanto si sarebbe dovuto fare per un futuro migliore. Soprattutto nel calcio.

 

sguardi Alessandro Baricco     Quale è la lezione che dobbiamo imparare da Paolo Rossi, Baricco? «Primo: che il calcio è irragionevole, irrazionale, misterioso. Il calcio ci stupisce sempre, proprio come quell’immagine di Paolo Rossi che appare dal nulla in area e subito scompare. Secondo: che nella vita si può venir fuori anche dai tombini più profondi. Per fortuna, per ostinazione, forse anche per destino. È un incoraggiamento per tutti: magari senti di non averne fatta nemmeno una giusta e, appena girato l’angolo, le cose cambiano. Non soltanto si raddrizzano un po’, addirittura puoi finire sul tetto del mondo».

    Ma è forse per questo che l’Italia del 1982 si è identificata in Paolo Rossi? «Certo quella squadra e quella vittoria coincidevano con l’immagine che avevamo di noi stessi come popolo. Non eravamo all’altezza di altre squadre, prima di tutto fisicamente. Abbiamo vinto in rimonta, da outsider, da perdenti. Non eravamo degli dèi, gli dèi erano altri, noi eravamo provinciali e magrolini, come Paolo Rossi, appunto. È stata la vittoria del talento e di un’astuzia sapientemente nascosta e saltata fuori in area all’ultimo».

intervista di raffaella silipo, la Stampa

 

Con commozione lo saluta Darwin Pastorin sul suo blog per Huffington Post: Non posso crederci, Pablito. Campione lucente, amico caro. Non posso crederci. È così forte il dolore, già così struggente la nostalgia. Arrivano i ricordi, come un vento senza fine. Ti ricordo al Vicenza, già campione. Eri l’asso, fin da quel tempo, del sorriso: in ogni occasione, per gentilezza, per allontanare la malinconia. Eri un centravanti leggero, ma in area di rigore ti trasformarvi in un gigante: ogni spiraglio era tuo, possedevi l’istinto della rete, sapevi trovarti sempre al posto giusto nel momento giusto. Un attaccante imprendibile e imprevedibile.

Un attaccante che annunciava la modernità, dice stamattina Arrigo Sacchi in una intervista con Andrea Schianchi per la Gazzetta dello sport: «Lui dimostrava con i fatti che il calcio è uno sport democratico: lo possono praticare tutti, quelli bassi e quelli alti, quelli muscolosi e quelli che non lo sono. A pallacanestro, ad esempio, uno basso non può giocare. A calcio, invece, Maradona era un fenomeno e non so se arrivava al metro e settanta. E Pablito pure. Stava in mezzo all’area, marcato da stopper che erano il doppio di lui, e sapeva come superarli».

 

  A proposito di stopper. Pippo Russo sul Domani ricorda che il calcio di Rossi è stato il calcio dei difensori duri. Il calcio di Gentile che si aggrappa a Zico e lo tormenta, il calcio di Goikotxea che fracassa la caviglia a Maradona. Li ha incontrati tutti, Paolo – scrive – gli stopper di un’epoca in cui macellare l’attaccante lanciato a rete era dovere d’ufficio e costava al difensore nemmeno l’ammonizione. «Cos’altro potevo fare, signor arbitro, lasciarlo andare in porta? Mi dica lei». Ma lui li beffava rubando il tempo, con una capacità di sintonizzarsi sull'”attimo dopo” che gli consentiva d’essere lì dove giungeva la respinta, o il rimpallo, o la distrazione. Fare gol come se fossero tutti facili, come fosse giocare da soli a infilzare la porta vuota. E farlo non già, come adesso, lucrando da avvoltoi sul malfunzionamento delle linee difensive che vanno a caccia del fuorigioco. Nossignori, lui si trovava solo nelle mischie, sereno e tranquillo nel pieno del caos. L’uomo dei gol di rapina, come li chiamavano un tempo. Le situazioni sghembe e di rinterzo dove tutti mollano un istante di concentrazione. Facili a vederli, ma terribilmente complicati da intuire e catturare

Paolo Condò su Repubblica descrive tutto così: Il lieve assassino sbriga la sua pratica con una sola pugnalata, un fruscio leggero e definitivo, il lampo che anticipa il tuono, il concetto del “troppo tardi” applicato a qualsiasi disperato tentativo di farla franca. Paolo Rossi in campo è stato così e così ce lo siamo goduto, una sentenza inappellabile

 

Roberto Beccantini sul Fatto quotidiano dipinge un ritratto tecnico e umano scrivendo che se n’è andato dopo Diego, che fu il calcio, anche Paolo, che fu l’attimo”. Così racconta: Dentro quel fisico esile e quelle ginocchia che i chirurghi frugavano golosi, crebbe un cacciatore di episodi, dal carattere di ferro.  Paolo era la cascata improvvisa, l’onda che gonfia gli argini e poi scompare. È stato, per noi, il buco della serratura attraverso il quale spiare un’Italia migliore, l’Italia di quel mese là, in fuga dai vecchi cliché. E per gli stranieri, la bilancia sulla quale pesarci e non trovarci poi così tirchi, così ambigui. Il suo opportunismo, tetto di un repertorio affinato in gioventù e più robusto dei luoghi comuni che lo decoravano, sarebbe piaciuto a Niccolò Machiavelli. Non basterà una vita per scordare i suoi attimi. Quei momenti. I frammenti di Paolorossi. Un ragazzo che, al bivio della pubertà, scelse di fare il calciatore, e di farlo, soprattutto, in quella sorta di Bronx in cui è complicato distinguere lo sbirro dallo sgherro; in cui le bolge, spesso, nascondono efferati regolamenti di conti; e in cui l’ambizione, gelosa, pretende ritmi perversi e impone approdi diversi dalle oasi che il campo offre ai turisti da cartolina. L’area di rigore. Scaltro, posato, implacabile. Contribuì a fare, di una nazionale, una nazione. Ogni tanto pensava agli alti e bassi che l’avevano accompagnato, agli snodi del destino prima caro e poi baro. Non se la tirava. Era sempre quello. Un mito mite.

 

Xavier Jacobelli, direttore di Tuttosport, si domanda quanto dura un attimo. Dura per sempre”. Tony Damascelli su il Giornale ricorda che Paolo Rossi non era soltanto un centravanti che faceva gol. Era il compagno di classe che rispondeva a tutte le interrogazioni e prendeva sempre la sufficienza, a volte anche maiuscola. Era ben pettinato, stava seduto al primo banco, salutava tutti, dal maestro alla bidella e poi giocava a pallone con noi. Per quella generazione era l’amico da invitare a cena, da tenere come vicino di ombrellone, con il quale organizzare la festa in casa, arrivavano le ragazze e lui si schermiva, firmando però gli autografi. Non faceva il fenomeno, non aveva un dribbling ubriacante e anche di testa non era un gigante da fare paura. Anzi, avendo gambe fragili, con ginocchio tendente al valgismo, cercavi di spiegarti, inutilmente, come mai riuscisse a fregarti con quella finta che, forse, gli veniva naturale proprio per l’assenza dei menischi

 

In una intervista con Luca Beatrice per il Giornale, il sociologo Francesco Alberoni confronta la figura di Paolo Rossi con quella di Maradona, che – dice – non è stato un eroe ma una celebrità, ricco di fascino, grandezza, ambizione sconfinata che ha suscitato invidia per il suo immenso potere, come Gengis Khan, Casanova o Benvenuto Cellini. L’ubermensch nicciano che si può permettere di tutto proprio perché oltre. Paolo Rossi invece era l’eroe puro che, come Orazio Coclite, ha affrontato il nemico nel periodo che il destino gli diede sconfiggendo gli Etruschi da solo, un cavaliere senza macchia e paura, una folgore di guerra con una forte componente umana che appare e scompare, vince e se ne va senza chiedere nulla».

 

In un articolo scritto per la Nazione, Federica Cappelletti, sua moglie, racconta che ieri mattina, quando ho dovuto dire questa cosa alle bambine, ho acceso tutti i televisori e ho fatto partire le immagini sui telefonini. Chiedendo loro di guardare: questa è la grandezza e la semplicità di vostro padre. Loro lo hanno conosciuto come una persona normale. Per loro era il papà, non un fenomeno. Era babbo Paolo e non Pablito campione del mondo

 

  Mario Sconcerti, che di Rossi è stato anche amico, sul Corriere della sera ha scritto pure delle ombre che per due anni lo accompagnarono e di come pesarono: Paolo è stato molto altro, un uomo buono, un eroe dei tempi, leggero come una piuma e disinteressato della sua bravura. Prendersi poco sul serio era il suo modo di allenarsi, quasi un clandestino dell’area di rigore, aveva imparato a nascondersi perché non aveva il fisico, arrivava come un tradimento, rubava un metro ed era gol. Ha avuto molte cose in comune con Baggio: la popolarità, il Vicenza e i ginocchi. Ci sono stati anni in cui è stato celebre come i Beatles, ambasciatore di qualunque cosa. Lo invitavano dovunque, lo premiavano e lo ascoltavano come un reduce dallo spazio. Era soprattutto una bella persona. Diceva di sì a tutti, passava dagli inviti di Stato alle cene di paese. Era un allegro pensieroso, come i toscani furbi, che mandano via la malinconia con la voglia di passare il giorno, uno per volta. Stava dovunque ma era di pochi. Ha avuto un momento molto brutto nel 1980, quando prese due anni di squalifica per il caso delle scommesse clandestine. Lui lo racconta molto bene nei due libri sulla sua vita. Pensava si accennasse a uno di quei pareggi che erano convenienti a tutte e due le squadre. Si fece in silenzio due anni di squalifica. Il secondo lo passò ad allenarsi con la Juve che lo aveva rivoluto. Io lo attaccai spesso in quel periodo, ero un colpevolista. Quando ci ritrovammo a Torino a pranzo cercai di spiegare. Lui mise l’indice sul naso e mi pregò di stare zitto. «È finita. Restiamo amici».

Non si arrabbiò nemmeno quando in tutto il mondo le agenzie di stampa rimbalzarono la storia che lui e Cabrini erano fidanzati, nel senso vero del termine. Lui la prese così poco sul serio che venticinque anni dopo, al suo matrimonio, sulla collina, nel villaggio sopra Bucine, al tavolo con Cabrini, mi raccontò ridendo che a Vigo si erano messi paura: avevano avuto lo stesso fungo su parti opposte del torace, come se uno l’avesse attaccato all’altro. Ridemmo e continuammo a bere. Ciao Paolo, non dimenticarmi.

 

L’ultima intervista

 ➣  Ci ha lasciato da poco Ernesto Galli e anche un altro grande ex come Mario Maraschi 

«Mario è stato una bandiera nella storia biancorossa, Ernesto, un fratello. Un amico sincero, un pilastro del Vicenza e di Vicenza. Non ho ancora smesso di piangere, mi ha colpito molto questa sua dipartita, soprattutto per le modalità. Mi ricordo quando ho dovuto calciare un rigore contro di lui a Perugia. Io all’epoca giocavo con il Grifo, lui con l’Udinese. Ho fatto gol ma ero dispiaciuto, lui è venuto a rincuorarmi. Questa è l’essenza del nostro rapporto, sopra ogni interesse, non lo dimenticherò mai».

di alberta mantovani, il Giornale di Vicenza

 

 

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