Il gancio destro da cui nacque Carlos Monzón

   ▻  A 20 secondi dalla fine della 12a ripresa, Nino Benvenuti era molto stanco. Fermo sulle gambe, straco, un ciompo senza fiato, si era scoperto a dover vivere il match con cui difendeva il titolo mondiale dei pesi medi nella maniera che meno preferiva. Guerreggiando. Dandose biava. La boxe ha sempre due strade davanti a sé. Può essere danza o farsi battaglia. Benvenuti aveva ballato sì, ma non per scelta stavolta, aveva preso un sinistro in piena faccia senza capisse un klinz, in quindicimila dentro il palazzetto lo avevano visto barcollare, era stato solo per un attimo, poi aveva accolto nell’addome un altro colpo, dritto alla chibla, finendo a bagolare per tutto il ring e alla fine abbandonato lungo le corde per una frazione di tempo durata un secondo, al massimo due. Chiuso in quell’angolo prima psicologico che fisico, Nino era stato costretto da una scarica al corpo ad abbassare per un attimo le braccia.

Quello allora fu il momento.

A 20 secondi dalla fine della 12a ripresa, un gancio destro che assomigliava a un castigo del Signore Iddio lo prese in pieno sulla faccia, mandando lui al tappeto, giusto davanti al manager Amaduzzi e all’istruttore Al Silvani, e presentando invece l’altro al mondo, un ventottenne argentino di origini mocoví della provincia di Santa Fe, la Pampa gringa dove nel Settecento i gesuiti si erano guadagnati la fiducia degli indigeni.

Era il sesto figlio di Roque e Amalia. Era stato un ladruncolo e un lustrascarpe. Era Carlos Monzón. 

 

A dirla tutta Nino Benvenuti provò anche a rialzarsi. Tra l’otto e il dieci a modo suo si era rimesso in piedi, ma non significava certo che fosse in grado di difendersi dall’uomo che si era manifestato come una furia e che avrebbe alimentato da lì in avanti la sua leggenda di colpitore brutale. Come incicarato da una lola di troppa grappa, Nino barcollò e ricadde sulle corde, così che i suoi secondi dovettero prenderlo di peso e trascinarlo via, povero mamulo che era, da solo non sarebbe arrivato neppure all’angolo. 

 

Non c’è niente di male a cadere.

È sbagliato rimanere a terra.

Muhammad Ali

  Gianni Pignata su la Stampa scrisse che questa conclusione tremenda aveva una causa molto precisa. Nel ritiro di Trani, evidentemente, il triestino  si era troppo fidato di certi metodi rivoluzionari del tecnico americano Al Silvani, che hanno portato il campione del mondo a una specie di suicidio contro Monzon. Nino si è presentato sul ring infatti in evidente carenza di preparazione atletica e già dopo poche riprese ha dovuto rinunciare ad impostare il match sulla tecnica ed ha cercato con ostinazione, ma senza costrutto di vincere la battaglia sul piano della forza

Al Silvani era già stato criticato un anno prima – forse perché rivoluzionario – quando aveva cercato di impostare la boxe di Nino in modo più aggressivo, con una guardia all’americana da picchiatore quale Nino non è. In quell’occasione, contro Rodríguez, Benvenuti era riuscito a salvarsi con un montante sinistro che aveva atterrato il cubano all’undicesima ripresa, e amen. Stavolta – fu il commento de la Stampa – Benvenuti e il suo trainer hanno sbagliato tutto. Monzon concederà la rivincita? C’è da sperarlo, ma non c’è troppo da sperare in un risultato diverso

Giuseppe Signori su l’Unità scrisse che Monzón aveva vinto malgrado le piccole nervose mani, malgrado quella sua forza bruta, selvaggia, vibrante, ma senza coordinazione, in compenso possiede nel temperamento e nel corpo d’acciaio il suo meglio. Fosse un pugile più abile, più scaltro, insomma più completo, Monzón sarebbe quasi imbattibile

 

  Prima di vincere il match sul ring, il 7 novembre del 1970 Carlos Monzón aveva vinto quella che i giornali chiamarono la battaglia della novocaina. Come molti picchiatori dell’epoca, aveva mani fragili. Era sua abitudine prima di ogni combattimento fare delle iniezioni di anestetico, così da picchiare senza sentir dolore e lasciando questo privilegio all’altro. Amaduzzi cercò di opporsi. Disse: «I regolamenti ci consentono di essere presenti nello spogliatoio dell’avversario prima del match e noi non permetteremo punture». 

A difendere le ragioni di Monzón c’era il suo angelo custode, Amilcar Brusa, un’anima lunga di un metro e novanta che era stato pugile e lottatore, impiegato civile dell’Aeronautica e del Banco Spagnolo di Rio, prima di mollare tutto e darsi all’insegnamento della boxe. Nel libro Monzon, il professionista della violenza (Absolutely Free), Riccardo Romani e Dario Torromeo hanno raccontato che Brusa si svegliava alle 4 del mattino, andava nelle stanze dei pugili che dormivano nella casa/palestra e li buttava giù dal letto, dava loro le istruzioni per il footing, consumava la colazione sfruttando il tempo in cui i ragazzi correvano. Al loro rientro, passava alla pesatura e poi controllava che andassero tutti a dormire. Arrivava in palestra alle 7 per allenare i pugili che non vivevano lì, poi si dedicava alla seduta di allenamento con i residenti, sino all’ora di pranzo. Un breve riposo e alle due del pomeriggio era di nuovo in sala. Alla fine della giornata, puliva la palestra, preparava la cena, controllava gli abitanti della casa. E finalmente andava a letto per il meritato riposo

E il giorno dopo tutto daccapo

Una vita monacale, da recluso. Una vita che amava da morire.

Al clan di Benvenuti, Brusa rispose: «Nello spogliatoio ci saremo Carlos ed io. E basta. E faremo quel che ci pare». Tutto finì come volevano. Primo: non era previsto l’anti-doping. Secondo: la novocaina non era una sostanza proibita.

La storia è stata ricostruita nei suoi dettagli stamattina da Alberto Facchinetti sul Foglio sportivo

 

  Il ruolo dell’allenatore Lorenzo  In quel novembre 1970 sia la Roma che la Lazio hanno sulla panchina allenatori argentini. I giallorossi sono guidati da un paio d’anni da un crepuscolare Helenio Herrera, i biancoazzurri da Juan Carlos Lorenzo. Entrambi vanno a fare una visita di cortesia al connazionale ma sarà el Toto Lorenzo ad avere un ruolo fondamentale per l’esito dell’incontro valido per il titolo mondiale dei pesi medi.  Nelle due settimane che precedono l’incontro El Toto fa da anfitrione. Un perfetto padrone di casa, visto che ormai conosce la capitale come le sue tasche. La moglie del mister si trasforma per qualche sera nella cuoca preferita di Carlitos. Nella biografia di Lorenzo El Toto mai pubblicata in Italia, l’allenatore dice che fu Ziaco [il medico della Lazio, ndSl] a fare l’iniezione al pugile. Mentre in quella di Monzon, Mi verdadera vida del 1977, Carlos ricorda come il medico della Lazio, una volta controllate le sue mani, si rifiutò di fargli la puntura perché erano in condizioni pessime. Ed è così che Lorenzo, uno che per carattere non si arrende di fronte a nulla, si mette a correre sotto una pioggia scrosciante alla ricerca di un dottore. Si presenta in albergo, quando c’è già un’auto dell’organizzazione che aspetta in strada il pugile per accompagnarlo al Palazzo dello sport. Lorenzo ha trovato, non si sa come, un medico argentino in città. Lui stesso era già passato in farmacia a prendere la siringa, il cotone, il laccio e tutto il necessario. Il dottore inietta la novocaina sulle mani di Monzón, che con un leggero ritardo arriva all’incontro. Questa è la versione raccontata anche nella serie Netflix sulla la vita del pugile. 

di alberto facchinetti, il Foglio sportivo

Carlos Monzón si era presentato a Roma come una specie di UFO, con la corona di campione argentino e quella di campione sudamericano, certamente, ma senza pugili di grossa fama affrontati, con l’eccezione del californiano Eddie Pace, battuto ai punti a Buenos Aires. Il Corriere della sera lo definì un mistero”.

Era lo sfidante ufficiale per la WBA, imposto a Benvenuti pena la perdita del titolo, non per la WBC che in cima alla lista dei pretendenti aveva ancora il nome di Emile Griffith. Qualcuno aveva consigliato a Nino di lasciar perdere la WBA, a costo di mollare la corona, e di accettare un’altra sfida con Griffith del quale ormai sapeva tutto, anziché gettarsi corpo a corpo con questo macho misterioso. L’americano aveva a sua volta già firmato il contratto per un nuovo match mondiale. Benvenuti voleva dimostrare di essere il migliore. Griffith, più in là, avrebbe avuto la sua chance con Monzón. Le operazioni di peso si erano tenute all’Ambra Jovinelli e le cronache raccontano di un Monzón arrivato con mezz’ora d’anticipo, corrucciato. 

A bordo ring la sera del match sedevano Nicola Pietrangeli, Walter Chiari, Renato Rascel. Nel momento in cui Benvenuti andò al tappeto, Monzón età comunque in vantaggio ai punti. Mario Gherarducci sul Corriere della sera di lui scrisse: Tutt’altro che sprovveduto, forse tecnicamente un po’ acerbo ma veloce e continuo, efficace col sinistro e addirittura travolgente col destro – ha capito probabilmente che il Benvenuti che gli stava di fronte era un pugile intimorito, addirittura soggiogato, nervoso, incapace di trovare la giusta misura. E ne ha approfittato

 

  Nella sua personale classifica dei migliori pesi medi della storia, Gianni Minà metteva Carlos Monzón al decimo posto, lo giudicava il più grande peso medio dell’era moderna, taciturno e spietato ma tranne Valdes, senza avversari degni della sua bravura. Lo metteva dietro Ray Sugar Robinson – numero uno – e a seguire Stanley Ketchel, Herry Greb, Mickey Walker, Jack LaMotta, Billy Papke e Mike Gibbons ex aequo, poi Marcel Cerdan e Tony Zale. Ma questa sua classifica è del 1985. Esclude Marvin Hagler, dopo sarebbero stati campioni nei mesi Ray Sugar Leonard e Roberto Durán

Per Minà, Carlos Monzón (intrattabile, umorale, violento su Repubblica, 8 gennaio 1986) era stato il capolavoro organizzativo di Rodolfo Sabbatini, che seppe imporlo – ha scritto – contro la volontà dei padroni della boxe nordamericana, nel palcoscenico della grande boxe. Un posto che Monzon meritava ma che probabilmente nemmeno il suo mentore, l’organizzatore argentino Tito Lectoure gli avrebbe potuto procurare. Monzon, diffidente, rifiutò sempre i palcoscenici nordamericani, salvo una volta contro Toni Licata al Madison Square Garden di New York, ma Sabbatini seppe difenderlo dalle interessate prepotenze dei grandi magnati della boxe yankee. E Monzon adesso occupa nella storia del pugilato il posto che gli era dovuto.

Fino al ritiro, fino all’ultimo match nel gennaio del 1977, non perderà mai più. 

 

Monzón dopo essere stato Monzón

 

  Il 20 febbraio 1988 il giudice istruttore Guillermo Vallejos stabilì da una autopsia che la signora Alicia Muniz, al momento di precipitare dal balcone della sua villetta di Mar del Plata, già presentava sintomi di soffocamento.

Alicia Muniz era la terza moglie di Monzón. 

Uno dei periti legali che effettuarono gli esami post mortem, il dottor Andres Barrio Canal, riveló che una parte anatomica del cadavere era scomparsa misteriosamente. Non un organo, disse, ma un elemento in grado di provare in maniera definitiva la colpevolezza dell’ex pugile. Diario popular riferì che una seconda perizia aveva rilevato l’assenza di tracce di terriccio dal corpo della donna uguali a quelle del giardino sul quale era caduta, mentre erano presenti tracce di vernice e fibre sintetiche uguali a quelle trovate nel bagagliaio di una macchina. 

 

Monzón fu rinchiuso nel carcere di Batan, 415 km a sud di Buenos Aires, poi trasferito a Junin e Las Flores. Condannato a 18 anni, ridotti a 11, dopo cinque per buona condotta era in regime di semilibertà, ogni giorno fuori fra le 8 e le 13.30 e fra le 15.30 e le 19.30. «Quando questa storia sarà finita, me ne andrò dall’Argentina ingrata e irriconoscente e mi stabilirò in Francia», disse a Le Figaro Magazine. «In Francia ho molti buoni amici, tra cui Alain Delon, non si dimenticheranno di me come stanno facendo gli argentini».

Di Alain Delon, Monzón aveva preso a parlare con una certa ossessione. Come quando disse: «Verrà qui con un milione di dollari e mi tirerà fuori dal carcere». Oppure quando fece sapere che andava a letto con la moglie di lui, Nathalie, e che l’attore francese non si era scomposto, anzi gli aveva detto: «Macho, continua pure, a me non interessa». Delon era a sua volta affascinato da Monzón. Aveva anche pensato di fare un film sulla sua vita. I libri pubblicati in Francia su Carlos hanno spesso una prefazione di Delon. «Perché è un uomo – spiegò – e perché fino a quando ci saranno degli uomini noi sentiremo il bisogno di ammirare i migliori di loro». 

Monzón si vantava anche di aver fatto l’amore con Ursula Andress nell’ascensore di un albergo a Nizza, fermandolo tra un piano e l’altro. Raccontò di aver sognato sua moglie, lei gli diceva di averlo perdonato.

 

  La sua detenzione fu coperta con assiduità dal quotidiano popolare Crónica e da Canal 9, la tv delle telenovelas. Furono loro a rivelare che Monzón si era avvicinato alla religione, faceva il disc-jockey per la filodiffusione del carcere, si allenava. 

Per Emanuela Audisio è stato peggio di Maradona, prima di Maradona. Più brutale, più selvaggio, più solo. Uno che cercava di divertirsi con tutto: alcol, droga, donne, molte notti e moltissime albe, tanto spettacolo. Mercedes, la sua prima moglie, sposata a 15 anni, stanca dei tradimenti, una notte gli aveva sparato. Due colpi di pistola: uno che gli trapassa il braccio, l’altro che lo prende di striscio sulla spalla.

Osvaldo Soriano lo detestava, giudicandolo ignorante, arrogante, maschilista. Suo figlio Massimiliano, 8 anni d’età nel giorno dell’omicidio di Alicia, da allora non ha più voluto incontrarlo.

Monzón è morto nel 1995 in un incidente stradale mentre tornava in galera, dopo un permesso. Ora che a 53 anni – scrisse Emanuela Audisio su Repubblica – era forse un po’ più libero di capire cosa avesse fatto a se stesso e cosa gli avessero fatto gli altri.

 



 

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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

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