Sono calmi, misurati, freddi, flemmatici, in una parola fiamminghi
Jules Verne
▻ In questo piccolo paese separato nella lingua e nei costumi, i valloni venerano la Liegi e i fiamminghi coltivano il culto di un’altra corsa, “che vale come Wimbledon per un tennista, l’Arc de Triomphe per un ippico o il Superbowl per gli americani” (Paolo Viberti, Tuttosport).
La corsa dei muri, la corsa dei duri.
La corsa dei ciclisti che sono insieme roccia e piuma, potenza e scatto, farfalla e ape come direbbe Muhammad Ali. Quelli che hanno un motore pieno di cavalli ma se è il caso sanno usarne solo uno. Quelli che sanno pestare i pedali sul pavé e devono domare queste continue, ripetute coltellate sotto forma di strada – come le vuoi chiamare altrimenti – questi spigoli, queste rampe di garage piazzate all’improvviso sotto il naso, pendenze anche del venticinque per cento e curve lungo le quali esiste una linea sottile tra la gloria e la salvezza, dove devi conoscere l’equilibrio tra alzarsi sui pedali e sentire impennarsi la bicicletta sotto il sellino.
Ogni tanto, se al cielo quel giorno gli gira, sulle pietre e sullo sterrato ci trovi a riposarsi uno strato di fanghiglia, così che ai meno esperti capita di dover mettere il piede a terra creando un tappo in mezzo al gruppo, un imbuto, oppure capita di finire con la faccia nel pantano.
Tutta questa roba qui si chiama Giro delle Fiandre.
| ⌦ genesi Quando i giornalisti innovavano. Quando facevano nascere cose.
All’inizio del ventesimo secolo, il ciclismo in Belgio non se la sta passando bene. I velodromi stanno chiudendo, i campionati nazionali su strada e su pista non vengono più organizzati. L’unica grande corsa nel paese, la Liegi-Bastogne-Liegi, nata nel 1892, si tiene in Vallonia, dove si parla francese. In mezzo a tanta cupezza, arriva nel 1912 la prima vittoria al Tour de France di un corridore di casa, Odile Defraye, 20 anni, sotto contratto per la squadra francese Alcyon, uscito indenne dalla prima tappa piena di chiodi sul percorso e più in là morso da un cane durante la discesa del Col des Aravis.
Un successo che ispira.
August De Maeght, sindaco di Halle, direttore del gruppo editoriale Société Belge d’Imprimerie, si convince a pubblicare una rivista sportiva in lingua olandese, SportWereld. La prima firma di ciclismo è Carolus Ludovicus Steyaert, che scrive con lo pseudonimo di Karel Van Wijnendaele. È il quinto di 15 fratelli, vive vicino a Torhout. Suo padre, un operaio tessile, era morto quando Karel aveva 18 mesi.
“Nascere in una famiglia povera – avrebbe scritto nelle sue memorie – è stata la mia forza. Se sei cresciuto senza buone maniere e sai cos’è la fame, cresci abbastanza forte da resistere su una bici da corsa”. Karel aveva abbandonato gli studi a 14 anni e si era messo a lavorare nella bottega di un fornaio, si prendeva cura delle sue mucche, lavava le bottiglie, consegnava la spesa. Lavorava per le famiglie francofone benestanti di Bruxelles e Ostenda, dove però si sentiva spesso umiliato per il modo con il quale lo trattavano. Era un fiammingo. Così racconta Rik Vanwalleghem nei suoi libri Het Wonder van Vlaanderen (Pinguin, 1999) e De Ronde van Vlaanderen (Lannoo, 2003), a cui queste righe fanno riferimento.
Van Wijnendaele aveva vinto alcune gare ciclistiche, così aveva poi deciso di dedicarsi a scrivere del suo sport come corrispondente regionale. Aveva attirato con i suoi articoli l’attenzione di De Maeght e del co-fondatore di SportWereld, Leon van den Haute. Ancora oggi è dibattuta la questione sulla paternità del Fiandre. La versione più accreditata, spuntata di recente per gli studi degli storici Stijn Knuts e Pascal Deleye, vuole che l’idea della corsa sia venuta a Leon e che Karel ne sia stato, detto in termini moderni, il responsabile del marketing. Era prassi comune per gli editori organizzare gare ciclistiche come mezzo di promozione dei loro giornali. Il Giro delle Fiandre nasce comunque nel 1913, l’anno dopo il Tour di Defraye.
Van Wijnendaele voleva creare una corsa che fosse testimonianza della rivendicazione dell’orgoglio fiammingo, che attraversasse quante più città possibile della regione, perché “tutte contribuissero alla liberazione del popolo”. La corsa ha mantenuto a lungo una sua connotazione politica. Per esempio è l’unica classica a essersi svolta in un territorio occupato dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, con l’accordo del comando tedesco. Non solo permisero che si corresse ma aiutarono anche la polizia sul percorso, circostanza che ha portato ad accusare il nazionalismo fiammingo di collaborazionismo con la Germania nazista. Dopo la guerra, De Standaard e Het Algemeen Nieuws-Sportwereld furono posti sotto sequestro dallo Stato, diversi giornalisti furono condannati. Lo stesso Van Wijnendaele è stato inizialmente bandito dal giornalismo, un divieto poi revocato quando il generale britannico Montgomery testimoniò con una lettera che l’ideatore del Giro delle Fiandre aveva nascosto in casa sua e protetto alcuni piloti d’aereo abbattuti dai nazisti. Fu quello il periodo nel quale un giornale concorrente, sempre fiammingo, l’Het Volk, ideò la Omloop van Vlaanderen. L’Het Volk era un giornale di sinistra e pensò che fosse necessario contrappore una corsa vergine al Fiandre, il cui nome era compromesso dall’episodio della tutela nazista.
Oggi l’Het Volk è la gara che apre la stagione in Belgio.
| ⌦ via La prima edizione della corsa partì alle sei del mattino da Gand e arrivò a Mariakerke, 330 km su strade dissestate e traguardo in un velodromo in legno circondato da uno stagno. Fu vinta da Paul Deman, belga, 25 anni, allo sprint su altri 4 corridori dopo 12 ore di gara. Deman sarebbe diventato una spia durante la guerra, portando messaggi in codice agli alleati nei Paesi Bassi. I messaggi erano nascosti nel suo dente d’oro. Dopo molti viaggi, fu arrestato dai tedeschi, imprigionato a Lovanio e trattenuto in vista della sua esecuzione. L’armistizio del 1918 gli salvò la vita. Tornò a correre e vinse la Parigi-Roubaix nel 1920.
Nel 1913 parteciparono solo 37 ciclisti, l’anno dopo erano 47. Van Wijnendaele avrebbe raccontato che «Sportwereld era un giornale giovane e piccolo per il grande Giro che sognavamo. I nostri occhi erano più grandi del nostro stomaco. È stato duro vedere un gruppo di corridori di seconda fascia correre attraverso le Fiandre, raschiando una manciata di monete per coprire i costi. Lo stesso accadde nel 1914. Nessun campionissimo, a tutti veniva proibito di partecipare dai loro sponsor francesi di biciclette». Ma il Fiandre era sempre più connotato dal suo fattore simbolico e politico. Fu solo così che Marcel Buysse, una delle icone delle Fiandre all’inizio del XX secolo, insistette per partecipare anche se la sua squadra negava ai belgi il permesso di parteciparvi.
La sola interruzione del Fiandre è dovuta alla prima guerra mondiale, quando quella regione diventò uno spaventoso territorio di morte. Il primo vincitore straniero fu lo svizzero Heiri Suter nel 1923, una settimana prima di realizzare la prima doppietta della storia vincendo anche la Parigi-Roubaix. Nel 1926, un gruppo di dieci corridori arrivò a giocarsi la vittoria allo sprint e caddero in cinque. Vinse così Denis Verschueren, che era alla prima gara da professionista. L’età dei pionieri finì con lui.
Sui campi delle Fiandre spuntano i papaveri tra le croci
John Mc Crae 1915
Uno dei cantori classici del ciclismo, Mario Fossati, ha scritto trentacinque anni fa su Repubblica che “vi sono corse che hanno fatto e fanno il ciclismo. Non è stato il ciclismo ad esprimerle: all’opposto sono stati i loro fondali, il paesaggio anche tragico, la natura, l’ambiente a fare nascere l’antico nostro gioco basato sulla fatica. Il Giro delle Fiandre è una di queste rare classiche. Dici Giro delle Fiandre, Tour des Flandres oppure, se fiammingo sei, Ronde Van Vlaanderen. Le corse del Nord portavano con sé qualcosa di drammatico: il paesaggio non le soccorreva, le incarogniva. L’accoglienza verso chi (l’italiano per intenderci) s’era aggregato in guerra al carro sbagliato, non era gioiosa. Il Belgio apriva agli emigranti. Italiani, qualche tedesco, spagnoli e turchi avevano ripreso a popolare il paesaggio delle miniere”.
A Roeselare, nel cuore delle Fiandre, una chiesa sconsacrata ospita una specie di altare dedicato a Eddy Merckx, con cimeli e oggetti legati al ciclismo, una frase che gli fa da cornice: «Koers is Religie», cioè «La corsa è una religione».
È il motivo per il quale non s’è fatta da parte in pandemia e non si fece da parte nell’edizione numero 100, nonostante il Belgio fosse nel pieno dell’incubo del terrorismo, dopo gli attentati di Bruxelles, i kamikaze, la caccia all’uomo, le misure di sicurezza, e ancora la morte di due giovani corridori belgi in 24 ore, Antoine Demoitié travolto da una moto alla Gand-Wevelgem e Daan Myngheer, morto per un infarto mentre si allenava in Corsica, stesso destino di un amatore irlandese di 56 anni sul Kwaremont.
I Muri
I nomi sono leggendari. Molenberg, Paterberg, Koppenberg, Kwaremont, Grammont. Quest’ultimo – detto semplicemente il Muur – è sparito negli ultimi anni dal tracciato, ed è un peccato. Il Grammont è lungo circa mille metri, va dalla piazza del mercato di Geraardsbergen alla Notre-Dame de la Vieille-Montagne, una cappella dedicata alla Vergine della montagna. Si sale da 33 metri a 101 d’altitudine, con una pendenza media del 9,3%, la massima sfiora il 20%. Viene chiamato anche Kapelmuur, il Muro della cappella. Per i fiamminghi è il Muro di Geraardsbergen. Grammont è per i francesi.
Marco Pastonesi sulla Gazzetta dello sport di una decina d’anni fa descrisse “i cubi di porfido, un acciottolato unto dalla geografia e arrotondato dalla storia, che trasforma ogni pedalata in una raffica di martellate sui muscoli dal collo alle caviglie. Basta e avanza per farne un mito. Il Muro sta al Giro delle Fiandre più del Poggio alla Sanremo e più del Ghisallo al Lombardia, anche più della foresta di Arenberg alla Roubaix. Perché, a una quindicina di chilometri dal traguardo, il Muro è come la sentenza di un tribunale militare: non fa sconti. Dopo un’odissea di 250 chilometri, il Muro stabilisce la differenza fra il vincitore e gli sconfitti, fra il semidio e gli umani, fra il l’eletto e i negletti”.
Pastonesi descrisse metro per metro la salita e concluse: “A questo punto, chi ne ha ancora, vede la Cappella di Nostra Signora della Vecchia Montagna, e chi non ne ha più, vede Nostra Signora in persona”. Il pubblico di questa corsa “è malato e pellegrino. Dalle 10 di mattina, un’infinita attesa di cinque ore fra birra, salsicce, mostarda e patate fritte”.
| ⌦ esperienza Il Fiandre è l’Università del ciclismo ma non puoi salirci dopo aver fatto tutta la trafila delle medie e delle superiori. Rischi di non capirci niente. Matteo Trentin – lo spiegò qualche anno fa alla Gazzetta – disse che «al Nord bisogna venire presto. Prestissimo. Se ci arrivi al settimo anno da pro’, è come se avessi sette anni di ritardo. Dove vai? Non sai dove metterti sul pavé, come affrontare i Muri, devi cominciare a limare da subito. Il rischio di passare più tempo a terra che in sella è concreto. Finisci che sei stordito, neanche sai dove ti trovi. E allora ti disamori. Ma è un peccato. Se cominci presto e hai le doti, vorresti correre sempre qui. È l’atmosfera a fare la differenza. In ogni singolo paesino, già in ricognizione, tutti aspettano tutto l’anno i secondi in cui passano i corridori. La partenza poi dalla piazza del Mercato di Bruges, onestamente, non riesco a spiegarla con le parole. Veniteci. E capirete».
Sul Grammont fece il numero, come dicono quelli del ciclismo, Michele Bartoli. Era la domenica di Pasqua del 1996. I belgi non sapevano nemmeno come si pronunciasse il suo cognome. Misero l’accento piano, come viene facile, e diventò Michele Bartòli, manco fossero diventati tutti Stanlio e Ollio. Alessandra Giardini sul Corriere dello sport-Stadio raccontò tempo fa che la sera prima Bartoli si era sdraiato sul letto pensando esattamente al punto nel quale avrebbe attaccato, ronf ronf, e si addormentò così.
“A un certo punto – racconta Giardini – mentre correva da solo incontro al traguardo, gli si affiancò la macchina di un giornale belga e l’uomo alla guida tirò giù il finestrino per dirgli bravo, dài, ce l’hai fatta. E quell’uomo era Eddy Merckx”.
«Gli ultimi metri – raccontò Bartòli – li feci come in un film senza sonoro, immerso in una bolla, senza sentire un rumore». Soltanto un altro italiano era arrivato prima di lui al traguardo senza gli altri dietro la ruota e si chiamava Fiorenzo Magni.
L’olandese Raas ha un diverbio con un fotografo (1985)
Fiorenzo Magni
Ha vinto per tre anni di fila: 1949, 1950, 1951. Fu il primo a riuscirci. Il primo e l’unico. Achiel Buysse aveva fatto suo il Fiandre tre volte ma non consecutivamente (1940, 1941, 1943). Lo stesso sarebbe successo in futuro con Eric Leman (1970, 1972, 1973), Johan Museeuw (1993, 1995, 1998), Tom Boonen (2005, 2006, 2012) e infine Fabian Cancellara (2010, 2013, 2014). Il Leone delle Fiandre, così hanno chiamato Magni per tutta la carriera e dopo. Secondo Mario Fossati, “è stato Magni, che già denunciava un principio di calvizie, a personificare il Giro delle Fiandre, andandosene alla maniera di un pellegrino rabbioso, spazientito, da una Moloch crudele (il percorso tremendo). Era il 1949”.
Una vittoria che nel dettaglio Fossati raccontava così:
“Niente gregari: la bicicletta ce l’ha. Fiorenzo telefona in Gazzetta la sua partecipazione. Il ciclismo fa titoli. Magni merita un suiveur. Sarà il caposervizio del ciclismo, Guido Giardini. Magni, contro i belgi: e via! Ero un giovane giornalista in attesa di diventare un vecchio giornalista. Accompagno alla stazione Giardini e Magni. Il massaggiatore lo saluta. “Fiorenzo, ti ho messo in borsa anche una bottiglia di limonata. Farà freddo magari! Però, la puoi godere”. Un poco di groppo in gola, io lo sento. Il “godere” nel milanese di quei lontani giorni aveva uno strano significato. Si godono i vecchi abiti, le vecchie scarpe: si gode un fondo di bottiglia o di bicchiere. Insomma, in milanese, godere voleva dire soffrire. La domenica, la corsa. Magni fa gara di testa. Giardini che in vita sua ha pregato pochissimo, rincantucciato in una macchina del seguito, promette al padre eterno un irreprensibile comportamento per il resto della sua vita a condizione che Magni non fori, non cada. Giardini è stato il solo a credere all’invito di Magni: “Venga, venga a Gand, cavalier Giardini, non avrà da pentirsene”. Finalmente sul Grammont il “colpo”, che Giardini aspetta da sempre. Magni è partito. Pioggia diaccia, pioggia polverizzata dal vento e Magni… Magni, che ha umiliato la concorrenza sull’allungo, che pedala solo, solissimo fino all’esaurimento psicofisico. Fiorenzo aveva fatto fuori due belgi: Ollivier e un certo Schotte, che ha la classe di un campione del mondo. I belgi gli allungano la mano. Gli italiani gli offrono birra calda. Un minatore vorrebbe che Fiorenzo trangugiasse una mela cotta nella birra. A Fiorenzo dicono che un inviato francese lo vuole assolutamente conoscere. L’ inviato, che gli porge il suo impermeabile, è Jacques Goddet. Giardini si avventa sul primo telefono utile: e un italiano fa la guardia a quell’apparecchio. Cederlo, significherebbe perdere il servizio. Karel Steyaert raccoglie la prima impressione di Magni: “È stata una fatica da morire. Tornerò””.
Tornerà e vincerà. Dopo di lui c’è stato Dino Zandegù nel 1967, convinto a cantare qualcosa dal telecronista dopo il traguardo, e quel qualcosa era O Sole Mio. Nel 1990 Argentin, nel 1994 Bugno, poi Bartoli, Bortolami nel 2001, Tafi l’anno appresso, Ballan nel 2007 e Bettiol nel 2019, nello stesso giorno di Marta Bastianelli tra le donne, mentre nel 2015 era toccato tra le ragazze a Elisa Longo Borghini.
Questo è il Fiandre.
Queste sono le Fiandre, alle quali Gianni Mura un giorno dedicò un trattato.
Gli bastarono tre parole. “Miniere, cimiteri e pittori”.