La fuga è una richiesta di aiuto
Patrick Modiano
La mattina della follia di Adorni, l’Italia si è svegliata con il voto del Senato contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Dieci giorni prima i carri armati di Mosca erano entrati a Praga per stampare la parola fine sulla Primavera di Dubcek, l’esperimento politico del cosiddetto “socialismo dal volto umano”.
Sulla prima pagina dell’Unità, la domenica del Mondiale di ciclismo, Achille Occhetto sta riconoscendo a la Stampa, “il giornale della FIAT”, la capacità di essersi distinto “dal tradizionale provincialismo dei commentatori politici del nostro paese per cercare almeno di intuire la reale portata del nostro atteggiamento e della nostra politica” sui fatti in Cecoslovacchia.
Nel rileggerli, quei fatti, due anni fa Rossana Rossanda ha scritto su il Manifesto che “la maggioranza della base del Pci, come il Psiup di Vecchietti, Valori, Foa, pensò che il socialismo era quello del campo sovietico, brutto ma meglio che niente, e che qualsiasi contestazione al Pcus avrebbe indebolito le forze al movimento operaio e comunista in Occidente. A fine agosto il Comitato centrale condannava il «tragico errore». Non un tragico errore, intervenne Luigi Pintor, ma una coerente conseguenza della politica sovietica. Era la prima uscita secca di quello che sarebbe diventato il gruppo del manifesto. Non ricordo se si votasse, non mi pare, certo Pintor fu bacchettato”.
Quella mattina del 1 settembre 1968 gli studenti milanesi stavano protestando, non per la Cecoslovacchia, ma contro la liquidazione dell’università Bocconi. Luciana Castellina, ex deputata del PCI, ha scritto che il movimento studentesco italiano non si sentì coinvolto. Al teatro Animosi di Carrara si apriva il terzo congresso internazionale delle federazioni anarchiche. In platea Cohn-Bendit. Nel quartiere Falsomiele di Palermo facevano le barricate da cinque giorni per avere l’acqua, la luce, le strade. Mancavano 45 giorni al pugno sollevato in aria da Smith e Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico. Ecco. A Imola, nel cuore della rossa Emilia, Vittorio Adorni sta preparando in piccolo la sua forma di ribellione. Il suo Sessantotto in bicicletta.
Vittorio Adorni è un irregolare. Fa a modo suo. Sta vivendo i giorni di vigilia dei Mondiali in casa – lui è di Parma – sapendo che sono la sua ultima occasione. Ha 31 anni in un’epoca nella quale sono abbastanza per sentirsi al capolinea. Ha già cominciato una nuova professione. Fa l’assicuratore. Lavora anche in televisione. I tifosi gli rimproverano che non si possono fare troppe cose insieme, quando si è scelto il duro mestiere della bicicletta. Con un piede nel futuro e un altro ancora infilato nella porta del ciclismo per evitare che si chiuda, Adorni va dicendo che se il fisico terrà come sta tenendo, andrà avanti ancora un anno, magari due. Ha vinto tre stagioni prima il Giro d’Italia. Sergio Zavoli lo ha voluto opinionista fisso al Processo alla tappa perché è spigliato, perché è diverso. In quel 1968 sta conducendo sul Secondo Canale della Rai il quiz Ciao Mamma, insieme a Liana Orfei. Ha vinto il Gran Premio Germanvox, l’ultima prova di preparazione della squadra italiana. Ha il ruolo di cervello della squadra, il regista, l’uomo che deve governare le operazioni generali per mettere nelle condizioni di vincere il capitano, Felice Gimondi. Ma in cuor suo spera che la corsa si metta in modo tale da potersi giocare strada facendo una carta. Per due mesi ha avuto un massaggiatore in casa, per prepararsi meglio. Quando non vince, i tifosi in strada gli gridano: Ciao mamma, oppure Liana Orfei ti aspetta, i più cattivi Sei un drogato. Perché era stato squalificato per un mese a inizio ‘68. I controlli erano partiti la stagione prima, dopo la morte di Simpson sul Ventoux al Tour de France. Adorni racconta ancora oggi di aver chiesto al medico se fosse consentito prendere delle pillole e risultò positivo alla caffeina. Quando vinse il Mondiale, il Corriere della sera titolò “Odor di caffè”.
La vigilia della mattina della follia di Adorni era stata tesa anche per questo. A Maurizio Caravella, della Stampa, Adorni aveva detto che il regolamento era sbagliato, che non si poteva andare avanti, «con le nuove disposizioni ci vengono negate anche le medicine più normali». Fiorenzo Magni, il terzo uomo tra Coppi e Bartali quindici-venti anni prima, aveva organizzato un convegno a Faenza per parlare dell’uso degli eccitanti e dei problemi della categoria. Ordine del giorno: «Richiesta di soppressione immediata di ogni controllo anti-doping». Adorni e gli azzurri volevano andarci. Il commissario tecnico Ricci riteneva che fosse meglio pensare solo alla corsa di due giorni dopo. Magni stava cercando di creare un’associazione internazionale di corridori. Aveva scelto bene la data per poter parlare al mondo.
Come se non bastasse, Gimondi e tutti gli altri stradisti avevano rischiato una tragedia. In allenamento nei pressi del circuito, tre giorni prima della gara, mentre gli azzurri provavano la salita in doppia fila, una Cinquecento dalla corsia opposta aveva preso la curva a una velocità eccessiva sbandando verso Taccone, Carletto, Balmamion e Gimondi. Per evitarli, sterzando, la macchina era finita in un fosso lasciando la Nazionale in albergo sotto shock, scrivevano i giornali. Taccone disse che la macchina andava almeno a cento all’ora. A una ragazza olandese, Cornelia Hage, era andata peggio. Era stata urtata da un camion e l’avevano portata in ospedale con una mano forse fratturata.
Gimondi contro Merckx. È questo il duello atteso. Felice in quel momento ha già vinto il Tour (1965), la Roubaix (1966), un Giro (1967) e la Vuelta a maggio. Gli manca ancora il Mondiale che Eddy invece ha conquistato l’anno prima, aggiungendolo a due Sanremo, un Giro e una Roubaix. Al Tour andrà per la prima volta l’anno dopo. Vincendo, si capisce.
Merckx si sta lamentando da giorni perché non gli hanno convocato né Reybroeck né Spruyt. Gli sarebbero stati utili, ripete e ripete, in caso di una volata. Ha detto che hanno più fiducia in lui gli avversari che quelli della sua commissione tecnica. «Quando Van Looy era il più forte, tutti gli facevano ponti d’oro. A me non fanno alcun appoggio». Per molti anni ancora il Belgio, dopo Merckx, avrebbe bruciato Mondiali su Mondiali spaccando la squadra in due o tre clan, i fiamminghi contro i valloni, gli anziani contro i giovani, le squadre di casa contro gli stranieri.
Questo Merckx che sta parlando così ha solo 23 anni. Gimondi ne ha tre di più ed è uscito da una stagione di alti e bassi, spingendosi fino al punto di chiedere al CT Ricci di essere lasciato fuori squadra. Poi ha vinto il titolo italiano, ha corso bene la Parigi-Lussemburgo e si è convinto del fatto che Merckx a Imola non lo staccherà. Anzi. Sta dicendo, il giorno prima della follia di Adorni, che attaccherà lui e che se ci sarà il sole meglio, perché la fatica sarà tremenda.
Non ce ne è stato molto di sole, quell’estate. Una delle più instabili e piovose in Italia degli ultimi tempi. Il circuito nel 1968 è di 15 km e 400 metri, compreso un tratto sull’anello stradale dell’autodromo di cinque km. I giri previsti sono diciotto per 277 km complessivi. Ogni giro comprende 5 mila e 589 metri di salita, di cui 2 mila e 855 con una pendenza al 5 per cento, mille e 510 fino all’8% e altri mille e 124 fino al 10%. Fanno in tutto circa 100 chilometri e mezzo di salita, un record per i Mondiali. L’andamento, spiegano i giornali dell’epoca, comprende una lunga serie di curve a raggio variabile tra i 20 e i 150 metri. La strada ha una larghezza costante di dieci metri sull’anello dell’autodromo e di circa 7 metri e mezzo lungo il resto del tracciato. I parcheggi, questo è importante, sono in grado di accogliere 52 mila macchine. Perché quel giorno a Imola si presentano in trecentomila.
Gimondi contro Merckx, oppure?
Oppure un gruppo di outsider molto folto, nel quale vengono inseriti il francese Poulidor, così eterno secondo da essere arrivato al Mondiale tre volte terzo, l’olandese Janssen che è arrivato secondo l’anno prima, il danese Ritter, il tedesco Wolfshohl, la Spagna con Ocaña, e poi i compagni di nazionale di quei due: Bitossi, Dancelli, Motta e Adorni di qua, Godefroot, Bracke, Van Springel e Van Looy di là, quest’ultimo campione due volte (1960 e 1961) e secondo nel 1963. Jacques Anquetil invece si tira fuori. «Un circuito troppo duro per me». Si è fatto eleggere nel frattempo vice-presidente di Magni alla riunione di Faenza. Il quotidiano sportivo Stadio ha chiesto un pronostico sulla corsa a qualche sportivo. Merckx ha preso 23 voti, Gimondi 20 e Motta 5. Gianni Rivera ha voluto fare quattro nomi per non sbagliare. In quattro dicono Adorni: sono il pugile Nino Benvenuti, il calciatore Roberto Rosato, il cestista Gianfranco Lombardi, il ginnasta Franco Menichelli.
Prima che arrivi la corsa di Adorni, una ragazza romagnola s’è piazzata al terzo posto nella corsa femminile. Si chiama Milena Tartagni, ed è la prima volta che un’italiana in bicicletta va così lontano. È di Predappio ma si è trasferita da bambina in Lombardia e ha preso l’accento. Ha 19 anni. Lavora in una mensa aziendale. Porta gli occhiali anche in corsa. Undici giri, 55 km, un’ora e mezza di corsa, una cinquantina di iscritte, ne arriveranno la metà. Le italiane sono Giuditta Longari che lavora in una fabbrica di lampadari e si allena al mattino presto prima di timbrare il cartellino, Angela Marchesin che fa la stiratrice, che Carla Bosio aiuta il padre nel garage-officina meccanica, Elisabetta Maffeis magazziniera in una fabbrica, Maria Cressari casalinga e madre. In questi giorni il Corriere di Romagna ha rintracciato Milena Tartagni che ha ricordato il suo bronzo contro i pregiudizi, in uno sport all’epoca solo maschile, «la federazione ci trattava come un peso e un costo inutile, spesso non ci venivano pagati i costi dei viaggi». Il movimento femminile italiano è nato dopo il suo risultato. Tartagni sarebbe poi arrivata seconda nel 1970 e nel 1971.
A Imola, a Milena ha tirato la volata Elisabetta Maffeis, lei è scattata ai 200 metri, poi ha visto passare di fianco una sovietica (Tzaune) e un’olandese.
L’olandese, esatto, è la ragazza con la mano mezza rotta.
Cornelia Keetie Hage ha 19 anni e si sta avviando verso una carriera enorme da pistard. Su strada rivincerà la maglia iridata nel 1976, di nuovo in Italia, a Ostuni. Vive a Sint-Maartensdijk, un piccolo centro sul mare, ed è figlia di un contadino. Una delle sue tre sorelle, Isabelle, corre in bicicletta come lei.
Il resto si sa. La domenica. La diretta tv sul Primo Canale. Il padre Giovanni, la madre Ines, la sorella Mirella e la figlioletta di Vittorio, Viviana, davanti alla tv a Parma. La moglie Vitaliana a Imola con lui, mentre si fa 220 km di fuga, prima in un gruppetto di otto uomini, poi con Van Looy, Carletto e Agostinho, infine da solo, dietro la squadra che spezzava i cambi degli inseguitori fino a fargli guadagnare 10 minuti di vantaggio e poi dominare la volata dei piazzati dietro Van Springel, con Dancelli terzo, Bitossi quarto, Taccone quinto e Gimondi sesto.
I belgi diedero la colpa a Van Looy, l’anziano, il senatore, andato in fuga e poi staccato, giudicato finito, eppure egoista, incapace di mettersi al servizio del giovane Merckx.
Raccontano che a due giri dalla fine, Adorni abbia scorto la moglie ai bordi della strada. Che le abbia sorriso e le abbia fatto cenno di sì col capo.
«Sono pazzie che una volta nella vita si fanno. In tre occasioni ho temuto di non farcela. Quando a quattro giri dalla fine mi ha assalito una terribile stanchezza che è durata per qualche chilometro, poi quando ho forato e la macchina della squadra con Ricci non mi era vicina perché si stava rifornendo di benzina. Infine l’ultima paura l’ho provata quando ho scalato alla fine la salita più dura del circuito: non so chi mi abbia dato la forza per continuare».
Nel libro L’asso di Fiori, scritto da Paolo Venturini, Michele Dancelli racconta un retroscena e ne riferisce stamattina Pier Augusto Stagi su il Giornale.
«Nelle fasi di rifornimento il patron dell’allora Faema, Carlo Valente racconta Dancelli a Venturini – consegna al volo una borraccia a Merckx. La fiaschetta però non contiene liquidi o zuccheri, è invece aperta con un foglietto al suo interno. Merckx lo prende, lo legge con attenzione e da quel momento non fa nulla, ma proprio nulla, per cercare d’inseguire Adorni. Il motivo è presto detto: Adorni è compagno di Merckx per quel solo anno (nel seguente dovrà cambiare aria per non fargli ombra) e lo sponsor trarrebbe un enorme vantaggio se a vincere il mondiale in Italia fosse un corridore azzurro, meglio se della Faema. Da qui la richiesta a Merckx di starsene buono e lasciare che Adorni vincesse il Mondiale. Solo quando il vantaggio di Adorni appare ormai incolmabile da tutti, ovvero negli ultimi due giri, Merckx tenta una reazione con scatti potenti che ci fanno quasi morire».
Adorni festeggiò la vittoria andando in tv a Milano a lavorare con Liana Orfei. Il trionfo di Imola gli fruttò trenta milioni. Corse un circuito in Francia, a Chateaulin; un altro a Bergamo, poi al Vigorelli e ancora a Paglieta. Gli ingaggi fruttarono, si scrisse, intorno al mezzo milione. Un’altra trentina arrivarono con i premi della federazione e della Faema, la sua squadra.
Bruno Raschi sulla Gazzetta dello sport scrisse: “Sembra essere, il suo, un arcobaleno immenso, disegnato nel tempo, nello spazio storico di dieci anni. Da tanto stavamo ad attenderlo. Anche per questo, esso acquista per noi colori indelebili”.
Alla prima puntata del quiz Ciao mamma dopo il titolo mondiale, andò per ospite Ercole Baldini, l’ultima maglia iridata prima di lui.
intervista I ricordi di Adorni
«Certe storie dei miei primi anni da professionista non ci potrebbero più essere nel ciclismo moderno».
➣ Per esempio?
«Nel 1965 avevo vinto il Giro ed ero stato secondo nella Sanremo e nella Liegi. Volevo a tutti i costi una Classica Monumento e così in quel 1968 dissi a mia moglie Vitaliana che non avremmo più fatto sesso fino alla Milano-Sanremo, il mio grande obiettivo della stagione. Così ci sarei arrivato con tutte le energie possibili. Lei accettò il mio proposito e mi aiutò a rispettarlo».
➣ E come andò, poi, nella Sanremo?
«Non la corsi neanche, perché mi infortunai prima e addio sogni di gloria».
➣ Dunque ruppe anche il proposito di astinenza sessuale?
«Per niente, anzi diventò una questione di principio anche per mia moglie. Mi disse: “Vittorio, adesso che abbiamo cominciato andiamo avanti così fino al tuo primo successo”. Un bel sacrificio, che non fu facile da mantenere».
➣ Lei aveva solo 30 anni, era un corridore di successo e le tentazioni dovevano essere tante…
«E non solo nel ciclismo. Prima del Giro d’Italia mi telefonò Pippo Baudo per farmi condurre il quiz televisivo “Ciao Mamma” sul secondo canale Rai al fianco di Liana Orfei, una donna bellissima. Negli studi televisivi mi capitava di incontrare le ballerine inglesi Bluebell, che giravano seminude. Era dura resistere, così chiesi a mia moglie di venire a Milano perché non ce la facevo più. Ma lei fu irremovibile: niente sesso fino al Mondiale. Ricordo che durante le prove di “Ciao Mamma” Liana Orfei in camerino accavallò le gambe e aveva una gonna cortissima. Le dissi: “Liana, scusami, ma io torno nel mio camerino perché se no mi viene voglia di rompere il mio voto di castità”. Robe da matti».
➣ Che cosa ricorda di quella sua cavalcata solitaria?
«Tutto. Per passare il tempo guardavo la gente a bordo strada. Ricordo che nei miei primi giri solitari c’erano tanti cartelli per Gimondi e Motta, che erano i nostri uomini di punta, poi invece negli ultimi giri le scritte erano tutte per me: i tifosi le avevano cambiate strada facendo».
➣ E intanto sua moglie Vitaliana era stata invitata in tv e in diretta parlava con il telecronista Nando Martellini dell’impresa che lei stava facendo…
«L’ho saputo dopo, rivedendomi in tv. In fondo quel trionfo mondiale fu anche merito di mia moglie».
➣ Almeno dopo quel Mondiale poté rompere il voto di castità, vero?
«Non vedevo l’ora! Dissi subito a mia moglie che quella sera stessa in hotel avremmo sciolto il voto. In camera appesi la maglia iridata all’armadio, ma poi era tanto il desiderio di tornare a una vita… normale, che da scalatore mi trasformai in sprinter e, diciamo così, bruciai le tappe. Mia moglie capì e mi accarezzò con tenerezza».
intervista di giorgio viberti, la Stampa
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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