ciclismo
Il massaggiatore di Pantani ha parlato di Epo in tv
Intervenendo lunedì sera al programma Snaps di Sportitalia, l’ex massaggiatore di Pantani per 14 anni, il fedele Roberto Pregnolato detto Robespierre, ha raccontato “il suo” Marco ed è tornato sulle vicende del 1999 (l’esclusione dal Giro per valori alti dell’ematocrito). Parlando anche dell’Epo che in gruppo usavano tutti. Ha detto che se Pantani aveva un problema “poteva camuffare come voleva”.
Lo scalatore che veniva dal mare e chi per 14 anni ne messaggiava i piedi, le gambe, la schiena, il collo e forse anche l’anima. Il corridore che per un decennio ha infiammato le strade e l’uomo che ne condivideva muscoli e segreti. Quello di Pregnolato è un punto di vista, seppure privilegiato. È una verità, non la verità. È anche una visione del mondo particolare, individuale, fatta di conoscenza ma anche di complicità, fatta di amicizia ma anche di interessi. Comunque interessante.
In questi 16 anni dalla morte di Pantani, Pregnolato ha sempre ribadito la propria opinione. Qui, stavolta, la precisa: tutto è cominciato «da Madonna di Campiglio», si è trattato di «un complotto», e «nessuno lo ha protetto». Qui, stavolta, Pregnolato fa nomi e cognomi: dal direttore sportivo Beppe Martinelli alla manager Manuela Ronchi, ma anche Felice Gimondi, e poi tutte le istituzioni, dal Coni alla Federciclismo, dalla Mapei ai gruppi sportivi, con un particolare accanimento verso «la stampa, brutta gente, sempre contro», con l’unica eccezione di «Davide De Zan, un signore». E perché? «Perché Marco viaggiava fuori dal sistema».
Pregnolato commette un errore fondamentale, quando sostiene che «si poteva usare l’Epo» per «alzare l’ossigenazione del sangue». Non è vero. Non si poteva usare: l’eritropoietina era considerata doping. Ma siccome non si riusciva a scoprirla attraverso i test, era stato fissato il limite del 50 per cento (più un altro 1 per cento per compensare l’imprecisione dell’esame) nel valore dell’ematocrito, oltre il quale l’atleta sarebbe stato sospeso non per doping, ma per preservarlo da rischi contro la sua salute. Il sangue, troppo denso, avrebbe potuto provocargli ictus, infarto, embolia. Quindici giorni dopo un caso di positività (o non negatività), l’atleta si sarebbe dovuto sottoporre a un nuovo esame e se l’ematocrito fosse sceso sotto il 50 per cento, avrebbe potuto ricominciare a gareggiare, senza squalifica. Purtroppo era quello il sistema, e Pantani era dentro quel sistema, quel metodo, quella logica. Perversa.
Pregnolato ammette che la sera precedente il previsto controllo dei commissari lui e il Panta avevano «controllato il sangue», che erano «tranquilli», e ha spiegato addirittura che se Marco «aveva un problema, poteva camuffare come voleva». Per Pregnolato, e anche per Pantani, la questione non era morale, ma pratica: era possibile “curarsi” e “aiutarsi” (questi i verbi usati dai corridori in quel periodo), cioè doparsi, ma solo fino a un certo punto, perché fino a quel punto esisteva una specie di permesso, di condono, di grazia. Si chiudeva un occhio. Pregnolato torna su quel giornalista che al telefono con la redazione disse «finalmente abbiamo incastrato il campione», sulle scommesse denunciate dal bandito Renato Vallanzasca in prigione, sulle tattiche proposte dall’altro direttore sportivo Alessandro Giannelli («Lasciamo andare via la fuga… sarebbe meglio… un problema se vinciamo tanto…»), ancora sulla Ronchi («La manager lo ricattava»), ancora su Martinelli («Non ha fatto niente per salvaguardarlo»), infine sulla cocaina («Dopo Madonna di Campiglio… un piccolo problema… nato quando ha conosciuto la ragazza…»).
Pantani ha regalato emozioni incancellabili. Era un uomo semplice e generoso, forte in bici ma fragile giù dalla bici, amato dai compagni e rispettato dai colleghi, ebbe la sfortuna di vivere e correre negli anni di piombo del ciclismo (oggi la sensazione è che questo mondo sia molto più pulito) e che alla fine fu trattato come un Bancomat. Il suo ciclismo era inquinato da una ipocrisia generale, ma né lui né Pregnolato ne erano immuni o liberi.
La lunga intervista è comunque un documento importante. E merita di essere vista e discussa. Esponendosi, come ha fatto Pregnolato. E schierandosi, come ho fatto io. | Marco Pastonesi, Tuttobici
La morte dell’ex presidente federale Ceruti – Giancarlo Ceruti era stato presidente della federazione ciclismo dal 1997 al 2005. Il presidente dei trionfi di Pantani e dell’oro olimpico di Bettini.
“Cremasco di Pianengo – lo ricorda Pier Augusto Stagi su Tuttobici – vent’anni nella Fiom di Cremona dal 1976, dopo essere andato in pensione si è allontanato e di molto dal mondo del ciclismo, quasi in un esilio volontario, continuando però a seguire tutto con grande attenzione e amore, senza però dimenticare gli amici veri. Si è dedicato allo studio, tanto da conseguire in questi anni tre lauree (in filosofia, in scienze politiche e in scienze antropologiche)”.
Luca Gialanella sulla Gazzetta scrive che “si era rifugiato nella scrittura”. Uno dei suoi libri si intitola Migrazioni contemporanee. Il viaggio di un antropologo in bicicletta, “un giro nei cambiamenti della sua pianura Padana con i vuoti di persone, studenti, case e lavori riempiti dagli immigrati stranieri”. La Gazzetta ripercorre gli scontri con Pantani alla fine degli anni 90 quando “Coni e Federciclo lanciano il protocollo Io non rischio la salute: una serie di esami sangue/urina a tutela degli atleti. La Mapei di Squinzi si schiera al loro fianco: «Possono venire quando vogliono a controllarci». Tafi, che è alla Mapei, e Pantani litigano violentemente in corsa al Giro 1999. Il Pirata contesta l’aggiunta di questi esami e la polemica con Ceruti è molto dura. Sempre in quella corsa rosa: «Adesso basta. Abbiamo offerto la nostra disponibilità, accettiamo tutti i controlli dell’Uci, ma non se ne devono sovrapporre altri. Se ci chiedono di rifare questi test, lasciamo la corsa», urla Pantani. Ceruti ribatte: «Andremo avanti. Se i corridori si rifiutano, ne pagheranno le conseguenze». Da quell’anno il ciclismo non è stato più lo stesso”.
Trent’anni fa il Fiandre di Argentin
Iniziavano così gli anni 90
Il 1° aprile del 1990 Moreno Argentin vinceva il Giro delle Fiandre, rompendo un digiuno italiano durato 23 anni (Dino Zandegù 1967). Quindici giorni prima Gianni Bugno aveva vinto la Milano-Sanremo.
Il disincanto – Non è nato nessun giovane prodigio italiano, Argentin era campione del mondo quattro anni fa. … In linea di massima, della crisi del ciclismo italiano in Italia non frega niente a nessuno. Non c’è stato cambiamento di metodi di allenamento, taglio degli emolumenti, incentivazione particolare, doping da sponsor ricchi ed esigenti. Né d’improvviso all’estero tutti quelli forti sono diventati incapaci. È andata così, ecco, e negli anni precedenti era andata cosà. I nove secondi posti di Fondriest l’anno scorso potevano essere, per un totale di pochi metri, nove primi posti. … Il ciclismo è da amare solidamente perché è uno sport duro, ecologico, onesto anche nei suoi errori (basti pensare a come si è castrato con il doping e l’antidoping, e specie in Italia). Non è da amare improvvisamente perché vince uno con il tuo passaporto. Ma poi, adesso, lo si amerà davvero di nuovo? | Gian Paolo Ormezzano, Stampa Sera, 2 aprile 1990
Ritratto d’autore – Io ho conosciuto Argentin in una sei giorni di Milano: era il compagno di coppia di Frank, tedesco giramondo. Poiché amo la pista e l’atmosfera colorata che la attornia avevo catalogato Argentin fra le promesse. Mi incuriosiva quel nome spagnolesco, la chioma nera, che sventolava come una bandiera: lo sguardo attento, acceso di febbre. Il nome glielo avevano dato le sorelle: tre, maggiori di lui e sposate. Un salto di quattro anni e più e rivedo Moreno Argentin, in conferenza stampa post-mondiale all’Hotel Cheyenne di Colorado Springs. La maglia di seta di campione del mondo: il ciondolo d’oro della medaglia: le domande gli piovevano addosso, da ogni parte. Il suo volto non era lustro di rosea allegria. Argentin mi appariva come spossato. La sera mi era riuscito di interrogarlo, a cena, sotto la lampada. Se non fossi nato maschio, dopo tre femmine, mi raccontava, mio padre e mia madre avrebbero insistito nel procreare figli. Sono arrivato io: e hanno smesso. Il padre pensionato (perché reduce da un campo di concentramento tedesco, di cui conserva le tracce) era tifoso di Coppi. Gli garbava un figlio da scodellare in sella. Moreno però bruciava nell’amarezza delle sconfitte giovanili. Per conservare Moreno al ciclismo, quel padre intelligente e sensibile, ridotto al ruolo di guardiano, ripensava per notti la guerra, la prigionia in Germania e gli anni della rinascita, che non gli avevano concesso molto sole. Rincuorava il figlio che non vinceva una corsa che è una. A Moreno sarebbero piaciuti quegli sport che il ciclismo, magnificamente plebeo, definisce stirati: il calcio con il numero 9 di centravanti: il tennis che gli pareva possibile: lo sci: il basket che gli ricordava ad ogni pié sospinto la piccola statura (metri 1,71). Moreno adesso vinceva. Conseguito il diploma di scuola media, Argentin aveva deciso di frequentare il corso di odontotecnico a Venezia. Al secondo anno aveva abbandonato senza pentimenti. Tornò decisamente al ciclismo. Pista, a Milano, al Vigorelli, con Alcide Cerato che, balzano da quattro, ama i ciclisti balzani da quattro. Ossia i pistaioli. Ma la pista è un’avventura: e spesso un episodio poetico. E la poesia non è commestibile. | Mario Fossati, la Repubblica, 3 aprile 1990
Le parole di Argentin – ➣ Cosa è cambiato realmente rispetto allo scorso anno? «Ho cambiato squadra, e già questo non è cosa da poco, Mi sono trovato in una società che mi ha subito messo a mio agio, mi ha permesso di lavorare come so, senza che nessuno dubitasse di me. Ho trovato un uomo come Ferretti, che ha sempre avuto una grande stima nei miei confronti, tanto è vero che mi avrebbe voluto con sé, anche prima dei mio titolo mondiale a Colorado Springs. Si dice di me che sono un tipo difficile da gestire, io penso di essere solo un perfezionista, un autentico testone, che per ottenere dei risultati deve avere gli strumenti giusti per farlo e l’ambiente ideale per conseguirli».
➣ Tra gli ingredienti della sua rinascita, c’è anche una nuova preparazione? «Quest’anno, per la prima volta, posso disporre di un preparatore atletico personale: Michele Ferrari, dell’équipe Conconi, un uomo che è stato al fianco di Moser». | Intervista di Pier Augusto Stagi, l’Unità, 3 aprile 1990
Le parole del CT ➣ Alfredo Martini, come spiega questa metamorfosi del ciclismo italiano in così poco tempo? Non vincevamo due classiche in fila dagli anni 50… «I nostri sono cresciuti e non mi meraviglia. Vede, è difficile che un buon ciclista sbagli due volte. E l’Italia ha buoni ciclisti. Hanno capito che questa attività non si può prendere alla leggera e si sono preparati di conseguenza. Eppoi quest’anno è andato tutto bene. Niente bronchiti, come Bugno, niente cadute come Fondriest l’anno scorso. Quando si va all’attacco come hanno fatto tutti gli italiani al Fiandre qualcosa viene sempre fuori prima o poi. Solo che per andare all’attacco occorre essere nelle migliori condizioni. Questa è una disciplina che non perdona strappi o mezze defaillances».
➣ Tutto qui? «Credo che la lezione subita al Lombardia dell’anno scorso abbia lasciato il segno. Tutti si sono allenati e preparati moltissimo per cancellare quello smacco: una stagione senza neppure una vittoria in una classica!». | Intervista di Eugenio Capodacqua, la Repubblica, 3 aprile 1990
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