Il mezzo scudetto che può prendersi Sarri

calcio italiano

 

L’Atalanta meritava di vincere e non lo ha fatto. Colpa sua. Un’Atalanta schiacciata in avanti dalla difesa bassa dell’Inter. Abbiamo passato una settimana a discutere se Conte facesse il contropiede o meno. Poveri sciocchi. Conte fa quel che può, come tutti nel calcio. Esistono i più bravi e tu devi difenderti, tutto qui. Poi butti la palla avanti. | Mario Sconcerti, Corriere della sera 

Giornata 19  Cagliari-Milan 0-2, Lazio-Napoli 1-0, Inter-Atalanta 1-1. Oggi: Udinese-Sassuolo, Fiorentina-Spal, Torino-Bologna, Sampdoria-Brescia, Verona-Genoa, Roma-Juventus. Domani: Parma-Lecce   la classifica  Inter 46, Juventus 45, Lazio 42, Atalanta e Roma 35, Cagliari 29, Milan e Parma 25, Napoli e Torino 24, Bologna 23, Verona 22, Udinese 21, Sassuolo 19, Fiorentina 18, Sampdoria 16, Lecce 15, Genoa e Brescia 14, Spal 12

 

Inter-Atalanta

  Gli alibi dell’Inter. Ora Conte sa cosa intendeva Guardiola quando diceva che affrontare l’Atalanta è come andare dal dentista. L’Inter è uscita dall’ambulatorio di San Siro con un faccione così.  L’Atalanta ha tenuto il baricentro più avanzato di 11 metri rispetto all’Inter: l’ha cacciata indietro, nel suo salotto. L’Inter ha retto finché la linea di De Vrij ha arginato la marea bergamasca e, soprattutto, finché Lautaro e Lukaku, splendidi in avvio, hanno lottato quasi da soli oltre la metà campo. Ma se tra una grande difesa e un grande attacco non c’è in mezzo qualcosa di analogo, è difficile nutrire grandi ambizioni. E’ lì, a centrocampo, che l’Atalanta ha dettato legge. Gli alibi ci sono: l’assenza di Barella e Vecino, la convalescenza di Sensi, la famosa coperta corta. | Luigi Garlando, la Gazzetta dello sport

 

giudizi universali | Muriel. Il suo ingresso, invece, fa più danni della grandine: si fa parare il rigore della vittoria. Disastro. | Guido De Carolis, il Corriere della sera

 

Il duello con Handanovic. Il colombiano aveva segnato 10 rigori su 10 in Serie A, Samir era stato bucato le ultime 9 volte consecutive dal dischetto. Il destino sembrava scritto, insomma, ma stavolta il finale è stato diverso. Con l’Inter che su Twitter ha voluto esaltare il suo numero uno in modo speciale, evocando qualcosa di molto particolare: «Non tutti gli eroi indossano mantelli… alcuni invece indossano guanti da portiere». Samir lavorerà ancora sui rigori, anche se è un vero specialista: «Talento o studio? È un po’ di tutto – racconta ancora Handa -. I rigoristi più forti che ho affrontato sono Perotti, Balotelli, Jorginho e Mendieta. Guardano il portiere fino alla fine, cosa molto difficile. Stavolta come ci sono riuscito? Da due anni non paravo un rigore… Muriel mi ha detto che mi ha visto tuffarmi, ma alla fine si dicono molte cavolate…». | Carlo Angioni, la Gazzetta dello sport

 

La solita storia del Var. Chi non fa il suo è Rocchi e soprattutto Irrati, reduce dal disastroso arbitraggio di Marassi. Messo al Var, considerato il superspecialista europeo (forse un po’ meno, da ieri) non vede o valuta male un vistoso abbattimento di Toloi da parte di Lautaro. Partite così tese, belle, veloci, meriterebbero più attenzione. Ma questa, col Var, è già una storia vecchia. | Gianni Mura, la Repubblica

 

Lazio-Napoli

   un personaggio | I record di Immobile. Ventesimo centro, testa sempre più solitaria della classifica marcatori, primato in quella della Scarpa d’oro (con Lewandowski ancora in letargo insieme alla Bundesliga) e aggancio a un certo Bruno Giordano a quota 108 reti in maglia biancoceleste. Un mese di stop dopo il rigore fallito con la Juve, il tempo di ricaricare le pile durante la sosta natalizia e Immobile è tornato “matador”. Dalla ripresa del campionato tre gol in due gare. Sempre decisivo. | Emiliano Bernardini, Il Messaggero

 

Il revisionismo di Lotito che oscura Lenzini e Cragnotti. Il ventesimo gol dell’attaccante è stato salutato da una curva che aveva appena regalato uno spettacolo mai visto in uno stadio italiano: 120 anni di storia ripercorsi tra gli applausi di un popolo in festa. Vincenzo Paparelli e Gabriele Sandri angeli custodi dei successi biancocelesti, degli uomini-simbolo di una storia piena di emozioni. Mancavano, in questo fantastico percorso, le immagini di Umberto Lenzini e di Sergio Cragnotti, i presidenti dei due scudetti che Lotito aveva da poco definito «frutto del caso» (il primo) e «costruito su una gestione malsana» (il secondo). Padroni rimasti nel cuore dei tifosi, poco importa che siano stati oscurati: gli anni 1974 e 2000 non potranno mai essere cancellati da chi tramanda di padre in figlio una leggenda sportiva. | Alberto Dalla Palma, Corriere dello Sport-Stadio

 

Il miglior Napoli gattusiano. Il miglior Napoli gattusiano (quello del secondo tempo) torna a casa a mani vuote ma il cuore deve essere leggero. La strada è giusta, Rino lo sa e lo ha detto. Forse nessuno ha messo così in difficoltà questa Lazio. Certo, servono punti per il morale. Ma arriveranno, sicuro, se continua così. Basta harakiri però. | Fabio Bianchi, la Gazzetta dello sport

 

Questione di jella. Ma è il Napoli il caso del momento, alla smorfia farebbe 17, il numero della disgrazia, e di maglia di Immobile, perché il gruppo di Gattuso una ne fa e cento ne combina, dopo le tre papere contro l’Inter, cambiando il portiere il prodotto non è mutato, Ospina ha pensato di essere Maradona dribblando Immobile che lo ha fatto fesso e Di Lorenzo, lo stesso che era slittato davanti a Lukaku, ha sparato in porta il pallone, come farebbe un brocco qualsiasi. Povero Napoli, pure generoso e jellato nel secondo tempo, un palo, le parate di Strakosha ma non serve a nulla quando il destino ti stende a pernacchie e non c’è soluzione, non c’è cambio di allenatore, non ci sono multe, ritiri. Neppure San Gennaro potrebbe aiutare De Laurentiis a venire fuori da questo film horror. | Tony Damascelli, Il Giornale

 

un gesto | Ospina che fai. Il pasticcio di Ospina non è suo né di Gattuso. Il calcio moderno chiede ai portieri di costruire per cercare subito la superiorità, come nei dribbling. Il punto è saper distinguere il momento in cui si sta davvero costruendo da uno in cui si deve sventare una minaccia. Sono due situazioni diverse. Non puoi suonare con un violino uno spartito scritto per un tamburo. L’errore di un portiere si chiama da sempre papera. In Spagna si dice che va a prendere l’uva oppure che è una pifiada, dal sibilo che fa la stecca del biliardo quando manca la palla. Gli errori moderni – alla Ospina -non capitano per mancanza di confidenza tecnica, casomai per l’eccesso opposto. Per vanità. Non sono più papere, dovremmo chiamarle pavoni. | Corriere dello sport-Stadio

 

In campo la bimba colpita dalla camorra. Questa bambina napoletana di quattro anni si trovò con la mamma e la nonna in mezzo a una sparatoria e finì sulla linea di fuoco di un killer goffo e maldestro che per fortuna adesso sta in galera. Fu colpita al torace, il proiettile sfiorò il cuore e l’aorta, e lei è sopravvissuta grazie a Dio e ai medici dell’ospedale pediatrico Santobono di Napoli che fecero anche loro un miracolo. E adesso, a otto mesi di distanza da quei giorni drammatici, eccola Noemi Staiano che senza saperlo si prende la scena di uno dei principali momenti mediatici del calcio: l’ingresso in campo delle squadre. Succede all’Olimpico, perché l’ha invitata la Lazio, al Napoli un’idea così non è mai venuta. Ai bordi del prato l’attendono i fotografi e lei sembra un po’ spaesata, ma soltanto un poco, mentre riceve in dono le magliette di Immobile e di Insigne, che si avvicina, le dà un bacio e per un attimo scioglie in un sorriso la maschera da immusonito cronico che si porta dietro in questa stagione per niente felice. Tutto le è piaciuto ancora di più. «È stato bellissimo, posso tornarci un’altra volta?», ha detto ai genitori. | Fulvio Bufi, Corriere della sera

 

la partweet  Nelle ultime 11 gare solo in tre hanno fatto meno punti del Napoli: Brescia, SPAL e Fiorentina. A metà campionato una squadra così, modello di autodistruzione e in piena deriva psicologica, deve entrare nell’ordine di idee di arrivare a quota 40 il prima possibile. @ Sergio Chesi

 

Cagliari-Milan

  un tema | Il cambiamento. L’effetto Ibrahimovic intanto comincia a pesare. Nel tentare di indovinare chi ancora fosse, ci siamo scordati con chi dobbiamo confrontarlo. Nella zona tecnica del Milan non ci sono Lukaku o Ronaldo, ma Simeone o Milik. Ibrahimovic si avvicina ancora a un privilegio. Si muove poco, gioca di forza e di istinto. Ma è tutto il Milan che ha cambiato strada. Il 4-4-2 di Cagliari assomiglia a una piccola casa del popolo, tutti molto vicini per giochi semplici, discussioni di parte, quindi costruzioni di squadra. Questo è merito di Pioli. | Mario Sconcerti, Corriere della sera

un personaggio |Come ha giocato Ibra. Verrebbe da dire che crea più pericoli lui in una partita di Piatek in mezzo campionato. Sarebbe eccessivo, ma certamente al Milan la musica è cambiata. Oltre al mestiere, lo svedese ci mette molta concentrazione e serietà. Il Milan non è guarito, ma almeno è arrivato un buon medico. Così tutto sembra più rosa. (Gianni Mura, la Repubblica). È tornato, eccome. Un gol buono, anzi buonissimo, uno annullato, ma anche molto, molto altro. Non è ancora al meglio, ma con lui è tutto un altro Diavolo. (Carlos Passerini, Corriere della sera). Il viagra di Zlatan Ibrahimovic sembra aver trasformato la testa e le gambe del Milan (Tony Damascelli, il Giornale)

 

Non si è rimesso al centro del villaggio, lui è il villaggio. Viviamo per momenti

così, per poter dire: è di qua che dovete girarvi, verso di me. Aspettava solo quell’attimo là. Non il gol, quello è repertorio, mestiere di vivere; ma l’istante successivo, quando si gira, allarga le braccia e torna ad essere Ibra, in posa per la Storia. In verità vi dico: lasciate

che i pargoli vengano a me. E i pargoli rossoneri sono corsi da lui. Non è nemmeno corretto dire che Zlatan si è rimesso al centro del villaggio, Zlatan è lui stesso il villaggio. | Furio Zara, Corriere dello Sport-Stadio

 

la partweet  Visto l’Ibra di oggi Boban e Maldini si muovono per il ritorno di Gullit e Pippo Inzaghi. @ Gene Gnocchi

 

stasera Roma-Juventus

 L’Olimpico si riempie. Lo stadio strapieno (attesi 60mila spettatori) e le mille motivazioni di una classica del calcio italiano dovrebbero aiutare la Roma ad alimentare la giusta tensione, mentre la Juve è animata dalla fame di punti e dalla voglia di Ronaldo di proseguire nella sua serie dorata. Difficilmente ci si annoierà stasera, anche perché nei due precedenti Sarri-Fonseca non sono mancati gol ed emozioni: nel girone di Champions 2017/18 lo Shakhtar vinse in Ucraina 2-1 e perse 3-0 al San Paolo contro il Napoli. Anche

per questo non sono mancati reciproci elogi tra allenatori. | Gianluca Oddenino, La Stampa


un tema | Per la prima volta Sarri non cambia formazione. L’intenzione è anche di tassellare una squadra titolare e perciò con la Roma (l’unica squadra di A a cui Ronaldo non ha ancora segnato) Sarri dovrebbe riproporre gli stessi undici che hanno battuto il Cagliari: sarebbe la prima volta che verrebbe schierata una formazione non inedita, visto che finora le ha cambiate 25 su 25. Nessuno le ha giocate tutte (il più impiegato è Bonucci, 24). Il turn over è un retaggio della gestione Allegri, che in 5 anni aveva schierato 185 formazioni diverse in 190 partite, innalzando la rotazione a sistema. Sarri, che per anni è stato invece fedele ai cosiddetti titolarissimi, ha preso il buono di quello che ha trovato, come era ovvio che fosse. | Emanuele Gamba, la Repubblica

 

I 75 milioni di De Ligt restano in panchina. La difesa della Juve invece al centro dovrebbe avere ancora Demiral, che ha sostituito De Ligt nell’ultimo mese senza farlo rimpiangere. L’accantonamento temporaneo dell’olandese pagato 75 milioni però non parte da ragioni tecniche, bensì fisiche, dovute alla lussazione alla spalla subita a Bergamo a fine novembre, che ha portato qualche doloroso scompenso: «De Ligt comincia a stare meglio – spiega Sarri –  l’acciacco al pube è in miglioramento. Gli resta un piccolo acciacco alla spalla che speriamo di risolvere velocemente. La sensazione è che stia tornando ai suoi livelli». | Paolo Tomaselli, Corriere della sera

 

un  personaggio | Edin Dzeko. La Roma dipende sempre dal bosniaco. Nei gol, negli assist, nel modo di far salire la squadra, nel pressing, nell’aprire varchi ai compagni, nel richiamare la difesa su se stesso, nel ripiegare per dare un aiuto al centrocampo. Chi ha Dzeko, se lo tiene stretto. Anche se segna meno rispetto ai tempi di Spalletti. Inevitabile: oggi Edin è un centravanti a tutto campo, diverso anche da quello che giocava in Premier tanti anni fa (dove segnò 44 dei 50 gol dentro l’area di rigore). Spesso e volentieri lo si vede in mediana, più nelle vesti di regista aggiunto che di finalizzatore. Per riaverlo come bomber chirurgico andrebbe sviluppata una manovra che gli permetta di calciare con frequenza in porta. A Fonseca, però, va bene così. Sedici gare su 18 in campionato, mandato in campo anche con la frattura del setto nasale a Genova o debilitato e febbricitante a San Siro. I numeri spiegano il perché: vince il 70% dei contrasti, il 60,2% dei duelli aerei, 23 sono le occasioni create in questo primo scorcio di torneo, 3 gli assist e 2 i rigori procurati. | Stefano Carina, Tuttosport

 

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