I settant’anni della nascita di Villeneuve
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Mi ha fatto rivivere
la leggenda di Nuvolari
Enzo Ferrari
Un pianeta a parte. Nell’immaginario di chi non ha conosciuto i campioni del passato, Nuvolari passa per un temerario che metteva in gioco la propria vita a ogni curva. Era invece un pilota molto coraggioso ma anche molto tecnico, che aveva spostato più in là il limite del rischio, tenendosi sempre un ampio margine di fuga. E infatti è morto nel suo letto. Villeneuve è invece ricordato per uno che rompeva le macchine e usciva con un sorriso beffardo dai rottami. Era anche questo, ma non solo questo. Gilles in realtà rappresentava un pianeta a parte, che correlava poco col resto della F.1. Simpatico quanto basta, ma poi abbastanza riservato, geloso della propria famiglia e dei propri hobby. Si esprimeva solo quando era sicuro di trovarsi tra gente in sintonia. Come quando, una sera dopo un GP d’Austria, in un ristorante di Zeltweg con Forghieri, Regazzoni e Scheckter, dopo un paio di bicchierini di grappa alla prugna si fece dare una tromba e cominciò a suonare. Bene. Invitando gli altri a intonare un coro. All’una di notte, quando il proprietario buttò fuori tutti, Gilles salì con la moglie su una Fiat 131 che aveva in uso e, dopo due testa-coda da fermo, scomparve nella notte a tutto gas. Come il diavolo. | Pino Allievi, la Gazzetta dello sport, 8 maggio 2002
La sua unicità. Per anni la Formula Uno era stata dominata da piloti che sembravano robot. Non a caso uno come Lauda era stato soprannominato computer, mentre il brasiliano Fittipaldi aveva fama di ragioniere. Puntando su Gilles, Ferrari rimise l’ardimento, il cuore, il coraggio, là dove dovevano stare: al primo posto. | Marcello Sabbatini, Autosprint
Estrazione e passioni. Il papà di Gilles, Seville, era stato un buon musicista. Jacques ne aveva seguito le orme. Suonava il piano e suonava bene la tromba. Lo faceva di tanto in tanto, quasi di nascosto. Tra i suoi hobby c’erano ovviamente le auto: i fuoristrada con motori di cilindrata possibilmente «extra large». Poi ci sono state le barche. Tullio Abbate gli aveva costruito, nella sua base sul lago di Como, un offshore che Gilles usava nelle acque davanti a Montecarlo. Dopo il primo esemplare ne arrivò un altro. E, contemporaneamente, ci fu pure la cotta per l’elicottero. Che Villeneuve pilotava come fosse una F.1. | Andrea Cremonesi, la Gazzetta dello sport, 8 maggio 2002
Si portò il sedile in aereo. Villeneuve era un tipo originale, viaggiava per il mondo con la moglie Joann e i due figli, Jacque e Melanie, sempre al seguito. Detestava gli alberghi, dormiva all’interno dei circuiti, su un motorhome che aveva trasformato in una residenza ambulante. Mangiava solo hamburger, patatine, bistecche. Beveva Coca-Cola. Era persino pittoresco nel suo entusiasmo naïf: quando Enzo gli disse di tenersi pronto, perché probabilmente avrebbe corso subito nel mondiale, Gilles si tirò dietro da Maranello al Canada il sedile della monoposto, predisposto d’urgenza dai tecnici del Reparto Corse. E litigò con gli steward dell’Alitalia, che volevano fargli spedire il sedile con i bagagli. “Il sedile viaggia con me”, sbottò il piccolo canadese. “Non posso permettermi di perderlo. È di Ferrari”. Lo accontentarono: Enzo fu informato dell’episodio e gli luccicarono gli occhi. | Leo Turrini. Enzo Ferrari, un eroe italiano (Longanesi, 2002)
La popolarità. «Una volta ci fermammo con la macchina a un autogrill per fare il pieno. Io ero in testa al campionato del mondo, non lui. Be’, il distributore chiese l’autografo soltanto a lui. Gli italiani, ma direi tutti i ferraristi, impazzivano per Gilles. Quando prese il brevetto da pilota di elicottero, una volta Gilles si divertì a farmi credere che stavamo rischiando di precipitare. Il bello è che era vero: lui aveva portato al limite la batteria, restò per aria accendendo e spegnendo il motore, mentre io me la facevo sotto per il terrore». | Jody Scheckter
“ Cosa chiedo a Enzo Ferrari? Una buona macchina, soprattutto robusta. Mi basta che sia 3-4 decimi più lenta della migliore: poi a togliere il restante mezzo secondo ci penso io Gilles Villeneuve
La febbre, anzi. Quando si fermava Gilles Villeneuve, il calo degli ascolti televisivi era del 70 per cento. Lo raccontava Mario Poltronieri, voce storica dei Gp di Formula 1 sulla Rai.
L’incontro con Ferrari. «Quello che mi domando sempre è perché, con tanti piloti italiani così in auge in questo momento, alla Ferrari pensino proprio a me che sono canadese. È bello pensare di correre per la Ferrari, e lo è soprattutto dopo aver conosciuto l’ingegnere. Al mio debutto a Silverstone mi sono guardato attorno: il “circo” è un ambiente nel quale non è facile entrare ed in fondo mi parlavano solo i miei compagni di squadra alla McLaren. Poi, ottenuto il tempo in prova che mi ha permesso di essere fra i primi, tutti sono diventati miei amici.
Credo che tutto sommato Lauda non abbia fatto male a lasciare la Ferrari. Dopo 4 anni, con due mondiali vinti, non aveva più niente da dire. Alla Brabham sarà più dura avere risultati e Lauda non sarà più quello di prima, anche perché non avrà più Fiorano a disposizione. Questo però non significa che non sia e non resti un grande pilota. Sarà sempre fra i primi cinque o sei, come in fondo è adesso». | Intervista rilasciata ad Autosprint, settembre 1977
Il provino a Maranello. Arrivò in Ferrari dopo un solo gran premio – deludente – con la McLaren, nel 1977. Enzo Ferrari convocò due piloti per il provino: l’altro era Mario Andretti, italo americano già vincente e stimato, che portava la macchina in fondo, faceva punti ed economizzava il lavoro di un’intera scuderia. I due girarono a Fiorano: Andretti non sbagliò nulla, Villeneuve tutto. Andretti si presentò con una Rolls Royce e un anello di diamanti al dito, Villeneuve con una Fiat 131 a nolo e un paio di jeans. Tutti avrebbero scelto Andretti. Ferrari scelse Villeneuve. Lo amò. Lo ammise, sfacciatamente: non fu mai una debolezza, fu una storia che per questo affetto possiamo adesso raccontare: quell’amore filiale protesse lo sfasciacarrozze nel primo anno, quando Gilles mostrò un suo pezzo forte: il testa coda per eccesso di pretese. | Marco Bucciantini, l’Unità, 8 maggio 2012
Gli incidenti. Non si aggiustavano le Ferrari che scassava. Villeneuve ebbe un incidente in Brasile. Decollò sulla Shadow di Regazzoni a Long Beach. Si schiantò sotto il tunnel a Montecarlo. Eppure, più le sue disavventure si moltiplicavano e più i tifosi del Cavallino gli volevano bene. Avevano capito, cominciavano a capire la scelta del Vecchio. Pino Allievi, giornalista della Gazzetta dello sport, l’inviato che il Vecchio più stimava, di quel minuscolo demonio scriveva con entusiasmo. E Ferrari di Allievi si fidava: aveva saputo che una volta proprio le parole del giornalista della “rosea” («Ma lo sai che Ronnie Peterson alla tal curva frena dieci metri dopo di te?»), avevano spinto Gilles, il giorno dopo, a rischiare un incidente rovinoso, pur di tirare la staccata venti metri, non dieci, più in là. … Ne avrebbe combinate di tutti i colori: una volta restò in pista con l’ala anteriore che gli ostruiva la vista, tirava dritto e viaggiava alla cieca e non gli importava. I tifosi, sempre più innamorati, lo ribattezzarono “Voladinueve” per le sue frequenti uscite di pista. I meccanici di Forghieri lo chiamavano l’aviatore. | Leo Turrini. Enzo Ferrari, un eroe italiano (Longanesi, 2002)
Lo stile. Era un profeta dell’inutile. La staccata, il testa coda doppio con ripartenza nel senso di marcia, il sorpasso all’esterno, il zig-zag dentro la scacchiera di partenza per superare nei primi 50 metri, la voglia irrefrenabile di fare certe curve con una marcia più alta degli altri. Erano le sue folli manie. Quelle che gli davano più soddisfazione, talvolta, di vincere una gara. Ma c’era dell’altro. Tanto. Perché Gilles aveva un controllo di macchina come nessuno dei piloti che hanno corso con lui. Come Nuvolari 50 anni prima, anche lui aveva spinto più in là il limite. Per cui certe derapate spettacolari, che facevano venire i brividi a chi gli era accanto, per lui erano la norma che spesso pagava, in una F.1 senza controlli di trazione, antispin, differenziali elettronici e altre diavolerie che hanno appiattito il fascino della guida estrema. Ma era altrettanto chiaro che un pilota con simili caratteristiche fosse inviso ai suoi rivali. Perché obbligava a rischiare di più, a rimettersi in gioco sempre. Quando Villeneuve morì, per qualcuno fu una liberazione. | Pino Allievi, la Gazzetta dello sport, 8 maggio 2002
Quel famoso duello con Arnoux. «Quattro visitatori del festival storico di Goodwood erano a Digione nel 1979 e mi hanno detto: “Signor Arnoux! Quelle erano corse!”. Sono passati 40 anni e stiamo parlando del duello Villeneuve-Arnoux come se fosse successo ieri. Questo mi rende felice, Gilles era il mio migliore amico! Ma mi rende anche un po’ triste per la F1 di oggi…».
➣ Foste convocati dai commissari di corsa a fine gara?
«Per niente! Al Gran Premio successivo sentiamo dagli altoparlanti: “Villeneuve e Arnoux sono convocati alla direzione corsa”. Andiamo, apro la porta, vedo il direttore che conoscevo e dico: “Bene, siamo qui… Cosa c’è che non va?”. Lui risponde: “Per me va tutto bene. Ma ci sono cinque persone che ti aspettano…”. C’erano quattro piloti più Lauda che prende la parola da leader: “Noi pensiamo che a Digione vi siete comportati da matti. Avreste potuto toccarvi con le ruote, uno di voi avrebbe potuto decollare e atterrare in mezzo alla folla. Ci sarebbero stati dei morti e la F1 avrebbe subito gravi danni. Gilles, che cosa hai da dire?”. Con Villeneuve, ci siamo guardati e ci siamo detti: “Siamo fuori di testa!”. Conoscevi Gilles… Lui risponde: “Se domani se ne ripresenta l’occasione, lo rifaccio!”. Io rido, me l’aspettavo la sua risposta… “E tu?” chiede Lauda. “Vedi Niki, se fosse stato Arnoux contro Lauda, invece di finire 3°, avrei finito 2° perché non ci sarebbe stato un duello!” (Scoppia a ridere). Ci siamo guardati con Gilles… Ci siamo toccati sette volte negli ultimi giri. Ma senza mai rischiare di rimanere aggrovigliati con le ruote”. | Intervista di René Arnoux a l’Équipe, 2 agosto 2019
“Quando parte un gran premio penso solo a passare per primo alla prima curva. Non è mai impossibile, neppure partendo dalla terza o quarta fila. Basta cogliere l’ attimo. Io tante volte ci riesco Gilles Villeneuve
Le dita sul cuore. Sembra che dopo ogni pericolo Gilles avesse l’abitudine di tamburellarsi il cuore, con i polpastrelli, delicatamente, ripetutamente: un modo per sapere se c’era ancora. Dalla sua Ferrari affiorava l’impressione di rovente amore, Villeneuve piegava la rigidità dei materiali, addolciva il rombo del motore. Abiterà per sempre un posto al riparo dal logorio tempo, nell’inventario della memoria. «Sapevo cosa avrebbe fatto, quali rischi avrebbe preso, quali centimetri avrebbe sbranato e quali mi avrebbe concesso: e lui lo sapeva di me», confessò René Arnoux. | Marco Bucciantini, l’Unità, 27 aprile 2014
Sua moglie. Villeneuve s’appoggia alla moglie come un cipresso al palo. Lei è piccola, cioè altissima rispetto a lui che è piccolissimo. Villeneuve piace anche alle donne, che comunque partirebbero con lui e lei, pur di avere lui. Lei è imprescindibile, lei è lui al femminile, quando lui entra sudato nella roulotte lei lo libera dalla tuta e la mette al sole ad asciugare, lui è così pìccolo che una volta o l’altra lei mette al sole la tuta con lui dentro e lui non protesta, è contento. Questo, pare, è amore, almeno in Formula 1. | Gian Paolo Ormezzano, la Stampa, 13 settembre 1980
Gp Imola 1982. Il duello con Pironi. Persino Ferrari rimase sbalordito quando, nel finale della corsa, Pironi andò all’attacco del compagno canadese, che stava conducendo la gara. Villeneuve, che nel 1979 aveva lealmente aiutato Sheckter, si sentì tradito. Perse il Gran Premio e decise di troncare i rapporti con il collega. Probabilmente sul suo stato d’animo influì anche una situazione personale pesante: Gilles, per anni legatissimo a Joann, conosciuta quando ancora era un Mister Nessuno, si era innamorato di un’altra donna. Aveva anche pensato al divorzio, ma l’affetto per la moglie e i sensi di colpa nei confronti dei figli lo avevano bloccato. Con il maschietto , in particolare, Gilles non legava più di tanto: gli faceva guidare la macchina («Ha otto anni», disse una volta nel 1979. «Io me lo prendo sulle gambe e gli do il volante in mano, sa già affrontare le curve a cento all’ora…»), gli voleva bene, eppure lo opprimeva con raccomandazioni continue. «Lo avrebbe voluto perfetto», spiega Joann. «Mentre alla bambina perdonava tutto». | Leo Turrini. Enzo Ferrari, un eroe italiano (Longanesi, 2002)
Razionalmente. Se uno parte in ottava fila è perché ha una macchina da ottava fila, se fa follie in partenza non cambierà molto la sua situazione perché verrà raggiunto e superato. Allora perché correre rischi e distruggere macchine? Senso dello spettacolo? Forse, ma è più probabile che Villeneuve debba essere sempre Villeneuve in ogni circostanza: il Gilles che faceva qualche dollaro guidando come un pazzo motoslitte e formula Atlantic non è cambiato nemmeno adesso che guida una sofisticata Ferrari. | Corriere d’informazione, 11 settembre 1981
Nella cultura popolare. Gilles Villeneuve entrò nelle storie di Michel Vaillant, il pilota immaginario protagonista di una serie a fumetti creata da Jean Graton nel 1957. Vaillant era un campione integerrimo, in gara in più categorie, atleta perfetto, circondato dall’amore delle persone, tra cui sua moglie Françoise, suo figlio Patrick e il suo migliore amico Steve Warson. Nelle storie in cui appare, Gilles Villeneuve è rivale ma amico di Vaillant e guida una Ferrari a cinque ruote.
L’incidente a Zolder. Quando mancavano otto minuti alle due e la lotta per la pole position si era fatta ancora più combattuta, lo schermo trasmise improvvisamente immagini confuse e al tempo stesso agghiaccianti. Una Ferrari aveva urtato con la gomma anteriore la posteriore di un’altra monoposto e aveva spiccato il volo. Era piombata a terra una prima volta per compiere poi altre piroette. Alla prima il pilota era stato catapultato all’esterno dell’abitacolo e aveva proseguito il proprio volo accanto alla sua auto. La vettura si era quasi disintegrata. Il pilota aveva perso il casco e giaceva riverso sull’erba a bordo pista tra i paletti che sostenevano le reti di protezione. L’incidente non era stato seguito in diretta poiché in quel momento quella Ferrari si pensava non stesse tentando di stabilire il giro veloce ma rientrando ai box. Non era così. Il Vecchio intuì subito che il pilota che giaceva sull’erba era Gilles. E che per lui non c’era più nulla da fare. “Se a Zolder la mia macchina dovesse sbandare”, aveva dichiarato Gilles Villeneuve il giorno prima, “l’unica cosa che posso fare è chiamare la mamma e farmi il segno della croce”. | Luca Dal Monte. Ferrari Rex (Giunti, 2016)
La morte. Gilles Villeneuve è morto senza riprendere conoscenza. È stata una morte “spettacolare”, con ripresa diretta in Tv, così come spettacolari erano tutte le sue imprese sportive, nella buona e nella cattiva sorte. Era lo showman di una Formula Uno povera di talenti. Viveva rischiando. Ha perso la vita probabilmente per un rischio mal calcolato o un malinteso con un altro pilota. Non lo sapremo mai. … Sognava di conquistare un campionato del mondo con una macchina del Cavallino Rampante. Il suo sogno è rimasto a mezz’ora, infranto contro un paletto di una pista immersa in una foresta delle Ardenne. Il campione ci ha lasciati, resta ora il suo nitido ricordo, la leggenda delle sue gesta di eroe dei tempi moderni. Quella leggenda, però, era iniziata già da un pezzo. | Pino Allievi, la Gazzetta dello sport, 10 maggio 1982
L’ansia che aveva dentro. Aveva scelto la strada più difficile: quella del pilota che vuole vincere, senza calcoli, né prudenze o risparmi. Una strada che porta rapidamente alla popolarità, all’amore della folla, ma anche un gioco rischioso, nel quale tuttavia Gilles Villeneuve sembrava aver trovato un sottile equilibrio. Finché qualcosa si è rotto. Da qualche tempo Villeneuve era diventato impaziente, teso. Perché? Forse il pensiero dei suoi trent’anni, nascosti da un volto di ragazzino irrispettoso, gli avevano messo dentro la fretta, l’ansia di non arrivare in tempo a quello che ogni pilota di Formula 1 considera il traguardo finale, il coronamento della propria carriera: la conquista del titolo mondiale. Un’ansia acuita da avvenimenti recenti: come il grande ritorno di Niki Lauda o la scoperta di avere come compagno di squadra un irriducibile antagonista. … Le terribili immagini di Zolder ne sono una prova. Per una frazione di secondo Gilles Villeneuve ha dato ascolto soltanto alla propria ansia, alla propria fretta ed è caduto in una trappola mortale. | Athos Evangelisti, la Gazzetta dello sport, 10 maggio 1982
Cosa ricorda suo figlio Jacques del 1982 ➣ Come fu l’impatto con la tragedia? «Rammento benissimo il 1982. Avevo undici anni. Ho pianto ininterrottamente per due settimane. Poi ho smesso. Mi sono detto: adesso basta lacrime, sono l’uomo di famiglia, avevo una mamma e una sorellina. E sono andato avanti a ciglio asciutto».
➣ Sulla stessa strada del genitore. «Sì, ma a modo mio. Non mi sono confrontato mai con lui. Non ho mai pensato: completerò l’opera. Io sono io. Mio padre è mio padre». | Leo Turrini, il Quotidiano online
La canzone di Claudio Lolli. Villeneuve mi dicevano / Era venuto dal Canada / E aveva lasciato per scherzo / Nella pancia della madre / Dieci o venti centimetri / Inutili e assassini / Che non servono a nulla nella vita / Ai piloti e neanche ai fantini. … Villeneuve piomba nell’aria / L’aria lo ha rivoltato / Come un animale nobile / Arrivato al macello / Mentre il pubblico delle prove / Ha un brivido a metà / Tra la colpa e il piacere / Per qualche cosa di bello. / Che è bello sapere che siamo delle bestie imperfette / E un poco del meglio che forse possiamo fare / È baciare le ragazze e poi, e poi tenerle strette / E poi amare molto Villeneuve e imparare a guidare
“ Ho vinto tanto, ma questo non vuol dire che io sia più forte. Quello che ha fatto mio padre è leggenda e in questo non lo batterò mai. Io, però, non corro perché era il suo lavoro ma perché mi piace Jacques Villeneuve
Poi morì anche Pironi. Didier era bello, era biondo, sembrata beato. Prendeva moglie ed era naturalmente una donna bellissima (poi sarebbe stata chiamata a svolazzare libera nel jet set, un fatto ormai fisiologico, automatico in certi ambienti, per certe creature). Vinceva gran premi. Ma era così simpatico che nessuno si permetteva l’invidia. Sembrava sempre intento a pagare lo straordinario debito contratto nascendo in un certo posto, in una certa famiglia. Era gentile, umile persino. Quando un giovane medico francese si presentò alla Formula 1 chiedendo cavie per suoi esperimenti sul batticuore in gara, Didier Pironi fu il primo a farsi pizzicare il petto con gli elettrodi, mentre quasi tutti gli altri piloti rifiutavano il piccolo fastidio. Visse e patì una profonda rivalità con Villeneuve, grande pilota però a priori più di lui coccolato dal mito ed anche dalle attenzioni ufficiali nella Ferrari. Si fece male, Pironi, e gravissimamente, tre mesi dopo la morte di Villeneuve. Qualcuno disse che aveva rischiato assai, volendo dimostrare qualcosa. | Gian Paolo Ormezzano, la Stampa, 24 agosto 1987
Come Che Guevara, diceva Luca Goldoni
➣ Il mito di Gilles resiste ancora: come se lo spiega? «Perché le sue imprese sono favole vere che vengono tramandate di padre in figlio. È diventato come Che Guevara: i ragazzi indossano le magliette con il volto del Che pur non avendolo mai visto».
➣ Guevara come Kennedy, personaggi che hanno visto la propria vita spezzata improvvisamente. Quanto conta una fine tragica nell’alimentare la leggenda? «Molto. Perché spezza l’esistenza prima che inizi il declino e fa sparire le zone d’ombra. Prendiamo Kennedy, la sua tragica fine ha cancellato i passi falsi – la Baia dei Porci (la sfortunata invasione di Cuba; n.d.r.), l’inizio della campagna del Vietnam -, lasciando intatta l’immagine del pioniere della Nuova Frontiera».
➣ Lo stesso discorso vale per Villeneuve. «L’incidente, quel corpo legato al seggiolino che vola e che in tv sembra una macchia nera. Rivedendolo si prova la stessa emozione di quando ritrasmettono l’assassinio di Kennedy a Dallas». | Luca Goldoni a la Gazzetta dello sport, 8 maggio 2002
La mancanza di eredi in pista
➣ Qual è l’eredità che ha lasciato ai piloti di oggi? «Nessuna, secondo me non se lo ricordano. I piloti di oggi forse non sanno nemmeno chi sia stato, cosa abbia fatto. Oggi la Formula 1 non è più un concorso sportivo, è uno show business. Non c’è poesia, c’è molta meno umanità. Vuoi mettere i piloti di oggi con Clay Regazzoni, Ayrton Senna, Gilles Villeneuve. Altra storia, altri contesti, altri uomini. Era un mondo diverso, anche nell’automobile. Perché il volante era un volante, il cambio era un cambio e si manovrava con la mano destra, la frizione era una frizione perché si pigiava con il piede sinistro, il freno con quello destro. C’erano le staccate e tutto il resto. La macchina assomigliava a un aeroplano, però era più vicina meccanicamente al mondo di oggi. Fossimo saliti noi su quelle macchine, ci saremmo ritrovati. Prova a farlo con i bolidi che vediamo adesso in F1, non ci capisci niente. E gli errori capitano perché i piloti si dimenticano come manovrare i bottoni… | Intervista al giornalista Nestore Morosini, Panorama, 7 maggio 2013
L’eredità sentimentale. Morto lui, la gente del Cavallino, il popolo rosso che aspetta un successo dopo tanto digiuno, vorrebbe glielo portasse proprio uno “alla Villeneuve”, un coraggioso più che un ragioniere. Correrà ancora, Gilles. Finchè c’è Formula 1. | Walter Fuochi, la Repubblica, 9 maggio 1992
*L’immagine adoperata in apertura è tratta dalla copertina di Machina, volume dedicato a Gilles Villeneuve da Formula Passion