C’era una volta in Russia

longform week-end
C’era una volta in Russia
gli eroi di un paese che rischia l’isolamento


Un colosso dai piedi di argilla
Denis Diderot

 

In principio fu l’Unione Sovietica. Lo sport della guerra fredda
Guardate, spettatori americani, nello Stadio, questi altri campioni, questi giovanottoni di tipo contadino, dalle grosse spalle sotto la tuta blu, dagli spessi lineamenti e dallo sguardo chiaro, guardate queste bionde e ben piantate ragazze in maglietta rossa. Sono i sovietici, quelli che un’enorme pressione propagandistica vi vuol spingere a considerare come i peggiori nemici. Pensate che da loro lo sport procede nel senso opposto che da voi: dal basso in alto anziché dall’alto in basso. Questi sono i figli dei lavoratori che hanno preso il potere nelle proprie mani, e sono lavoratori essi stessi, che si sono costruiti palestre e campi sportivi in ogni fabbrica, in ogni azienda contadina sperduta nelle loro sterminate pianure, se li sono costruiti loro, lavoratori, a forza d’aumenti di produzione, d’anno in anno: e i campioni, i vincitori delle medaglie, sono il frutto d’una civiltà sportiva la più estesa, la più attrezzata, la più libera a tutti che vi sia mai stata. Questo è il significato della presenza dei sovietici alle Olimpiadi, questo è il segreto del loro successo. | Italo Calvino, l’Unità, 30 luglio 1952


Valery Brumel. Il ventrale nel salto in alto. La figura di Valery Brumel assume l’importanza del mito: egli è diventato una sorta di James Dean o di Humphrey Bogart del salto in alto, un punto di riferimento da considerare con straordinario rispetto. | Robert Parienté, l’Équipe


Larisa Latynina. Ginnasta da 18 medaglie olimpiche, con 9 ori
Questa signora di 77 anni ha ceduto il suo regno. All’americano Michael Phelps, che ieri l’ha sorpassata. Ma Larisa non è triste. «Sarò sempre in piscina ad incoraggiarlo, se lo merita. L’ho incontrato a New York e gli ho anche portato un regalo, mi ha fatto una buona impressione: è stato gentile e sorridente. Mi dispiace solo che non sia russo. Sia chiaro: lo stimo, ma io il tifo lo faccio per i nostri. Però sarebbe stato bello se a Phelps la medaglia numero 19 gliel’avessi potuta dare io». Gareggiò anche nel ’58 incinta di 4 mesi ai mondiali di Mosca e vinse 5 medaglie. «Non lo dissi a nessuno che ero così avanti, nemmeno al mio coach e quando vedo mia figlia penso che le medaglie sono anche sue, perché lei era lì con me». Il padre di Larisa è morto a Stalingrado nel ’43, sua madre doveva fare due lavori per mandarla a scuola di balletto e di coreografia. Quando la scuola chiuse, la bambina scoprì la ginnastica e si spostò a Kiev. «Quando nel ’92 votarono la Comaneci come più grande ginnasta di tutti i tempi fu un dispiacere enorme: che avrà mai fatto quella ragazza rumena? Ha vinto solo 4 ori». | Emanuela Audisio, la Repubblica, 1 agosto 2012


Lev Jascin. L’unico portiere Pallone d’oro
Adesso forse uno come Jascin non sarebbe conservato sino alla fine in una calcioteca vivente dal regime sovietico, oggi finirebbe per trasferirsi all’Ovest, a fare e far fare soldi. Aveva anche una teatralità di secondo tipo, non classica del portiere, che di solito recita volando: lui urlava, quando si avventava sul pallone, ma non con l’urlo convenzionale per dire al compagno di lasciar fare, proprio un urlo per irrorare di decibel gli avversari, un urlo simile a quello del samurai, che così pietrificava il nemico. Mancherà l’urlo di Jascin a molti monumenti vivi del calcio. A noi giornalisti mancherà il gran vecchio silente, che diceva poco di sé e implicitamente ci autorizzava a tessere le splendide facili trame del mito ufficiale, convenzionale. | Gian Paolo Ormezzano, la Stampa, 22 marzo 1990


Olga Korbut. La prima ginnasta bambina
La piccola, indimenticabile, straordinaria principessa russa della ginnastica. La dominatrice dell’Olimpiade di Monaco di Baviera Vinse tre meravigliose medaglie d’oro (trave, corpo libero e a squadre) più una d’argento (parallele asimmetriche), e inventò un nuovo modo di interpretare la ginnastica, meno dogmi e più acrobazie, grazia e perfezione, una specie di balletto nell’aria che cancellava dall’immaginario collettivo l’idea un po’ ingessata di uno sport che è arte e poesia. Pesava meno di 40 chili: nacque con lei l’epoca delle ginnaste-bambine, scriccioli che sembravano di vetro ma resistevano a tutto: allenamenti spaventosi, privazioni, rigore, disciplina e anche botte. Un giorno Usa Today la intervistò chiedendole se l’allenatore fosse stato duro con lei. Risposta: “Beh, un po’ sì. Qualche sberla, pizzicotti, cose così. Avevo 16 anni, forse era per spronarmi. Mi sembrava tutto normale”. Era l’agosto 1999: qualche settimana dopo, Olga accusò il suo ex allenatore di violenza sessuale: ”Una sera, a Monaco, venne nella mia camera e disse che dovevamo consumare l’atto finale della preparazione per l’Olimpiade Nel gennaio 2002 fu accusata di furto in un supermarket di Norcross, vicino a Duluth, la località della Georgia in cui vive da qualche anno facendo l’allenatrice di ginnastica. Cercò di uscire con 19 dollari e 35 centesimi di fichi, spezie, tè, formaggio e sciroppo stivati nella borsa. | Claudio Colombo, Corriere della sera, 16 giugno 2002


Il lavoro dei burocrati per Mosca 80
Temevano che i dissidenti potessero agitare la questione dei diritti dei Tartari di Crimea, e li invitarono con metodi «convincenti» a non farsi vedere in giro; quindi blindarono Mosca al turismo interno. Spedirono masse di ragazzini nelle colonie estive per sottrarli alla contropropaganda degli stranieri, deportarono per un mese prostitute – altri tempi: oggi per gli eventi speciali le escort si importano nei lettòni – mendicanti, criminali e trafficanti assortiti. Per impressionare i visitatori occidentali e convincerli che l’Urss era l’Eldorado dell’uomo nuovo furono invece lucidate le strade e stipate di salume capitalistico, trasgressivo ketchup ed esotici drink di marca (italiana, soprattutto) le botteghe di norma tristemente sfornite della capitale e gli spacci del villaggio olimpico. Nella metropolitana furono diffusi per la prima volta messaggi in inglese, e i moscoviti scoprirono stupefatti l’esistenza dei piatti e delle posate di plastica, persino della birra in lattina. Per confezionare le tute della squadra sovietica venne ingaggiata l’Adidas – e oggi quel design fa ancora tendenza – ma a patto che il marchio non comparisse. La mostra racconta anche la poco edificante e tragi-comica disavventura di Viktor Cizhikov, il creativo che partorì la mascotte dei Giochi, l’orsetto Misha, ma fu tenuto all’oscuro della destinazione del progetto e costretto già nel 1977 a cedere al buio tutti i diritti. Quando Cizhikov si rivolse imbufalito ai suoi committenti di Stato ritenendo di essere stato sottopagato, si sentì rispondere che l’autore non era lui, «ma il popolo sovietico».  | Stefano Semeraro, la Stampa, 2 agosto 2010


Valerj Borzov. La freccia che non sentiva di andare veloce
«Mai fatta una falsa in vita mia. Tutto si può allenare anche la partenza allo sparo della pistola. Servono occhi, orecchie, sensi. Io facevo così: mi facevano cadere una moneta su un piattino prima davanti e poi dietro alla schiena. E dovevo scattare. Poi il mio coach all’improvviso mi dava un piccolo tocco sulla spalla e via. Alla fine l’automatismo era perfetto».
La chiamavano il missile a due gambe.
«Ma non sembravo un sollevatore di pesi come gli sprinter di oggi. Questi hanno una parte superiore del corpo che è da macelleria. Si faranno aiutare dalla cultura tecnologica, chiamiamola così. A me piacevano il cubano Figuerola perché aveva la morbidezza di un gatto, l’americano Hayes per la potenza, il tedesco Hary per i riflessi alla partenza. Però sono sincero: mai e poi mai ho creduto che un corpo umano potesse viaggiare sui 9″60 o anche di meno. Vanno tutti troppo fast. Ho corso molto, ma io questa sensazione fisica non l’ho mai avuta». | Emanuela Audisio, la Repubblica, 13 agosto 2013


Aleksandr Belov. Il canestro più famoso dei Giochi
Forbes è finito a gambe all’aria, proprio sotto il canestro. È molto probabile che sia stato Belov a sbilanciarlo. O magari no, è anche possibile che Kevin lo abbia urtato senza volere, contribuendo così alla sua rovina, e a quella di tutti, in definitiva. Ma a questi punto cosa importa. Per recriminare ci sarà tempo, un’intera esistenza per ripensare all’ultima azione e addossarsene la colpa. Kevin è piegato sulle gambe, appena fuori dal campo. Dal suo punto di vista, Aleksandr Belov che salta a canestro è ormai una specie di icona, un’immagine quasi sacra nella sua inavvicinabilità. Aleksandr Belov, dice Gifford. No, un momento. Non è possibile, non può essere accaduto sul serio. Gifford dà l’impressione di non credere alla sua stessa voce, sicché ci riprova. Aleksandr Belov. E poi, dopo una pausa lunghissima, aggiunge: in mezzo a due giocatori americani. Solo allora ciò che ha visto gli sembra reale, Ivan Edesko e Aleksandr Belov – i due peggiori in campo – hanno confezionato insieme il canestro che ha dato la medaglia d’oro ai sovietici, è successo veramente, betweem two American defenders. | Emiliano Poddi. Le vittorie imperfette (Feltrinelli, 2016)


Vladimir Salnikov. Il nuotatore penalizzato dal boicottaggio 1984
Come reagì alla pausa forzata da Los Angeles ’84? L’Urss le riconobbe quel sacrificio?
«Fu un momento difficile. La perdita del sogno. Ci furono i Giochi dell’amicizia, i Druzhba, Olimpiadi alternative per gli atleti dei Paesi che avevano boicottato Los Angeles. Nel confronto a distanza, battevo il mio omologo americano, ma nessuno me lo ha mai riconosciuto. Lo Stato ci lasciò soli. Non ci diede incentivi, né garanzie sul futuro. Molti miei colleghi chiusero lì la loro carriera. Anch’io pensai di ritirarmi. Ero depresso».
Dove trovò la forza per prepararsi a Seul 1988?
«Mia moglie era laureata in Psicologia e Sport. Fu mio suocero a dire: “Hai un’allenatrice in casa”. E aveva ragione. Quando ho toccato il bordo della vasca vincendo l’oro, ho sentito lo stesso boato udito nell’80. Poi, nella mensa del Villaggio Olimpico, tutti gli atleti mi hanno accolto con un’ovazione. È l’onorificenza di cui sono più fiero, l’emozione più forte che mi porti dentro: solo loro potevano capire quanto avessi investito in quell’oro».
Che cosa pensa della sospensione della Russia dai Giochi di Rio e PyeongChang?
«Il doping non è un problema solo russo, è globale. Qui sono evidenti i famigerati doppi standard. È ingiusto accusarci di un complotto. Se la comunità sportiva concorda la squalifica a vita, deve riguardare tutti, non solo i russi. A Rio inizialmente erano sei i nuotatori non ammessi, ma siamo riusciti a difenderli tutti. Ho vissuto con loro l’attesa. È difficile allenarsi, quando non conosci il tuo futuro». | Intervista di Rosalba Castelletti, la Repubblica, 1 luglio 2018


  L’eredità dell’URSS
Degli atleti sovietici ricorderò l’applicazione rabbiosa, lo spirito di sacrificio, lo studio costante del gesto. I motivi erano ovvii, direi soprattutto esistenziali. Grande classe non dimostravano quegli atleti, se non per rare eccezioni. Brillavano più per la scuola, diciamo l’istruzione tecnica, che per i mezzi atletici reali. Bellissimi atleti ne ricordo pochi. Incomincio da Nina Dumbadze, la discobola georgiana che mi fece pensare alla “Géante” di Baudelaire (dormir nonchalamment à l’ombre de ses seins). Peppone Tosi la inseguiva ululando fra i cespugli di Oslo; lei, Ninettona, ghermì Consolini. Poi vennero gli altisti, fra i quali compì deliziosissime cose Brumel; e il lunghista Ter Ovanesian, aristocratico armeno, e l’ucraino Kutz, degnissimo emulo di Zatopek, infine Borzov, il primo e unico grande scattista sovietico, e Bubka, acrobata sublime nel circo Barnum dell’atletica. … A Barcellona saluteremo per l’ultima volta lo squadrone sovietico ma non rimpiangeremo certo il suo ossessivo esercizio del dilettantismo di Stato. E poi, via, sapremo di ogni atleta il Paese, la nazionalità, l’etnia: avremo di conseguenza sempre da dire qualcosa in più, non solo, ma considereremo ogni ex sovietico molto più simile a noi, gente normale. | Gianni Brera, la Repubblica, 8 maggio 1992


Yelena Isinbaeva. L’astista militante
Davanti alle domande difficili «Putin che ruolo ha?», «Come se la cava in politica?», la neo dirigente Cio si china verso il funzionario che il Cremlino le affianca sul podio, e, sottovoce in russo, le suggerisce le risposte «giuste». Occhi ridenti, unghie smaltate con i colori della bandiera, giusto lei che aveva appoggiato le leggi antigay russe contestando l’atleta Usa Tregaro che si tinse, in solidarietà con gli omosessuali, le unghie di arcobaleno, Yelena prova a non contraddirsi. Arrivata in Brasile disse corrucciata: «Non perdonerò mai chi mi ha impedito di gareggiare». Entrata nel Cio deve usare prudenza e sceglie dunque la mistica «Perdono tutti, Dio sarà il loro giudice, Dio e la loro coscienza», poi il sangue paterno dell’antica tribù musulmana dei Tabasaran, Caucaso settentrionale, gente a lungo ribelle a Zar e Stalin, riaffiora: «Nessuno dall’atletica mi ha fatto i complimenti dopo la nomina, sono offesa. Sanno che chiunque vinca l’oro nel salto con l’asta avrà solo mezza medaglia in mano. Non guardo la finale, vado a tifare per qualcuno dei nostri guerrieri russi in gara». | Gianni Riotta, la Stampa, 20 agosto 2016


Maria Sharapova. La tennista venuta dalla Siberia
Qual è il suo più antico ricordo di bambina, in Siberia?
«Papà Yuri che mi porta a spasso nella foresta. È primavera e ha un profumo dolcissimo. Sono piccola, un fagottino. Mia mamma sta ancora studiando e io sono già sotto l’ala protettiva di Yuri: sarà la storia della mia esistenza».
Yuri dice che il suo talento viene da Dio: è d’accordo?
«Yuri dice un sacco di cose e non sempre ha ragione! Ma lui crede ai miracoli, sennò non sarebbe mai partito dalla Russia per gli Usa insieme alla sua unica figlia con 700 dollari in tasca, senza parlare una parola di inglese. Ho imparato a crederci anch’io».
Come si immagina l’ultimo match?
«L’ultima partita, l’ultima stretta di mano, l’ultimo applauso… Non ci penso troppo. Uscire dal campo per sempre sarà una forte emozione ma non drammatizzo. Se c’è stato un inizio, deve esserci una fine. E non sarà la fine del mio mondo». | Gaia Piccardi, Corriere della sera, 11 gennaio 2019


Il regista Nikita Michalkov. Figlio del compositore dell’inno che potremmo non sentire ai Giochi
Suo padre Sergej, poeta, ha scritto tre volte l’inno russo. «Sì. La prima volta nel ‘43 glielo chiese Stalin, nel ’77 Breznev, nel 2000 quando aveva 87 anni lo modificò per Putin».
Le è dispiaciuto non sentirlo suonare nelle ultime due Olimpiadi? «Sì. L’ho trovato ingiusto. Le atlete americane hanno muscoli artificiali che non possono essere il risultato dell’allenamento. E se quelle atlete a Rio perdono il testimone nella staffetta, ottengono il permesso di ricorrere la gara. Due pesi, due misure. Loro buoni, noi cattivi. Ogni volta che c’è da giudicare la Russia avanza il pregiudizio e mai la presunzione di innocenza. Non c’è obiettività, siamo per forza tutti colpevoli e dopati». | Intervista di Emanuela Audisio, la Repubblica, 20 giugno 2018

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