Cominciano domani in Giappone i Mondiali di rugby: 20 nazionali divise in 4 gironi da 5. Le prime due avanzano ai quarti di finale. È l’evento sportivo che dura di più: la finale è in programma a Yokohama il 2 novembre.
L’albo d’oro sott’occhio: 1987: Nuova Zelanda | 1991: Australia | 1995: Sudafrica | 1999: Australia | 2003: Inghilterra | 2007: Sudafrica | 2011: Nuova Zelanda | 2015: Nuova Zelanda
Le favorite
Nuova Zelanda
La squadra del mito, i favolosi All-Blacks, è arrivata ai Mondiali in Giappone scoprendosi vulnerabile. Dopo un ciclo di 18 vittorie consecutive, ha perso contro l’Argentina (20-16) e ha pareggiato con il Sudafrica (16-16). A inizio agosto l’Équipe ha dedicato una pagina a questa ipotesi di crisi nata in seguito a due partite pigre. “Lo staff ha sempre gestito l’abbondanza di giocatori. Ma quest’anno Hansen sembra più infastidito e la ricchezza pare un problema. È vero che la Nuova Zelanda ha vissuto raramente un anno di Coppa del Mondo in modo sereno. Dominanti a ogni nuovo ciclo, gli All-Blacks hanno paura di non confermare il loro status quando arriva il Mondiale? Forse il fattore psicologico gioca un ruolo. Ma non può spiegare tutto. Il motivo principale è negli ultimi esperimenti condotti dallo staff”. Già la prima partita nel girone contro il Sudafrica ci dirà se i problemi sono stati risolti. Gli USA hanno perso i Mondiali di basket. Non può mica succedere anche agli All-Blacks nel rugby. Oppure sì?
Inghilterra. L’unica squadra dell’emisfero boreale ad aver vinto i Mondiali, e una volta sola. Stampa inglese mobilitata come solo per i Mondiali di cricket vinti a luglio per la prima volta dopo undici assalti andati a vuoto. Obiettivo minimo: la semifinale. Ma se gli All-Blacks davvero risultassero non ingiocabili, allora gli inglesi ci saranno. Regola numero uno della squadra: nei giorni delle partite i giocatori non potranno usare il cellulare.
Sudafrica. Ha scritto la rivista Rugby World che “se anche vincessero altre dieci volte la Coppa del mondo, nessuna sarebbe uguale alla prima ottenuta sotto lo sguardo di Nelson Mandela. Non è stato il momento più iconico nella storia dei Mondiali, è stato il giorno più indimenticabile nella storia del torneo, sebbene qualche signore inglese, un pugno di australiani e un paio di neozelandesi avrebbero da ridire”. Il riferimento è al titolo del 1995 vinto in casa dopo la fine del regime di apartheid. Un’impresa sportiva che ha ispirato il film Invictus, diretto da Clint Eastwood nel 2009. Il rugby è il solo sport in cui un paese del continente africano sia riuscito a vincere un titolo mondiale.
Irlanda. Ha battuto tre anni fa gli All Blacks in un test e ha vinto il Sei Nazioni diciotto mesi fa. Ma il suo miglior giocatore, Jonathan Sexton ha combattuto contro un infortunio a un dito per mesi e mesi. Il NyTimes ha scritto nella sua sua guida ai Mondiali che “l’Irlanda sembra vecchia e letargica, specialmente nel pacchetto di mischia che ha un’età media di 34 anni ed è ancorato al capitano, il trentasettenne Rory Best”.
Galles. Sono gli ultimi vincitori del Sei Nazioni ma la loro vigilia è agitata dal caso che riguarda Rob Howley, nello staff tecnico del ct Warren Gatland, accusato di aver scommesso su partite della nazionale. Rob Howley era stato indicato da alcune indiscrezioni come il futuro ct della Nazionale italiana. Domenico Calcagno sul Corriere della sera scrive stamattina: “Resta da capire perché la Federazione rugby abbia (avesse?) scelto proprio lui per sostituire Conor O’Shea alla guida della Nazionale. Howley non ha mai fatto il capo allenatore, ma solo il vice del Galles e su questo varrebbe la pena ragionare perché una cosa è fare il vice, un’altra essere l’uomo che prende le decisioni e se ne assume la responsabilità. (…) Tanto più che un allenatore l’Italia lo ha già ingaggiato. Da gennaio dell’attacco della Nazionale si occuperà Franco Smith, sudafricano che ha giocato e allenato in Italia, che conosce noi e la nostra lingua ed è stato capo allenatore di Treviso e dei Cheetahs di Bloemfontein. Promuoverlo c.t. sarebbe la soluzione più logica”. Thomas Wheeler, 19 anni, è una delle stelle emergenti più attesa del torneo.
Australia. Viene considerata la squadra da Mondiali per eccellenza. Dà il meglio di sé quando, ogni quattro anni, arriva l’evento. Ha in panchina un’altra vecchia conoscenza dell’Italia, quel Michael Cheika che da giocatore – terza linea – abbiamo visto per un biennio a Livorno e da allenatore a Padova per un campionato. “Un tipo spinoso, assertivo, mediatico, divisivo”.
Francia. È nel rugby quel che l’Olanda è nel calcio. Una magnifica perdente. Nel senso che ha giocato tre finali di Coppa del mondo senza vincerne nessuna. Resta nella storia la loro semifinale del 1999 vinta contro la Nuova Zelanda. Sotto per 24-10, quando ormai sembravano spacciati, i francesi segnarono 33 punti nei 20 minuti del secondo tempo. Una delle partite più belle nella storia dei Mondiali di rugby. L’all-black Jonah Lomu, icona di questo sport e probabilmente il più grande giocatore di sempre, anni dopo avrebbe detto: “Non ho mai visto nella mia vita un’altra squadra giocare così. Fu una cosa fuori dal mondo”. L’allenatore è Jacques Brunel, che la rivista Rugby World definisce “leale, pragmatico, vecchia scuola”, commissario tecnico dell’Italia dal 2011 al 2016.
L’attesa del Giappone, paese organizzatore
Si parla più delle Olimpiadi
Ha scritto Rich Freeman sul Guardian: “L’avvicinamento al torneo è stato tumultuoso e ora che ci siamo viene oscurato dalle Olimpiadi del prossimo anno. Poche settimane prima del via, anche a Tokyo, sembrava ci fossero ancora un mucchio di persone inconsapevoli che il Giappone avrebbe ospitato la Coppa. “Davvero una cosa spiacevole – io insegno in una scuola al centro di Tokyo e ci sono due o tre studenti su 200 che mostrano un lieve interesse o una certa conoscenza rispetto ai Mondiali. Non ci sono poster in giro, non c’è niente. Dovrebbe esserci più pubblicità, dovrebbero farne nelle elementari e nelle scuole superiori. Delle Olimpiadi si parla ogni giorno e saranno solo fra un anno. L’entusiasmo del 2015 è svanito. Questa cosa mi fa infuriare”
* Nel 2015 il Giappone vinse tre partite su cinque, di cui una all’esordio contro il Sudafrica.
Ma il 96% dei biglietti è stato venduto
Francesco Volpe sul Corriere dello sport-Stadio racconta che gli allenamenti a porte aperte di Galles, All Blacks e Springboks hanno attirato 27.000 spettatori. “Il torneo genererà 406 milioni di euro di ricavi (a Inghilterra 2015 furono 372), con il 96% dei biglietti già venduti e un impatto stimato sull’economia giapponese di 1,7 miliardi. In Giappone peraltro il rugby non sarà il keirin o il sumo, ma è largamente conosciuto e praticato sin dalla seconda metà dell’Ottocento. Scuole, università e club: una piramide che coinvolge oltre 12.000 giocatori e che può contare su un vertice ricco grazie alle squadre delle multinazionali. La Top League sembra la Confindustria: Coca Cola, Yamaha, Sanyo, Honda e via andare. Dunque professionismo vero e la capacità di attrarre e naturalizzare giocatori dalle isole del Sud Pacifico, come dall’Australia e dalla Nuova Zelanda”.
La prima partita: Giappone-Russia
Il ct che insegna l’inglese ai russi | Il ct della Russia è un gallese, Lyn Jones, 55 anni. Non si sta limitando a preparare i giocatori e a mettere a punto strategie. Le sue lezioni – ha scritto Hugh Godwin su “I Newspaper” – includono l’insegnamento ai suoi giocatori di semplici frasi di rugby in inglese, in modo che possano rispondere rapidamente agli arbitri. “Non devono essere Shakespeare”, ha detto Jones. «Basta capire qual è il tuo numero sulla schiena, capire cosa significa “roll away”, “hands off”, “in the side”: stiamo insegnando tutta la piccola terminologia utilizzata dagli arbitri. Altrimenti, l’arbitro esaurisce la pazienza».
La Nazionale italiana
Che cosa sappiamo fare e cosa no | Il Post spiega che i punti di forza dell’Italia sono grossomodo tre. “Il livello indiscutibilmente alto delle terze linee, con Sergio Parisse, Jake Polledri, Braam Steyn e Sebastian Negri; la qualità tra ali ed estremi; il talento di Matteo Minozzi, esterno padovano sotto contratto con i London Wasps. Minozzi ha 23 anni ed è ritenuto il giocatore più promettente cresciuto in Italia negli ultimi anni. Possiede ritmi di gioco, estro e rapidità sopra la media, ma viene anche da un grave infortunio al ginocchio che lo ha tenuto fermo per quasi un anno. Le preoccupazioni maggiori, invece, riguardano due ruoli scoperti per la scarsità di giocatori disponibili. Senza Edoardo Gori, fuori da oltre un anno, e l’ultimo titolare, Marcello Violi, anche lui infortunato, i mediani di mischia Gugliemo Palazzani e Tito Tebaldi hanno tenuto in piedi il ruolo come hanno potuto. L’assenza di giocatori all’altezza ha costretto lo staff a chiamare l’inglese Braley, convocato grazie a un nonno materno italiano. L’altro ruolo traballante è quello del tallonatore, per il quale è stata necessaria la convocazione di Leonardo Ghiraldini nonostante a marzo si sia rotto il legamento crociato del ginocchio”
Gli azzurri sono nel girone con Namibia, Canada, Sudafrica e Nuova Zelanda. “Si fa con quel che si ha, che dovrebbe essere più che sufficente a battere Namibia e Canada – ma occhio ai Canucks, al Mondiale si trasformano – ma non per schienare una delle due superpotenze”, secondo Francesco Volpe su Corriere dello sport-Stadio
Nomi e cognomi | “C’è stato un preciso momento in cui sulle maglie delle squadre sono comparsi i cognomi degli atleti e uno in cui nei simboli dei partiti sono comparsi i cognomi dei leader. Evviva il #Rugby, dove non ci sono cognomi sulla maglia. Anzi, la maglia va restituita alla fine del match” [Mauro Berruto, Twitter]
IL MONDIALE DEGLI SCRITTORI
La passione di Vincenzo Cerami | “Era bellissimo giocare a rugby, lo sport mi è restato nel cuore. Mi ricordo il profumo della vegetallumina, della pomata che mettevamo dopo i traumi. Un odore pungente insieme con quello dell’olio canforato. E poi il freddo: noi trequarti passavamo metà della partita ad aspettare il pallone. Allora non era mica come oggi, almeno a Frascati, il gioco era tutto sugli avanti. A noi arrivavano pochi palloni. Peggio ancora quando pioveva, per colpa delle maglie, pesantissime, di un cotone duro, quando si impregnavano d’acqua era un disastro. E il pallone? Ora vedo che giocano con palloni sintetici, sembrano mantenersi leggeri anche quando piove, un tempo erano di cuoio, si imbevevano d’acqua, ingestibili”. [Intervista a Il Mattino, marzo 2013]