Milano campione nel basket. Come farsi bastare lo scudetto e vivere felici

La stessa finale per il terzo anno di fila. La stessa squadra campione d’Italia per la trentesima volta nella storia. Se questo della pallacanestro italiana vi pare il ritratto della noia mortale, non siamo assai lontani. Salvo che la finale ha proposto sei partite tirate, prima di una settima deludente, durata poco, franata addosso alle speranze della Virtus assai in fretta. La Lega sbandiera da un mesetto all’incirca mirabolanti dati su palazzetti pieni, finalmente, di nuovo, ma porta ancora sulle spalle – insieme con la federazione – il senso di colpa e la responsabilità di aver spezzato una stagione, quella del Covid, con un campionato interrotto e mai più ripreso. Proprio quando davvero lo share del basket in tv si era risollevato ai massimi da vent’anni in qua. Ora bastano 450mila spettatori sul Nove per far parlare di successo. Non c’è stata nessuna iniziativa speciale per lanciare il campionato. Hanno fatto tutto i giocatori e le menti che siedono in panchina in serie A, Messina e Scariolo davanti a tutti. Petrucci ogni tanto sottolinea la centralità del marketing nello sport contemporaneo, nel suo basket in particolare, ma resta un meraviglioso discorso da apericena con Armani, lui che governa la federazione in aperto scontro con Bologna.

Comunque sia, direbbe Brera, io triumphe Olimpia, anche se volevi vincere l’Eurolega e non ti sei nemmeno qualificata per i play-off. Walter Fuochi su Repubblica si domanda appunto se uno scudetto può salvare la stagione. “Segue dibattito, volendo. Qui si pensa di sì, perché la lotteria nazionale vive nella nostra miglior tradizione, nelle memorie di sangue dei derby d’Italia fra guelfi e ghibellini, nell’erba propria che dev’esser più verde di quella del vicino. Perfette per questo copione, Olimpia e Virtus s’azzannano da quattro anni senza far finta di volersi bene. Metter sotto la nemica redime l’annata intera. Sarà il cortile di casa, ma nel giorno della festa si fa felice reame. La vittoria dell’Ea7 è venuta allo spasimo, in una di quelle sceneggiature che, sfibrati i protagonisti, hanno ridipinto la faccia globale del basket. Anche questo è stata la finale in sette atti, dopo la quale ripartirà la vita quotidiana in Olimpia, per puntare di nuovo al bersaglio grosso dell’Europa. E da oggi si vedranno anche i riassetti nella casa di fronte, da cui potrebbero uscire i principali protagonisti, Milos Teodosic, la cometa abbagliante del quadriennio della rinascita, e Sergio Scariolo, lo stratega che potrebbe riaccoppiare a Madrid le panchine del Real e della nazionale spagnola”. Andrea Barocci sul Corriere dello Sport-Stadio ragiona e aggiunge: “A Scariolo stavolta non è riuscito praticamente nulla. E ora si accenderà subito il dibattito: è lui che vuole lasciare Bologna (direzione Real), o è la Segafredo che spera che il suo coach rinunci a un altro anno di contratto a oltre un milione di euro?“.  

Daniele Dallera da Milano per il Corriere della sera celebra e sprona: “Lo scudetto di Milano è il risultato prezioso di un lavoro di squadra, dove tutto non è andato per il verso giusto, soprattutto in Europa. Capita, inutile fare drammi, meglio riflettere sugli errori, potare rami velenosi, gli eterni incompresi, poco adatti a mettersi al servizio, a fare squadra, pigri, abili nell’ingigantire malanni e sentire i dolorini”. 

Milàn l’è un gran Milàn. Senza scudetto del calcio, la Gazzetta festeggia con sei pagine tutte rosso Olimpia, il vecchio rosso delle scarpette Simmenthal, il titolo nel basket. “Milano nella storia” per Paolo Bartezzaghi. “L’allenatore nel mito” per Andrea Tosi. “Il tocco magico dell’eccellenza” è quello di Armani, secondo Riccardo Crivelli. Nelle pagelle il voto più alto della stagione va a Niccolò Melli e a Shabazz Napier, “il migliore acquisto”, in effetti quando è arrivato lui in regia, il gioco ha trovato un suo equilibrio. “Voglia di Eurolega” rilancia Vincenzo Di Schiavi e anche Giorgio Specchia nel suo commento ridice le cose di un’estate fa che l’Europa è possibile, “in un ambiente che è sempre stato vicino alla squadra. Il Forum di Assago fino a qualche anno fa era un’arena fredda dove si sentivano le scarpe dei giocatori sfregare sul parquet. Adesso è un vero palasport dove il calore del tifo si sente, esalta i giocatori e scalda pure il cuore di un patron che è un vero tesoro per tutto il nostro basket”.

Gianfranco Pezzolato su Basket Magazine considera: “È la vittoria di Ettore Messina che ha sempre guidato l’Olimpia con grande tenacia e ammettendone i limiti per poi trovare le giuste e opportune correzioni per vincere un campionato alla grande. È la vittoria di Ricci e di Tonut due uomini prima che due giocatori. È la vittoria di Biligha, un leone dal cuore d’oro. È la vittoria di Baldasso che incita sempre tutti dalla panchina. È la vittoria di Voigtmann che a dicembre sembrava la brutta copia di quello che abbiamo visto a maggio e giugno. È la vittoria di una città intera”.

Massimiliano Bogni su Backdoor Podcast ha scritto: “Dovessimo scegliere le istantanee più memorabili di questa gara 7 si farebbe fatica. Potremmo optare per i corpi aggrovigliati di Gigi Datome, Kyle Hines e Toko Shengelia sullo short roll di quest’ultimo a 3’56” dalla fine del 2° quarto, simbolo di tutte le cose che non finiscono sul tabellino ma che decidono una partita. Potremmo optare per la tripla di Belinelli, quella di Hackett o la palla accompagnata di Shengelia che a inizio 3° quarto potevano riavvicinare ulteriormente la Virtus dal momentaneo -7, giocate assolutamente inusuali per campioni di quel calibro. Potremmo optare per il 5-0 di parziale firmato Shabazz Napier e la stoppata in aiuto in uscita dal timeout successivo di Datome sul taglio di Belinelli che buttano la chiave della partita e della LBA. In ogni momento topico della partita, a prescindere dalla metà campo, l’Olimpia ha dimostrato di essere più pronta”.

Massimo Pisa su Repubblica sottolinea “Datome su tutti, stellare, ma poi i muscoli di Hines, l’urlo di Melli, la regia di Napier. E sputare sangue dietro, tutti. Spirito Olimpia puro”. 

Alessandro Saraceno su Basket Universo obietta: “Gigi Datome è una leggenda del basket italiano e personalmente ci auguriamo possa diventare una carica di un certo livello o in FIP o in Lega Basket quando smetterà di giocare a pallacanestro tra molti anni ma non meritava il premio di MVP delle LBA Finals 2023. Ieri sera è stato senza dubbio il miglior giocatore in campo, sia in attacco sia in difesa, in una partita che non è stato uno spot per la pallacanestro. Ma Datome non ha meritato di vincere il premio di MVP delle LBA Finals 2023 con i suoi 7 punti di media. Ok l’MVP di gara-7 ma Shavon Shields era senza dubbio l’uomo che doveva alzare il trofeo”.  

Su Eurodevotion si legge: “Ha vinto il fattore campo, vera grande variabile di questa serie. Raramente è stato così impattante come in questa serie finale. E ha vinto la squadra che è stato più lucida nei momenti importanti e che ha dimostrato di avere un passo in più quando contava”.

Piero Guerrini su Tuttosport si guarda intorno, tra la rivelazione Tortona, il ritorno nei ranghi di Venezia e Sassari, Pesaro che ricomincia senza Repesa, Brescia senza play-off dopo la sorpresa in Coppa Italia, Roma ancora fuori dalla serie A e tornata in A2 con la squadra universitaria della Luiss, la città di Napoli lontana dalle glorie del calcio – insomma Guerrini vede tutto questo e scrive: “La terza finale consecutiva tra le due potenze non sarà l’ultima”. 

  Repubblica: “Sua altezza Wembanyama, la profezia del bambino eletto per regnare sull’NBA” – Gabriele Romagnoli ha scritto: “Soltanto in America puoi fare un film su Michael Jordan ( Air ) dove l’eroe non è lui ma l’uomo che gli fa le scarpe, anzi gliele fa calzare. Non basta. Wemby prima scelta è il sogno che riprende, un altro kid che sbuca per convincere che il destino può essere conquistato, da ciascuno a suo modo, anche danzando con 224 centimetri e una palla. Adesso deve solo dimostrarlo. Nella storia già scritta, questa sarebbe una nota a piè dell’ultima pagina”. 

 

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