Il raggio verde di Rafa Nadal

Più o meno nell’ora de la tarde in cui García Lorca sentiva il vento portar via i cotoni e le ferite bruciare come soli, Rafa Nadal ieri ha detto tre cose: non giocherà al Roland-Garros, sarà lontano dai campi per diversi mesi ancora, spera di tornare per il 2024, la sua ultima stagione, certamente.

A questo punto davvero viene il dubbio che i dominatori del tennis di un Quindicennio fossero una persona sola, senza aggiungere altro per non essere blasfemi. Uno se n’è andato e si sono sgonfiati all’improvviso pure gli altri due. Possiamo dargli un nome da poeta balcanico [Roger Nadalović], da cattivo della Marvel [Rafa Djokerer] o da titolare di un mobilificio [Novak Fedal], ma la sostanza non cambia, parevano eterni tutti insieme e adesso tutti insieme sono ombre sulla scena. 

Quando Roger pianse, Rafa lo fece insieme a lui. Per compassione, per empatia, per preveggenza. Stava guardando da testimone privilegiato l’addio del suo avversario e l’annuncio del suo stesso funerale sportivo, prossimo chissà quando, pensava, e adesso lo sappiamo.  Stefano Semeraro su La Stampa riassume così lo stato d’animo: Dopo il sipario di Federer l’anno scorso a Londra, un’altra intermittenza del cuore, un altro pezzo che si stacca dalla Cappella Sistina del tennis. E anche stavolta sarà un Lungo Addio”.

 

Vada come vada, saremo sempre con te dice Marca dalla prima pagina, interamente dedicata al campionissimo del tennis spagnolo.  Nel suo editoriale, Jesús Sánchez dice che le persone che ammiri tanto, ti mancano ancora prima che se ne vadano, ecco perché questo annuncio fa tanto male. Mi manchi, Rafa, anche se sei qui, perché so che te ne vai. Un senso di smarrimento ci avvolge, pur sapendo che lo rivedremo giocare tra qualche mese. È il profumo della fine di un’era irripetibile, in cui la Spagna si è sentita importante, unica, perché aveva sui campi da tennis un supereroe, un esempio di miglioramento e fatica, un indomabile, un generatore di entusiasmo e di energia, un riferimento spirituale che con il suo coraggio ha smosso le montagne, un mito che ha fatto cose impossibili e ora ha deciso di lasciare nell’armadio il mantello di Superman”.

E ora che si fa? – si sta domandando la Spagna per Nadal, così come se lo chiede il tennis intero. Stamattina su L’Équipe Franck Ramella ricorda che per la prima volta dal 2004 né Rafa né Djoković saranno in finale a Roma, “quasi vent’anni di una storia codificata che sfuma ad alta velocità”, mentre tutto può succedere al Roland-Garros, “e questo è magnifico. Non appena abbiamo smesso di divagare sull’implacabile morsa dei Tre Grandi, si presenta un torneo del Grande Slam aperto a tutti i venti, o quasi”. All’assalto di Alcaraz, di un Rune, di uno Tsitsipas, “molti corteggiatori e nessuna gerarchia”. 

Cosa resterà, Jesús Sánchez dice che questa è la solita domanda che ci facciamo, quando un Michael Jordan si ritira, quando un Roger Federer mette via la racchetta, quando Kobe se ne va in una domenica di gennaio. Li credevamo immortali e invece ci invitano a guardare una partita che non ci piace per niente, quella dei ricordi che non torneranno più. Non ci sarà un altro Rafa. È il momento di rispettare i suoi tempi e le sue assenze, augurargli fortuna e salute, chiedere al destino che il suo corpo e la sua anima gli concedano un addio sul campo, sulla terra rossa, correndo da una parte all’altra, alla ricerca infinita di una palla, raggiungendo gli angoli come se niente fosse, gettandosi sul terreno, a macchiarsi di arancione. Pugno alzato. E vamos

Alejandro Ciriza su El Pais sospetta che potremmo anche non vederlo più. Ci proverà – scrive  stamattina sul quotidiano progressista spagnolo – nel più puro stile di un Michael Jordan e del suo Last Dance, ma la realtà è quella che è, chiara e lampante: un’icona nella sua fase crepuscolare. È successo con Serena Williams, poi con Roger Federer, prima ancora con tante altre figure. Da troppo tempo, la sofferenza supera il piacere di vincere. El Pais ricorda le molte difficoltà vissute da Nadal, a partire dal lockdown per la pandemia, la precarietà degli allenamenti, l’ansia per la gravidanza complicata di sua moglie María. Stress personale e irrequietezza professionale“, per una situazione che si è aggravata lo scorso anno, quando per scendere in campo ha dovuto fare un’iniezione dopo l’altra; una vita tra antidolorifici, punture, risonanze, radiofrequenze. Troppo per chiunque, anche per Nadal. Il tifoso è abbagliato dalla brillantezza di quel che appare, l’atleta soffre, la persona erode. Il resoconto di guerra è più che esplicito, crudele: dal 2003, ha saltato 13 tornei dello Slam per contrattempi fisici ed è rimasto a curarsi per circa quattro anni complessivi, la somma della durata di tutti i suoi infortuni“.

Juan Gutiérrez su As scrive che Rafa Nadal ci aveva talmente abituati al suo eterno tornare, ai suoi trionfanti recuperi dal dolore, che pur avendo intuito nuvole più scure, anche quest’anno abbiamo continuato ad aggrapparci alla stessa storica speranza di vederlo al Roland-Garros, il suo Roland-Garros. E adesso, scrive l’editorialista di As, ci aggrappiamo all’idea che ci sia almeno un’ultima partita. Una Last Dance, ecco.  

UN BEL GIRETTO DI PAROLE DOPPIATE

Rafa Nadal nell’archivio di Slalom

 

Come sono i cambiati suoi colpi per fermare l’usura| 1 febbraio 22

Per alleviare il carico del ginocchio infortunato a Wimbledon, Nadal ha cambiato il modo di picchiare la palla col diritto. Prima il peso del suo corpo poggiava sulla gamba sinistra. Ora, girando l’anca, porta la flessione sull’altra gamba. Allo stesso modo ha dovuto modificare il rovescio a due mani. Adesso ruota i fianchi per alleggerire il carico sul ginocchio operato nel 2012, dove prima scaricava tutto il peso. Simon Cambers sul Guardian lo chiama un corpo che scricchiola ma che conta meno della volontà di chi lo abita. [continua qui]

 

A che cosa serve la catena dei tic prima del servizio | 1 febbraio 22

El Mundo dice che nel film Qualcosa è cambiato il Melvin interpretato da Jack Nicholson cammina sul marciapiede come se stesse camminando lungo linee che sono solo nella sua testa. A tavola tira fuori posate dalla borsa e le ripone sempre allo stesso modo. Ha un disturbo ossessivo compulsivo. Anche Rafa Nadal mette sempre l’asciugamano sulle gambe sulla sedia prima che inizi la partita, beve da due bottiglie differenti e le allinea in diagonale. Al servizio scarta una delle tre palle che gli vengono offerte e prima di servire si tocca lo slip dentro il pantaloncino, quindi la spalla sinistra, la spalla destra, l’orecchio sinistro, il naso, l’orecchio destro. Se gioca sulla terra battuta, pulisce le linee e colpisce i talloni con la racchetta. 

“Nadal ha un disturbo ossessivo compulsivo? – si chiede El Mundo – La risposta è no. Ha meccanizzato una routine per scrollarsi incertezze di dosso tra un punto e l’altro, e per mantenere la concentrazione, cosa di cui ha dato ancora una volta una prova epica”. [continua qui]

 

Perché ci piacciono i campioni eterni come lui | 1 febbraio 22

Lo sport è gioventù, è ricambio, è linfa nuova. Sarebbe. Poi capita che i ragazzini capaci di una qualche impresa li accogliamo con piacere. Ma gli chiediamo di fare un passo più in là, di fare spazio ai Dorian Gray che noi non possiamo essere. – di gigi riva [continua qui]

 

Dove eravate quando rinunciò all’addio perfetto | 6 giugno 22

I suoni che fanno le domeniche d’estate. L’odore che hanno. Il niente che succede. Avete presente. Quelli che scrivono le canzoni, sono bravissimi a dirlo, mescolando tristezza e desiderio. Il passo di chi sta solo nei cortili a passeggiar (Paolo Conte). I cani che si annusano (Achille Lauro). I balli piano in controluce (Zucchero). Le balere degli operai e delle cameriere (Battiato). Quando si sta lontani come statue (Lucio Dalla). Quando si va a pranzo fuori porta e il burro abbonderà (De Gregori).

Ecco. Questo. La domenica d’estate. Le finestre aperte. È sempre tutto molto lontano. Le sirene. Le cicale. La voce di Guido Oddo. Si somigliano tutte. Tranne quella di ieri. Quella che ricorderemo per sempre, quando verranno a chiederci dei nostri amori, quando diranno: dov’eri quando Nadal vinse il suo ultimo Slam? Quando prese il microfono e disse che lasciava.

Eh? Ultimo Slam? Lasciare? Macché lasciare. 

Eppure era tutto pronto e sembrava tutto così malinconicamente bellissimo. 

Era tutto apparecchiato per l’addio perfetto, finanche l’indiscrezione falsa della richiesta per una seconda conferenza stampa all’organizzazione. Il passaparola: sta arrivando Federer a Parigi, sussurrava Radio Montecarlo. Che meravigliosa uscita di scena, parbleu. Il più puro degli stracciabudella. Niente pop corn, non siamo in America. Niente fragole, non siamo a Wimbledon. Una bella madeleine, ecco, quella sì, tutti seduti e con le lacrime in mano. 

Solo che. Ecco. Come dirlo. 

Nadal sul match-ball ha ripulito la riga, ha eseguito la sua sequenza di gesti tra fronte naso tempia occhi, si è picchiato le scarpe con la racchetta per scrollarsi la sabbia di dosso. La sabbia che avrà raccolto a quintali nei calzini, in tutti questi anni meravigliosi. Ha cavato dal dritto un tiro così s-centrato da credere che l’avesse fatto apposta, per restare in attività un punto in più. Ha chiuso con un lungolinea di rovescio, come contro Djoković. Ha pianto. Ha preso con le dita incerottate quel pezzo d’argento per il quale ci si batte. Ha impugnato il microfono e ha detto due volte merci. Ma non ha detto adieu. Ha detto non lo so, non lo so come andrà a finire, ma ci proverò ancora. 

Ultimo Slam? Lasciare?

Jeu, Set et Boh.

Ricordatela, allora, questa domenica diversa.

Dove eravate quando Nadal per la prima volta nella vita non ebbe il coraggio di andare fino in fondo? Dove eravate quando rinunciò alla perfezione di un addio [continua qui]

 

da Slalom del 25 settembre 2022

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Le stesse lacrime. Mano nella mano

 

Le lacrime degli eroi abbondano, come ci ricorda Matteo Nucci nel suo bel libro. Ha pianto Ulisse davanti a quell’aedo che parlava di lui in terza persona. Hanno pianto Achille e Agamennone, Diomede, Patroclo, Ettore. Avrebbe pianto Cristo nei Vangeli, tre volte, secondo la leggenda, le lacrime versate dalla croce non sono mai cadute in terra, presero il volo, sotto la forma di api, perché portassero dolcezza. Stendhal diceva che si piange quando ci si imbatte nella bellezza, secondo alcuni scienziati anche gli elefanti piangono, come i ricchi delle telenovelas, ma per amore, quando riconoscono i loro vecchi addestratori. 

Le stelle dello sport piangono in pubblico dal primo istante in cui abbiamo potuto accorgercene, da quando la televisione ha iniziato a seguirle. Pelé quasi soffocò, mise la faccia sulla spalla di Gilmar al Mondiale di calcio del ‘58, Eddy Merckx singhiozzò davanti a Sergio Zavoli mentre si diceva innocente al doping nel ‘69. Ma nessuno, prima del tennista perRFetto, aveva pianto mano nella mano con l’avversario di una vita, il compagno di doppio di una sera, il buon amico fuori dal campo. La prova definitiva che Nadal è stato l’altra faccia di sé, più della stampella che ogni campione cerca in un rivale, quando punta all’immortalità. 

Giorgia Mecca sul Foglio raccontò qualche mese fa dei discorsi pieni di fair play che i tennisti sconfitti tengono dopo le finali, ricordando di quella volta in cui Roger, in Australia, scoppiò a piangere a dirotto, battuto da Nadal. «God, it’s killing me», disse: mio Dio, questa cosa mi sta ammazzando. Meglio morire insieme, allora, mano nella mano. 

 

  PUZZLE  | Giulia Zonca, La Stampa: Saranno amici e con un intero mondo in comune, avranno sempre momenti in cui raccontarsi dei colpi andati, delle risate, delle ore insonni, del male che si sono fatti a vicenda, delle sfide, delle parole non dette, però il bisogno di ritrovarsi l’uno davanti all’altro per dare il meglio, quell’istante di perfezione assoluta, che poteva essere tale solo quando stavano insieme, è andato. Per sempre. Fine. E quindi pianto a dirotto, quasi indecente per quanto sincero. L’anima sta tutta lì, in quelle espressioni stravolte, in quella resa sublime che ci ha consegnato l’ultima notte diventata indimenticabile. Potevano tenersela per loro, ce l’hanno regalata

 ◇  Gaia Piccardi, Corriere della sera: Un maschio che piange nel tennis, è ammesso: ce l’ha insegnato Sampras. Due, carissimi rivali, non si erano mai visti e non stupisce che a prendere l’iniziativa del gesto sia stato lo svizzero, portatore di un concetto di virilità più morbido Senza Nadal non ci sarebbe stato un Federer così bello; senza Federer, l’evoluzione di Nadal sarebbe rimasta un binario morto

 ◇  Lucile Alard, L’Équipe: Se tutti si aspettavano di sentire la voce rotta dello svizzero per il suo ultimo discorso, i singhiozzi di Nadal sono stati altrettanto evidenti. Hanno raccontato dell’incredibile legame che unisce i due uomini, coinvolti in battaglie memorabili eppure diventati amici. Testimone della fine di Federer, l’uomo con 22 titoli del Grande Slam si è necessariamente confrontato con la sua.

 ◇  Ronald Giammò, Corriere dello sport-stadio: Vederli piangere, dopo averli visti scambiarsi colpi ai quattro angoli del mondo, è stato a suo modo un gesto eroico, molto più di qualsiasi passante messo a segno in una delle loro sfide. Piangono gli eroi e così piangono i campioni.

 ◇  Stefano Semeraro, La Stampa: Alì che atterra Foreman, Tommie Smith e John Carlos che alzano i pugni a Città del Messico, l’indice levato al cielo di Mennea. E da ieri, Roger Federer e Rafa Nadal che piangono disperati tenendosi per mano come due compagni di banco all’ultimo giorno delle elementari. La galleria delle grandi foto dello sport va aggiornata. Le dita di Rafa intrecciate a quelle di Roger sono le dita di tutti, trattengono un lembo di vita che non si vorrebbe mai far passare: l’attimo di Goethe, la promessa di Baudelaire, il più struggente dei «Federer moments» raccontati da Foster Wallace. Il miglior regalo che poteva farci il nostro amico del cuore, Roger Federer

 ◇  Marco Bucciantini, La Gazzetta dello sport: Ci sono contese che per completezza raggiungono l’architettura perfetta, e una costruzione ideale non resiste allo sbecco, alla sottrazione. Nadal non piange solo per empatia (fra i due esiste, sincera): piange anche per se stesso, perché la campana suona sempre per tutti, perché davvero siamo ognuno un pezzo della stessa isola. Nella loro lotta per rivendicare e affermare un modello di gioco (che curiosamente e intuitivamente Nike ha da subito “vestito” divaricando gli stili) e che per contrasto è parso il sempiterno schema dell’esistenza, l’archetipo della sfida, i due hanno “naturalmente” imposto un mondo di ricchezza e di possibilità tecnica, agonistica, emotiva. Hanno difeso questa riduzione in scala dell’Universo. Divisi da una rete alta grosso modo un metro, eppure riuniti e idealizzati nell’immaginario collettivo, che resta il più potente dei miti, fra fantasia e realtà. Ed erano insieme nell’ultima scena, erano per mano.

 

  TWEET – Luca Fiorino, Supertennis: Abbiamo già la foto dell’anno

Marco D’Amore: La quintessenza dello sport

Mauro Berruto: La grandissima bellezza

Roberto Pavanello, La Stampa: Le lacrime di Nadal che non solo vede il ritiro del suo rivale e amico ma che in quel ritiro vede anche il suo tramonto agonistico. Il sole del campione che scende verso il mare. In quelle lacrime ci sono empatia, consapevolezza e paura. Quelle lacrime sono una carezza.

 

*

Tornando a oggi, dal torneo di Roma spunta un insospettabile protagonista. L’Équipe stamattina titola che “Daniil Medvedev finalmente si diverte a scivolare sulla terra”. Al termine di un match che alla fine avrebbe completamente dominato, lasciando il segno con alcune strabilianti mosse difensive“, Medvedev si ritrova in semifinale di un Masters 1000 sulla terra solo per la seconda volta nella sua carriera, la prima da quattro anni dopo la qualificazione in semifinale a Monte-Carlo, dove aveva battuto Stefanos Tsitsipas e Novak Djokovic. Siamo molto lontani – scrive il giornale francese – dall’uomo che veniva travolto a ogni sua apparizione primaverile sulla terra”.

C’è uno spazio aperto a tutti, e si chiama Roland-Garros. 

 

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