La fascia di Ochoa

  OGGETTI DI SCENA

In principio fu per necessità, poi per politica, infine per stanchezza giunse la moda. La fascia nel calcio smise di essere alla lettera solo il luogo di lavoro delle ali e dei terzini. Sócrates aveva troppi capelli, così cominciò a presentarsi in campo portandone una bianca sulla fronte. Chi se lo aspettava. Eravamo abituati ad associarla a Brigitte Bardot. Lui ai Mondiali usò una calza e ci scrisse sopra México sigue en pie, in segno di solidarietà verso il popolo locale per il terremoto dell’anno prima. Il mezzo è il messaggio. Qualche volta anche il vezzo.

Prima del Doutor, le fasce su un campo di calcio erano state usate al massimo dai suoi colleghi medici, le chiamavamo bende, non dovevano fermare i riccioli ma il sangue. Quella sulla testa di Terry Butcher divenne rossa e lui un patriota del pallone. Eravamo ancora nell’età in cui un’immagine viveva per sempre o quasi, restava impigliata nella retina, alla maniera di Franz Beckenbauer con il braccio legato al collo.

Quando l’immagine è diventata look, i capelli lunghi hanno smesso di essere “la novità di un apostolato”, per dirla nei termini della vecchia polemica di Pasolini, profetica in qualche modo, perché davvero col tempo non hanno più avuto alcun valore semiotico, come lui aveva intuito. I capelli lunghi non sono stati più simbolo di qualcosa. Sono entrati nel cuore della società dei consumi, anziché stare all’opposizione. Le fasce contro i fasci si sono trasformati in fascette, più sottili, uguale a quella che – pure noi – non toglieremo mai più dalla testa, fissata per l’eternità nella foto sul manifesto di una ragazzina romana sparita, e mai più tornata a casa.

È la striscetta vista poi nel calcio ovunque, dagli stilosi Guti e Beckham, ai replicanti Maldini e Nesta, fino alla versione pop di Cassano e Totti, perché nel calcio uno fa una cosa e dopo la fanno tutti, le ghette sui calzettoni, il pollice in bocca, la mano all’orecchio per esultare a un gol. L’evoluzione della specie furono il cerchietto di Bale e il ferma parrucca di Gervinho. 

È stato un attimo. La moda ha intuito che c’era spazio. In una storia della fascia per capelli nel calcio, a cura di Massimiliano Macaluso per Nss Magazine, si scopre che al francese Allan Saint-Maximin ne venne offerta una per fermare i dreadlocks da Gucci. Valore di 180 sterline, “la massima declinazione (o deriva) possibile” – dice Macaluso –  del suo utilizzo.  Quando Saint-Maximin è passato dal Nizza al Newcastle, la fascia è diventata un caso: le norme della Premier League la vietano. È stato costretto a coprirla, ma nel frattempo era diventata il suo segno di riconoscimento [“ancor più del dribbling” – dice Macaluso], al punto che i tifosi hanno chiesto alla società di videogame Ea Sports di aggiungerla al suo avatar. La Slazenger ne sta per commercializzare una speciale col suo nome.

Dal Messico ne ha portata una con sé il portiere Ochoa, che ieri ha debuttato in serie A contro il Milan. Nessuno può escludere che ce la ritroveremo presto nella pagina Fan’s shop della Salernitana, il catalogo merchandising nel quale convivono miti e prodotti, l’Olimpo e il Postal Market, dove spiccano una sacca Arechi e un sandalo Zeus, lo scaldacollo in pile, il telo mare e alla modica cifra di tre euro anche certe treccine per capelli, ovviamente granata. Il primo creativo che ci pensa, ne offre tre al prezzo di due, con lo sconto insieme alla fascia di Ochoa. 

 

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