Gli adulti che si fanno selfie in crisi
Fabri Fibra
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DI MARCO CIRIELLO
Riverito e onorato con ritegno, Gianni Infantino, sente comunque la sua estraneità alla vera popolarità e lavora, lavora incessantemente per raggiungerla. Lo abbiamo visto assistere ad ogni partita del mondiale, in un inseguimento fantozziano di un primato contro sé stesso, e prima in una improbabile immedesimazione – durata meno d’un orgasmo – in minoranze e categorie vessate nel Qatar dei sogni pallonari ma non della libertà né della democrazia.
L’uomo evoca, solo per il bulbo debole, Yul Brynner dai lineamenti più grossolani, e il tenente Theo Kojak, sempre al ribasso, agli americani e per noi italiani appare come un Montalbano meno tozzo, insomma a un party passerebbe inosservato, se non per le battute sull’esser sosia. Lo sa, e ci soffre. Nonostante sia il papa della religione con più fedeli al mondo: la FIFA. Appare, riappare, ma non sfonda. Anche perché più che portatore di carattere è un portatore di interessi e affari, e non è riuscito – e probabilmente mai ci riuscirà – a smarcarsi dal blatterismo (serie di azioni fatte in nome del sociale che partono dall’Africa arrivano ai Caraibi e finiscono in un caveau di una banca svizzera, come racconta la serie FIFA Uncovered – Netflix –: una storia di famiglia che commuove quanto Il padrino) che ha investito la sua Chiesa.
Infantino doveva essere l’anima della nuova FIFA, per alcuni lo è, per la maggioranza è diventato la mascotte. La sua lucidissima testa di avvocato svizzero campeggia ma non si distingue. È uno spiritello moderatamente demoniaco-capitalistico che presenzia, premia, distingue, difende, ma non crea immedesimazione. Tutto meno che il gioco. Ma è comunque mister FIFA. Infatti, si muove tra una nuvola di giornalisti pronti a fargli domande utili alla sua missione, e amici come Nusret Gökçe, in arte Salt Bae, che poi finiscono a farsi selfie impugnando la coppa del mondo, che secondo un regolamento FIFA dovrebbe avere un numero ristretto di mani a stringerla: campioni del mondo ed ex con rispettivi staff e capi di stato. Ma nel mondo di Infantino c’è l’entusiasmo e spesso nell’entusiasmo regna la confusione, e nella confusione alcuni tocchi di mostruosità inedita, come quello di qualche ora fa ai funerali di Pelé.
Nemmeno aveva smesso di dichiarare di volere uno stadio in ogni paese a nome del grande calciatore brasiliano che, Infantino, preso dall’entusiasmo –normalmente lontano dai funerali – si è fatto un selfie con alcuni dirigenti del Santos, dietro la bara di Pelé. Infantino non ride ma nemmeno è a disagio, è abbracciato e ricambia, come se fosse in gita, mentre davanti c’è il Pelé imbalsamato, avvolto nel bianco merlettato del candore perduto un secolo fa. Non ha resistito alla richiesta, non ce l’ha fatta a tenere a bada la promozione di sé: si è lasciato amare. “For the Game. For the Social”. (l’originale motto della FIFA è “For the Game. For the World”).
Intorno c’è molta confusione, qualcuno si abbraccia e fissa la salma, forse piange ma è coperto, e poi c’è persino chi mostra le spalle al morto, parlando, distrattamente, mentre di lato Infantino e gli altri uomini fermano il tempo. Quelle spalle voltate al Pelé morto sono un me ne frego, come se fosse una cassapanca, come se fosse già passato, eppure è ancora qua – almeno una parte –, ma tutti se lo stanno già dimenticando: lo dimenticano quelli del Santos pur indossando divise e addobbando lo stadio come un albero di natale alla memoria del campione, lo dimenticano quelli che sfilano e nemmeno entrano in campo che già stanno filmando-si, lo dimenticano quelli con il titolo, l’azienda o la parentela che possono stare a ridosso della salma, toccarla e poi voltarsi.
La scena è surreale, da film di Mel Brooks, e Infantino appare come uno dei pescatori di Con tanta di quell’acqua a due passi da casa (racconto di Raymond Carver) che trovano un cadavere di una ragazza, ma decidono di non farsi rovinare il weekend e continuano la loro battuta di pesca. Che sarà mai.
«Non è giusto: quella lì era già morta, no? […] E che cavolo, io non ci vedo niente di male! […] Quella era morta, morta, morta, hai capito?» […] «Ma è proprio questo il punto», dico io. «Era morta. Non capisci? Aveva bisogno di aiuto».
L’unica volta che la FIFA doveva aiutare Pelé: s’è distratta.
Per un selfie.
Il corpo imbalsamato di Pelé e quello di Diego sepolto senza cuore
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Pelé odiava le veglie funebri. Di una sola cosa diceva di aver paura, della morte. Ogni volta che il suo fedele amico Pepito Fornos gli parlava di un funerale, cercava una scusa per non passare. Rispondeva che sarebbe andato solo al suo, perché non c’era il modo di evitarlo. Pelé odiava l’idea di vedere persone morte, racconta la Folha nelle ore dell’ultimo omaggio al corpo del più grande calciatore nella storia dei Mondiali, “perché la morte offre l’immagine opposta a quella che voleva proiettare, un’immagine di invincibilità”. Brera aveva orrore del disfarsi della pannocchia in una pozzanghera. Pelé ha voluto mostrarsi per l’ultima volta al mondo sotto tanatoprassi, non una imbalsamazione definitiva, ma uno stato di conservazione del corpo che dura fino a un paio di settimane. Ha rigettato finché ha potuto la fissità della morte che lo spaventava. «Non fatemi passare per il solo che ne abbia paura – disse una volta – altrimenti perché prendete tutte queste medicine?». Ma s’è congedato alla maniera dei faraoni, i soli che potessero permettersi il lungo e costoso procedimento della conservazione materiale di ossa, organi e viscere.