Il tennis? Giochi la tua partita e te ne vai
Gabriela Sabatini
Quattro donne e un uomo. Questo è il quadro del tennis americano alla fine della prima settimana di Flushing Meadows, il quarto Slam della stagione, nel primo giorno D.S., Dopo Serena. È un panorama del tutto coerente con quanto visto nelle ultime stagioni, una scena femminile più vivace, nel segno dell’eredità delle sorelle Williams, e un contesto maschile più depresso, ogni tanto illuminato da qualche giocatore promettente che non ha l’età, in attesa che venga quel giorno.
▻ Sono passati già dieci anni. Era un mercoledì. Un cinque settembre. Dopo quattro set e due tie-break, dopo la solita rissa con l’avversario a base di ace e di servizi, Andy Roddick mise un dritto fuori e se ne andò, lasciava il tennis, battuto dall’argentino Juan Martin del Potro, nello stesso stadio Arthur Ashe dei saluti di Serena. Karen Crouse sul New York Times scrisse che gli erano rimasti i colpi, ma non gli era rimasta tanta voglia.
«Per la prima volta nella mia carriera – balbettò – non sono sicuro di cosa dire. Da dove comincio?».
Neppure il tennis americano ha saputo da dove iniziare, una volta che l’ha visto andare via di schiena. È da tempo che non ha in casa la corona del numero uno [ultima settimana: 1° febbraio 2004], che non vince una Coppa Davis [l’ultima nel 2007], che non celebra un titolo di Slam [US Open 2003]. Non in campo maschile, da quando Roddick non c’è più. Le donne non hanno solo riempito un vuoto. Hanno proprio preso la scena. Con 22 Slam in singolare nel dopo-Andy. Solo che.
Venti dei ventidue sono arrivati con le sorelle Williams, uno con Sloane Stephens a New York 2017, uno con Sofia Kenin a Melbourne 2020. L’unico titolo di una americana degli ultimi cinque anni. Promettevano la continuità del regno. La prima è al numero cinquanta del mondo, l’altra è scesa al 310. America, mi senti? Dopo aver perso Roddick dieci anni fa, che cosa farai anche senza Williams?
Tiafoe è il solo rimasto sotto le stelle e le strisce nella seconda settimana, contro tre russi [Medvedev, Khachanov, Rublev], un australiano [Kyrgios], quattro spagnoli [Carreno Busta, Davidovich Fokina, Alcaraz, Nadal], due italiani [Berrettini e Sinner], un francese [Moutet], un norvegese [Ruud], un bielorusso [Ivashka], un croato [Cilic], un britannico [Norrie].
È il terzo anno di fila che agli ottavi arriva un USA, ma quello è lo scoglio, la barriera, ai quarti non ce n’è più uno dai tempi di John Isner nel 2018.
Nel tabellone femminile sono rimaste in corsa in quattro: Pegula, Gauff, Riske-Amritraj e Collins. Contro la polacca numero uno al mondo [Swiatek], una tedesca [Niemeier], due ceke [Kvitova Pliskova], due bielorusse [Azarenka, Sabalenka], una cinese [Zhang], una francese [Garcia], una tunisina [Jabeur], due russe [Kudermetova e Samsonova], una australiana nata in Croazia [Tomljanovic].
New York ha riempito lo stadio per il sesto giorno di fila, un altro record di presenze, 72.065 spettatori che adesso chiedono a una racchetta di poter cantare ancora Oh, say can you see, by the dawn’s early light.
È assai difficile che l’uomo giusto sia Frances Tiafoe, al prossimo turno atteso da Nadal.
La storia perfetta sarebbe avere sul trono la più piccola di tutte, Cori Gauff, 18 anni, che esordì in uno Slam battendo Venus, e che dalle Williams dice di aver tratto ispirazione per giocare.
Sono decisamente diverso dal 2019, gioco molto meglio | Frances Tiafoe
LE GUIDE INUTILI DI SLALOM | LE PARTITE CHE GUARDIAMO OGGI
① Cori Gauff vs Shuai Zhang
Come i Måneskin con i Rolling Stones, Cori Gauff per due volte ha fatto da supporting band sul Centrale, aprendo la serata del concerto di Serena. Adesso le tocca reggere il palco. Almeno le hanno tolto di dosso il peso di doverlo fare nella sessione serale. Quasi a enfatizzare il vuoto, gli organizzatori non hanno più messo giocatrici americane nello stadio a quell’ora, dopo l’addio di Serena. Cori gioca il primo match del pomeriggio italiano.
Nella sua newsletter Warning per Ubitennis, Claudio Giuliani ha scritto che di lei “si sta parlando per via delle sue scarpe da tennis, il cui paintjob è stato curato da alunni di una qualsiasi scuola dell’infanzia. A noi piace come persona, è la Alexandra Ocasio Cortez dei campi da tennis, ma per il bel giuoco è meglio cercare altrove, e lo diciamo solo perché qualche sconsiderato continua a nominare lei e le Williams nella stessa frase. Chi le ha insegnato quel movimento di dritto giocando sui campi in cemento dovrebbe passare a insegnare agricoltura, l’ampiezza del movimento ricorda molto il gesto della semina ora che ci pensiamo”.
Kris Rhim sul New York Times racconta che Coco Gauff ha rivisto in questi giorni una sua foto ricordo di cinque anni fa. L’aveva spedita lei ai suoi amici all’Arthur Ashe Stadium, per mostrare che bel posto, che bel biglietto fosse riuscita a prendere. A bordo campo, wow, e invece adesso in campo deve andarci lei. Prendere fiato, uscire e occupare il palco. Gli ottavi sono il traguardo più lontano raggiunto da Gauff in singolare agli US Open. Tre anni fa, da quindicenne, lasciò il campo in lacrime, ricorda il Ny Times, “sopraffatta da Naomi Osaka, allora numero 1 del mondo, al terzo turno. Combattendo con le lacrime nell’intervista post-partita che Osaka le aveva suggerito di fare, Gauff avrebbe detto che da quella sconfitta avrebbe imparato. Ora, diciottenne, sembra una veterana sicura di sé”. Compresa di scarpe firmate Coco CG1 blu, rosa e verde chiaro.
Ma la stampa americana non si chiude altre porte. Così il magazine Tennis sottolinea i progressi che Pegula continua a fare “sfuggendo ai radar” e considera Collins pienamente da corsa per il titolo.
La Francia spera di avere in Caroline Garcia l’asso giusto, secondo L’Équipe è ora una delle principali favorite. “Ma attenzione alla trappola di Alison Riske, un’avversaria che non ha battuto mai”. Secondo i bookmaker la numero 1 per il titolo resta la polacca Swiatek.
La Sereneide
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REWIND La prima volta che apparve il suo nome su un giornale
“La famiglia Williams ha alcune regole. Numero 1: Nessuno risponde al telefono prima delle 10 del mattino in modo che tutti possano vestirsi e fare colazione senza essere disturbati. Regola numero 2: Venus e Serena non possono divulgare alla stampa il nome della loro scuola elementare. Nel tentativo di tenere a bada i giornalisti, Richard gliel’ha fatta cambiare tre volte. Anche Serena è una giocatrice promettente. Per ora, però, si sta godendo i margini del bagliore della pubblicità incentrata sulla sorella maggiore. Va in quarta elementare, anche lei prende tutti A, e dice che se non può essere una tennista, vuole essere una ginnasta perché la sua attività preferita fuori dal campo è fare i salti mortali all’indietro.
L’attenzione può essere schiacciante per Richard e Oracene, ma di certo non è stata inaspettata. Venus e Serena sono il prodotto di un’attenta pianificazione da parte dei loro genitori. Hanno deciso molto tempo fa che i loro figli sarebbero diventati giocatori di tennis. Il fatto che si fossero rivelate delle ragazze, non ha fatto altro che rafforzare la loro idea, perché Oracene credeva che le opportunità per le atlete fossero notevolmente migliorate.
Prima di scegliere di concentrarsi sul tennis due anni fa, Venus era imbattuta in 19 gare su pista sia come velocista sia da mezzofondista, avendo corso il miglio in 5:29 all’età di otto anni. Mentre Richard vuole ancora che pratichi entrambi gli sport, Oracene, un’infermiera, le ha chiesto di concentrarsi su uno, perché era preoccupata che tennis e atletica insieme avrebbero messo a dura prova il suo giovane corpo.
«Sarà difficile accontentare Venus con tutte le cose che le piacerebbe fare, perché è brava in così tante» dice Richard. Quando Venus aveva quattro anni, Richard la caricò nel suo furgone Volkswagen insieme a una mezza dozzina di racchette e sette casse di latte piene di palline da tennis, e si recò nei campi pubblici di Watts e Compton, dove le diede lezione. Un anno dopo si unì a loro Serena. In questi giorni il trio trascorre la maggior parte dei pomeriggi nei campi cittadini.
Poi c’è la realtà. «Giochiamo all’inferno», dice. «Ci hanno sparato sul campo da tennis. Ma ora i membri della gang ci conoscono e ci proteggono quando iniziano gli scontri». I membri della gang hanno insegnato a Venus e Serena i punti più sottili della sopravvivenza nella guerra tra bande, in particolare come cadere in ginocchio e strisciare lontano dal fuoco incrociato”. – di sonja steptoe, Sports Illustrated, 10 giugno 1991
ICONE Billie Jean King le riconosce l’It Factor
“Ho visto molte generazioni andare e venire nel tennis, e ogni volta che una stella si ritira è davvero difficile. Per Serena ancora di più, per tutto ciò che rappresenta. Conosco Venus e Serena Williams da quando avevano 7 e 6 anni. Le ho incontrate per la prima volta nell’aprile del 1988. Quel giorno abbiamo avuto circa 1.200 bambini per una clinic nella mia città natale, Long Beach, in California, vicino a dove sono cresciute loro, Compton. Potrei dire che erano già speciali. Mi accorsi subito che ascoltavano, attivamente. Erano coinvolte. Avevano una concentrazione incredibile. Quel giorno ho fatto servire Serena e le ho detto: non cambiare nulla.
È la più grande di tutti i tempi, o almeno la più grande del suo tempo, dal momento che ogni generazione migliora la precedente. Ha anche quello che io chiamo il fattore it. Serena ha sa come si sta sotto i riflettori. Ama intrattenere. Ama l’attenzione, sa come gestirla. È molto brava a entrare in connessione con la gente attraverso i media e i social media. È ciò che piace ai bambini. A loro piace sapere quando ti lavi i denti! È molto brava a condividere la sua vita. Ha ottenuto tanto, eppure ha avuto enormi difficoltà, l’omicidio di sua sorella, il razzismo che ha vissuto, le complicazioni del parto. Può relazionarsi con molte persone diverse. Non importa se ti piace il tennis o meno: ti piace Serena” – di billie jean king, New York Times
PANORAMI La rabbia nel motore
“Le avversità sono state il suo motore. L’odio per la sconfitta la sua essenza. La regina è lei. In venticinque anni di carriera, Serena Williams ha alimentato le difficoltà per diventare una leggenda e un’ispirazione. Incarna il sogno americano. Con Serena Williams ci imbarchiamo sulla Route 66 con i Grapes of Wrath and Friends nello zaino. Navighiamo tra essenziale e futile, verità e finzione, oscurità e leggerezza, le battaglie e il luccichio. Per capire l’inafferrabile Miss SW e i suoi venticinque anni di carriera, si deve osservare il viaggio di una donna arrabbiata. Contro l’ingiustizia. Contro il razzismo. contro l’establishment. È stata nutrita con il Black Power e la fiducia in sé stessa. Sia sicura di sé sia contro gli altri. Al 1117 di East Stockton Street a Compton, un povero sobborgo di Los Angeles, ha costruito le sue fondamenta, circondata dal padre visionario Richard e da mamma Oracene, la spina dorsale di una famiglia unita.
La leggenda narra che Richard Williams abbia deciso di concepire due nuovi figli quando nel 1977 vide Virginia Ruzici brandire in televisione un gigantesco assegno da 40.000 dollari. Non sapeva nulla di tennis ma scrisse un piano di 78 pagine per portare le sue figlie al top nel mondo. King Richard gestisce così bene l’arte della narrazione che potrebbe aver abbellito la storia, perché Ruzici aveva vinto solo 20.000 dollari al torneo di Tampa Bay, ma l’obiettivo è stato raggiunto.
Questa distorsione della realtà non ha mai abbandonato le piccole. Tutta la loro carriera è consistita nell’adattare i quadrati ai cerchi. Dimmi di no e ti dimostrerò che ti sbagli, questo è stato il mantra, scritto in uno dei suoi innumerevoli quaderni. Se nessuno le diceva no, si inventava un’avversaria. Come i bambini che di notte parlano con la loro amica immaginaria, Serena Williams ha spesso creato una nemica immaginaria. Maria Sharapova ha personificato per molto tempo la donna da sgozzare. Bionda, alta, con il fisico da modella, adorata dagli sponsor, star del circuito, assumeva un po’ troppa luce e simboleggiava ai suoi occhi la preferenza del tennis e delle aziende per una giocatrice bianca, quando il suo palmares non le arrivava alla caviglia. Vero o falso ? Indipendentemente da ciò, ha usato questa leva della rabbia, ancora e ancora, per battere la sua rivale. Serena e Venus hanno sempre elogiato la loro infanzia felice e non sono mai cadute nel pathos delle storie strappalacrime delle povere bambine del ghetto. Un aneddoto la dice lunga sul suo temperamento. Ognuna di loro aveva ricevuto un salvadanaio come regalo per le lezioni di spagnolo, ma Serena aveva rotto il suo per goffaggine. Frustrata da questa perdita, ruppe segretamente quelli delle sorelle. «Per me era intollerabile che le mie sorelle avessero qualcosa che io non avevo, era l’unico modo che avevo trovato per accettare la perdita».
Chi parlerebbe della sua avarizia? Lei. Durante gli US Open 2008, si è rifiutata di volare tra Los Angeles e New York perché pensava che il biglietto da 2.158 dollari fosse troppo costoso e ha preso l’autobus! Risultato: mal di schiena e titolo. Aveva già vinto otto tornei del Grande Slam e accumulato milioni di dollari. Ma non dimentichiamo mai da dove veniamo. Con Serena Williams il paradosso non è mai lontano. Semplice e complessa, segreta e trasparente, non si lascia afferrare”. – di sophie dorgan, L’Équipe
PAESAGGI La prova che il suo tempo era finito
“Serena è rimasta fedele a se stessa e al suo spirito competitivo, alla fine dei suoi 27 anni di carriera. Ajla Tomljanovic stava per servire per un posto al quarto turno, ma Williams, chiaramente stanca dopo quasi tre ore di tennis da un angolo all’altro, non era ancora pronta ad accettare ciò che sembrava inevitabile. Ha fatto gridare ai fan dell’Arthur Ashe Stadium tutto esaurito: “Not Yet! Non ancora!”. Tomljanovic sarà per sempre la risposta alla domanda a trivial: “Chi è stata l’ultima giocatrice ad aver affrontato Serena Williams in una partita ufficiale?”. La sua vittoria fornirà sicuramente contenuti premium a Netflix, che ha seguito lei e molte altre giocatrici da vicino per tutta la stagione, mentre filmavano la versione tennistica di Drive to Survive, la serie sulle corse automobilistiche dietro le quinte.
Ma Tomljanovic, che ha vinto gli ultimi sei game di quella che quasi sicuramente resterà l’ultimo match della Williams, è anche una veterana senza testa di serie, di 29 anni, mai stata fra le prime 30 al mondo, mai oltre i quarti di finale in un torneo importante. Il fatto che avesse gli strumenti per prevalere sulla Williams è un altro indizio del fatto che il tempo di Serena al vertice è davvero passato”. – di christopher clarey, New York Times:
CAPOVERSO Lo strazio di un abbandono
“La donna che ha cambiato il gioco lascia un ultimo esempio sul campo, Serena Williams piange. Non è commossa, è stravolta da quel tipo di singhiozzi convulsi che escono solo per amore e solo al momento dell’abbandono. Quando sai che non vedrai mai più l’altro. … Negli anni della grazia di Federer c’è stata la potenza di Serena, e scusate se è poco scassinare gli stereotipi con romanticismo, soprattutto in un settore dove il fisico detta le differenze e segna il limite. Non il suo. Serena Williams non ha fissato un confine, ha vinto, preso, esibito e si è messa vestiti sgargianti e tute fascianti, si è sposata con un uomo che la sostiene e la applaude, ha la figlia che desiderava e l’impero che bramava e la sorella che qualcun altro, magari, avrebbe perso per strada. Invece lei se la è tenuta stretta, senza mai blandirla. Battendola ogni volta che ha potuto. Non si è tenuta neanche la fame di successo e ora che è pienamente realizzata può farsi riprendere con il mascara che cola, la voce rotta e il petto che va su e giù, senza controllo, mentre ringrazia per il sostegno di una vita. Mentre piange per un amore che saluta e per un’eredità che per sempre porterà il suo nome” – di giulia zonca, La Stampa
SCENARI I suoi progetti
“Serena Ventures, 111 milioni di dollari in partenza (2014), investimenti in oltre 60 start up, è il mondo finanziario in cui la fuoriclasse si immergerà da domani, esaurite le canzoni nel karaoke, con un occhio di riguardo per i touch down dei Delfini di Miami, il team di football di cui è diventata azionista nel 2009 insieme a Venus, la squadra del cuore dell’ex losangelina di periferia (ghetto di Compton, dove fischiavano le pallottole della gang dei Bloods) trapiantata in Florida, a Jupiter, enclave ricca della grassa Palm Beach, buen retiro di Serena. A 41 anni (il 26 settembre) le opzioni per dare un fratellino a Olympia non mancano: con la prima gravidanza rischiò la vita, più prudente affidarsi alla scienza. Il suo libro per bambini esce il mese prossimo: le avventure di Qai Qai, la bambola di Olympia, già 335 mila follower su Instagram. Re Mida, in confronto, era un pivello”. – di gaia piccardi, Corriere della sera
ANTAGONISTI Come papà Tomljanovic ha motivato sua figlia con Kevin Costner
David Waldstein sul New York Times racconta come papà Ratko ha motivato Ajla prima del match.
«Non dirmi che hai paura della folla – le ha detto – ho giocato in alcuni posti terribili con 5.000 persone che fischiavano e sputavano, e una volta la folla è arrivata sul campo e c’è stata una grande scazzottata. Non dirmi che è difficile perché un ragazzo dalla 35esima fila ti sta urlando qualcosa».
“Non era proprio come Mickey che urlava a Rocky. Era un discorso progettato per alleggerire l’umore – scrive il Ny Times – e ha funzionato”.
Ajla ha riso. Allora Ratko ha tirato fuori un altro asso. Ha citato uno dei suoi film preferiti, For the Love of the Game, in italiano Gioco d’amore, in cui un lanciatore dei Detroit Tigers, interpretato da Kevin Costner, riflette sulla sua vita e sulla sua carriera nel bel mezzo di una partita
«Ma lei non conosceva il film, quindi ho dovuto raccontarglielo. Le ho detto: – Oggi devi essere Kevin Costner».
Nel film, le ha detto, il lanciatore si concentra solo sul guanto del ricevitore e ignora il resto nello stadio. Ajla ha capito e ha seguito il consiglio
“Ha ignorato il rumore – continua il Ny Times – il ruggito per Williams, gli applausi indecorosi del pubblico quando ha sbagliato un servizio, tutte le celebrità sugli spalti, i video tributi a Williams e la sua adorazione d’infanzia per lei”.
TESTIMONI Quando a New York smise Flavia Pennetta
➣ Dove era quando prese la decisione di smettere?
«A Cincinnati, eravamo in una saletta oscura, in una di queste stanze con i lettini dei massaggiatori. Io ero lì con il mio psicologo, il mio massaggiatore, il mio allenatore, c’era anche Fabio, eravamo lì che stavamo ridendo e scherzando. Ho aspettato un momento di silenzio e allora ho detto: “Ragazzi ho deciso, Basta“».
➣ E loro?
«Mi guardarono come se non avessero capito. Allora glielo ho ripetuto: “Ho deciso, Basta, mi fermo. A fine anno smetto“. E così fu».
➣ Quella decisione la liberò psicologicamente?
«Moltissimo. Ma non in quel momento».
➣ Cosa fece dopo Cincinnati?
«Andai a giocare al torneo di New Haven a due ore da New York. Giocai schifosamente. Sugli spalti c’erano tutti: il mio allenatore, il mio fisioterapista, lo psicologo, il mio fidanzato e l’allenatore del mio fidanzato. Erano tutti là. Mi sentivo in colpa per loro».
➣ E i suoi?
«Mio padre disse: “Ne parliamo quando torni”. Mia madre invece fu più concreta: “Visto che è l’ultimo, giocalo bene!». – intervista di federico pace, Repubblica
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“Lasciami dire ancora una cosa”
Ecco, ci siamo. Adesso lo dico. Fabio lo sa. Lo sa da tanto. Lo sa da quando a inizio anno abbiamo cominciato la nuova avventura, una nuova stagione, un nuovo giro del mondo, i tornei, gli alberghi, i ristoranti. Ogni volta che finiva New York ci pensavo. Questo è l’ultimo. Poi proseguivo. Ora è vero, ora è tutto vero, sparo questa verità in faccia al mondo con una Coppa in mano. Anche Roberta lo sa. L’ho battuta e gliel’ho detto, poco fa, prima, a bordo campo, mentre lei si copriva le labbra con l’asciugamano per dirmi tu sei matta, tu sei sempre stata completamente matta. Forse ha ragione lei, forse ci vuole più follia che ragione per andarsene così. Per questo non lo fa quasi nessuno. Io non la chiamo follia, io lo chiamo sentimento.
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