L’ultima notte di Serena Williams

New York non è una evasione: è un impegno, una guerra

Pier Paolo Pasolini

Tre ore di partite e un paio di grosse chance per vincerla. Chi gioca a tennis, non ha il privilegio di conoscere in anticipo quale sarà la sua ultima partita. Serena Williams l’ha vissuta la notte scorsa, molto probabilmente. Ha perso al terzo set la partita di terzo turno contro Alja Tomljanovic, di 11 anni più giovane. Di lei, da questo momento in avanti, si parla al passato. 

 

  ▻ Che razza di cuore, questa donna di ventinove anni, croata, arrivata al tennis all’età di 7 perché ci giocava sua sorella. Una che gioca con piacere il rovescio e sul cemento, che parla la sua lingua d’origine, l’inglese, il tedesco, si perde dietro i film con Brad Pitt, ascolta Rihanna e l’hip hop, ha come città preferita Charlotte. Il suo primo ricordo d’infanzia è quella volta che su un campo da tennis incontrò Chris Evert. Il motivo per cui la ricorderemo per sempre è questo suo gelo, questa sua spietata indifferenza nell’aver messo fine alla carriera della più grande di sempre. 

Serena aveva servito per il primo set sul 5-3, è arrivata a due punti dal chiuderlo (30-30), “le ha permesso di uscire dalla buca, dice il New York Times. Era avanti 4-0 nel secondo, si è fatta raggiungere sul 5-5, prima di spuntarla al tie-break. E dopo? E dopo ha strappato il servizio in apertura di terzo set, ma tutto questo ha avuto un costo. Non ha più aggiunto un game alla sua partita. Ha ceduto sul 3-1 nel terzo, in un game da 12 punti, e ha combattuto per altri 22 nell’ultimo game, annullando cinque match point e con tre palle break che ancora passavano dalle sue parti come un ultimo tram oltre la mezzanotte. Nei palchi la solita sfilata di celebrità: Tiger Woods, Anna Wintour, Spike Lee, Russell Wilson e Gladys Knight. 

Quando Serena Williams è entrata per la prima volta in campo agli US Open questa settimana – scrive Christopher Clarey sul Nyt – la domanda era come la più grande giocatrice del tennis moderno avrebbe reagito alle pressioni di quello poteva essere il suo ultimo torneo dello Slam. Nel corso di quattro giorni e due partite in prima serata, sembrava che la 40enne avesse organizzato una corsa magica, da libro delle fiabe, fino al 24esimo titolo. Ma quel sogno si è concluso con una straziante sconfitta

Gabriella Bhaskar, sempre per il New York Times, fa notare che l’ultima sconfitta della Williams è arrivata sullo stesso campo della sua prima vittoria importante, il titolo all’US Open 1999, all’età di 17 anni. I fan questa settimana sono venuti all’Arthur Ashe per dirle addio, ma a ogni partita era chiaro che nessuno voleva vederla andare via. Il suo show di questa settimana potrebbe far chiedere alla gente se debba davvero smettere. Sono stati tre match e otto set di tennis in cinque giorni che pochi dimenticheranno. Serena Williams ha dimostrato di poter essere ancora eccezionale su un campo da tennis. Tuttavia, ha detto che vuole avere un secondo figlio e non può farlo mentre viaggia per il mondo. Potrebbe sempre scegliere di tornare al tennis. Ma nell’articolo pubblicato sulla rivista Vogue il mese scorso, ha scritto che il suo percorso sta evolvendo lontano dal tennis, annunciando di fatto che aveva intenzione di ritirarsi.

 

Le sue parole dopo il match non hanno capovolto la scena. Erano solo coerenti con il suo avvertimento di qualche giorno fa. Non sono brava con gli addii. Ha cercato di non enfatizzarlo.

 

  «Tutto è iniziato con i miei genitori e si meritano tutto. Sono davvero grata a loro. Le mie sono lacrime di felicità. Non sarei Serena se non ci fosse Venus. Non credo di giocare ancora, ma non si sa mai. Grazie papà, so che stai guardando. Grazie mamma. Ringrazio tutti quelli che sono qui, che sono stati dalla mia parte per così tanti anni – decenni, oh mio Dio, letteralmente decenni. Vorrei essere ricordata per la lotta, the fight. Sono una combattente. Il mio ricordo più bello di questi giorni è il doppio con mia sorella e sentire che il mio livello di gioco stava tornando. Oh, però ho sempre amato l’Australia…».

 

Ava Wallace sul Washington Post riprende tutte le vaghezze esibite sul tema dell’addio in questi giorni e scrive: Per alcuni campioni la decisione di lasciare è dettata da un infortunio; il corpo li abbandona. Per altri, qualcosa di essenziale appassisce nel cuore. Per altri ancora, la decisione è disordinata, piena di ripensamenti. Alcuni giorni sono sicuri di essere esausti; in altri torna la voglia di competere. La domanda diventa: perché smettere quando posso ancora giocare un ottimo tennis e, magari una volta ogni tanto, battere i migliori?

 

  Simbolicamente, esce di scena dopo una partita in cui ha segnato 11 ace.

Rustin Dodd per The Athletic ha scritto che se c’è tratto caratteristico che ha reso Serena Williams la più grande giocatrice femminile di sempre, è il suo servizio. Quando era bambina, veniva elogiata per per il suo rovescio. E quando era un’adolescente, ha scoperto – e sviluppato – un dritto che maneggiava come una mazza. Ma quando si parla del suo servizio, non c’è davvero paragone che regga. Quando la Williams aveva forse 6 anni, si è trovata in un camp con Billie Jean King, che ha assistito per la prima volta a quello che ora chiama il servizio di gran lunga più bello di sempre, nella storia del nostro sport. Il servizio di Serena Williams si svolge come una routine di ginnastica ritmica. Il suo lancio è quasi sempre perfetto, il che aiuta a mascherare la direzione. Quando tutto si combina bene, attacca gli avversari come un missile da crociera. Il gioco della Williams non ha la raffinatezza o l’atletismo del suo periodo migliore, ma in alcuni momenti ha avuto ancora quel servizio

È solo uno degli spunti di queste ore, nelle quali si fa un bilancio dell’importanza di Serena Williams nel tennis e di cosa ci lascia. 

 

  «A volte, essendo una donna, una donna nera nel mondo, ti accontenti. Sento che Serena mi ha insegnato a non farlo, guardandola. Lei non si è mai accontentata di avere qualcosa di meno». | Cori Gauff

 

Scrive allora The Athletic che “l’incomparabile eredità di Serena Williams è solo cresciuta in questa settimana d’addio agli US Open. Tre decenni dopo, è facile dire che Richard Williams avesse ragione. Ma forse altrettanto importante: aveva ragione anche Serena. Col tempo, tutti hanno voluto essere lei. Questo, più di ogni altra cosa, è stato il tema del canto del cigno, che ha trasformato gli US Open in una commemorazione ritualistica, la celebrazione di una carriera tentacolare che non solo ha elevato lo sport del tennis, ma ha cambiato la lente con cui lo guardiamo. Una cosa è essere una campionessa prodigiosa. Un’altra è lasciare che la prossima generazione di giocatrici attribuisca la propria esistenza nello sport alla forza del tuo viaggio

Serena Williams non si è limitata a portare un ariete alle porte del castello per sfondarne le porte e ribaltare lo status quo dell’establishment. È diventata lei, l’establishment”

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