Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio
Gesù, Discorso della Montagna
▻ Un hashtag di tre parole. Un abbraccio tra due persone. Un paio di bandiere che a molti già pare disturbi vedere accostate. Qui c’è un tavolo di dialogo per la pace, dice lo slogan della campagna di mobilitazione, nata con la rivista Vita per incoraggiare l’avvicinamento tra le comunità ucraine e russe presenti in Italia, così da prevenire derive di inimicizia e di tensione. In una parola: l’odio. Il disegno è del fumettista Gianluca Costantini. È stata la ricerca tra le immagini a condurci fin qua, alla notizia dell’adesione al tavolo di Laureus Italia, la fondazione che si impegna a sostenere i minori che vivono in condizioni di deprivazione economica e sociale attraverso lo sport.
«Lo sport è un movimento sociale straordinario e non può che ambire alla pace e alla sua promozione. Abbiamo quindi invitato tutte le società sportive e i partner con cui collaboriamo, ad aderire insieme a noi a questa campagna. E speriamo di inondare le strade delle nostre città di poster che testimonino la presenza di tavoli di dialogo e di mediazione. Noi per primi lo abbiamo già fatto».
Queste sono state le parole per l’annuncio dell’adesione pronunciate da Daria Braga, alla guida della onlus che opera nelle periferie italiane da 17 anni. Il primo patrono di Laureus è stato Nelson Mandela. All’inaugurazione dell’edizione degli Awards 2000, pronunciò un discorso nel quale la fondazione ha messo le proprie orme. Disse: «Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Ha il potere di unire le persone in un modo che poco altro fa. Parla ai giovani in una lingua che capiscono. Lo sport può creare speranza dove una volta c’era solo disperazione. È più potente dei governi nell’abbattere le barriere razziali. Ride di fronte a tutti i tipi di discriminazione».
Slalom ha incrociato l’iniziativa di Laureus Italia una settimana fa, mentre la federazione pallacanestro, con il sostegno del CONI e del governo, annunciava il boicottaggio della partita con la Russia per la qualificazione ai Mondiali di basket, anticipando che nemmeno un’eventuale distensione del contesto politico internazionale avrebbe condotto a una revisione.
Fu il giorno in cui Slalom chiese allo sport di trovare dentro di sé persone e istituzioni desiderose di ricostruire un terreno comune e di ricucire un tessuto strappato. Eretico e meraviglioso oggi, doveroso una volta firmati gli accordi di pace. La sintesi era: candidiamo lo sport al premio Nobel per la pace (si legge qua)
Grave incapacità di uscire da una logica binaria. Da parte della STRAGRANDE MAGGIORANZA del mondo sportivo (in analogia con quello non sportivo). Manca totalmente la posizione di chi, cito lo Slalom, voglia candidare lo sport al Nobel per la pace. Per farlo bisognerebbe ammettere che i capitali su cui si fonda non lo permettono senza una rivoluzione (auspicabile!), che lo sport è troppo importante per il consenso e una serie di altre cosette con cui non ci si vuole confrontare. Così ci si trastulla con acrobazie logiche, elenchi di colpe altrui, rinfacciamento di torti e propaganda. Da molte, troppe parti
Flavio Tranquillo (giornalista Sky)
Intervista a Daria Braga (Laureus)
“Lavoriamo a una manifestazione
per bambini di Russia e Ucraina”
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Se un premio Nobel per la pace (Nelson Mandela, 1993) esiste nelle radici di Laureus, se esiste questo tavolo di dialogo, se vogliamo provare a ragionare oltre la logica dei blocchi e della contrapposizione, la voce del direttore Daria Braga è da ascoltare. È psicologa-psicoterapeuta dell’età evolutiva e dell’adolescenza. Si è occupata di valutazione, diagnosi e riabilitazione nel trattamento delle dipendenze; presso l’Istituto Bosisio Parini di interventi precoci, intensivi e individualizzati con bambini affetti da autismo.
«La capacità di dialogare è un fatto educativo. Deve tornare ad appartenere alla qualità della pratica sportiva. Deve partire dall’infanzia. È quanto mai evidente la necessità di traghettare le persone verso la capacità di sentire l’altro, di riflettersi in lui, di gestire i propri sentimenti. Diventa un fatto culturale. I sentimenti si imparano. La letteratura aiuta a farli conoscere. Mi pare che sia una dimensione perduta. Bisogna imparare a leggere la nostra mappa interna per gestire in maniera corretta le relazioni con gli altri».
➣ Minacce di boicottaggio, esclusione degli atleti russi dalle manifestazioni internazionali, relazioni interrotte. Che cosa dovrebbe fare lo sport?
«Trovo impossibile che non esista una possibilità di dialogo. Lo sport ha un potere straordinario, come diceva Mandela. Un tema è il lavoro di prevenzione. Siamo fatti di gioia. Lavoriamo per creare buoni cittadini. Lo sport compie per intero la sua missione tutte le volte sconfigge la violenza e la discriminazione. Laureus ha grandi ambasciatori che si mettono a disposizione di questo messaggio. Non ho risposte. Ma la domanda che si fa Slalom, è la stessa che mi faccio io: lo sport non avrebbe il potere di? Lo sport non potrebbe?».
➣ Il gravissimo contesto ha spinto lo sport ad associarsi alle sanzioni della politica e dell’economia. A lei non pare che abbia rinunciato a un pezzo della propria anima?
«Lo sport è un liberatore di emozioni. Di ogni tipo. Dunque deve essere usato bene, lavorando sulle componenti positive. I giovani devono imparare a riconoscerle e a gestirle. È un percorso.
Lavoriamo in territori con delle difficoltà, nelle nostre scuole multietniche, per evitare che lo sport sia non-inclusivo. Non lo è per definizione. Gli allenatori sono figure professionali importanti. Laddove esistono famiglie complicate, non integrate, i bambini sono come dei mediatori con il luogo in cui vivono. Un allenatore allora non è solo un tecnico. Come fondazione, noi insistiamo sulla formazione delle capacità relazionali, sono dinamiche complesse tra culture differenti, ancora più problematiche dopo la pandemia, durante la quale abbiamo visto i ragazzini ritirarsi. È emersa una fragilità generale, forse già esisteva, e quando stavamo per uscirne è arrivata questa terribile guerra, ampliando la visione negativa sul futuro. Non possiamo evitare conflitti e pandemie, ma lo sport è contatto. È mancato in due anni di virus, eppure resta l’unico strumento per chi non può intervenire, ma per chi può ancora raccontare che esiste una forma di relazione differente. Noi cerchiamo di farlo laddove convivono bambini diversi, magari tra loro si danno il cinque, tornano a casa e trovano un contesto diverso. Nei nostri ragazzi, comunque, non mi risultano manifestazioni di rifiuto o di rabbia».
➣ In modo ancora più esplicito: non è possibile organizzare una manifestazione sportiva con la partecipazione sia di russi sia di ucraini?
«Ci stiamo pensando. Ne abbiamo parlato con altre associazioni. Organizziamola. Con gli adulti, non lo so. Secondo me dovremmo farlo tra bambini, tra adolescenti. Pensi che bello se ci riuscissimo. Ucraini, russi, ragazze e ragazzi di ogni parte del mondo. Ho dato la mia disponibilità. Siamo dentro una prima tappa che è di accoglienza. Mi piacerebbe darle seguito in qualche centro estivo, con il sostegno dei nostri psicologi dello sport ai bambini traumatizzati. L’incontro con i bambini italiani sarebbe una lezione per entrambi. A quel punto si potrebbe pensare di organizzare una manifestazione più estesa. Spero solo che quando tutto sarà finito, l’attenzione non cali. È il rischio che si corre quando la parte emotiva prima prevale e dopo sfuma».
➣ Tra poco saranno assegnati i Laureus Awards. C’è un messaggio contro la guerra che arriverà dalla serata?
«Il messaggio di Mandela sul potere dello sport. Lo sport ci dice che siamo in grado di superare tutto e di cambiare il mondo, restando uniti. Senta come sono attuali le parole di Mandela».
➣ Stefano Domenicali, amministratore delegato di Liberty Media, non la pensa così. A proposito della capacità di cambiare il mondo e della presenza della Formula 1 in alcune nazioni sotto accusa per violazione dei diritti umani, ha definito le parole di Nelson Mandela sul ruolo svolto dallo sport contro l’apartheid come comprensibili, ma di un’altra epoca. Cosa ne pensa?
«In tutta franchezza, penso che la faccenda sia più complessa. In questo periodo sto ascoltando quanti hanno vissuto la guerra da piccoli, gente che ha perso dei familiari, che ricorda le bombe, che racconta gli orrori. Nella cultura della mia crescita, c’era la certezza che non sarebbe mai più successo. Chiediamoci perché. Lavoriamo sull’educazione. Le parole di Mandela, caspita se sono attuali. Se non valgono più, allora facciamole valere. Hanno trasformato tante cose».