Noi e gli svizzeri. L’esultanza di Nino Manfredi in Pane e Cioccolata

  Il girone degli Europei di Nino Manfredi aveva al posto del Galles la Grecia di una donna dissidente contro il regime dei colonnelli, la Turchia di un cameriere immigrato, l’Italia sua e degli altri espatriati, la Svizzera che li accoglieva tutti. Era il 1973, la Nazionale di Valcareggi stava per qualificarsi ai Mondiali azzurro tenebra di Germania e al cinema Pane e Cioccolata raccontava la vita di chi aveva lasciato il paese cercando riparo in un luogo dove si potesse soprattutto sfuggire dignitosamente alla povertà. È il più chapliniano dei film di Manfredi, secondo Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, dove lo hanno restaurato per il centenario della sua nascita – il più allampanato interprete della commedia all’italiana tra quelli della sua generazione, il più completo di sfumature, il meno uguale a sé stesso nei tipi portati sullo schermo, rispetto a un Sordi, a un Tognazzi, perfino a Gassman. 

 

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Il Nino Garofoli di Pane e cioccolata sente a un certo punto di non appartenere. Non è più suo lo squallore disperato né la rassegnazione alla miseria degli altri italiani incontrati. Come considera Michele Lecchi nel blog Il pensiero di oggi, il patriottismo confonde la lotta di classe. Per sfuggire alla repulsione che prova verso le umiliazioni accettate dai compaesani, si tinge i capelli di biondo, si fa crescere un ciuffo, si finge cittadino svizzero di lingua tedesca. Finché Fabio Capello non segna un gol contro gli inglesi, come a Wembley quando riscattò i camerieri italiani di tutta Europa, e la storia di Garofoli riprende la sua piega. Nel bar affollato nel quale sta vedendo la partita sfottendo e deridendo gli altri italiani come lui, quel gol fa saltare un tappo e lo riconnette a un’identità. Urla, cede al sentimento nazionale, e a quelli che adesso lo guardano strano, risponde so’ italiano, sì – anche se lottare per l’onore della patria non coincide con la lotta dei poveri contro i ricchi, non porta ricchezza: porta solo orgoglio, ma con l’orgoglio non si mangia.

Per questo nel finale poetico e straziante, rinuncerà al ritorno in Italia quando sul treno si imbatte in un gruppo di emigrati come lui che canta basta ca ce sta ‘o sole, ca c’è rimasto ‘o mare

 

Giulia Zonca su la Stampa racconta che a ogni Italia-Svizzera si riparte dal fischio di inizio della nostra comune storia. Se la nazionale che ci troviamo di fronte stasera è un concentrato di multietnicità è anche un po’ merito nostro che siamo stati la loro prima grande ondata migratoria. Non è andata subito bene, però abbiamo aperto una strada, creato un ponte ed è successo pure sui campi di calcio, grazie alla nazionale. Nella rosa di Petkovic c’è un solo nome con eredità nostrane, Elvedi. Si trovano radici che tornano in Kosovo, Croazia, Albania, diaspora recente dei Balcani e poi l’Africa del Camerun di Embolo, la stella del momento, Congo, Sudan, fino al Cile di Rodriguez, uno dei due uomini della Serie A convocati. Un’integrazione che sarebbe stata impossibile senza il nostro passaggio, senza le Colonie libere italiani in Svizzera, entità nata nel ventennio fascista come rifugio per fuoriusciti, cresciuta nel dopoguerra e arrivata alla massima espressione tra gli Anni Sessanta e la fine degli Ottanta, i due decenni in cui siamo passati da forza lavoro maltrattata a cittadini. Siamo stati come il popolo degli sbarchi e non un’esistenza fa

 

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera mette a confronto l’Italia dei tre oriundi Jorginho, Toloi, Emerson (era dal Mondiale di Cile 1962 – da Altafini, Maschio, Sivori e Sormani – che la Nazionale non si presentava in un torneo con un numero così elevato di giocatori di origine italiana nati all’estero) con la Svizzera multi-kulti, nella quale “l’anima balcanica più calda comunque resiste, anche se Shaqiri e capitan Xhaka hanno deluso con il Galles a Baku. Come è noto, il padre di Xhaka era un attivista della causa del Kosovo all’università di Pristina e fu arrestato per la sua militanza dalla polizia di Milosevic. Condannato a 6 anni, fu rilasciato dopo 3 anni e mezzo di umiliazioni morali e di percosse. Le motivazioni politiche, dato che la Serbia è assente, qui non ci sono, ma la Svizzera ha bisogno di riaccendere il suo fuoco. Embolo, arrivato dal Camerun con la madre a 7 anni, per idolo aveva Balotelli e a gennaio si è nascosto sui tetti durante una festa non autorizzata per sfuggire a un controllo anti Covid. Però ha preso un diploma in Economia, per pensare al piano B: merito di un sistema che accompagna i baby calciatori nel percorso scolastico. Anche per questo, un Paese di 8,5 milioni, continua a crescere nel pallone, specie a livello giovanile

Alec Cordolcini sul Giornale racconta la storia di Ruben Vargas, l’elemento per il quale il match di oggi contro l’Italia rappresenta un vero e proprio derby. Nonostante il cognome latino (il padre, insegnante di golf, è originario della Repubblica Dominicana) e le origini (il ragazzo è nato e cresciuto a Lucerna), una parte del ramo materno della famiglia di Vargas arriva dal Piemonte. Anni fa, con un po’ di fiuto e una passeggiata sul lungolago di Brissago, località svizzera del Lago Maggiore nota per il giardino botanico sulle isole di fronte al paese, qualche osservatore avrebbe potuto imbattersi in un ragazzino che, ospite dai nonni, divideva le proprie giornate tra il campetto e il piazzale della scuola, sempre con un pallone tra i piedi. Così ha raccontato la madre Fabienne Della Giacoma al quotidiano Il Corriere del Ticino.

 

vite La lotta di classe senza scarpette | “Lo sport più amato e seguito in quegli anni era il ciclismo. Il Giro di Svizzera se la rivaleggiava, per lustro e premi, con Giro e Tour, le biciclette erano il vanto della nazione. Eppure a ricordare quel tempo mi vengono in mente le partite infinite nei campi attorno a Lugano, lì dove gli italiani giocavano scalzi tra loro. E a volte pure contro gli svizzeri. In quei casi le partite diventavano finali mondiali. Il pallone si trasformava in rivalsa di classe, anche se questa rivalsa arrivava mai davvero.

di hugo loetscher, citato da Giovanni Battistuzzi su il Foglio

 
in una precedente versione la partita del film veniva erroneamente indicata in Inghilterra-Italia giocata a Wembley

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