Hanno rotto il calcio: la nascita della Superlega

  ▻  Poco dopo la mezzanotte, all’ora in cui tutte le Cenerentole hanno già visto ridiventare zucche le loro carrozze, quando ai balli sono rimaste solo le principesse accreditate, i capitani di industria e della polarizzazione sono usciti dai bunker sottoterra al buio, dentro i quali hanno preparato per anni il loro capolavoro, e finalmente alla luce del sole hanno annunciato quello che da tempo negavano e che noi povericristi sapevamo. Hanno rotto il calcio. 

Autoproclamandosi prestigiosi nella prima riga del loro atto di battesimo, hanno definito il perimetro dentro il quale si muovono, l’ambito del gruppo chiuso, con una parola abusata e in questo caso nell’etimo precisa: una casta. L’élite dei 12 fondatori più otto cooptati di anno in anno si faranno la Superlega, da giocare durante la settimana, da agosto in due gironi da dieci, andata e ritorno, 18 partite, le prime tre si qualificheranno ai quarti di finale, la quarta e la quinta non si negheranno un altro paio di passaggi in tv per spareggiarsi l’ultimo posto della seconda fase: finale per la Coppa a maggio. 

Si spartiscono per il fastidio tra gli autoinvitati subito tre miliardi e mezzo di euro, mettendo in piedi un torneo che pare ne valga 4 l’anno, per il quale Marca individua in Real Madrid e Manchester United i motori. Il Real Madrid ha accelerato con la società finanziaria Key Capital nella massima riservatezza, quando l’UEFA stava a sua volta accelerando per presentare oggi la nuova Champions, già per conto suo parecchio criticata. 

 

Uno scontro tra interessi privati, tutti legittimi, nei quali non ci sono più in campo squadre di calcio con i loro campioni, ma industriali e capitalisti che usano quei vecchi nomi per fare finanza, sostenuti da lobby e camarille che rendono confuso pure il panorama dei giudizi, in un quadro di matrimoni di interessi (non conflitti) che sono anche mediatici. 

Paolo Casarin sul Corriere della sera ieri scriveva dell’esistenza di un calcio nuovo del tutto diverso per spirito e partecipazione da quello delle radici. Una separazione netta. Era un discorso legato alla tendenza nel cercare sempre più gol, un malinteso senso dello spettacolo. Ma è una conclusione esemplare anche quando si giudica la svolta industriale del gioco. Il gioco è per il sociologo Roger Caillois un’attività improduttiva, che non crea né beni, né ricchezze, né altri elementi di novità. Una attività fittizia, consapevole della sua irrealtà. Cosa c’entra più il gioco con il calcio?

Al calcio piace dirsi molto più di sé stesso, sociale quando gli serve e gli conviene, ma è fuori dalla sfera della società, fuori da un corpo di riti anche tribali che lo hanno fatto prosperare, fuori da quel territorio nel quale si esercita la difficile ricerca di una identità, dove lo stanno definitivamente portando i suoi neo-capi, facendosi ceto, corporazione e rango, uniti da una comunanza auto-certificata, al culmine di un quarto di secolo nel quale ogni voce dissidente rispetto alla piega presa era derisa come nostalgica, romantica, anacronistica. 

 

«Questo piano va contro i principi dello sport. Mette a repentaglio il principio di solidarietà e di meritocrazia dello sport»

Emmanuel Macron

 

Micah Richards, ex difensore del Manchester City e della Fiorentina, parla di uno strappo “ai cuori e alle anime”. Gary Neville, capitano del Manchester United sotto Ferguson, parla di una “presa del calcio”, peraltro con un “tempismo orribile”, con la firma di società che per la maggior parte degli ultimi dieci anni hanno “vissuto come piccoli club, squadre che sono state un macello”. Un macello fino all’ultimo giorno, a dire il vero. Con un certo effetto comico, i 12 capi del calcio fanno nascere la Superlega nella domenica in cui la Juventus ha perso con l’Atalanta, l’Inter ha interrotto la sua serie di 11 vittorie consecutive, il Milan ha vinto con un autogol di schiena contro la tredicesima in classifica, il Real Madrid ha pareggiato 0-0 con il Getafe sestultimo e forse ha perso il campionato, l’Arsenal ha fatto 1-1 con il terzultimo Fulham.

Del resto sarebbe un errore leggere la Cosa con gli occhiali dello sport e dei risultati. È un torneo di privati fondato sullo stesso metodo che dal 26 aprile governerà le nostre serate di calcetto: sceglieremo senza vincoli chi chiamare e a chi far portare il pallone.

«Centocinquant’anni di storia distrutti da sei club. In che mondo vivono queste persone per pensare di poter portare avanti tutto questo in questo momento?» si domanda Gary Neville. 

La risposta è nella domanda. In questo mondo. In questo momento. I 12 capi del calcio sono tre proprietà americane (United, Liverpool, Arsenal), uno Stato arabo (Manchester City), un magnate russo che non può mettere piede in Inghilterra (Chelsea), un inglese che risiede alle Bahamas (Tottenham), due associazioni spagnole che hanno un miliardo e mezzo di debiti (Real a Madrid e Barcellona), una ex squadra del popolo dal dna mutato, che si faceva chiamare materassaia ed è finita nella sfera multiforme di Wanda (Atlético Madrid), una società cinese che non si capisce quanto margine di manovra abbia dal partito comunista del suo paese (Inter), una di proprietà di un fondo e dunque per definizione ancora di nessuno (Milan), un’altra della famiglia italiana più avvezza al potere.

 

  Florentino Pérez è il presidente della Superlega, Andrea Agnelli il suo vice. Quando nell’estate del 2018 Repubblica scrisse che la Juventus stava comprando Ronaldo non per fare del bene al calcio italiano, non per farsi locomotiva della crescita di un sistema, ma per annientarlo, la Juventus reagì in modo scomposto. Era una verità lampante. Non era ecologia del suo pianeta, era il biglietto di viaggio per un altro mondo. Tre anni dopo nelle sue comunicazioni ufficiali, il club toglie l’articolo davanti dal nome, Juventus comunica, Juventus dice – nei dettagli infinitesimali si nascondono le verità – mostrando che pure nel linguaggio il calcio ha sovrapposto alla dimensione del gioco quella della finanza. È finito un mondo come lo conoscevamo ed è simbolico, naturale, fatale che accada ora, con il mondo che è dentro un Armageddon, dentro la riscrittura di comportamenti e di codici, mentre i Prandelli si fanno da parte sentendosi inadatti e i Florentino Pérez comprano le autostrade, il pallone, il mondo. 

Così come fa sorridere stamattina anche il ricordo di un altro slogan meccanico, masticato come un chewing gum, quella tesi secondo cui il calcio italiano aveva il bisogno, la necessità e anzi l’urgenza per tornare florido, non di un’Atalanta o una Lazio, ma di riavere la competitività delle due squadre della città di Milano, di nuovo ai vertici per la prima volta dopo un decennio di scelte tecniche sbagliate, di manovre finanziarie oscure e di trame non ancora del tutto chiarite. Era in tutta evidenza un amore che Milano non ricambia

 

  È molto dannoso per il calcio. Siamo con le autorità sportive che si sono opposte. I club coinvolti ora devono rispondere ai propri tifosi e consultarli.

Boris Johnson

 

  L’UEFA fa la figura dell’asino in mezzo ai suoni e adesso parla di progetto cinico, minacciando sanzioni: esclusioni dai tornei per i club e dai Mondiali per i calciatori. L’ECA fa la figura di chi non aveva capito in quali mani aveva messo lo sterzo. Agnelli ne esce moralmente peggio di tutti, come un dirigente che sedeva in ogni consiglio possibile con l’abito del manager, lavorando contro gli interessi dell’ente che rappresentava: una volta la Lega Calcio, un’altra l’ECA, non ultima l’UEFA. Solo pochi mesi fa diceva che la Superlega era un rumour, del resto aveva pure confermato in tv Allegri dopo l’eliminazione con l’Ajax e Sarri dopo quella con il Lione. Doveva tranquillizzare la Borsa, prima dei tifosi. Questo è il calcio. Ma è tutto fuorché una sorpresa, tutto fuorché uno scandalo. È una lezione di filosofia. È una maniera di stare al mondo, una lettura della società che già contagia le Nazionali, con la separazione tra un mondo di sopra e un mondo di sotto. 

 

La Superlega può finanche esistere, se i suoi club escono dai campionati. Non possono autoinvitarsi a firmare un contratto con il circo Pace e Bene per girare l’Europa, dividersi i miliardi ai quali altri non hanno accesso e allo stesso tempo usare quei miliardi per falsare un’altra competizione. Il 19 aprile del 2016, la voce dall’altoparlante al campo dove si giocava Rochdale-Gillingham, nella serie C inglese, lanciava un appello al pubblico, perché il proprietario della macchina targata eccetera eccetera aveva lasciato i fari accesi. Il proprietario era in campo che giocava. Si chiamava Callum Camps. Entrò negli spogliatoi, diede le chiavi della macchina a un magazziniere perché risolvesse il problema, tornò in campo e fece gol. Cinque anni dopo, in quest’altro 19 aprile, Florentino Pérez e gli Andrea Agnelli hanno deciso che con i Callum Camps loro non hanno più niente a che vedere, neppure per sbaglio. Eppure raccontavano tutti quanto fosse bella la favola del Leicester Cenerentola. Poi di nascosto guardavano l’orologio, impazienti che arrivasse mezzanotte

 

| commenti 

  Agnelli ha il diritto di fare quello che vuole per cercare di incassare sempre più soldi e portare più avanti la sua azienda, ma deve fare attenzione a qualche particolare che per adesso nel calcio è rimasto silenzioso. Il tifoso, che ormai è vera, vasta, classe media, è un cliente dei club e un consumatore di prodotti sul mercato. Il calcio è sentimento, colpito alle spalle diventa rancore. È un affare? Facilita la vendita di prodotti Fiat? Assolutamente no. Sarebbe interessante conoscere il parere di John Elkann, sulle cui spalle cadrebbero le conseguenze industriali. Per il resto il disegno è rozzo ma convincente: gestire in pochi la ricchezza di molti. Non una grande idea, non una novità almeno, è stata tentata molte volte in passato da regimi autarchici perché prepotente, quindi forte, avida. Che nell’euforia dimentica un altro particolare: quale sarebbe il piazzamento della Juve in questo super campionato? La storia dice tra il 6° e il 9° posto. Cioè il prodromo della noia. Auguri. di mario sconcerti, Corriere della sera

 

In tempi di crisi – il Covid è stato una bomba sulle macerie – occorrerebbe piuttosto razionalizzare i costi, introdurre qualche formula di salary cap, trasformare il Fair play finanziario (peraltro in fase di liquidazione) in un obbligo a redistribuire fra gli altri partecipanti il denaro speso oltre i limiti concordati (luxury tax). Questa sarebbe una sensata applicazione di alcune regole dello sport americano, non una secessione”. di paolo condò, la Repubblica

 

Da Nyon, in piena fibrillazione, hanno messo in circuito una multa da trenta a cinquanta miliardi e l’espulsione per chi dovesse aderire al torneo. Balle svizzere. Sarebbe curioso vedere il prossimo campionato europeo, o il mondiale in Qatar, senza i calciatori che fanno parte di Inter, Milan e Juventus, i tre club nostrani che sono in lista d’attesa per la nuova competizione, insieme con le altre grandi società continentali. A Nyon, come a Zurigo (Fifa), dovrebbero riflettere se esista ancora l’utilità di simili istituzioni in un sistema che ha velocità ed esigenze diversedi tony damascelli, il Giornale

 

Il calcio è a quel punto del film western in cui tutti tirano fuori la pistola e se la puntano addosso, quando si blocca l’immagine e resta da capire se si vuole girare la scena del massacro o quella della mediazione. Questo è il punto di arrivo di una strada che il pallone ha preso tanto tempo fa. Ora improvvisamente si scopre la morale e, comunque vada, magari la rottura servirà a rimettere in discussione un sistema sul punto di crollare. La Super Lega non parla ai tifosi, ma a un pubblico più grande, internazionale e neutrale che vuole solo vedere un gigante contro l’altro: Godzilla contro King Kong. La Champions attuale non può tanto e sarebbe difficile raggiungere l’obiettivo pure per quella extra large. Il nodo della contesa sta qui ed è il momento in cui le mani scattano sul grilletto. Il calcio non è stato lanciato all’improvviso in questo territorio sconosciuto ci è rotolato a furia di Supercoppe vendute ai sauditi e di logiche televisive che hanno sostituito il pubblico. Ora vediamo dove sparano e se bucano il pallone. di giulia zonca, la Stampa

 

Molte cose hanno però trovato una spiegazione: in particolare la sorprendente retromarcia di Juve, Inter e Milan proprio sui fondi d’investimento e gli attacchi a Dal Pino, offeso e sfiduciato pubblicamente con tanto di possibile richiesta dei danni. Singolare, a tal proposito, l’atteggiamento di alcuni club medi e piccoli che continuano a pendere dalle labbra dei potenti trascurando l’aspetto del possibile crollo dell’interesse e dei ricavi della serie A” – di ivan zazzaroni, Corriere dello sport-Stadio

 

Sono i più forti, ma non gli unti dal Signore.  Non s’accontentano di diritti tv, premi Uefa, posti sicuri, ranking storici e bilanci miliardari. Vogliono tutto. Vogliono la “loro” Super Lega da subito. I 12 club vogliono “collaborare” con Fifa e Uefa. Dando naturalmente le briciole alla Serie B del mondo. di fabio licari, la Gazzetta dello sport

 

L’Uefa aveva proposto di costituire una forma di joint venture con loro, già questa scelta sarebbe stata discutibile, evidentemente Florentino e la sua banda non l’hanno considerata sufficiente. La pandemia ha colpito così duramente pure i bilanci delle società di calcio che stanno tutti un po’ perdendo la testa. Qualche novità è necessaria, anche per riconquistare il gradimento delle più giovani generazioni che sta declinando, ma senza cancellare l’essenza del gioco: la possibilità aperta a tutti di vivere un sogno.di gianfranco teotino, il Messaggero

 

Questa non è una riforma della Champions partorita per renderla più competitiva, più appassionante, più interessante. Questa cosiddetta Superlega che allinea nelle proprie fila anche club da decenni incapaci di essere né campioni d’Europa né tantomeno protagonisti, è un’autentica licenza per uccidere la quintessenza del calcio, il merito sportivo, lo spirito della competizione, il premio ai migliori in campo, non ai migliori Iban. Questa cosiddetta Superlega riporta indietro gli orologi di settant’anni e prende a calci il sentimento popolare. Ammette a corte solo i più abbienti, anche quelli con un palmarès internazionale arrugginito da anni di batoste. Nasce come un club di ricconi o ex ricconi che, non sapendo più come raccattare denaro, buttano nella spazzatura la grandezza del football per foderare di euro i bidoni nei quali intendono piombarla. Ceferin e Infantino, in gioco c’è il Calcio. Non fate prigionieri.di xavier jacobelli, Tuttosport

 

Leggeremo di società e presidenti che accuseranno altre società e altri presidenti di eccessiva avidità, come se le loro fossero organizzazioni no profit. Interverrà in tackle anche la politica – Macron e Boris Johnson hanno già aperto il fuoco. In realtà la rivoluzione, quella vera, riguarderà soprattutto noi tifosi. Chi ama lo sport non può reagire a questa “cosa” senza un’ancelottiana alzata di sopracciglio – senza timore di affondare le mani nella retorica, è una rivoluzione che scuote nelle fondamenta non solo le istituzioni del calcio che conosciamo da oltre sessant’anni, ma anche i nostri stessi animi di bambini poi diventati ragazzi poi diventati adulti nel sogno fanciullesco di vedere il Torino l’Atalanta il Napoli la Lazio la Roma il Parma il Verona (eccetera) scalare la piramide del calcio europeo. Su che basi viene brutalizzata la totalità delle società calcistiche europee, tranne dodici/venti, e le loro affezionate tifoserie? Su stime economiche, sicuramente fondate ma impalpabili, di travolgenti raccolte di danaro provenienti dalle Americhe o dall’Asia, dove Milan, Arsenal o Manchester United sono tifate a prescindere dal fatto che siano diventate periferia del grande calcio da un decennio? E se questo gruppo di intraprendenti Gordon Gekko avesse sopravvalutato l’appeal di ripetuti Tottenham-Lipsia o Arsenal-Atletico Madrid di mercoledì sera autunnali? E se l’entusiasmo nascondesse disperazione? O forse la Super League è davvero l’unica opportunità disponibile in questi tempi di crisi? O magari adesso, rinfoderate le sciabole, verrà il tempo della mediazione, degli sherpa incaricati di ridisegnare lo scenario comune. Ancora per qualche giorno, concedeteci il diritto di non sapere bene come pensarla. di giuseppe pastore, il Foglio

 

  | “I dodici club che ieri hanno svelato i loro progetti resteranno a lungo quelli che hanno scelto di tradire un ideale condiviso. Questa infamia non è solo il tradimento dell’idea proposta da questo giornale nel dicembre 1954, ma anche il tradimento di tutti coloro che hanno sempre amato il calcio europeo e che hanno contribuito a costruirlo. Si sono dimenticati di essere lì grazie agli altri, alle stesse persone che intendono spogliare e lasciare dietro. Eccoli, pronti a uccidere il calcio europeo, la sua essenza, la sua storia e la sua bellezza, per puro cinismo e spaventosa avidità. Abbiamo sempre saputo che l’incomprensione dei proprietari americani per lo sport europeo poteva portare a questo scisma assoluto, a questa guerra totale, incoraggiati dal cinismo di Andrea Agnelli e Florentino Pérez. Possiamo sognare, questa mattina, che i tifosi scelgano di non lasciarglielo fare, di non iscriversi ai canali che trasmetteranno l’evento, di non comprare più le maglie dei club che lo giocano, di non perdonare. Il PSG è insieme al Bayern Monaco uno di quelli che finora ha detto no. Il fronte dovrà allargarsi, molto rapidamente. Le minacce delle istituzioni nazionali ed europee sono così importanti e così unanimi che ci può essere speranza. Ma non sarà sufficiente. Senza dubbio questi dirigenti sono troppo abituati a gente che dice loro di sì. Questa mattina è ora di dire loro di no. di vincent duluc, l’Équipe 

 

  Una competizione di plastica, seguita da tifosi di plastica. Un campionato in cui nessun altro può entrare, un campionato da cui non si retrocede, non importa quanto tu sia scarso. La fine della meritocrazia. Plastica. Solo i cacciatori di gloria più superficiali possono trovarlo fonte di divertimento. Questo è il motivo per cui i proprietari di Arsenal, Manchester United e Liverpool lo adorano tanto. Conoscono il prezzo di tutto e il valore di niente, come diceva Oscar Wilde. Stava definendo il cinismo, ovviamente. Avrebbe potuto definire così i signori Henry, Glazer, Kroenke e i loro schifosi accoliti. Nel momento in cui i club si renderanno conto di quanto siano isolati, di quanto sarebbe impopolare questo torneo, non avranno altra scelta che ripensarci. Eppure questo richiede impegno. Sui social media ieri c’era troppa esaltazione infantile. Ciò che rende speciale la Premier è l’emergere di un Leicester, una stagione al sole per il West Ham. Il fatto che una delle Big Six non entri tra le prime quattro crea un emozionante senso di pericolo in ogni stagione. Ecco perché questo è il campionato più seguito al mondo: perché quelli al vertice devono essere bravi. di martin samuel, Daily Mail

 

Interesse personale. Cinismo. Opportunismo. Arroganza. Avidità. Dodici club pronti a sfruttare l’incertezza causata dalla pandemia di coronavirus per fare una cosa: badare a se stessi. Quanto è venale? Questa è la più grande minaccia che il calcio abbia mai affrontato. C’è solo un motivo per cui la Champions League è stata creata: i soldi.  Ma questa Super League è un monopolio anticoncorrenziale e non sorprende che i suoi fautori siano il presidente del Real Madrid Florentino Perez e i proprietari americani di United, Liverpool e Arsenal, oltre al presidente della Juventus Andrea Agnelli. I firmatari non sembrano interessati a partecipare a una competizione o alla salute del calcio. La piramide del calcio? Demoliamola. Pensano a proteggere i propri ricavi. di jason burt, the Daily Telegraph

 

Avete perso Liverpool-Real Madrid? Non importa, domani sera giocheranno di nuovo, e poi fra tre sere di nuovo. Forse una volta che tutto questo sarà svanito, una volta che la minaccia imminente di una Super League separatista sarà stata risolta in un modo o nell’altro, il calcio troverà il tempo per una piccola riflessione. Come siamo arrivati ​​a questo punto. Come ha fatto lo sport più popolare al mondo a trasferire così tanto del suo potere, della sua ricchezza e della sua influenza a persone che lo disprezzano. Perché non ci si può sbagliare: questa è un’idea che poteva essere immaginata solo da qualcuno che odia davvero il calcio fino alle ossa. Qualcuno che odia così tanto il calcio da volerlo potare, sventrare, smembrare: dal calcio di base fino ai Mondiali. Qualcuno che trova offensiva l’idea stessa di sport agonistico. Al centro di questa mossa, c’è il disgusto per il punto chiave dello sport: un confronto tra nazioni e culture, città e regioni, idee e sistemi, un ecosistema con una parte superiore, una parte centrale e una parte inferiore: si va e si gioca, oltre che sedersi e pagare. 

Questo è un reality show televisivo di 12 mesi il cui unico lo scopo è generare un flusso incessante di contenuti. Il calcio come streaming su richiesta, il calcio come bene di consumo. A questo punto, vale la pena sottolineare una verità scomoda: questo è ciò che molte persone vogliono effettivamente. Forse non voi o i coraggiosi abbonati o gli ultras della Curva Sud, ma sicuramente milioni in tutto il mondo senza un particolare attaccamento storico al gioco del calcio. Il Barcellona ha un debito di 1 miliardo e deve affrontare una delle più grandi crisi finanziarie della sua storia. Il Real Madrid non è stato in grado di permettersi un solo grande acquisto la scorsa estate. La Juventus dovrà trovare circa 100 milioni entro la fine di giugno. I proprietari dell’Inter hanno chiesto finanziamenti di emergenza a febbraio. Queste sono le menti più acute, i ragazzi più intelligenti dentro la stanza. Dobbiamo davvero credere che questi cervelli galattici possano lavorare insieme per organizzare una lega separatista,  quando riescono a malapena a tenere un tetto sopra le loro teste? Forse, nonostante tutto il mal di cuore e lo sconvolgimento, questa è la logica conclusione: sono anni che minacciano di andarsene. Bene, ragazzi: buona fortuna. di jonathan liew, Guardian

 

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