

Ogni giorno che passa, ogni giorno in cui taglia la linea del traguardo, Jonas Vingegaard sospira e pensa neppure oggi è capitato a me. Il suo solo avversario a questo Giro è qualche erede del gatto che attraversò la strada a Marco Pantani quasi trent’anni fa a Cava de’ Tirreni, dove peraltro oggi passa la corsa. Il percorso è qui.
La tappa di Potenza è stata un delirio totale, una roba comica e bizzarra che la rivista Rouleur definisce a metà tra “il divertimento puro con risate ad alta voce” e “l’assurdo più totale”. Un’odissea di 203 chilometri sotto una pioggia battente, dove a un certo punto è sembrato che nessuno volesse davvero vincere.
Una tappa che sembra un film scritto a quattro mani da Guy Ritchie e dai fratelli Coen, con la complicità di Paolo Villaggio. Due criminali di mezza tacca si ritrovano tra le mani la rapina del secolo e iniziano a scappare sotto la pioggia battente, tra inseguimenti, derapate sull’asfalto e imprevisti continui. Questa è la parte di Guy Ritchie. Poi I Coen ci mettono quell’ironia cinica e surreale con cui i protagonisti fanno di tutto per incasinarsi la vita da soli, finché arriva la nuvola di Fantozzi.
I protagonisti della follia cominciata ai primissimi km sono due giovani quasi sconosciuti al grande pubblico, il portoghese di 24 anni Afonso Eulálio – nome da personaggio di Antonio Albanese – e lo spagnolo di 23 anni Igor Arrieta – uscito invece dalle cronache di Adriano De Zan [da leggere con quattro i iniziali e cinque e nel cognome].
È andata così. Sulle rampe del Monte Grande di Viggiano, Eulálio e Arrieta scattano e staccano gli altri 11 compagni di fuga.
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