Una riga evidenziata in un sito oscuro lo aspettava al ritorno da Zurigo. Simon Bolle era appena rientrato a Parigi quando trovò online il resoconto del suo viaggio: il motivo, gli incontri fatti, perfino citazioni che non aveva mai raccolto. Era un avvertimento travestito da articolo, una maniera elegante e tossica per dirgli che qualcuno lo stava guardando. Bolle stava preparando un libro, un’inchiesta sulla FIFA, e da lì in avanti il suo racconto si è spostato su un sistema che registra e osserva chi gli gira intorno. Un sisteme che sotto Gianni Infantino viene adesso accusato di essere diventata una macchina opaca, sempre più verticale, sempre più simile al potere che frequenta.
Marc Leplongeon lo racconta su L’Équipe presentando FIFA Connection, il libro che Simon Bolle alla fine ha pubblicato per Flammarion. Una controstoria fatta di viaggi in Svizzera, in Qatar, a Miami, fonti incontrate in un clima di paranoia estrema, una lunga ricostruzione dell’ascesa di Infantino e dei meccanismi interni alla FIFA. Bolle racconta il il punto in cui il calcio diventa denaro e diplomazia, relazioni tossiche con il potere e fedeltà comprate.
Un libro che arriva alla vigilia di un Mondiale sorvegliatissimo, con biglietti a prezzi proibitivi e una gestione commerciale che sembra avere smesso di vergognarsi. “Il libro mostra un calcio in cui il potere e il denaro non deformano solo i dettagli, ma cambiano la natura stessa delle cose: una Coppa del Mondo diventata una macchina commerciale totale, e ogni critica sul ritmo, sulla fatica, sul senso viene coperta dal rumore trionfale dei ricavi” scrive L’Equipe.
Per capire come si è arrivati qui, Bolle torna all’inizio della traiettoria di Infantino. Non ancora il capo del calcio globale, ma il perfetto numero due all’UEFA di Michel Platini. Un lavoratore instancabile, un tecnico raffinato, un poliglotta, un organizzatore meticoloso, già allora divisivo e già allora sempre più interessato a entrare nella politica del pallone, non solo nella sua amministrazione. L’immagine che emerge è quella di un uomo che sa stare un passo dietro finché non arriva il momento di spostarsi avanti. Il passaggio decisivo è naturalmente il 2015, l’anno in cui la FIFA viene travolta dalle indagini svizzere e americane e il sistema Blatter si incrina in modo irreversibile.
Dopo l’uscita di scena di Sepp Blatter, Platini sembra avere la strada spianata per prendersi la FIFA. All’UEFA il rapporto dei ruoli è chiaro: a lui la rappresentanza, la politica sportiva, i gala, i riflettori; agli altri le sfumature diplomatiche e i dossier tecnici. Infantino è l’uomo delle pratiche, il braccio destro che non dovrebbe tradire. Ed è proprio qui che il libro, stando agli estratti pubblicati da L’Équipe, introduce il sospetto più corrosivo: che nella caduta dei suoi antichi mentori, Infantino abbia avuto un ruolo più attivo di quanto sia mai stato provato in modo definitivo, ma più consistente di quanto il racconto ufficiale abbia voluto ammettere.
“Dietro il cranio lucido e le apparenze morbide del grande servitore dell’istituzione, il libro lascia intravedere un uomo d’apparato che capisce quando il sistema si sta sfaldando e che, invece di affondare con i superiori, si muove abbastanza bene da ritrovarsi solo sulla riva giusta”.
Quando gli investigatori svizzeri e americani cominciano a raccogliere email e faldoni interi di materiale riservato, tra i documenti compare anche la traccia del pagamento considerato “sleale” tra Blatter e Platini, il famoso versamento da due milioni di franchi svizzeri per cui Platini è stato poi definitivamente assolto. Ma la domanda che attraversa il libro non è solo giudiziaria: chi ha orientato la giustizia verso quella pista, chi ha reso possibile che proprio quel documento diventasse il detonatore politico di una successione? Ufficialmente, in tribunale, il magistrato Olivier Thormann ha sostenuto che la soffiata arrivò da Markus Kattner, ex direttore finanziario. Kattner lo ha negato. Il sospetto, allora, si è fermato a lungo su Marco Villiger, direttore legale della FIFA, uomo-ponte tra la federazione, il Ministero pubblico svizzero e il Dipartimento di Giustizia americano, figura abbastanza interna da sapere tutto e abbastanza flessibile da sopravvivere a tutti.
Villiger è un personaggio da romanzo grigio del potere, un soldato dell’ombra, il coordinatore successivo del sistema di giustizia interna che porterà alle sanzioni contro Blatter e Platini, l’unico superstite del vecchio ordine dentro il nuovo corso di Infantino almeno fino al 2018. Sepp Blatter, nel libro, lo chiama “un nobile bugiardo” e lo descrive come uno che lo guardò negli occhi giurando sui figli che non era stato lui. Villiger, rintracciato da Bolle per caso in un caffè di Zurigo, si limita a ripetere che il capitolo è chiuso e che non è autorizzato a parlare di segreti d’affari. È una risposta che, in un libro come questo, non chiude niente. Anzi. Conferma un clima.
Intanto Infantino arriva dove voleva arrivare. Blatter fuori, Platini fuori, la FIFA nelle sue mani. E una volta dentro il ruolo, secondo Bolle, l’uomo delle promesse di neutralità e buona governance si adegua perfettamente alla materia che governa. Le frasi di un tempo sui contropoteri indispensabili, sulla necessità di evitare influenze politiche improprie, restano un vecchio manifesto elettorale. Quando Bolle prova a interrogarlo per il libro, Infantino declina tutte le richieste di intervista. A parlare sono il dipartimento comunicazione e pochi dirigenti scelti.
Bolle si concentra sulla gestione del denaro FIFA, un sistema di redistribuzione gigantesco, presentato come sostegno a federazioni, associazioni, fondazioni, progetti caritativi, ma spesso incapace di controllare davvero dove finiscano quei fondi. Una delle fonti di Bolle usa un’immagine, quella della FIFA che invia centinaia di migliaia di palloni, ma poi non sa dire se siano arrivati nelle scuole, se siano stati rivenduti al mercato all’angolo o se siano ancora chiusi in un container a prendere polvere.
Sul ciclo 2023-2026 la FIFA ha immaginato ricavi per 13 miliardi di dollari e spese per 12,9. I soldi arrivano dai diritti televisivi, dal marketing, dalla biglietteria, da sponsor che definiscono già da soli il ceto geopolitico di riferimento. Sono Aramco, Adidas, Coca-Cola, Hyundai, Visa, Qatar Airways. La crescita è esponenziale, e attorno a essa cresce anche la fascinazione di Infantino per i potenti veri, quelli che abitano oltre il recinto sportivo: Putin, Mohammed bin Salman, Trump.
È qui che il libro tocca il punto più disturbante: la facilità con cui il presidente della FIFA sembra accettare di stare dentro la scenografia del potere politico più aggressivo, fino a confondere il proprio ruolo con quello di un diplomatico senza mandato. È la rappresentazione di una FIFA che si presta a essere percepita come un sistema a menù, dove formati, paesi ospitanti, esclusioni e riabilitazioni sembrano negoziabili secondo convenienze di potere. Dopo il Mondiale a quarantotto squadre, la FIFA riflette apertamente su un’edizione a sessantaquattro già dal 2030. L’Egitto spera di recuperare partite del Mondiale 2034 assegnato all’Arabia Saudita. Il Mondiale per club potrebbe allargarsi ancora e diventare più ricorrente. Ogni evento è merce da mettere in circolo.
Nel frattempo, le federazioni europee minacciano a parole, poi arretrano. La Germania ha evocato l’ipotesi di un boicottaggio del Mondiale americano, salvo rientrare rapidamente nei ranghi. La ragione è semplice e feroce. La FIFA siede sulla migliore proprietà sportiva del mondo. Il Mondiale 2026 sarà un successo quasi comunque, perché il calcio riesce non grazie ai suoi amministratori, ma nonostante loro, nonostante i biglietti che per la finale arrivano a costare 7.466 euro. Nel dossier di candidatura americano, i biglietti più economici erano stati promessi a 21 dollari. Costano 191. E gli accompagnatori devono pagarsi il visto.
“Alla fine il Mondiale che doveva allargarsi al mondo intero si restringe nel gesto più semplice di tutti, quello di entrare allo stadio: i prezzi salgono fino a trasformare l’accesso in un privilegio, mentre la FIFA continua a parlare la lingua universale del calcio con la freddezza di una piattaforma premium”.
È questa la cosa che FIFA Connection sembra mettere a fuoco. Non solo l’ascesa di Infantino, non solo il sospetto di tradimenti antichi o il gusto per i potenti, ma una trasformazione più profonda del calcio mondiale, amministrato come una proprietà che funziona da sola abbastanza da consentire a chi la governa qualunque torsione. Finché gli stadi si riempiono, i broadcaster pagano e i governi si mettono in fila, tutto il resto può sembrare secondario. Anche la governance. Anche le promesse. Anche il calcio.