
È il 24 marzo del 1976, quando il Guerin Sportivo va in edicola con pagina 4 e pagina 5 dedicate al divorzio da Gianni Brera. È un piccolo grande shock nel giornalismo sportivo italiano. Brera era stato direttore del settimanale fino a poco prima, Italo Cucci gli è subentrato da meno di un anno conservando lo spazio dell’Arciposta – appendice della storica rubrica Arcimatto. Ma il Guerin Sportivo anni ‘70 a Napoli arrivava due giorni dopo, così il cinquantesimo anniversario di quella rottura su Slalom lo celebriamo oggi.
Il pezzo con cui Brera si congeda non è solo un saluto, ma una specie di autobiografia laterale, e insieme un pezzo di storia del giornale. Brera rinuncia a tenere un discorso ufficiale. Ricorda invece il suo percorso per persone, sedi, soprannomi, stanzette, giornate di lavoro, debiti di formazione. Il Guerino appare come una palestra artigianale, piena di figure decisive: da Brunone Slawitz a Emilio Colombo, da Carlin a Roghi, fino a Rognoni. È un pezzo di memoria scritto dal basso, quasi per gratitudine di bottega.
Brera riconosce al Guerino di avergli dato un mestiere. Non solo uno spazio dove pubblicare, ma proprio una lingua, una disciplina, un banco di prova. Quando racconta che scriveva i commenti della serie C firmandosi Gibigianna, quando ripercorre come rimediava in fretta la cronaca degli otto gironi della terza serie, quando dice che imparava mentre faceva, mostra le mani sporche e il giornalismo come officina.
“A Pavia – scrive – ho finito il Liceo e mi sono iscritto a Scienze Politiche. Il giornalismo, ancorché modestissimo, mi aiutava a vivere. Chissà per quale ticchio intimo sognavo di diventare scrittore. In effetti scrivevo, ma il giornalismo era una pessima scorciatoia. Il mio stile era ingrommato di grevi scorie letterarie: pensavo in dialetto lombardo e gonfiavo i miei pochi pensieri di vieto scolasticume. Soffrivo molto, avendone coscienza, ma ancora non capivo che era quella una precisa dannazione dei lombardi: imparavano l’italiano a scuola e troppo lo studiavano per non confondere gli intarsi linguistici con la semplice e veloce narrazione”.
C’è tutto Brera, in questo pezzo d’addio, nel modo in cui entra ed esce dal proprio mito. Con gli aforismi, il gusto della caricatura, la frase tornita. Ma sotto si sente una tenerezza vera, soprattutto quando parla del Guerino come del suo “amato violino”, del luogo dove “ha vinto la battaglia sul vernolo”. È la frase con la quale Brera dice di aver trovato lì la sua vera posta, aver portato nel giornalismo sportivo una lingua libera e muscolare, non più impiegatizia.
“In tutto il mondo – scrive e giganteggia – si è chiamato libero, in italiano!, il secondo terzino d’area, da me invocato per anni quale salvezza immediata o quasi delle troppe umiliazioni che andavamo subendo in campo internazionale”.
È un pezzo pieno di gerarchie e rivalità di giornale, raccontate come in una commedia feroce. Il Guerino contro la Gazzetta, Torino contro Milano, tutto un mondo di direttori, capiredattori, segretari di redazione, firme: il vero paesaggio sentimentale del pezzo. Brera si congeda con un addio consapevole, sa che i tempi cambiano, che le vecchie formule non reggono più, che il Guerino è stato “un estroso veicolo di umori” ma deve diventare altro. Saluta un giornale e una parte di sé. “Ora me ne sbarco un po’ mesto, con un rimpianto che è solo confortato dalla certezza di saperlo ben solido di chiglia e tutto nuovo di macchine”.
È un pezzo bellissimo perché dietro il Brera monumentale si vede l’uomo di redazione: “Caro vecchio Guerino, buona fortuna!”.
Il saluto di Cucci è affettuoso, ma anche ruvido, pieno di mestiere e di debito riconosciuto. Cucci congeda l’uomo che per lui è stato una mano tesa, un padre di giornale, uno che gli ha dato fiducia. È il ringraziamento di chi sa di avere ricevuto un’investitura. Attacca con: “Così Brera ci lascia”. Una frase secca, quasi spiazzante, senza enfasi elegiaca, dando subito l’idea di una separazione, un passaggio di consegne, un giornale che cambierà pelle.
Con le sue parole, Cucci riporta Brera alla vitalità personale. Dice che chi lo legge ritrova “il più giovane di tutti”, “la bravura più seria della giovinezza”. Rovescia l’immagine del grande vecchio e restituisce a Brera l’energia, la curiosità, l’irrequietezza, la giovinezza come stile mentale.
“I miei padroni, i nostri padroni — restino o confortino come han fatto fino ad oggi: erano tanti, sono diventati un esercito”. Brera viene salutato come uno dei capi di una stirpe di giornalisti che hanno allevato altri giornalisti, non padri in senso retorico, ma padroni di mestiere, quelli che ti insegnano come si sta in pagina e nel mondo.
“Ed ecco l’eredità di questo benedetto Guerino. Ho compiuto appena un anno – scrive Cucci – e non so se gioire delle migliaia di lettori che ho ritrovato o disperarmi per questo insostituibile collaboratore che ho perduto”. L’eredità ricevuta e la responsabilità della perdita. Nel momento in cui Cucci prende in mano il Guerino, non sa fingere che sia una transizione neutra. C’è in pagina addirittura una vecchia vignetta che il Guerino aveva pubblicato a suo tempo per duellare a distanza con Brera, al tempo firma della Gazzetta. È una citazione dichiarata. È alla Gazzetta che Brera sta tornando.
“A rileggerci presto” è il saluto finale, e nella pagina accanto il Guerino ripubblica il primo pezzo di Brera-Gibigianna, maggio 1939, un commentone sulla serie C dove “la Matera ha pressoché dominato a Molfetta” e dove avverte che “più si aspetta, voi sapete, più si fanno mature le nespole”.
Così, l’ultima Arciposta resterà quella del numero prima, il #12 del 1976. Quando il signor Mario Calì da Roma si dice “indeciso a volte nella scelta dello stato d’animo nei suoi confronti. Mi capita di odiarla sinceramente e di considerarla un razzista della più bell’acqua; mi capita pure di sentirmi d’accordo con lei a questo mi fa piacere e insieme dispetto. Insomma, a questo punto avrà capito, caro dottore, che io sono romano di estrazione calabro-piemontese, e lei ce l’ha troppo con il sud”.
Dunque Brera si separa dalle colonne con una specie di sunto della sua ideologia.
“Io non so – risponde – ho solo il sospetto che il suo sia uno pseudonimo galeotto: Calì è il nome d’una dea e di qualche calabrese con i quattrini: un suo omonimo ha fondato una fabbrica di vino dalle mie parti: un giorno, di lì per sottrarsi a una ispezione, mollò un botte piena d’un liquido misterioso: il liquido finì nella Versa, torrentello, immettendo in pochi istanti una gran quantità d’odore, galleggiavano abitanti della grande banca in ragione di 120-150 quintali. È stato uno dei primi casi di inquinamento totale. Mi sono arrabbiato moltissimo, ricordo, e con questo racconto ho salutato l’avvento della squadra ciclistica intitolata Vinicola di Calì. Adesso, eccola al mio scritto, caro lettore amico-nemico. Non mi offendo per il fatto di essere odiato: preferisco l’odio all’indifferenza. Un giornalista vale in quanto è letto: che poi si dica viva o raca, altra faccenda. Vediamo dunque di chiarirci le idee a vicenda”.
Argomento numero uno: l’odio per il sud.
“Smentisco di nutrire odio per chicchessia: sono di natura contradittiva estroversa e portata all’ingenuità generosa: solitamente, vengo fregato e allora attribuisco il guaio ai miei rapporti con gli altri. Il sud, storicamente, è una realtà italiana. Solo che, stando al mio sentimento e alla mia esperienza, non vedo nel sud la ragione che molti vi scorgono: il sud mi appare come un insieme di stati d’animo, di costumi, di inerzie, di astuzie, di slanci, di miserie e di splendori che non consentono l’idillio. Non posso credermi un sudista soltanto perché non sono un razzista dell’anti-sud. In nessuna parte del mondo il sole rende migliori gli uomini: a volte li rende soltanto più lenti e più malinconici. Del sud amo certe parole, certi visi, certi modi, e però mi ribello al modo con cui spesso viene esibito come una patente sentimentale.
Non sono razzista perché (ripeto, ripeto) razzista è colui il quale sostiene e magari anche pensa che la schiatta sia la migliore, la più dotata sul piano fisico e culturale, la più coraggiosa e aperta alla vera civiltà. Io sono convinto di poter dire tutto il contrario per gli italiani, quai! che siano. E naturalmente mi arrabbio quando sento dire dal mio amico Lo Bello che Schnellinger gli sembra un meridionale. Perché? Domando io. E lui: «Perché è intelligente». Non parliamo poi dei napoletani. Io mi domando solo come vivrebbero se fossero stupidi, dal momento che essendo molto intelligenti vivono a questo modo, poveretti”.
Poi passa alla capitale. “Trovo che sia una deliziosa città nella misura in cui c’è deliziosa una bella donna con rosola stitica sul labbro inferiore. Vi sono angoli di Roma nei quali mi scopro ad amare ebreo e nintinico (al porto d’Ottavia ho di questi raptus, come dire? Psicoraptorii). Vi sono altri angoli nei quali mi coglie il ribrezzo. La febbre mediterranea (che corrode gli intonaci disonesti) si unisce al colluvio africano: io sudo e fermento con dispetto e insofferenza indicibili. Nota proto: dolcume e non dolcezza: dall’aggettivo dolco, tipo di aria che si accompagna ai giorni di scirocco. Fine nota. Penso che potrei vivere a Roma se dovessi viverci poco: penso che non vi resterei da niente maggio a settembre. Penso che non sia stato saggio costruirvi tanti Colossei a nostre spese (dalla Lombardia il 25 per cento del totale italiano). Salvo il CONI per aver finalmente dato un Palazzo dello Sport anche a Milano. Penso che sia una delle opere più utili del CONI: per far funzionare il Palazzo, i milanesi e con loro i lombardi faranno sicuramente qualcosa di nuovo e di buono”.
Infine il Piemonte. “Sono storicista e per giunta lombardo: quindi, detesto cordialmente l’idea che molti piemontesi non proprio colti hanno ancor oggi della loro piccola patria. Il Piemonte è caduto sotto un pesacolo ridicolo come il Ducato di Savoia: l’asse politico del Ducato si è spostato allora verso la più ricca Italia: i piemontesi sono stati modicamente associati al Governo della cosa pubblica ma sempre dominati: erano, sul piano sociale addirittura più arretrati dei Borboni (si veda cosa abbiano fatto di Napoli in casa Savoia; ai lombardi non è stato concesso il plebiscito, perché altrimenti avrebbero rifiutato l’unione con un paese largamente più arretrato del loro. Gli altri italiani hanno fatto il plebiscito ed è stato così messo in culla un ripugnante aborto di paese. L’Italia non esiste se non come insieme di paesi gregari: questo bisogna concludere, tra molta messe, elucubrando sulla storia quasi patria, anzi, sull’antistoria).
Sul piano teorico non solo teorico, ecco la spiegazione della mia avversione per i piemontesi storici. Per i piemontesi in carne ed ossa, invece, sento immediata attrazione cutanea perché li considero e sono i più simili ai lombardi, specie a noi della bassa”.
Dal Guerino se ne andò insomma così, scrivendo quel che aveva sempre scritto, in quella maniera così brillante e così mobile, continuando a portarsi dentro non un razzismo, ma una presunzione antropologica, una licenza continua nel classificare gli uomini, distribuirli per nature, temperamenti, civiltà, con il vezzo di negare mentre affermava, di schermirsi mentre colpiva, disponendo popoli, città, caratteri e storie dentro una sua graduatoria d’istinti e di lentezze, di furberie e di intelligenze. Non era davvero il razzismo ottuso dei cretini, ma una libertà coperta di stile, inimitabile, paradossalmente più insidiosa, una piroetta di aforismi con l’antica attitudine di attribuire un destino per nascita e per latitudine. Se ne andò pieno di voce, lasciando insoluto un punto decisivo: quanto fosse consapevole che il pregiudizio, quando ha stile, si fa passare per verità.