Lo Slalom del 23 gennaio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

venerdì 23 gennaio 2026

 # 2  giorni a  Juventus vs Napoli

 

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►  IL GIOVEDÌ in Europa League ha raccolto per l’Italia quanto il martedì e il mercoledì messi insieme in Champions. La Roma ha battuto lo Stoccarda per 2-0, il Bologna ha pareggiato rimontando due gol al Celtic 

◇  Milano è incappata nella terza sconfitta di fila in Eurolega contro lo Zalgiris Kaunas [82-86]. Ha perso alla maniera di giovedì scorso con la Stella Rossa, prendendo un 15-24 negli ultimi 10 minuti. Peppe Poeta parla di fiducia smarrita. 

◇  Lukas Hofer è tornato su un podio di una gara di Coppa del mondo di biathlon dopo quattro anni. Si è piazzato terzo nella individuale short di Nove Mesto vinta da Eric Perrot. Tommaso Giacomel decimo ma ancora leader della classifica generale. Oggi il Super-G sulla Streif e domani la discesa libera

◇  Sam Welsford ha vinto allo sprint la terza tappa del Tour Down Under. Jay Vine è ancora il leader della classifica generale, ma dalla tappa della notte prossima è stata cancellata l’ascesa a Willunga Hill perché sono previsti 40 gradi e c’è anche una allerta incendi. Ma è come togliere il muto di Huy alla Freccia Vallone. 

◇  La notte australiana di tennis ha fatto fuori dal torneo Jasmine Paolini e probabilmente ha visto nascere definitivamente la stella americana di Iva Jovic, 18 anni compiuti nello scorso mese di dicembre . Aryna Sabalenka e Carlos Alcaraz hanno passato il turno senza perdere un set. Cori Gauff ha dovuto rimontare il primo di svantaggio e Daniil Medvedev era sotto di due set con Marozsan ma ha vinto al quinto. Avanti pure un’altra teenager come Viktoria Mboko e domani mattina aspettiamo di vedere la diciottenne ceca Valentova con Elena Rybakina.

   

L’Italia… offre uno dei beni più preziosi che si possano possedere: la propria anima

Henry James

  

Gli occhi del mondo su Milano-Cortina. E pure quelli della Procura

Ci disegnano così. L’immagine dell’Italia che l’America predilige è quella della cartolina melanconica. Non sempre dolce, non sempre pastello, ma se le scelte di Hollywood sono un indizio dell’immaginario collettivo di un paese, allora siamo più o meno gli stessi degli anni Cinquanta-Sessanta. L’Italia è il rifugio dell’anima. È il mito del borgo. Nuovo Cinema Paradiso e Mediterraneo raccontavano all’inizio degli anni Novanta una piccola Italia di provincia, baciata dal sole e legata a valori semplici, antichi. L’Italia dove era necessario scappare per ritrovare se stessi, un tropo parecchio amato dai giurati americani. Trent’anni fa eravamo l’antitesi della frenesia industriale moderna come negli altri venti precedenti, e ancora durante il covid Luca della Pixar ha scelto quella palette di colori per disegnare la Liguria. Familia e Vermiglio non fanno molta strada, quando li mandiamo a correre per gli Oscar, neppure la crudezza di Io capitano ha funzionato. Gabriele Salvatore ha detto che l’Academy rimane ancora prigioniera della canottiera, del mandolino e delle storie ambientate nel passato. Esiste una resistenza verso l’Italia urbana, tecnologica o perfino l’Italia criminale – a meno che non sia l’italo-americano gangster di Scorsese o Coppola, un genere che Hollywood sente come proprio. Noi siamo nostalgia e splendore visivo, Hollywood ha fatto un’eccezione per La Grande Bellezza perché ha riconosciuto nel film di Sorrentino un senso tragico ma affascinante della vita, una capacità di raccontare il bello anche quando è corrotto e malinconico. 

Come per la vecchia signora inglese di Enrico Montesano, l’Italia è molto pittoresco – e le Olimpiadi 2026 che arrivano a Milano-Cortina assomigliano in questa vigilia ai Giochi del 1956, i primi organizzati dall’Italia  – ancora schiacciata tra le ferite del dopoguerra e un boom economico che andava individuato e costruito. 

C’è un pezzo su The Athletic che è molto interessante e istruttivo. Nel racconto di Matthew Futterman, i Giochi invernali di Milano-Cortina promettono disordine — cerimonie sparse, cantieri in ritardo, il ghiaccio che forse regge e forse no — ma proprio per questo sembrano somigliare moltissimo non solo all’Italia, ma proprio a ciò che il CIO sta cercando da più di un decennio, umanità, dopo anni di caos, budget fuori controllo, pandemia e cambiamento climatico.

La tesi di The Athletic è che l’Italia possa essere per i Giochi invernali quel che la Francia e Parigi sono state a luglio e agosto del 2024 per i Giochi estivi. Dopo Rio e Tokyo, dopo stadi vuoti e città ostili, lo sport tra la Senna e la Torre Eiffel ha restituito l’entusiasmo sotto forma di energia, tranne per gli inviati annoiati che non volevano fare le file per prendere la metro. Quasi dieci milioni di biglietti venduti, numeri televisivi tornati a respirare, l’illusione — forse — di una normalità ritrovata.

Ora il test passa alle Alpi italiane. Non una sola città, ma una costellazione di luoghi che vivono di sport invernali da prima che i Giochi arrivassero. Bormio per la discesa maschile, la Val di Fiemme per il fondo, Anterselva per il biathlon. Il Duomo di Milano è più una promessa in quest’Olimpiade che una presenza reale. Non è una messa in scena urbana come quella francese, ma un ritorno alla topografia.

A Parigi – dice The Athletic – avevi la sensazione che la città ti tenesse dentro l’evento anche dopo la gara, con attività culturali ovunque. Qui l’idea è tornare alle radici dell’inverno, a ciò che questi sport sono sempre stati.

È il ritorno della neve vera. Dopo due edizioni combattute con cannoni e restrizioni sanitarie, l’idea di tribune piene e di gare in luoghi che non devono essere inventati rassicura soprattutto chi deve pagare il conto. I Giochi invernali hanno perso di recente pubblico, peso e centralità. Pechino ha lasciato stadi mezzi vuoti e ascolti tv crollati, Pyeongchang aveva già mostrato tutta la fatica. Vancouver 2010 resta l’ultimo riferimento stabile, prima di Sochi e delle sue ombre.

Milano-Cortina arriva mentre il clima rende tutto più fragile, mentre lo sci si interroga sul suo futuro e la natura reagisce agli uomini che vanno a trapanare lo Zermatt vagheggiando una gara di sci transfrontaliera. Prima o poi la federazione internazionale converrà che anziché cominciare a sciare in ottobre a Soelden, varrà la pena spingersi in Sudamerica e cercare luoghi più adatti al ritmo sfalsato delle stagioni. Gli sponsor hanno ripreso a bussare dopo l’estate parigina, gli spazi pubblicitari si sono riempiti. Resta la complessità logistica, dice The Athletic: con più di una cerimonia di apertura, in città lontane tra loro. Ma se Parigi ha aperto i Giochi su un fiume, l’Italia può provarci sui suoi pendii.

Le inchieste

Lontano dalle orecchie dell’America e pure da molti sguardi italiani, i conti e la gestione di Milano-Cortina sono finiti tra i temi di interesse di Report, il programma di inchieste della Rai. Report ha messo in discussione la promessa iniziale di Giochi a costo zero e ha ricostruito il rapporto tra pubblico e privato dietro le grandi opere. L’inchiesta di Sigfrido Ranucci e Claudia Di Pasquale parte dall’indagine della Procura di Milano sull’urbanistica. Il nodo centrale è il Villaggio Olimpico di Milano, realizzato dal fondo Porta Romana gestito da Coima: un’opera formalmente privata, ma incompleta a pochi mesi dai Giochi e destinata dopo l’evento a diventare studentato. Gli extra costi, stimati in circa 40 milioni, rischiano di ricadere sul Comune grazie a modifiche normative successive, trasformando l’investimento in un’operazione a rischio quasi nullo per il privato.

Report ricostruisce anche l’inchiesta che ha coinvolto l’ad di Coima Manfredi Catella e l’architetto Alessandro Scandurra per presunto conflitto di interessi. Le accuse di corruzione sono state archiviate, ma resta aperta la questione politica e amministrativa del rapporto di scambio tra amministratori pubblici e imprenditori. Lo stesso schema viene applicato al Palaitalia di Santa Giulia, presentato come finanziato da capitali privati ma sostenuto indirettamente dallo Stato tramite il riconoscimento dell’interesse pubblico e la copertura degli extra costi. L’inchiesta si è allargata alla Fondazione Milano-Cortina, esaminando assunzioni “eccellenti” e un contratto da 176 milioni di dollari con Deloitte per servizi tecnologici. La Procura ipotizza una gara pilotata; la Fondazione rivendica la propria natura di soggetto privato. Un decreto legge del 2024 rafforza questa definizione, ma Anac sostiene l’opposto.

Il punto sottolineato da Report è la promiscuità strutturale tra pubblico e privato: i rischi restano allo Stato, i benefici vanno ai privati. La verità giudiziaria non conferma reati, l’inchiesta giornalistica ha mostrato un sistema ancora aperto e irrisolto. Secondo quanto ricostruito nel servizio, la Fondazione Milano Cortina si è qualificata come organismo privato per via normativa, attraverso un decreto legge dell’11 giugno 2024, emanato a inchieste già avviate. Report ha sottolineato alcune incongruenze: i soci fondatori sono tutti enti pubblici (Governo, Regioni, Comuni, Province autonome); il capitale è interamente pubblico; la finalità è di interesse generale; nel bilancio è scritto che gli enti territoriali si impegnano a coprire eventuali perdite. Nonostante questo, la Fondazione rivendica di operare come soggetto privato perché gestisce ricavi di mercato: sponsor, biglietteria, diritti, merchandising. La nuova qualificazione giuridica ha un effetto diretto sulle indagini: se l’ente è privato, non si possono contestare reati come la turbativa d’asta, e i magistrati sono spinti verso l’archiviazione. 

Un nodo che secondo Report non è solo giuridico ma di sistema: siamo di fronte a un organismo che scarica i rischi sul pubblico ma invoca il diritto privato quando si tratta di controlli. L’ANAC si è già espressa, sostenendo che la Fondazione va considerata organismo di diritto pubblico. La questione è all’esame della Corte Costituzionale. 

Ma quant’è bella l’Italia dolce dei pendii. 

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Come una patente aiuta un’Olimpiade

Alysa Liu oggi guida davvero. Non solo la carriera nel pattinaggio, tornata dopo due anni di ritiro per vincere sei gare su dodici, compresi i Mondiali 2025 e il Grand Prix Final, né soltanto i programmi, i costumi, la musica scelti in prima persona. Guida la sua vita, letteralmente: a 20 anni ha preso la patente. È un dettaglio minimo e decisivo, come spesso accade nelle storie di emancipazione.

Il ritiro a 16 anni, dopo Pechino e un bronzo mondiale, sembrò inspiegabile a chi vedeva solo una bambina prodigio: triplo Axel a 12 anni, titolo nazionale a 13, quadruplo salto a 14. Liu invece vedeva la sua adolescenza interamente vissuta sul calendario di altri, aggravata da pandemia, homeschooling, isolamento. Si sentiva intrappolata. L’uscita era una sola.

La vita dopo il pattinaggio le piacque: aveva amici normali, faceva sport improvvisati, si organizzava dei viaggi, uno persino al campo base dell’Everest. Poi, nel 2024, fece una discesa sugli sci e  sentì dentro una scarica di adrenalina che riconobbe. Fece una telefonata al vecchio allenatore Phillip DiGuglielmo e trovò un uomo scettico, fino a quando una seconda lunga conversazione – e una bottiglia di rosso californiano – lo convinsero.

In uno sport che di solito divora le donne crescendo, Liu è più forte a 20 anni di quanto lo fosse da teenager. Merito della maturità, dice, ma anche della pausa. Oggi non vive la competizione come un giudizio definitivo. A volte non la vive nemmeno come uno sport, ma come una performance, ha scritto Stephanie Apstein nel suo ritratto per Sports Illustrated.

«Trovo il significato nell’arte, e con l’arte non puoi davvero sbagliare. Anche gli errori possono essere belli, fanno parte della storia. Se alle Olimpiadi andasse tutto male, senza medaglie, sarei comunque a posto. Se fosse un film, lo guarderei lo stesso».

Liu pattina senza ansia perché non dipende più dal risultato. La sua misura è semplice: se non posta un programma integralmente su Instagram, allora non è ancora quello giusto. Dopo essersene andata e poi essere tornata, Alysa Liu ha capito una cosa essenziale: allenatori, pubblico, aspettative sono passeggeri. Il viaggio è il suo. E adesso ha pure la patente. 

Trieste

14 giorni a Milano

Il fuoco di Svevo e dell’ultima sigaretta di Zeno

La fiaccola di Olimpia ha dormito a Venezia e oggi si sposta verso Trieste, dove la rubrica del viaggio del fuoco non vedeva l’ora di arrivare. Il legame delle opere degli scrittori triestini con il fuoco è prevalentemente simbolico, metaforico, a volte storicamente doloroso. Per Boris Pahor e per quegli autori che hanno vissuto le tensioni del confine orientale e le atrocità del XX secolo, il fuoco assume una connotazione di distruzione. Nella storia di Trieste, il Centro di Cultura Slovena (National House) fu bruciato dai fascisti nel 1920, un atto che rappresenta l’incendio simbolico di una identità. È questa memoria storica che alimenta l’intera opera di Pahor, una testimonianza di resistenza.

Per Italo Svevo, il fuoco è stata una potente metafora legata alla nevrosi e al desiderio, al tentativo spesso fallito di un cambiamento. In La coscienza di Zeno, il fuoco è il simbolo sgamato dell’ultima sigaretta accesa. Zeno Cosini fuma di nascosto, promettendosi ogni volta che quella sarà l’ultima. La sigaretta che brucia rappresenta il fuoco della sua malattia, un piacere proibito e un sintomo della sua debolezza.

Nelle opere di saggistica e nei romanzi di Claudio Magris, il fuoco è spesso quello dell’intelletto e della memoria storica che brucia e plasma l’identità dei popoli lungo i confini e il Danubio. È la capacità di ricordare e di bruciare metaforicamente le ingiustizie del passato, mantenendo viva la fiamma della coscienza civile.

Una piccola comunicazione sulla newsletter   ▬▬▬▬▬▬▬

Il prossimo passo di Slalom

  La newsletter che stai leggendo sta per migrare su Substack, la piattaforma di riferimento del settore. I tempi non saranno brevissimi ma non saranno neppure lunghissimi. 

Nei prossimi giorni, mi occuperò io del trasferimento degli indirizzi email: non dovrai fare nulla se desideri non fare nulla. 

Naturalmente, se lo avvertirai come un disturbo o se sentirai che questo spazio non ti interessa più, potrai cancellarti in qualsiasi momento, con un clic. Nessun automatismo opaco, nessun vincolo. 

Colgo l’occasione per dirti con un minimo di chiarezza preventiva che a regime questa newsletter tornerà a essere a pagamento, come alla sua nascita e fino all’interruzione del maggio 2023. Una parte dei contenuti resterà free sul sito, un’altra parte sarà premium per i sostenitori di questo progetto di racconto che si sta espandendo – come avrai notato – anche ad altri ambiti della cultura di massa. 

Non è una svolta improvvisa né una posa ideologica. È una scelta di realtà. 

Intorno a Slalom cresce un mercato in cui contenuti, tempo, competenze e attenzione producono valore. Far finta che Slalom possa stare fuori da questa dinamica — come se fosse un hobby o un’eccentricità — non ha più senso, nel rispetto prima di tutto di chi legge e vuole scegliere a cosa dedicarsi. Per te significa riconoscere che quanto arriva nella tua mail ha un peso, un’intenzione e una cura. Per Slalom significa provare ad allargare il parco delle firme e dei contributi, stare sui social con una continuità professionale, muovere un passo verso una nuova fase aziendale.  

Quando scatterà il passaggio, lo saprai senza forzature. Ma se fin da ora ritieni di non volere che la tua mail sia trasferita su Substack, puoi comunicarlo a digital@loslalom.it e lo staff provvederà a fermare la migrazione e l’invio mattutino.

Nel frattempo, grazie per aver letto fin qui — e per il tempo che scegli di dedicare ogni mattina a Slalom

Un saluto, Angelo

 


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Che cosa stanno leggendo in Europa

⬤   L’Equipe apre il giornale con una intervista a Fabian Galthié, il c.t. della nazionale francese di rugby lanciata verso il Sei Nazioni. Ha scartato Grégory Alldritt, Gaël Fickou e Damian Penaud, tre giocatori chiave della sua gestione tra cui il miglior realizzatore di mete della squadra, pare per la sua scemata attitudine a fare il resto. Penaud – spiega l’Equipe altrove – sta pagando il prezzo di ciò che lo staff tecnico gli rimprovera da anni: il suo impegno difensivo. Ma ora anche la mancanza di controllo nei duelli aerei, un aspetto del gioco che sta assumendo un ruolo sempre più importante nel rugby moderno. Galthié si sta beccando qualche critica e lui dice che il suo mestiere è essere giusto. «Cosa significa essere un titolare indiscusso?» chiede lui. L’intervista è per intero qui

⬤    È tutto di nuovo scintillante e meraviglioso sulla giostra del Real Madrid dopo i sei gol segnati al Monaco in Champions, tanto che Marca stamattina parla di rock and roll al Bernabéu. As invece ha intervistato Marcelino alla vigilia della partita con il Villarreal e lui dice che il Real è come Alessandro Borghese nei quattro ristoranti: può ribaltare la situazione. Al Mundo Deportivo le da igual e parla d’altro: per esempio le elezioni presidenziali al Barcellona, fissate per il 15 marzo, oppure di Pedri infortunato, deve stare un mese fuori. Si sta evidentemente candidando a giocare nel Napoli. Laporta contro tutti titola invece Sport facendo invidia a Godzilla contro King Kong, Alien contro Predator e Totò contro Maciste. 

⬤   Oh, e veniamo a noi. La Gazzetta mette in prima pagina solo calciomercato e serie A. L’album è completo. C’è Perisic che vuole tornare all’Inter [Inter chi si rivede], la Juventus che sta prendendo En-Nesyri, il Milan che dà fiducia al Max, e poi girandola Napoli tra cessioni e arrivi, la doppietta di Pisilli per la Roma in Europa League. A un certo punto, pure nella rubrica di Luigi Garlando dedicata al tennista Francesco Maestrelli si infilano Pablito Rossi e Angelo Moratti. A proposito di Inter, il Corriere dello sport-stadio intervista Javier Zanetti con il direttore Ivan Zazzaroni: pure qui non c’è altro sport in prima all’infuori del calcio. Tuttosport lascia invece uno spazio a Sinner [prove di perfezione] fra un’orgia di calciomercato con gli stessi titoli che stanno pure sugli altri due quotidiani sportivi. Inter, con Pio per la fuga dice invece QS per l’anticipo di stasera con il Pisa. 

 

 

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Cinquemila tifosi del Pisa salgono a San Siro per la partita di stasera con l’Inter. Alberto Gilardino guida una delle squadre che sono messe meglio in campo. È merito suo. Ma il Pisa spesso vede svanire risultati nella porzione finale delle partite, quando dalla panchina si alzano riserve che essa non può permettersi. Curiosa è la circostanza che in casa abbia segnato solo 2 gol e in trasferta sette volte tanto. 

Quanto all’Inter, dopo la sconfitta con l’Arsenal Paolo Condò sul Corriere della sera mette a fuoco una memoria recente che si è rapidamente sbiadita. Parte dall’idea che Simone Inzaghi andasse salutato con più rispetto di quanto non sia accaduto. Non per contrapporlo a Cristian Chivu, che all’Inter sta imparando in corsa almeno a non perdere punti contro le squadre più deboli, ma perché il giudizio su Inzaghi è stato riscritto in modo sommario dopo una sola notte, il disastro di Monaco nella finale con il PSG. Una notte che ha cancellato tutto, comprese le imprese europee di pochi mesi prima: la stessa Inter, con una rosa non più forte di quella attuale, aveva eliminato Bayern e Barcellona in Champions. Una partita di cui non sappiamo nulla più di ciò che abbiamo visto, e chissà se fra vent’anni qualche documentario ci racconterà il clima che l’ha prodotta — ha cancellato tutto dalle nostre memorie.

La sconfitta con l’Arsenal è stata considerata normale, così come normale sembra l’arretramento delle squadre italiane nelle classifiche europee, 12 punti in meno complessivi rispetto a un anno fa. I numeri raccontano di occasioni mancate e di partite che non tornano. Il Napoli che non chiude a Copenaghen, l’Atalanta che crolla con l’Athletic, le ammissioni amare dei giocatori a fine gara. Condò tocca anche il tema del mercato, spesso più apparente che sostanziale, e la rapidità con cui cambiano le prospettive, citando le parole di Antonio Conte. In controluce emerge un confronto con il passato recente e con la Juventus di Andrea Agnelli, capace di costruire una classe dirigente che oggi guida mezza Serie A. È giusto riconoscere il merito a chi lo mise assieme. Il filo resta la normalizzazione del ridimensionamento, accettato come inevitabile, mentre continua a presentare il conto.

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La Hit Parade del venerdì

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▥   Renato Carosone canta il Napoli

Guaglione – Le terapie alla caviglia di David Neres non hanno risolto il problema e nuovi accertamenti fanno temere una possibile lesione al tendine. Se la diagnosi venisse confermata, per Neres si aprirebbe l’ipotesi dell’intervento chirurgico, con uno stop di circa due mesi. Lo scrive Monica Scozzafava sul Corriere della sera. Un altro dei recuperi affrettati dal Napoli su cui sarebbe bello saperne di più. Una perdita pesante, peraltro, arrivata nel momento migliore della sua condizione. Conte attende notizie mentre si prepara a riaccogliere André-Frank Zambo Anguissa e Romelu Lukaku, sperando che la situazione della sua stella brasiliana non si trasformi nell’ennesima lunga assenza.

Perciò pare che dal Verona stia arrivando Giovane, in napoletano Guaglione, e il più celebre resta quello che Renato Carosone faceva passare ripassare lungi lungi sotto questo balconein una canzone del 1956, esortandolo a non soffrire pene d’amore. Guaglione può arrivare perché il mercato del Napoli è stato sbloccato dall’uscita di Lorenzo Lucca. Il Napoli si farà dare 2 milioni dal Nottingham per prestarlo. Una volta a Nottingham c’era Robin Hood. Si starà rivoltando nella tomba. 

▥   Francesco De Gregori canta Luciano Spalletti

I muscoli del capitano –  Il calcio è uno spazio aperto a tutti. Nelle redazioni dei giornali, per esempio, è una specie di reparto giocattoli. Nessuno si sognerebbe di intervenire a dir qualcosa nelle proposte – che so – dell’economia. Il calcio invece è giuoco, scintillante bellezza, fosforo e fantasia, siamo tutti come il tifoso dietro Spalletti che dice levalo, levalo, levalo, suscitando la sua – ehn – irritazione. Ne parla Marco Tardelli stamattina su La Stampa, scrivendo che chiunque si sente legittimato a giudicare, consigliare, decidere, anche senza aver mai vissuto davvero uno spogliatoio o una panchina. Difende il lavoro di Spalletti alla Juventus, ricordando che non ha potuto fare mercato, che non sono arrivati rinforzi e che nonostante questo la squadra è tornata competitiva in Europa, ha centrato i playoff di Champions ed è in corsa per il quarto posto in campionato. Almeno il quarto posto, aggiunge Slalom. Dice che i risultati raccontano un lavoro serio, anche se il margine di errore è finito.

▥   Lucio Dalla canta Javier Zanetti

Telefonami tra vent’anni  – Javier Zanetti ripercorre in una intervista con Ivan Zazzaroni per il Corriere dello sport-stadio la propria storia all’Inter come una lunga scelta di fedeltà. Dice di aver vissuto trent’anni di Inter attraversando presidenti, allenatori, crisi e rivoluzioni, senza mai sentirsi centrale per diritto. All’inizio non veniva considerato, i giornalisti lo vedevano come una comparsa accanto a Rambert, ha sfruttato un’opportunità lavorando su se stesso. Aggiunge che Massimo Moratti per lui è sempre stato famiglia, un legame che andava oltre il calcio.

Parlando degli allenatori, Zanetti dice che il rapporto più forte è stato quello con José Mourinho, leader diretto e leale, capace di creare qualcosa di irripetibile. Gigi Simoni era come un padre, semplice e rassicurante, Alberto Zaccheroni il più complesso dal punto di vista tattico. Evoca gli anni di Ronaldo come il periodo più spettacolare, fatto di talento puro e leggerezza, spiega di non essersi mai fermato al ruolo di ex: lo status non gli interessa, sottolinea di aver studiato, essersi formato, continua a farlo anche oggi, e ai giovani consiglia di prepararsi per tempo a un futuro fuori dal campo. Ma soprattutto dice che all’inizio con Paula, sua moglie, è stato amore via fax. 

«I primi tempi non avevamo altre possibilità. L’ho conosciuta nel ’92, ci siamo messi insieme subito. Aveva 14 anni, andava a scuola, io diciannove. Quando nel ’95 presi l’aereo per venire all’Inter non fu per niente facile. Mi presentai dai suoi genitori, era necessario, chiesi il permesso di portarla con me, firmai una carta. Spiegai anche che mi avrebbero accompagnato i miei che, tra parentesi, su un aereo non erano mai saliti. All’inizio non è che avessi tanti soldi. Per chiamare c’era la scheda telefonica, ma durava tre minuti. Dovevo anche risparmiare. “Pau” acquistò un telefono collegato al fax, le scrissi centinaia di lettere. Solo durante le ferie estive argentine mi raggiunse in Italia». 

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Le immagini della giornata di ieri

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Le nomination degli altri Sinners

Hollywood ha dato 16 nomination a Sinners. È il record assoluto nella storia del cinema. Per dire: Sinners contro Shining è finita 16-0. Anche Sinners contro Mulholland Drive è finita 16-0. Anche Jannik potrebbe fare il primo punto in un game e andare 16-0 anziché 15-0. È che non lo vuole perché resta un ragazzo umile e un modello. 

Nel frattempo esagera al servizio. Dove i numeri raccontano bene il lavoro fatto per migliorare. Massimo Calandri su Repubblica parte dal dato dei 18 ace messi a segno ieri mattina con James Duckworth e sottolinea che Sinner ha una media in carriera di 5,68 ace per incontro: ieri ha triplicato questo dato. Soprattutto, ha trasformato in punto diretto il 23,4% dei servizi: quando ha battuto, una volta su quattro Duckworth non ha toccato palla. Nelle ultime stagioni questa media è oscillata sul 9%. Ieri, ha vinto 43 dei 50 punti giocati sulla prima.

Gaia Piccardi sul Corriere della sera ha scritto che per far rallentare il Frecciarossa servono due fattori: Carlitos o un guaio fisico. Jannik mette tre buoni set in cascina, ne approfitta per carburare colpi, soluzioni e quel servizio che sarà l’architrave della seconda settimana del primo Major stagionale, il giro di boa su cui edificare l’impresa del tris consecutivo a Melbourne

Intorno alle 2 della notte prossima dovrebbe cominciare il suo match di terzo turno. È saltato l’accoppiamento che il tabellone prometteva con Joao Fonseca, alle prese con problemi alla schiena che ogni si riaffacciano, come se fosse una atavica maledizione brasiliana. Affliggevano a suo tempo pure Gustavo Kuerten. Peccato – sottolinea Piccardi – perché Sinner-Fonseca a livello Slam sarebbe valso il prezzo del biglietto. Al prossimo turno invece Jannik troverà il killer di Fonseca, l’americano Eliot Spizzirri, sopravvissuto ai cinque set con il qualificato cinese Wu. Spizzirri n.85 del mondo (best ranking) non preoccupa Sinner quanto i 40 gradi in arrivo su Melbourne

È il motivo per cui sulla Rod Laver Arena si comincia a mezzanotte e non all’una e mezza. Jannik dovrebbe essere in campo intorno alle due della notte italiana. 

 

   

E fu così che Jacobs tornò con Camossi

Tutto cominciò a piegarsi in quella trasferta di Nairobi, organizzata, inventata là per là, con la malsana idea di fare chissà che – addirittura il record del mondo. Il mondo attorno a Marcell Jacobs era convinto che il 9.80 di Tokyo fosse la premessa di qualcosa, non il picco di una carriera. Fu la valutazione sballata che ha condizionato il resto della carriera di un oro olimpico che l’Italia non aveva mai avuto e che fu gestito in maniera superficiale. Paolo Camossi e Marcell Jacobs provano a rimettere l’orologio indietro. Non si può correggere quel che è stato, si può provare a scoprire se esiste ancora una forma di futuro. 

L’allenatore racconta stamattina a Emanuela Audisio su Repubblica questo ritorno a lavorare dopo due anni di separazione come una scelta meditata e non nostalgica. Camossi dice di non credere nei rapporti tecnici a distanza: in inverno sarà lui a spostarsi più volte negli Stati Uniti, mentre in primavera Jacobs tornerà ad allenarsi in Italia. Spiega che la decisione di puntare fino a Los Angeles 2028 è stata presa da Jacobs in autonomia, dopo un momento di sconforto e che la motivazione non può arrivare dall’esterno. Ha scelto da solo di rimettersi in gioco – si dice così. Camossi aggiunge pure che nonostante i suoi altri incarichi federali – responsabile dei salti – il lavoro con Jacobs lo stimola: lo considera un atleta maturo, che ora può gestire meglio le difficoltà e fare scelte più consapevoli.

Parlando dell’aspetto tecnico, dice che l’obiettivo non è una medaglia immediata, nemmeno agli Europei, ma il recupero dello sprint che aveva reso Jacobs dominante. Spiega che nelle ultime gare lo ha visto correre in modo diverso, più rigido nel finale, e che a Parigi ha perso la medaglia perché non è riuscito a scivolare via come in passato. Il lavoro sarà orientato a ritrovare quella leggerezza e quella scorrevolezza.

«Ci siamo rivisti ai Mondiali di Tokyo davanti a un’improbabile pizza giapponese. Abbiamo parlato per più di due ore, ma non di atletica: di vita, di quanto sia cara l’America quando vai a fare la spesa al supermercato, mi ha raccontato che suo figlio fa motocross e mi ha detto che si sentiva spento, io gli ho parlato dei miei progetti. Non abbiamo toccato aspetti tecnici. Mi ha chiesto consigli. Ci siamo risentiti. A volte senti dire: è stato il destino a separarli. Noi non potevamo far decidere il destino. In questi due anni c’era stato un allontanamento vero, io sono stato a fare un’esperienza in Cina, lui si è trasferito con la famiglia a Jacksonville. Certo potevamo sempre telefonarci e parlare dei nostri figli, ma non l’abbiamo fatto. Avevamo proprio bisogno di un distacco, di fare i nostri percorsi».

Il ritorno passerà da una comunicazione più aperta con la federazione, riconoscendo che in passato il gruppo era stato troppo chiuso – diciamo così. 


 

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I vuoti allo stadio del Bayern

Sarà che il freddo taglia la pelle, sarà che il traffico si incaglia prima dei parcheggi, fatto sta che dentro l’Allianz Arena sta succedendo qualcosa che a Monaco di Baviera non si era visto ancora. Le file di seggiolini rossi vuoti. Contro il Wolfsburg, travolto 8-1, diverse decine di posti sono rimasti liberi. Un dettaglio minimo, ma anomalo., abbastanza da farsi notare in uno stadio che da anni è sold-out. Era dal gennaio 2007 che non accadeva, pandemia esclusa. Allora c’era il Bochum. Ma gli avversari non hanno mai interessato. Vanno a vedere il Bayern. Solo che il Bayern ormai domina con troppa naturalezza. Ha 11 punti di vantaggio dopo 18 giornate e la strada spalancata verso il tredicesimo titolo in quattordici anni. Secondo Alexis Menuge, che racconta il Bayern per L’Équipe, non è una questione di risultati ma di assuefazione.

I tifosi dicono: «Sappiamo in anticipo che vinceremo: il campionato è diventato prevedibile, il battito che ci accompagnava per anni si è spento e riaffiora solo nelle notti europee, mentre il sabato di Bundesliga scorre senza sorpresa, come una formalità ben eseguita».

I biglietti, ufficialmente, restano introvabili: vengono venduti tutti prima che la stagione cominci. Ma sugli spalti è un’altra storia. Non è ancora un problema numerico in uno stadio da 75 mila posti, ma è un segnale. Herr Anton, che dal 2005 ha saltato solo tre partite interne, parla a L’Equipe di stanchezza sportiva, di un campionato che non oppone resistenza e finisce per scoraggiare anche i più fedeli. «Il disinteresse nasce dalla mancanza di competizione degli altri club: oggi è lieve, ma rischia di crescere, perché senza equilibrio la curiosità si ritira e resta solo l’abitudine».

Anche chi ha vissuto il Bayern dall’interno riconosce lo stesso movimento. Markus Babbel descrive una frattura silenziosa tra chi occupa sempre lo stesso settore e chi vive lo stadio come evento. «C’è una parte che torna in ogni caso e un’altra che sceglie partita per partita, perché tra troppi eventi e risultati simili si crea una saturazione, e senza la possibilità di rivendere il posto, qualcuno preferisce restare a casa».

Alla Säbener Strasse, il club osserva senza allarme. Dicono che è colpa dell’inverno, non della noia. 

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I fiumi di parole sul Santo Catenaccio

Alla fine parliamo sempre delle stesse cose. Sessant’anni fa sulla Gazzetta uscì una pagina sull’Italia e il catenaccio. Si poteva ancora chiamarlo in questi termini senza che nessuno si offendesse. Anzi. Il 23 gennaio del 1966 c’è una specie di gara per intestarselo. Inter e Milan stanno primeggiando in Europa con ciò che dopo chiameremo italianismo. Ma quello era. Una pagina a cura di Franco Mentana, il papà di Enrico, intenzionato a scoprire chi adottò per primo il catenaccio e quali furono le sue origini storiche. In questa sua maratona [ehm], va alla ricerca delle testimonianze dei principali fautori del modulo: Viani, Rocco, Helenio Herrera, Passalacqua e Frossi. Viani dice: «Adottai il libero nella Salernitana durante la stagione 1947-1948, quando in Italia nessuno sapeva ancora che cosa fosse, e rivelai i segreti a Rocco». Rocco risponde che non è vero, anzi, lui nel 1941-1942 giocava nel Padova e faceva il catenaccio in trasferta. Passalacqua aggiunge: «Io sono stato il primo terzino volante – che oggi si chiama libero – d’Italia: giocavo nel Padova, stagione 1941-1942, e Rocco faceva il regista». Frossi replica: «La paternità della prima mossa deviazionistica al WM puro, per potenziare la tre quarti, mi spetta di diritto». Prima di Brera era il teorico dello 0-0 come risultato perfetto. La tesi di Helenio Herrera: «Io non so chi ha adottato in Italia il catenaccio; so soltanto che nella stagione 1942-1943, da allenatore-giocatore dello Stade Français, inventai il beton, che in italiano vuol dire catenaccio. Io stesso agivo da libero»

È ancora più buffa la circostanza che esattamente dieci anni e un giorno prima, il 23 gennaio del 1956, Ettore Berra sempre sulla Gazzetta aveva aperto un dibattito tattico partendo da una constatazione semplice e ancora oggi riconoscibile. Attorno a Frossi, accusato di essere un “tattico” in senso dispregiativo, Berra smontava l’equivoco che allora come oggi divide il campo fra custodi dell’ortodossia e sospetti innovatori. Il WM, elevato a dogma, era per molti una scorciatoia morale prima ancora che tecnica.

“Frossi studia le partite; le studia una ad una, e si arrovella il cervello per carpire il segreto di ogni squadra e di ogni gara. Fa quello che dovrebbero fare tutti gli allenatori, nessuno eccettuato. E se questo essi non fanno, poiché la preparazione atletica è uguale per tutti e la partitella di mezza settimana siamo d’accordo che a poco o nulla giova, a che servono?”.

Qui sta il primo punto di contatto con il presente: Berra non difende un sistema contro un altro, ma il diritto — anzi il dovere — dell’allenatore di intervenire sul gioco. Il WM “puro”, come oggi il “bel gioco”, diventa l’alibi di chi rinuncia a capire.

“Non c’è ombra di catenaccio nel suo schieramento, ma catenaccio può diventare nei periodi di prevalenza avversaria, e questo succede a tutte le squadre, come può diventare WM puro nei periodi di insistenza all’offensiva quando è l’avversario che cede. L’essenziale è evitare l’applicazione di un concetto tattico rigido che può far correre il pericolo di anchilosare i movimenti della squadra”

Berra descrive un calcio fluido, situazionale, lontano dalle caricature ideologiche. È lo stesso terreno su cui oggi si fronteggiano – ahia – giochisti e risultatisti: da una parte chi assolutizza una forma, dall’altra chi la demonizza. Due ideologie che si accusano reciprocamente di essere ideologie, entrambe convinte che il calcio si debba assumere in mezza porzione. Frossi, come i tecnici più moderni di oggi, rifiuta entrambe le scorciatoie. Non esiste un’idea buona in sé, dice, ma solo idee capaci di adattarsi alla partita. E Berra dice: “Altro che diavolerie e sorprese! La sorpresa è solo per chi non ragiona e non cerca di rendersi conto di quello che vede. Frossi si lascia guidare non dall’estro, che può essere pericoloso, ma dal calcolo. Tutto deve avere una logica e una giustificazione per evitare, almeno nella misura del possibile, i salti nel buio”.

In questo passaggio Berra anticipa il nodo che attraversa ancora il nostro discorso calcistico: l’opposizione fra razionalità e retorica. Il calcolo non è una negazione dello spettacolo, ma una sua condizione. Come oggi il gioco di posizione viene accusato di essere freddo o meccanico, così allora il lavoro di Frossi venne scambiato per furbizia difensiva. La discussione del 1956 somiglia a quella attuale perché nasce dallo stesso fraintendimento: confondere un’idea con un catechismo. Il WM di ieri era il gioco giusto per definizione. Berra, invece, difendeva una posizione più scomoda: il calcio come battaglia e non come formula. “Il WM puro è un bel sogno. Lo fa la squadra che deve affrontare un avversario a cui è sotto tutti gli aspetti superiore; lo fanno anche le squadre che non hanno nulla da perdere o da guadagnare e la cui sorte è già segnata; lo possono fare pure le squadre i cui allenatori rifiutano ogni accorgimento, rinunciano a guidare i loro uomini e restano davanti alla partita come ad una lavagna su cui è stata passata la spugna; lo applicano i fatalisti per i quali non c’è nulla da fare perché il destino ha già fatto tutto; i timorosi che non vogliono a nessun costo uscire da un binario che, comunque, grane non ne procura; i poveri di inventiva i quali restano tradizionalisti per forza essendo più facile e più riposante non sollecitare troppo il cervello”.

Sono passati settant’anni, e ancora di questo stiamo parlando. 

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La nuova Ferrari

Andiamo a vedere com’è fatta ‘sta Ferrari. La SF-26 sarà svelata a Fiorano intorno a mezzogiorno, alla vigilia di una F1 che promette[va] scossoni e cambiamenti, ma poi chissà. L’alba di una rivoluzione la chiama Repubblica, mentre Daniele Sparisci  e Giorgio Terruzzi sul Corriere della sera anticipano una macchina completamente nuova al punto che è stata realizzata in due versioni aerodinamiche differenti per una sfida giocata su un regolamento che rivoluziona ogni elemento, dal motore alla benzina, agli ingombri, alle gomme.  

Molte persone in Ferrari si giocano qualcosa. Lewis Hamilton ha il compito di ripristinare un’immagine compromessa; Fred Vasseur deve dimostrare di essere un capo all’altezza di una emergenza tecnica venuta a galla lo scorso anno. Per non parlare di Loic Serra che firma questa SF-26, al debutto assoluto nel ruolo di direttore tecnico. Stiamo parlando di una vettura sulla quale pesano responsabilità enormi dentro un panorama già in subbuglio visto quanto si racconta a proposito del motore Mercedes dato in vantaggio sia per una particolare leggerezza ottenuta in fase progettuale grazie ad una architettura innovativa e ai materiali impiegati, sia a causa di una performance che sfrutterebbe l’ennesimo «buco» nel regolamento. Se ne parlava ieri qui.

Hamilton deve ritrovare la sua magia, dice il Corriere della sera e deve rendere almeno sui livelli di Leclerc dopo una stagione colma di incertezze, sconfitte, delusioni; avviare una sintonia con la propria squadra. Il tutto dopo aver criticato procedure, metodi, composizione del team, dopo aver chiesto e ottenuto la testa di Riccardo Adami, esperto ingegnere di pista. Una mossa che molti giudicano come un capriccio.

Il posto di Adami verrà preso da Carlo Santi, ex ingegnere di Kimi Raikkonen, insieme con Bryan Bozzi che segue di norma Leclerc. Qualcuno dovrebbe arrivare dalla McLaren, secondo le indiscrezioni del Corriere. È ovvio che il tema centrale sia un altro – aggiungono Sparisci e Terruzzi – riguarda la tempra, la fame di un campione di anni 41 alle prese con macchine che richiedono capacità di adattamento estreme

  ore  12  su Sky Sport

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La giornata di sport in tv

Le semifinali degli Europei di pallanuoto

Grecia vs Ungheria – L’elicottero di Stylianos Argyropoulos

La Grecia è l’unica squadra imbattuta rimasta nel torneo con sei vittorie su sei. Gli ungheresi hanno subito una sconfitta dalla Serbia. Sono le due nazionali che hanno vinto argento e bronzo nelle ultime due edizioni, ma i loro risultati storici agli Europei non potrebbero essere più contrastanti. L’Ungheria è la squadra di maggior successo con 13 titoli e 26 medaglie, i greci sono ancora alla ricerca del loro primo podio. Hanno raggiunto le semifinali solo due volte, nel 1999 e qui a Belgrado nel 2016, ma sono arrivati ​​quarti in entrambe le occasioni.L’Ungheria è sempre arrivata ​​tra le prime-quattro in tutte le edizioni tranne una dal 1993. Ha mancato le semifinali solo nel 2018. 

Entrambe le squadre sono costruite attorno al rispettivo club di punta, il Ferencvaros da una parte, l’Olympiakos dall’altra. Hanno otto giocatori a testa in nazionale, più una spia, nel senso che il greco Stylianos Argyropoulos gioca a Budapest e l’ungherese Daniel Angyal in Grecia. Proprio Stylianos Argyropoulos sta stupendo agli Europei per un gesto raro, un tiro in porta dopo una rotazione su sé stesso di 360 gradi nell’acqua, come nel nuoto artistico. Il gesto lo chiamano elicottero

Italia vs Serbia – La nazionale di Belgrado senza giocatori in A

La mostruosa serie di imbattibilità dei serbi agli Europei casalinghi si è interrotta dopo 19 partite, quando hanno perso contro il Montenegro nell’incontro senza niente in palio martedì sera. Anche l’Italia ha perso una sola partita, con la Grecia. C’è un dato anomalo rispetto alla storia. Nessun nazionale della Serbia gioca oggi nel campionato italiano. Negli ultimi anni sono stati da noi Dusan Mandic, Sava Randjelovic, Dordje Lazic, Radomir Drasovic e Nemanja Vico. Mandic ha guidato il Recco alla vittoria della Champions League nel 2022 proprio a Belgrado ed è stato nominato MVP di quella Final Eight. Un altro dato curioso: sebbene tutte e quattro le semifinaliste siano delle potenze della pallanuoto, solo un grande torneo le aveva avute insieme in semifinale: i Mondiali 2003 a Barcellona. Le partite furono le stesse di oggi, vinsero l’Italia e l’Ungheria. Sandro Campagna era il c.t. della Grecia

Tutti i programmi in tv

con le anteprime sul tennis di Sandra Cassandra

     

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