mercoledì 21 gennaio 2026
#1 giorno alla Streif
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► FEDERICA BRIGNONE è tornata in maniera portentosa. Dopo quasi 300 giorni trascorsi a cercare di recuperare dall’infortunio patito agli Assoluti, ha chiuso il gigante di Plan de Corones al sesto posto e alla fine si è commossa. Domani e venerdì ci sono gli uomini jet sulla Streif.
◇ All’Australian Open, Sinner e Musetti hanno passato il primo turno. Le cose succedono a ritmo sfalsato e Sandra Cassandra non riesce a scrivere neppure uno dei suoi oracoli tennistici. Ma come facevamo gli altri anni? Di certo Emma Raducanu è fuori – ecco questo sì. È stata eliminata da Potapova.
◇ L’Inter ha perso con l’Arsenal, il Napoli ha pareggiato a Copenhagen, il PSG ha perso a Lisbona, il Real ne ha fatti sei al Monaco, il Manchester City è stato battuto in Norvegia e il Tottenham ha messo sotto il Borussia Dortmund. Ne sono successe di cose in Champions. Stasera due classiche: Juventus-Benfica e Marsiglia-Liverpool. L’Atalanta gioca con l’Athletic Bilbao.
◇ È andata male a Milano pure nell’Europa del basket. L’Olimpia è stata battuta 77-106 dal Real Madrid e il Corriere della sera giudica inaccettabili i 210 punti subiti in due partite, contando i 104 presi dalla Stella Rossa.
◇ Annunciazione, annunciazione. Marcell Jacobs torna ad allenarsi con Paolo Camossi, l’allenatore che lo guidò al famoso e mai più ripetuto 9.80 d’oro ai Giochi di Tokyo. Ci ha riflettuto quattro mesi, racconta il Corriere della sera. I primi contatti c’erano stati a settembre. Cosa sono quattro mesi. Da 43 anni Fiorella della IV N ancora non ha fatto sapere se vuole uscire sabato. Sarà un no.
◇ Marco Balich ha raccontato come sarà la cerimonia d’apertura dei Giochi di Milano-Cortina, a lui affidata dopo altre 16 manifestazioni. Ci saranno Puccini e Rossini. Cioè non loro. Ci sarà la loro musica. E poi Laura Pausini, Bocelli, Mariah Carey che canterà in italiano. Così ‘sti francesi che hanno fatto tutti gli snob con il rap, l’hip hop e la fluidità tanto modernuccia imparano come si organizza una bella cerimonia per i sessantenni.
◇ Audi ha presentato al centro espositivo Kraftwerk di Berlino la sua prima monoposto di Formula 1 per la stagione 2026, dopo il rebranding del team da Sauber avvenuto a fine stagione. Ha ribadito il suo obiettivo quinquennale di lottare per il titolo mondiale.
La vita è una bella, magnifica, cosa. Anche per una medusa
Charlie Chaplin, Luci della ribalta
Le meduse di Naomi Osaka
Dunque. Una gonna plissettata sopra pantaloni a gamba larga. Un cappello a tesa ampia, un velo bianco, un parasole. Se Naomi Osaka ha trasformato l’ingresso in campo per una partita di tennis in una sfilata di moda, qualcosa sta succedendo e altro succederà. Osaka è quella magnifica tennista che si presentò come erede di Serena Williams e a un certo punto preferì di no come Bartleby lo scrivano. Ha un servizio che va a 125 miglia orarie, ma è decisamente lento se paragonato alla velocità di una medusa, capace di coprire dai 10 ai 20 micrometri in meno di un milionesimo di secondo. Così almeno ha calcolato il Guardian per mettere in relazione il costume di scena della giapponese con la dichiarata citazione e il dichiarato omaggio all’invertebrato. L’abito non fa il ranking. Nel senso che non basta a ritornare la numero uno, ma vale pure il contrario, non è obbligatorio essere la numero uno per prendersi delle libertà. Non è il tennis che lo stabilisce ma il mercato, in questo caso Nike che ha lasciato a Osaka la libertà di disegnarsi l’outfit. Una volta succedeva con Maria Sharapova – che ha un solo Slam in carriera più di Naomi.
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Il look politico di Oliynykova
Con il suo look parla pure Oleksandra Oliynykova, 25 anni, alla prima apparizione in tabellone principale di uno Slam. è nata a Kiev, la famiglia si è trasferita prima a Odessa quando era una bambina e poi in Croazia, così aveva cominciato a giocare sotto la bandiera di Zagabria, dove viveva e si allenava. Ma dopo l’invasione dell’Ucraina ha sentito che era giusto riprendersi la vecchia cittadinanza, il giallo e il blù. L’Equipe racconta dell’uso che fa del corpo e della propria immagine come strumenti politici, direttamente legati alla guerra. In un contesto iper-normalizzato come uno Slam, ha portato in superficie l’esistenza di un conflitto che riguarda lei, la sua famiglia e il suo paese. Lo ha fatto con tatuaggi, piercing, henné facciali in blu. Un’estetica post-punk che Oliynykova ha rivendicato per chiedere aiuti. L’ultima notte prima della partenza per l’Australia, un drone ha colpito un edificio vicino al suo appartamento.
Viaggia da sola da quando il padre si è arruolato volontariamente nell’esercito ucraino nell’estate 2024. La sua ascesa recente in classifica coincide con quel passaggio. Giocare sui grandi campi assume così un valore ulteriore: dare visibilità alla resistenza e restituire qualcosa a chi combatte. Dopo la sconfitta con Madison Keys, ha detto che russi e bielorussi non dovrebbero essere in circuito. Ha citato casi specifici come quelli di Aryna Sabalenka e Daniil Medvedev, esempi di una normalizzazione della guerra che considera dolorosa e ingiusta.
▥ La folla a Melbourne sta diventando un problema
Buone notizie per l’Australian Open. Ha attirato finora un pubblico record in quasi ogni sessione. Il primo giorno è stato il più affollato nella storia del torneo e il record è durato 24 ore, con oltre 200.000 persone che sono arrivate al Melbourne Park. Ma ora – dice The Athletic – non è chiaro se l’impianto possa gestire tutti gli acquirenti di biglietti. I quattro più grandi tornei di tennis collaborano per proteggere il loro primato e cercano anche di superarsi a vicenda. “Entrare dall’ingresso principale, vicino alla fermata del tram di Melbourne Park, è stato un caos ogni mattina, con code lunghe 100 metri o più sotto il sole cocente. Una volta entrati, può essere difficile trovare un posto per vedere qualche palla colpita sul campo. Ci sono molte più persone rispetto ai posti a sedere per le partite più ambite. Al momento, dicono gli organizzatori, non c’è limite al numero di pass per l’accesso al campo. Costano 59 dollari australiani [40 americani] in questa prima settimana. Il torneo ha sospeso brevemente le vendite domenica, ma poi ha deciso di farle riprendere. La folla si è diradata di 7.000 persone il terzo giorno.
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Che cosa stanno leggendo in Europa
⬤ ⬤ ⬤ L’Equipe apre con la sconfitta del PSG in Champions. La foto è quella di un Marquinhos abbastanza contrariato. Tiene un pallone in mano e sta per sbatterlo a terra dopo il gol preso all’ultimo minuto.
⬤ ⬤ ⬤ Gli spagnoli invece si lanciano sui sei gol segnati dal Real Madrid al Monaco. Marca: “Così vi vuole il Bernabéu”. As: “Vinicius torna a sorridere”. Mundo Deportivo e Sport dalla Catalogna si concentrano sull’attesa per la partita del Barcellona: “Vietato sbagliare”. Trosi avrebbe risposto: va bene, mo’ me lo segno.
⬤ ⬤ ⬤ Oh, e veniamo a noi. La Gazzetta apre la prima con la foto di un interista tramortito a terra e il titolo: “Inter non basta”. Dopo due giorni di nulla, c’è una striscia di richiamo per Federica Brignone. Perché “fa impazzire anche Sinner”. Meno male. Il Corriere dello sport-stadio racchiude la delusione Champions nel titolo molto Ale-e-Franz: “Oh Jesus”. Tuttosport dà risalto alla frasona di Mourinho [Allenerei la Juve], mentre QS tiene fede alla sua vocazione più olimpica e meno calcistica dedicando la prima a Brignone: “Feder gigante, sei leggenda”.
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I temi del giorno
Gli affanni della serie A sul traguardo della Champions
Nella prima anta della penultima finestra di Champions, diciamo la verità, le cose sono andate maluccio. L’Inter non si è mossa da quei famosi 12 punti che doveva mettere da parte nelle prime quattro giornate e che in effetti – per fortuna – ha messo da parte, ma senza più schiodarsi di là. Se ogni giorno ci ripetiamo che la Premier League è un altro mondo, perdere contro la prima in classifica di quel pianeta si può anche accettare. Piuttosto, Chivu avrebbe dovuto strappare un pareggio a Madrid e uno con il Liverpool, così come il Napoli avrebbe dovuto portar via dalla Danimarca tre punti e non uno, dopo essersi trovato in vantaggio prima di un uomo e poi anche di un gol.
Il ranking annuale che assegna un posto in più per la prossima Champions è di nuovo diventato di una mestizia soffocante. La serie A è al sesto posto dietro anche Polonia e Cipro. Qui serve un asterisco. La classifica è condizionata dai bonus per i passaggi del turno in Conference League. Avrà un volto più vero alla fine della fase-campionato nelle altre due Coppe, il rischio è che quel volto vero non sia il più gradito. A parità di condizioni, davanti all’Italia ci sono ancora l’Inghilterra, la Germania e adesso di nuovo anche la Spagna – avviata tuttavia a perdere Villarreal e Athletic Bilbao lungo la strada.
A questo servirebbe avanzare in massa, ma appena si affaccia fuori dal Regno delle Due Sicilie, il Napoli non ne vuole sapere, sebbene sia la squadra di una città che è stata in passato greca, normanna, sveva, spagnola, francese, in fondo in fondo americana – nera a metà per essere precisi – e nonostante le signorine di Capodichino abbiano fatto leggendariamente l’amore con i marocchini. Tutta questa vocazione all’Europa e al mondo, in questa Champions non si vede. Sarà per qualche negatività che viene dai Savoia, si sa come sono fatti.
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Finzioni
Come il Napoli ha evitato altri infortuni in Danimarca
Gentile Antonio Conte,
le scrivo da Benevento, città che non dorme mai del tutto perché sotto le pietre romane si muovono ancora le ombre delle streghe. Mi chiamo Amelia, megera di terza generazione, con regolare permesso dell’aldilà. Ieri sera, mentre lei guardava la linea difensiva come si guarda l’orizzonte prima di una tempesta, ero già all’opera. Ho sentito scricchiolare le ginocchia del fato, ho visto l’aria ispessirsi attorno ai flessori come zucchero filato maledetto e non potevo restare a guardare per il bene del nostro amato sud.
Alle 20:58 precise ho acceso sette candele ricavate da un vecchio cero pasquale rubato al tempo, disponendole in un 3-5-2 perfetto sul tavolo della cucina. Ho unto le fiamme con olio di alloro e canfora mentre recitavo il Rosario di San Asdrúbal, santo apocrifo venerato solo tra Benevento e Macondo. Ogni grano un soleo salvo, ogni Ave Maria un bicipite femorale che resiste. Quando ho percepito il primo rischio di infortunio a Lobotka – un brivido secco, come quando il ghiaccio si rompe nei romanzi sudamericani – ho liberato l’Artemanzia del Polpaccio Errante: ho legato tre fili rossi a una radiolina sintonizzata su una cronaca uruguaiana del 1954 e ho ordinato ai muscoli di ricordarsi di essere giovani.
Non è finita lì. A metà ripresa, per il ginocchio di Spinazzola, ho evocato Doña Menisca, spirito protettore delle articolazioni, una signora di Arpaise che una volta camminò fino a Paupisi all’indietro fumando sigari spenti. Le ho promesso due sfogliatelle. Lei è tornata in forma umana, ha sputato per terra e se n’è andata portandosi via le negatività.
Se i suoi uomini hanno corso fino all’ultimo in Danimarca senza rompersi, sappia che c’ero io a proteggerli. Il mondo era leggermente storto e io l’ho raddrizzato a colpi di sortilegio domestico. Continuerò a vigilare. Ho già messo dell’olio nell’acqua per scacciare il malocchio di quella gatta morta di Spalletti. Lei tenga a mollo nei prossimi giorni i tendini dei suoi ragazzi dentro una bacinella di caffè sotto il murale di Maradona ai Quartieri.
P.s.: dopo questa fattura al Copenhagen, manderò al presidente la mia. Pagamento in unica soluzione in 30 giorni. Appena vendete Lucca o Lang, aspetto i soldi sull’IBAN prima che andiate a comprare un altro centravanti di cui vi libererete in estate.
Cordialmente, Amelia
sgrunt Le prospettive dell’Inter dopo il k.o. con l’Arsenal
E se l’Inter scivolasse fuori dalle prime-otto? Urca. Se davvero succedesse, in effetti, come dice Paolo Tomaselli sul Corriere della sera, “nessuno sarà così contento di affrontarla”. Resta quella famosa incapacità di vincere gli scontri diretti con le altre grandi, come in campionato, e “comincia a diventare una cosa seria” scrive Tomaselli.
“Ma che il confronto tra la capolista di Premier e quella di A non fosse alla pari, si sapeva. Non solo per il tonnellaggio dei club, con il monte ingaggi londinese (bonus compresi) che è quasi il doppio di quello interista, ma anche per le assenze di Dumfries e Calhanoglu. L’ossessione del controllo di Arteta – racconta Tomaselli – unita ai milioni della proprietà americana, ha creato una macchina quasi perfetta anche se un po’ allergica al vecchio contropiede, unica vera arma dell’Inter: il 19° della stagione arriva però con la compartecipazione della traversa colpita da Trossard e soprattutto della difesa nerazzurra, Sommer compreso, un presepe fuori tempo massimo che assiste immobile alla zuccata ancora di Jesus da un passo”.
Luigi Garlando sulla Gazzetta dice: “Se alla squadra oggi più forte del mondo, che sta dominando la Premier e ha vinto le prime 6 di Champions con un risultato complessivo di 17-1, regali amnesie difensive e sprechi quel poco che ti concede, è praticamente impossibile uscirne illesi”.
Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio sottolinea: “Se l’Arsenal è primo in Premier con sette punti più del Manchester City e dell’Aston Villa e primo in Champions a punteggio pieno, la ragione è evidente: in questo momento nessuno in Europa ha la stessa fame, la stessa rabbia, la stessa forza atletica, la stessa organizzazione e lo stesso accanimento atletico”.
A proposito dei calci d’angolo, specialità della casa, racconta: “Ci è venuta in mente una storia che Sinisa Mihajlovic raccontava sorridendo. «All’inizio degli anni Novanta, quando l’arbitro fischiava una punizione qualche metro fuori area per noi della Stella Rossa, al Marakana tutti i tifosi si abbracciavano». Perché sapevano che c’era lui. Probabilmente è quanto succede di solito all’Emirates”.
Boh La sconfitta del PSG
E così ci risiamo, punto e daccapo. Con 28 tiri in porta contro 1o, con 676 passaggi contro 233, con il 75% di possesso palla contro il 25%, Luis Enrique sente che avrebbe meritato di battere lo Sporting a Lisbona, e invece la partita l’ha persa per 2-1 al novantesimo. Un po’ Fabregas e un po’ Cambronne ha detto: merde de football, rendendo evidente che in alcuni momenti i traduttori non servono e che i battuti nel calcio parlano una lingua universale. Il PSG ha passato lunghi tratti della partita alto nel campo avversario, recuperando palloni, tornando in avanti a ondate, chiudendo i portoghesi nella loro metà campo. Ma quella pressione non si è mai trasformata in niente.
“Trascinati da un portiere e da un centravanti nella scorsa primavera, i parigini questa volta non sono stati trascinati da nessuno, ed è questa la ragione centrale della sconfitta. Una debolezza che disegna una strana fragilità in trasferta nelle ultime due gare europee. A cosa è servito giocare un primo tempo finalmente ordinato, condito da un contro-pressing che ricordava qualcosa, capace perfino di impedire al Sporting di uscire dai propri trenta metri?”. Questo si domanda stamattina Vincent Duluc nella sua analisi per L’Equipe.
È vero che il PSG ha il numero di 28 alla voce tiri in porta, ma in maggioranza sono stati calci, non tiri, come se il volume potesse compensare l’assenza di pericolo. Sono stati tiri da lontano, “segnali di impotenza. La vita di una squadra non può essere semplice quando inquadra sei tiri su ventotto”. Perciò alla fine L’Equipe parla di miseria offensiva mentre Luis Enrique parla di una delle partite migliori della stagione. Doué ha toccato oltre cento palloni senza incidere, Dembélé non ha avuto la stessa forza mostrata contro il Lille, un dominio senza esito e “Chevalier non l’ha salvato da niente, al contrario”.
gulp E se l’UEFA boicottasse i Mondiali di Trump?
Il Guardian racconta come le istituzioni del calcio europeo stiano guardando con crescente preoccupazione alle intenzioni di Donald Trump di annettere la Groenlandia, valutando per la prima volta possibili ripercussioni sportive e politiche, fino all’ipotesi estrema di un boicottaggio dei Mondiali. La questione è stata discussa informalmente a Budapest da circa venti presidenti di federazioni europee, a margine delle celebrazioni per i 125 anni di quella ungherese. Il clima, secondo le fonti citate dal Guardian, è apparso più serio rispetto ad altre fasi della presidenza Trump: l’eventuale minaccia alla Groenlandia, territorio danese e quindi legato a un paese UEFA, è vista come un punto critico per la sicurezza europea.
Finora UEFA e FIFA hanno evitato prese di posizione ufficiali, figuriamoci, ma se Trump non dovesse arretrare – soprattutto in caso di ipotesi militari – la pressione per una risposta comune aumenterebbe. Alcuni dirigenti ritengono che basterebbe l’iniziativa di una grande federazione per innescare un effetto domino.
La FIFA appare più prudente e legata all’amministrazione americana, giudicando improbabile uno scenario estremo. Tuttavia cresce l’imbarazzo interno per il premio per la pace consegnato da Infantino a Trump.
Lo ha raccontato in un altro pezzo Osasu Obayiuwana a margine della Coppa d’Africa. Secondo le ricostruzioni, Infantino è rimasto isolato nella gestione dei rapporti politici con Trump, mentre altri dirigenti cercano di prendere le distanze per non compromettere la propria reputazione.
”Il disagio iniziale all’interno della Fifa per il conferimento del premio si è trasformato in un profondo imbarazzo. Più funzionari hanno espresso inquietudine per come la decisione è stata gestita, soprattutto alla luce delle azioni militari e delle minacce politiche successive del presidente americano”.
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La Macchina del tempo
Le legge per la nascita degli asili sta facendo cadere il governo
Il 21 gennaio nel 1966 è un venerdì e i giornali aprono con quello che chiamano un colpo di scena. Con 250 no e 221 sì, con un mucchio di franchi tiratori nel centro-sinistra, la Camera ha bocciato a scrutinio segreto il provvedimento che il capo del governo Aldo Moro aveva definito fondamentale nel programma del ministero della pubblica istruzione: il disegno di legge sull’istituzione della scuola materna statale per i bambini dai tre ai sei anni, “per fini di educazione, di sviluppo della personalità infantile, di assistenza e di preparazione alla successiva scuola dell’obbligo integrando l’opera della famiglia”. Una evidente rivoluzione sessantottina in anticipo sui tempi. La legge sarà in effetti approvata il 18 marzo 1968, ma quando Moro ci prova il governo va in crisi. Il Corriere della sera scrive che “la crisi appare ormai inevitabile” perché Moro aveva posto la fiducia. Il giudizio politico di giornata è che la DC sia ormai fragile, logorata dalle sue lotte interne, e che comunisti e socialproletari non sono stati coraggiosi o lucidi a sufficienza per assumersi la responsabilità di far approvare comunque la legge. Hanno messo davanti a tutto l’urgenza di far cadere il governo. È una notizia così grossa che finisce rimpicciolita perfino quella di una bomba atomica caduta in Spagna. Era a bordo di un B52 precipitato dopo una collisione a quaranta miglia da Almeria. Tecnici e poliziotti la cercano e non la trovano. Evidentemente inesplosa.
“La scuola – scrive il Corriere della sera – è stata sempre uno dei punti deboli della coalizione di centro-sinistra. I progetti che la riguardano, se accontentano i partiti laici, scontentano la DC o per lo meno quella parte di essa che si sente maggiormente vincolata alla difesa di certe posizioni. Fu sulla scuola che nel giugno del 1964 cadde il primo governo Moro. Sulla scuola è scivolato di nuovo questa sera il suo secondo ministero. È difficile, stasera, poter individuare da quale parte della coalizione siano venuti i no che hanno messo il governo in minoranza. Sicuramente debbono, aver contribuito a formare lo schieramento di opposizione vari elementi non tutti mossi da un giudizio di merito sulla legge in discussione”.
Mentre gli asili fanno fatica vedere la luce, c’è una discreta maretta nelle Università, dove docenti e studenti hanno dichiarato uno sciopero, un’astensione comune dalle lezioni per sottolineare e condannare lo stato in cui versano gli atenei.
Qualcosa sta succedendo anche nella moda. A pochi giorni da un pezzo sulla maniera di vestire così uniforme tra le ragazze e i ragazzi, la Stampa presenta una panoramica delle sfilate milanesi, raccontando l’evoluzione dello stile femminile e maschile e mettendo in relazione la moda con il clima culturale del tempo. L’influenza del cinema di Hitchcock, per esempio. Germana Marucelli presenta la prima “linea thrilling”, interpretando un gusto collettivo che privilegia una donna dinamica e disinvolta, con abiti cortissimi e gambe in evidenza grazie a calze op art bicolori e a righe, simbolo di modernità e audacia visiva.
In netto contrasto cromatico e stilistico, Jole Veneziani propone una moda più misurata ed elegante, colori tenui e preziosi, ispirati alle porcellane. Le sue creazioni, presentate con una regia accurata e quasi teatrale, includono tailleur dalle linee geometriche, gonne moderatamente corte e una nuova tipologia di mantello corto, la minicappa, termine destinato a entrare nel lessico della moda, spesso arricchita da bordi di volpe in tonalità pastello e abbinata anche ad abiti da gran sera.
La sfilata di Lancetti è invece stata segnata da caos organizzativo e grande affluenza di pubblico, al punto da far ipotizzare una strategia pubblicitaria. La collezione viene giudicata giovane e portabile nel giorno, più leziosa nella sera, con motivi decorativi leggeri e una palette vivace dominata da giallo, verde, bianco-nero e un nuovo rosso fosforescente. Ninte meduse. Non ancora.
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Sta fallendo il Milan
Sta fallendo il Milan. È la mattina del 21 gennaio 1986 quando la crisi finanziaria e morale sembra immarcabile. I giornali parlano di clamorosa svolta nella storia della società. La Federcalcio ha avuto da un emissario il quadro esatto delle irregolarità dell’amministrazione di Giussy Farina e per legge è obbligata a denunciarle alla magistratura. A cinque mesi dai Mondiali in Messico dove la Nazionale di Bearzot dovrà difendere il titolo, il presidente della federazione Sordillo e il comitato di presidenza non potranno che disporre il deposito dei libri contabili del Milan presso il tribunale che avvierà così la procedura di fallimento. Degli eventuali reati penali o civili risponderanno con Farina anche i componenti il consiglio e i revisori dei conti. Farina rischia il carcere.
Mentre la federcalcio si avvia a compiere la mossa clamorosa, gli avvocati di Farina e del consiglieri del Milan giocano con i comunicati. Ai legali della società è arrivata una lettera con un’offerta. In cambio di un Milan ripulito da ogni legame con società satelliti e da contratti anomali, da debiti ora ancora nascosti, vengono offerti 15 miliardi di lire, anche se si trattasse del 51 per cento e non dell’80 per cento del pacchetto d’azioni. L’offerta è della Fininvest di Silvio Berlusconi. La proposta passerà pari pari al tribunale che curerà il fallimento, evento che né il consiglio del Milan né Farina sembrano prendere in considerazione. Ma le condizioni di Berlusconi, scrive La Stampa, sono considerate inaccettabili.
Nel suo editoriale per la Gazzetta, Candido Cannavò scrive: “Questo Milan che va verso il fallimento (e, a questo punto, non è la peggiore delle ipotesi), induce ad alcune riflessioni. Nel calcio italiano si è scherzato sinora con le società per azioni. Ne sono stati elusi i vincoli e le procedure. La federazione non ha strutture di controllo sufficienti e, nei casi in cui è intervenuta, è stata spiazzata da manovre sotterranee o presa in giro da impegni non mantenuti. È un quadro organizzativo da riformare e nel quale una grossa parte di responsabilità spetta anche alla lega. Ma il caso Milan si pone oltre ogni limite. Farina può essere perseguito dai sospetti e dalle accuse più terribili, ma esistono all’interno della società firme e avalli ben precisi. C’è, ancora fresca, una allucinante approvazione di bilancio. Ed è ben presente nella sconcertante vicenda un presidente del collegio del revisori dei conti – Arces – che tiene la stessa carica anche nella lega calcio. E ha taciuto. Su questo terreno dell’incredibile quotidiano è maturato il drammone che, nel nome del Milan, il nostro calcio si appresta a vivere. In situazioni del genere (e lo scandalo del calcio-scommesse insegna) non ci sono scorciatoie: c’è una via diretta, quella che la federcalcio si appresta a percorrere. Dolorosa quanto si vuole, ma inevitabile e persino salutare. Ne uscirà un Milan veramente ripulito da consegnare a un nuovo padrone. E ne verrà fuori anche una lezione per tutti: soprattutto per i tanti avventurieri che, sparsi qua e là, prosperano e speculano su questo amore nazionale. No davvero: del tribunale non bisogna aver paura”.
È il giorno in cui dall’Inghilterra annunciano il progetto di un tunnel sotto la Manica. La Roma si è portata 48 ore prima a-5 dalla Juventus capolista che pare in affanno, il Napoli è terzo, Maradona è stato alla Domenica Sportiva e ha detto: per lo scudetto giocheremo l’anno prossimo. Nelle ore tormentate del Milan le storie di due famiglie si intrecciano. Il commercialista incaricato dalla federazione di controllare i conti si chiama Italo Folino e suo figlio Gigi fa musica insieme con Raffaella Riva, figlia di Felice, ex presidente di un altro Milan finito in alto mare vent’anni prima. La loro band si chiama Gruppo Italiano e hanno avuto un successo alla Righeira cantando Tropicana.
La giornata di sport in tv
Italia vs Croazia di pallanuoto decisiva per la semifinale
🟨 Gli Europei di pallamano 🟨 La NBA e le Coppe di basket
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L’ultimo scroll
Padova
16 giorni a Milano
Il fuoco di Tito Livio e Ippolito Nievo
Partita da Vicenza, la fiaccola di Olimpia arriva stasera a Padova, la città di Tito Livio e Ippolito Nievo, che diedero significati profondamente diversi nelle loro opere al fuoco.
In Ab Urbe Condita, il fuoco è un elemento rituale, legato alla stabilità e alla sopravvivenza dello Stato romano. Il Fuoco Sacro di Vesta rappresenta la fiamma perenne che garantiva la continuità di Roma. Livio racconta come il re Numa Pompilio istituì le Vestali per custodirlo, la sua estinzione era considerata un presagio di catastrofe per l’intera comunità. Il fuoco appare spesso sotto forma di prodigio (tipo le fiamme che avvolgono senza bruciare la testa del giovane Servio Tullio), segnalando il favore degli dei e il destino glorioso di futuri capi.
Nelle Confessioni d’un italiano di Nievo, il fuoco abbandona questa dimensione sacrale e ne prende una domestica, raccontando il passaggio tra il vecchio mondo feudale e la modernità risorgimentale. Il grande camino della cucina di Fratta è il cuore pulsante del castello. Attorno a questo fuoco eterno si radunano i personaggi del vecchio mondo, immobili, sonnolenti, immersi in un’atmosfera quasi infernale e fuori dal tempo. Il fuoco è anche l’elemento che accompagna la fine del castello di Fratta, come simbolo della caduta dell’antico regime.
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