Lo Slalom del 15 gennaio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

giovedì 15 gennaio 2026

 # 1  giorno al  Super-G di Wengen

 

 

     

►  UN NAPOLETANO ha spinto il Napoli a -6 dall’Inter. Il gol di Pio Esposito al Lecce, sommato allo 0-0 del Napoli con il Parma, ha riscritto la testa della classifica. Stasera Como-Milan e Verona-Bologna completano il quadro delle partite da recuperare. 

◇  In piena cottura di Slalom sono arrivati gli esiti dei sorteggi per i tabelloni dell’Australian Open. Se Mameli vi ruggisce con urgenza dentro, ditegli che Sinner e Musetti sono finiti dallo stesso lato del tabellone e possono incrociarsi in semifinale. Dalla stessa parte c’è Djokovic, che però ha un problema al collo e ieri ha interrotto l’allenamento. 

◇  Marocco e Senegal si sono qualificate per la finale di Coppa d’Africa di domenica. Il Senegal ha battuto 1-0 l’Egitto di Salah, il Marocco è passato ai rigori [4-2] dopo lo 0-0 con la Nigeria di Osimhen.

◇  A ventitré giorni dai Giochi – e oggi sono ventidue – la staffetta femminile di biathlon si è piazzata al secondo posto nella prova di Coppa del mondo a Ruhpolding, e quasi quasi c’è pure delusione per com’è andata, nove decimi di distacco dalla Norvegia e uno sprint beffardo. Oggi tocca agli uomini ma senza Tommaso Giacomel. Nello snowboard l’Italia ha vinto a Bad Gastein la gara a squadre con Aaron March e Lucia Dalmasso. 

◇  Due vittorie per 3-0 delle due squadre italiane in campo ieri sera nella Champions femminile di pallavolo: Scandicci ha battuto le francesi di Le Cannet e Milano ha superato le serbe dello Zeleznicar. Stasera chiude il turno Conegliano con Dresda. Novara aveva perso due giorni fa in Turchia sul campo del Fenerbahçe di Alessia Orro e Melissa Vargas. 

 

   

Se la Terra decide di sciogliere la Groenlandia, potrebbe essere saggio vendere tutto quello che possediamo in Bangladesh

Robert Laughlin

 

  

Gli Europei di pallamano dove l’Europa è più fragile

E se si riunissero alcuni dei migliori giocatori e allenatori di pallamano del mondo — del passato e del presente — per un’intera giornata? Se a queste leggende venisse dato il tempo e lo spazio per riflettere su cosa significhino successo, lavoro di squadra, cultura, amicizia e gerarchie nello sport che hanno amato e che si sono tramandati? E se avessero anche l’opportunità di rinnovare e rafforzare quel legame che li ha portati ai vertici della pallamano mondiale, raccontandosi storie e condividendo ricordi spesso conosciuti solo da chi gli stava accanto?

Le risposte a tutte queste domande arrivano in Founding Fathers — The Rise of Denmark’s Handball Empire, un documentario realizzato dalla federazione europea di pallamano e da Infront, diffuso martedì alla vigilia degli Europei che iniziano oggi nel paese, in Norvegia e in Svezia.

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ore  18   Spagna vs Serbia e Francia vs Cechia su EHFF TV

ore  20.30   Germania vs Austria |  Norvegia vs Ucraina su EHFF TV

 


  

Che cosa stanno leggendo in Europa

⬤   L’Equipe apre il giornale con una intervista a Pierre Sage, allenatore del Lens rivelazione della Ligue 1 e capolista. Un’anomalia dentro un sitema nel quale gli allenatori francesi erano un po’ spariti dalla scena [se ne parlava qui qualche tempo fa]. Peraltro: negli altri quattro campionati dell’élite europea sono in testa alla classifica tutti allenatori stranieri. È una meravigliosa casualità su cui imbastire qualche spiegazione. Oh, comunque Sage a L’Equipe dice: Quando vinci, nessuno ti dà fastidio. Racconta che gli è parso di intravedere un presagio di una buona stagione durante l’amichevole in estate con la Roma. L’intervista intera è qui

⬤   I giornali spagnoli si sono buttati tutti sulla sconfitta del Real Madrid in Coppa del re, l’eliminazione per mano dell’Albacete nella sera del debutto in panchina di Arbeloa. Marca: Debacle total. As filosfeggia: “La vita va sempre ugiale. O peggiora. Guarda un po’: stamattina anche Mundo Deportivo si interessa in prima pagina alle vicende del Real: A casa, mentre l’altro quotidiano sportivo Sport parla di ridicolo sorprendente.

⬤   La Gazzetta celebra il Potere Inter e il titolo di campioni d’inverno dei nerazzurri – e direi che il dibattito su chi fosse la favorita si chiude qui. Il Corriere dello sport-stadio romaneggia nella lingua del titolo: Pio tutto. Tuttosport titola sul blitz di mercato e come Guido Meda esclama: “Mingueza c’è”. Attenzione. Anche il Romanista accoglie il nuovo acquisto con un imparabile titolo, un gioco di parole ottimista e di sinistra [nel senso che sembra il Manifesto]: Di Malen in meglio. Se dovesse fare molti gol, sarà stato un titolo azzeccato. Se invece i gol dovessero mancare, si può sempre prevedere un seguito: Non tutti i Malen vengono per nuocere.

Il Corriere della sera ha intervistato con Domenico Calcagno il c.t. del rugby Quesada: dice che quest’anno non vuol sentir parlare di cucchiaio di legno e che dell’Argentina gli mancano i campi di polo, quello sport con la menta attorno. 

⬤   Il Telegraph apre con un’intervista a Shaka Hislop, ex portiere del Newcastle che racconta come il suo cancro alla prostata sia stato diagnosticato negli USA mentre nel Regno Unito non si erano accorti di niente. Il Guardian mette in evidenza il fatto che la pirateria per eventi sportivi è esplosa nel Regno Unito con 3,6 miliardi di streaming illegali. In ascesa i bookmaker del mercato nero. 


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I temi del giorno

 

 

L’Inter sta provando a scappare

Due terzi del vantaggio che avrebbe potuto aggiungere vincendo lo scontro diretto di domenica sera, l’Inter li ha presi al Napoli in un mercoledì che doveva essere anonimo, ma che anonimo stamattina non è e potrebbe non risultarlo neppure in primavera. I punti di margine sulla squadra che ha lo scudetto sula maglia sono saliti a sei nonostante la vittoria sfumata a San Siro, ma grazie a quel calcio e a quel passo che Roberto Lombardi avrebbe definito percentuali. Lo 0-0 col Parma è non solo il terzo pareggio di fila – l’equivalente aritmetico di due sconfitte – ma la quarta partita in cui il Napoli ha lasciato punti al centro-destra della classifica: in tutto adesso fanno 10. Quelli dell’Inter sono soltanto tre, e soprattutto sono di quattro mesi e mezzo fa [1-2 con l’Udinese]. 

O il Milan vince stasera a Como oppure Chivu avrà messo fra sé e la seconda in classifica un distacco che non è più colmabile in una sola giornata di campionato, confermando che il mese nel quale in testa alla classifica arriva il primo strappo vistoso è quasi sempre gennaio. Rimarrà da dire che questo strappo l’ha ottenuto non con la migliore difesa – ce ne sono addirittura cinque migliore della sua – ma con il miglior attacco, anzi di gran lunga il migliore, 11 gol in più rispetto al secondo [la Juve]. Le prime-due difese sono al quinto e al sesto posto. Un giorno questo discorso lo facciamo per bene. 

 

 

protagonista  Storia del vecchio cognome

Intanto: lui. Pio. Esposito. Il cognome più diffuso a Napoli. Il cognome che dal 1623 dava un’anagrafe ai trovatelli. Prima dello scorso Napoli-Inter ne scrisse Sky Sport Insider raccontando con Lavinia Esposito che nelle commedie di Eduardo non c’è neppure un personaggio con quel cognome. Esiste un Soriano (Samp e Bologna), un Amoroso (Udinese), c’è un Musella, c’è un Lojacono, c’è pure un Campese (rugbista). Un Esposito no. Forse perché Eduardo da figlio di Scarpetta, nato fuori dal matrimonio, sentiva sulla sua pelle il graffio di una storia. Esposito Gennaro, netturbino, è invece il protagonista di ‘A livella, la poesia di Totò che celebra la pari dignità fra gli uomini, trovatelli abbandonati e aristocratici. Un Esposito ha giocato anche nel Napoli mezzo secolo fa, si chiamava Salvatore detto Ciccio, soprannominato ‘O Prufessore per i suoi piedi buoni: Bernardini da Ct lo chiamò in Nazionale.

Si chiama Esposito l’attore che interpretò il ruolo del professore in Scusate il ritardo di Troisi. Esposito è il vero cognome di Alessandro Siani, Esposito è il percussionista Tony che ha inciso quattro dischi con Pino Daniele, Esposito è il Salvatore che ha dato faccia e corpo al Gennaro Savastano di Gomorra. Un’invasione. Gli Esposito – si legge – dovrebbero essere oggi in 35 mila famiglie, di cui 18 mila in tutta la provincia. Ma uno, solo uno, adesso fa paura a Napoli.

Paolo Tomaselli sul Corriere della sera parla di un’Inter arrugginita in qualche giocatore. Tutte le big hanno serate così, che nascono storte e non si sa come vanno a finire. Ma la differenza per la squadra di Chivu è che prima o poi il gol arriva: il ragazzo della provvidenza è Esposito, che entra dalla panchina come Lautaro e assieme al capitano si inventa uno scambio al volo, con il tiro dell’argentino respinto da Falcone e ribattuto in rete dall’azzurro, con un destro più efficace che bello.

Arianna Ravelli sulla Gazzetta dello sport fa notare che adesso c’è Pio dove c’erano i Taremi e gli Arnautovic. Non che sia finita qui, sia chiaro, e proprio le sofferenze viste ricordano come sia azzardato emettere verdetti, però la stagione una direzione l’ha presa.

siete buongustai?  Altri cognomi da tenere d’occhio

Matteo Pinci su Repubblica si occupa di Antonio Arena, il sedicenne andato in gol con la maglia della Roma all’esordio in Coppa Italia contro il Torino. Ora, si sa che non tutto quel che si fa a sedici anni si continuerà a far bene per il resto della vita. Ma le suggestioni sono sempre forti, e in questo caso pare che davvero siamo di fronte a qualcosa di grande. Del resto, da molto tempo, sempre un po’ di più Arena ti dà. 

Comunque. Se il cielo sarà ancora azzurro – scrive Pinci – è presto per dirlo, ma l’alba promette una nuova luce. Il primo ragazzo del 2009 a trovare il gol in Europa indossa la maglia dell’Italia. Anche se è nato a sedicimila chilometri da qui. Antonio Arena, nonni calabresi emigrati in Australia, è diventato il volto di una rivoluzione dopo aver fatto il percorso opposto: da Sydney a Pescara e poi Roma, che lo ha strappato in estate al Napoli pagandolo come un calciatore vero, anche se il ragazzino aveva, ha, appena 16 anni. L’età che avevano Totti e Del Piero quando ci siamo accorti di loro. Vietato fare paragoni, ma dopo anni di buio, i giovani italiani sono tornati a fare promesse con la speranza di poterle mantenere.

Pinci cita allora Davide Bartesaghi e Marco Palestra, 21enni terzini fra i migliori della serie A, aspettando Francesco Camarda, un solo anno più di Arena, e Jeff Ekhator, genovese figlio di genitori nigeriani, già 3 gol quest’anno. Qui aggiungiamo che dai ventitré anni in giù, in serie A piaciucchiano abbastanza pure Filippo Terracciano e Tommaso Barbieri alla Cremonese, Samuele Angori al Pisa, Nicolò Bertola a Udine, l’Atalanta sta covando Honest Anahor e pare che Giorgio Scalvini chissà quanti anni abbia anziché 22, la Fiorentina deve recuperare il vero Pietro Comuzzo, il Cagliari fa crescere Riyad Idrissi, col Sassuolo sta guadagnando continuità Luca Lipani. Oltre ai più famosi Pisilli, Miretti e Casadei. Cose ce ne sono. 

senza schema   Cosa è mancato al Napoli

Lo dice Marco Ciriello sul Mattino. È mancato un guizzo serpigno – quelli che avevano il brevetto di KK: no, non Koulibaly che sta in finale di Coppa d’Africa, l’altro KK, quello con la faccia da studente greco d’Ingegneria negli anni ‘70.

Al Napoli – scrive Ciriello – manca un dribblomaniaco, a volte questa funzione viene assolta da Politano e Neres, più raramente e a sprazzi da Lang, ma nessuno con continuità. Nessuno è davvero bravo a saltare l’uomo aprendo spazi, e in partite come questa col Parma diventa fondamentale. È una mancanza del Napoli. Il dribbling è il grande assente, soprattutto se Neres rientra e compie due tunnel, ma poi scompare. È anche difficile trovare dei veri e propri dribblomaniaci, capaci di inventarsi con una finta una possibilità, di ingannare e andare, caratteristica sempre più rara nel calcio di questi giorni.

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Le analisi

    

Alla fine questo torneo con un colpo solo non era tanto male

L’idea era semplice fino alla brutalità. Ridurre il tennis a un solo punto, spogliarlo di tutto quello che è durata, strategia e resistenza. Un colpo. Un colpo solo. O sei dentro o sei fuori. Più o meno come la roulette russa ne Il Cacciatore. Ranking, status, biografie: nulla conta. Tutto sospeso. Lo hanno chiamato One Point Slam, anzi lo hanno chiamato Million Dollar One Point Slam – e il million dollar [Achille Lauro aggiungerebbe: baby] era un aspetto importante. Era la glassa di miele spalmata sulla fetta di pane. In perfetto stile reality show, dentro la trama hanno genialmente infilato dei dilettanti, allettati dalla prospettiva dell’assegno – sicuro – ma pure dalla vanagloria di tornare a casa e raccontare al bar di aver battuto questo o quello. Un esperimento aggiunto al programma della settimana inaugurale di Melbourne, un rischioso cortocircuito che conteneva in controluce un po’ delle depravazioni della nostra convivenza contemporanea, compresa l’idea che ci si possa inventare tennisti, scendere in campo e far fuori un numero uno. In fondo bastavano molti colpi in meno di quelli che ha dovuto giocare la famosa wild card invitata al torneo di Nairobi. 

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prospettive

Breve analisi dei tabelloni

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Con l’evidenziatore giallo bisogna segnarsi il possibile incrocio al secondo turno fra Coco Gauff e l’ex numero uno del mondo Venus Williams, alla sua 22esima partecipazione a Melbourne all’età di 45 anni con una wild card. Durante i numeri-zero di Slalom, nell’estate del 2019, fu la partita dell’epifania di Coco a Wimbledon, il suo primo successo Slam da quindicenne. Venus Williams non gioca gli Australian Open dal 2021, ma la scorsa estate ha dato il via a un sorprendente ritorno, mostrando un livello di gioco accettabile. Impegnata in una tournée in Australia, ha partecipato all’ASB Classic e all’Hobart International, convincendo – scrive il magazine Tennis – nonostante le sconfitte contro Magda Linette e Tatjana Maria. Ma per regalarsi un altro incrocio con Gauff, Venus dovrà prima battere Olga Danilovic, mentre Gauff debutterà contro Kamilla Rakhimova.

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Tendenze

   

Il rapporto sbagliato sui tifosi del Maccabi. Lo scrisse l’IA

Craig Guilford, capo della polizia delle West Midlands, ha dichiarato di sentirsi «trattato ingiustamente» e sta resistendo alle pressioni che gli chiedono di dimettersi. Ieri la ministra dell’Interno, Shabana Mahmood, ha affermato di non avere più fiducia in lui a causa della gestione della decisione di vietare ai tifosi israeliani il viaggio per assistere alla partita tra Maccabi Tel Aviv e Aston Villa. Mahmood non ha il potere di mandar via Guilford: questa responsabilità spetta invece a Simon Foster, commissario locale per la polizia e la criminalità. Ma Foster ha rinviato la decisione al 27 gennaio.

Un rapporto redatto da Sir Andy Cooke, ispettore capo di Sua Maestà per le forze di polizia, è stato definito «devastante». Il documento ha rilevato che la polizia delle West Midlands ha giustificato il divieto utilizzando prove «esagerate e non veritiere» sulla minaccia rappresentata dai tifosi del Maccabi. Il rapporto ha inoltre stabilito che la forza di polizia non ha consultato adeguatamente la comunità ebraica ed è stata colpevole di «bias di conferma».

Mahmood ha concluso che le parti più «inquietanti» del rapporto riguardano le affermazioni «esagerate o semplicemente false» sul comportamento dei tifosi del Maccabi durante una precedente partita ad Amsterdam. Tra le accuse infondate, quella secondo cui i tifosi del Maccabi avrebbero gettato persone innocenti in un fiume, quando in realtà fu un sostenitore israeliano a essere spinto in un canale. Inoltre, prove che suggerivano come alcuni israeliani avessero preso di mira singoli musulmani e attivisti filo-palestinesi ad Amsterdam sono state confuse con l’idea che i tifosi del Maccabi avrebbero intenzionalmente colpito intere comunità musulmane.

Mercoledì Guilford si è scusato e ha ammesso che per la stesura del rapporto era stata utilizzata l’intelligenza artificiale, circostanza che ha portato alla menzione di una partita tra Maccabi e West Ham che in realtà non è mai esistita. La polizia delle West Midlands ha diffuso un comunicato riconoscendo che sono stati commessi errori, senza però citare direttamente il capo e sottolineando che nulla è stato fatto «deliberatamente» ma che la pianificazione era «sempre orientata alla sicurezza pubblica di tutte le comunità».

Lord Austin, ex deputato laburista, ha definito il rapporto devastante: «Questa intera vicenda dimostra perché il governo e la polizia debbano estirpare una volta per tutte la malattia dell’antisemitismo dalle nostre strade. Un buon punto di partenza sarebbe che il commissario per la polizia e la criminalità esca allo scoperto, faccia il suo lavoro e licenzi il capo della polizia». Ne scrive in questi termini il Times

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Discussioni

 

Cos’è questa storia di Klopp al Real Madrid

Mainz, Dortmund, Liverpool. Tre città diverse, Non non si potrebbero sovrapporre. E invece sì. Quando si parla di Jurgen Klopp, si tratta di tre posti che sono stati osservati e modellati calcisticamente allo stesso modo, sono state estensioni riconoscibili del suo modo di pensare il calcio e il mondo. Ciò che Klopp rappresentava nel calcio – il modo in cui allenava, pensava e si comportava – è diventato ciò che quei club erano durante il suo mandato. Mainz, Dortmund e Liverpool erano sufficientemente plasmabili da acquisirne l’identità, fino a trasformarsi in prolungamenti della sua personalità, ha scritto The Athletic – immaginando che Klopp può sedersi su qualunque panchina, può indossare qualunque tuta, può interpretare qualunque ruolo, finanche quello del turista che prenota su Trivago. Ma l’idea stessa di Klopp al Real Madrid suona stonata, quasi una provocazione semantica. Perché il Real Madrid conserva. Non si lascia rifondare, chiede solo di essere amministrato.

Un anno fa, a Salisburgo, tra un’auto di Formula 1 e un elicottero, Klopp ha annunciato di aver chiuso con la panchina. Ha messo una distanza. Ha parlato di logoramento. Il suo status di grande allenatore – scrive The Athletic – dipende anche da un aspetto spesso sottovalutato: la capacità di scegliere sempre il lavoro giusto nel momento giusto. Il Mainz sull’orlo del baratro, il Dortmund reduce da una crisi finanziaria, il Liverpool in cerca di una via d’uscita. Le condizioni erano sempre mature.

Anche la scelta Red Bull, anche l’uscita di scena in questo modo spiega perché certe sirene, per quanto potenti, con lui non abbiano avuto effetto. Nemmeno quelle del Bernabéu. Quando si è liberata la panchina lasciata da Xabi Alonso, il nome di Klopp è tornato a circolare. La risposta è stata netta, quasi infastidita, perché non esiste un club meno compatibile con lui. A Madrid l’allenatore non deve trasformare, ma preservare. È il custode di una cattedrale di marmo: deve rendere la luce favorevole, deve lucidare i trofei, deve aggiungerne altri senza mai incrinare la percezione di grandezza.

Klopp si spegnerebbe. Ha sempre avuto bisogno di un’ortodossia da sfidare e  un’asimmetria da ribaltare. Klopp è quello che in un’intervista a Repubblica disse: non vivo per allenare la squadra migliore al mondo, vivo per batterla. A Madrid il protagonista non è mai l’allenatore. È l’istituzione. È la storia. È uno spogliatoio impermeabile, dove le stelle per la maggior parte non vengono formate e modellate, ma ereditate. Il calcio di Klopp ha sempre richiesto un conflitto, un’idea da opporre a qualcosa di più grande. Sotto i soffitti del Bernabéu non avrebbe potuto essere il motore emotivo, né il volto della ribellione. Sarebbe stato solo una voce tra le altre. Ma va detto pure che stiamo al mondo per cambiare strada, di tanto in tanto. Anche se chi lo fa viene sempre guardato con sospetto. 

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La Macchina del tempo 

 

Una legge per la dignità dei matti prima di Basaglia

  Il 15 gennaio del ‘66 è un sabato, e nel riferire alla Camera sulla dimissioni dalla Farnesina di Amintore Fanfani, il presidente del Consiglio Aldo Moro dice che l’Italia prosegue il suo cammino d’alleanza di fianco agli USA. è fuori discussione la continuità della politica estera del governo, dice, la pace in Vietnam sarà perseguita nel quadro del patto atlantico. Dopo otto ore di dibattito, la fiducia passa con 325 sì e 154 no. Il PCI in aula applaude l’intervento di Fanfani, mentre altri comunisti – quelli cinesi – firmano una nota contro l’URSS, accusandola di fare le cofecchie di nascosto con gli americani. Ricercatori e clinici del centro auxologico italiano e dell’Accademia medica lombarda firmano qualcosa che oggi farebbe  un discreto casino: dalla loro ricerca emerge che sono i bambini insicuri a diventare più spesso obesi, ma l’obesità dei ragazzi – si legge – è spesso imputabile all’egocentrismo delle madri

Il Sessantotto prima che arrivi il Sessantotto si trova oggi in una foto e in un reportage in terza pagina del Corriere della sera. La foto è quella di Robert Clifton Weaver, nominato dal presidente Johnson ministro delle costruzioni e degli sviluppi urbanistici. È il primo ministro afro-americano nella storia degli USA. 

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Negli stadi picchiano gli arbitri e Cancogni scrive una lettera d’odio alla Juve

  C’è un discreto casino nel calcio italiano. È stata una domenica assurda, quella precedente, con un tenttativo di linciaggio in campo dell’arbitro Ciacci a Genova, scontri tra la forza pubblica e la folla a Roma per la partita con la Juventus, otto pullman assaltati da teppisti a Milano. Gli arbitri sono stati contestati anche a Torino e a Cesena. Al campionato saltano le valvole scrive in prima pagina la Gazzetta. Gigi Radice, allenatore del Torino che andrà a vincere lo scudetto, dice che bisogna insegnare ai giocatori che perdere non è una vergogna. Si scoprirà dopo una settimana da foto e immagini che l’arbitro Ciacci è stato colpito non dall’invasore, ma con una gomitata dal sampdoriano Tuttino, involontariamente, mentre bloccava l’invasore a terra. 

Gian Paolo Ormezzano sul Tuttosport che dirige scriverà qualche giorno dopo un editoriale titolandolo L’arbitro ha sempre ragione, su nove colonne. Dice: “Noi pensiamo al personaggio arbitro come ad uno degli ultimi atti di fede esercitabili dall’uomo. Noi sappiamo che ci sono arbitri corrotti ed arbitri fessi, come ci sono uomini, giornalisti corrotti e fessi. Ma pensiamo che il miracolo di un uomo solo di fronte a tanti, di un lavoro decisionale, da pretore alle prese con la jus emergente, mandato comunque sempre avanti, di una ipotesi [e non solo] di sacrificio anche fisico, sia da difendere, da conservare. L’arbitro ha sempre ragione non perché è un Mussolini, ma perché è un pover’uomo con tutti i difetti, è uno come noi. I Mussolini sono quelli che pretendono di sindacare tutto, di esercitare un loro diritto di «giustizia» perché pagano il biglietto [e magari manco l’hanno pagato. o manco sono andati all stadio], nei riguardi di uno che la domenica offre fatica, sudore, paura: e parliamo, chiaro, soprattutto degli arbitri «minori». Questa lapidazione è profondamente fascista, è il «so tutto io» di chi sta lontano: non è un caso che gli arbitri siano fisicamente più esposti nei paesi più incivili [eufemisticamente detti: più passionali] dove di libertà e buona fede si sa poco o nulla. Se non ci convinciamo che l’arbitro ha sempre ragione, passiamo subito dalla parte di quelli che dicono che l’arbitro ha sempre torto. In queste cose la via di mezzo non c’è. Seguendo una via si gioca ancora a football seguendo l’altra si sfasciano gli stadi”. 

Alberto Rognoni sul Guerin Sportivo aggiungerà: “Siamo tutti assassini. Ho già deplorato i «giudici-struzzo», rei di consentire che l’atmosfera del campionato venga ammorbata dallo smog del sospetto. Alla gogna i giocatori che non sanno perdere e si abbandonano a intollerabili manifestazioni di isterismo; alla gogna i dirigenti e i tecnici che si rifugiano sistematicamente nell’alibi sleale del vittimismo. Gravissime responsabilità hanno anche quelle «giacche-nere» che, con arbitraggi scandalosi a senso unico, accreditano la favola [non sempre favola] dei favoritismi; altrettanto colpevoli sono i dirigenti dell’AIA che, per solidarietà di cosca, lasciano impuniti gli arbitri che commettono imperdonabili nefandezze. Alla gogna i teppisti degli stadi; alla gogna anche quelli di noi, giornalisti, che, sudditi della fazione, sobillano le folle alimentando i complessi di vittimismo e di persecuzione”. 

Ma quel giorno è un gran casino perché lo scrittore Manlio Cancogni, bolognese di nascita, genitori della Versilia, quasi sessantenne, tre anni prima premio Strega per Allegri, gioventù, ha scritto una lettera aperta a Gianni Agnelli attraverso le pagine sportive del Corriere della sera. Il titolo non ha bisogno di sommari: “Perché da cinquant’anni odio la sua Juventus”.

Cancogni scrive perché “tengo ad informarla che nel prossimo giugno celebrerò con pochi amici le mie nozze d’odio con la Juventus. Nozze d’odio e d’oro. È infatti dal giugno del 1926 che questo sentimento che, contrariamente all’amore, si nobilita col tempo, mi s’accese per la prima volta nell’animo [ero un bambino] leggendo della sua squadra. E da allora non è più cessato. E anzi va ravvivandosi [benché io non faccia il tifo per nessuna altra squadra, o meglio lo faccia solo per chi si batte con la Juventus]”. 

Dopo aver confessato un analogo sentimento per l’Inter un decennio prima,  spiega la genesi del sentimento. Cancogni arriva all’odio per la Juventus per accumulo, per sedimentazione lenta, e tutto comincia da un episodio minimo, quasi casuale, nel 1926, quando il calcio entra per la prima volta nella sua vita. È un bambino, legge di nascosto un giornale sottratto al padre. Juventus e Bologna hanno appena pareggiato una semifinale della Lega Nord: 2-2. È la finale di fatto del campionato, perché la vincente del Nord affronterà l’Alba Roma, molto più debole. In quella pagina di giornale Cancogni legge due cose che lo orientano per sempre: al Bologna è stato annullato un gol per un sospetto fuorigioco, e la Juventus viene descritta come la squadra “più forte, insuperabile”. Un riflesso istintivo lo orta a stare dalla parte di chi sembra penalizzato. Non è ancora l’odio di cui parla, ma una buona dose di diffidenza. La sensazione che attorno alla Juventus esista una specie di aura, una protezione preventiva, una superiorità data per acquisita. Bologna, al contrario, gli appare come il luogo della virtù autentica e del gioco. Questa opposizione infantile — il potere contro il merito — non lo abbandonerà più.

Negli anni successivi quella sensazione trova conferme sempre più robuste. Tra il 1931 e il 1935 la Juventus vince cinque scudetti consecutivi. Cancogni usa parole durissime. Lo racconta come un regime, usando volutamente il lessico politico. Per lui la Juventus non domina soltanto: schiaccia, avvilisce, educa all’obbedienza. “Chi può dimenticare lo storico quinquennio di infamia dal ’31 al ’35, durante il quale il calcio italiano giacque prostrato e avvilito sotto i piedi della tiranna di Torino, fra il plauso ed il consenso di Italia tutta?”.

Gli episodi che rievoca non servono tanto a dimostrare torti arbitrali quanto a costruire una narrazione simbolica: non sono i singoli fatti che contano, ma una certa idea che al potente vada sempre tutto bene, anche quando sembra sul punto di cadere. 

A questo punto l’odio smette definitivamente di essere sportivo e diventa antropologico. Cancogni se la prende soprattutto con chi tifa Juventus non per amore, ma per adesione. Racconta di un amico calabrese, “era di Reggio Calabria, ma tifava per la Juve. Perché? Perché è la più forte, mi rispose calmo, dandomi una lezione precoce di Realpolitik. Come lui erano la maggioranza degli italiani”.

Così nasce la sua idea più radicale. La Juventus non ha bisogno di corrompere. Non perché sia moralmente superiore, ma perché il sistema le va incontro spontaneamente. “I potenti non hanno bisogno di corrompere. Gli arbitri e gli altri la favorirebbero ugualmente, per una viscerale spinta, una spontanea preferenza. È bello per i vili stare al fianco del potente, nella sua ombra”. 

Quando il fascismo cade, anche la Juventus sembra per un momento ridimensionarsi. Ma è una parentesi. Col tempo torna sul trono, e per Cancogni il cerchio si chiude. Il legame tra potere economico e squadra è esplicito, riconosciuto, quasi ostentato. Due poteri che non si fronteggiano ma si sommano, rendendo ancora più difficile opporsi. “Come allora – conclude con parole di pietra – anche oggi il regime della gran favorita genera un irrespirabile conformismo generale, un ripugnante servilismo, un’insopportabile complicità. Senza contare che un tempo solo pochi sapevano che dietro la Juve c’era il suo illustre nome. Oggi lo san tutti. Per cui le due cose si identificano. Due podestà, due esperienze consumate, due canizie, direbbe il Manzoni, si trovano non a fronte, ma alleate. E chi può resistere davanti a tale concorso di potenza? Gli italiani si piegano ossequienti. E naturalmente anche gli arbitri, ecc. ecc. Corruzione? Non scherziamo. I potenti, le ho detto, non ne hanno bisogno. Quanti arbitri si contenterebbero, non dico di stringerle la mano, ma addirittura di offrirle un aperitivo”. 

Il Corriere della sera, proprietà Rizzoli, era appartenuto alla famiglia Agnelli fino a un anno e mezzo di prima. La polemica dura giorni. Claudio Gorlier replica: “Molti juventini come me si sentono inermi – scrive – e si difendono come possono. Non userò armi sleali, rammentando Togliatti che si informava premurosamente della partita della Juve o se la vedeva allo stadio, tacerò del veto posto da Vittorio Mussolini, presidente della Lazio, al trasferimento del piemontese Piola alla Juve. O della partita di Coppa dei campioni comprata contro la Juve dal Real Madrid. O delle condanne senza appelli, per cui un Longobucco in qualsiasi squadra è un terzino aggressivo, e nella Juve un assassino. Mi accontenterò di constatare, senza urla di gioia, che il calcio sceglie i suoi mecenati con meno raffinatezza di Ludovico Ariosto. A Roma palazzinari, a Milano i petrolieri e i prestanome, a Torino il neocapitalismo”.

Gorlier ha l’ardire di aggiungere che “la Juventus rassomiglia ai romanzi di Flaubert ieri, e ai romanzi di Butor oggi: procede secondo una architettura calcolata, oggettiva, antisentimentale, aliena dal lazzo strappalacrime. Magari la si maledice per la sua fredda impersonalità, ma alla fine si scopre che tutto sommato, oltre che vincente, è pure bella”. 

È qui che Cancogni va su tutte le furie. Chiama il Corriere, chiede di replicare e il giorno appresso scrive: “Ho amato Flaubert, l’ho studiato attentamente [e chi di noi non l’ha fatto! ] lo considero il piccolo maestro di noi piccoli autori; quello che ci ha insegnato un metodo sicuro e che ci indica la via per non sbagliare. Tanto che, più o meno tutti, siamo capaci di fabbricare un buon libretto. Ma detto questo, permettimi di esclamare anche un bel sonoro merde à Gustave! A questo catenacciaro ante litteram della letteratura, difensivista per scelta, per volontà [per natura si sarebbe lasciato disastrosamente andare] per volontaria distruttiva autolimitazione. Flaubert non dà sorprese. Ogni suo prodotto funziona benissimo, anche se le sue prestazioni non sono mai eccelse, mai esaltanti. Come la Fiat. … Il nostro è un paese di prudenti, di sedentari, di piedipiatti, di familiott, di sacrestani, di melensi; di gente che vuole lo stipendio garantito dallo Stato [lo vogliono anche i giornalisti e gli artisti, figuriamoci!], che a vent’anni pensa già alla pensione. Che quando viaggia per il mondo, appena sbarca manda la cartolina a casa. E ti pare che si debba consigliare come correttivo Flaubert, che debba contentarsi di una Juve! Ma diamogli perdio uno Stevenson, un Twain, un Kipling, un Withman, un Melville! E come squadra uno di quegli scatenati stolti undici del Nord che ai buttano all’arrembaggio e le buscano”.  

È buffo che nel frattempo abbia festeggiato le nozze d’oro la lettera d’odio di Manlio Cancogni alla Juventus. Nel 1982 sarà uno degli scrittori inviati al Mundial ‘82 [per IL Giornale], nel 2000 avrebbe pubblicato il romanzo Il mister, la storia di uno Zoran che incanta con il suo stile, evidentemente Zeman. 

La truffa del caso Vautrot

  Dieci anni dopo ci sono di nuovo gli arbitri sui giornali e dopo altri vent’anni arriverà Calciopoli. Deve essere una specie di maledizione degli anni con il sei. Mino Mulinacci racconta e analizza sulla Gazzetta dello sport il retroscena giudiziario dell’episodio noto come Roma-Dundee, la semifinale di Coppa dei Campioni di due anni prima, mettendo a fuoco non tanto il singolo tentativo di illecito con la corruzione dell’arbitro Vautrot, quanto la cultura del calcio che lo rende possibile.

Il punto di partenza è la deposizione dell’ex direttore sportivo Giampaolo Cominato al magistrato, presentata come uno spaccato del sottobosco calcistico: un ambiente in cui contare davvero significa far credere di poter influenzare gli arbitri, anche senza averne la possibilità reale. Cominato racconta di aver incontrato il d.s. Spartaco Landini nei giorni precedenti alla partita e di aver lasciato intendere di poter aiutare la Roma grazie a presunti contatti. In realtà non conosceva affatto l’arbitro Michel Vautrot, né persone in grado di avvicinarlo. Il suo era un bluff puro, costruito per accreditarsi come uomo che conta nel calcio e creare le condizioni per un rientro nel giro, da cui era uscito da tempo.

Il meccanismo è centrale: Cominato non agisce per favorire la Roma, ma per rafforzare la propria immagine. È lui stesso ad ammettere che la finalità era apparire come un intermediario credibile, qualcuno capace di muoversi tra arbitri, dirigenti e denaro. L’illecito nasce nella sua testa prima che nei fatti.

Quando Landini, tramite altri intermediari, arriva al presidente della Roma, Dino Viola, la richiesta diventa concreta: serve un segnale, una telefonata all’arbitro, per dimostrare che il contatto esiste davvero. È qui che Cominato va in crisi, perché sa di non poter mantenere la promessa. Pur di non perdere credibilità, decide di tentare comunque, convinto che al massimo nessuno avrebbe risposto. Invece Vautrot risponde. La telefonata avviene davvero, ed è questo l’atto che trasforma un millantato credito in un fatto penalmente rilevante. Ma l’articolo di Mulinacci insiste: non è il colpo di fortuna il cuore della vicenda, bensì il contesto. Mulinacci trova incredibile che Cominato sia convinto che il calcio funzioni attraverso intrallazzi, così convinto da arrivare a sostenere che i 100 milioni pagati da Viola non servissero solo per eliminare il Dundee, ma per entrare in contatto con un presunto “grande personaggio” capace di organizzare risultati in futuro. Un personaggio che non esisteva. A Mulinacci preme allora sottolineare non tanto il tentativo di truffa, ma la mentalità diffusa, secondo cui pagare è normale, avere accesso agli arbitri è una credenziale, il potere sportivo si costruisce con relazioni opache. Il fatto più inquietante è che alla fine il bluff funzioni perché tutti sono pronti a crederci. Dirigenti, intermediari, l’ambiente intero. Nessuno trova assurda l’idea che qualcuno possa arrivare agli arbitri. È questo che rese Cominato credibile, prima ancora di qualsiasi prova.

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Oggi

 

Pavia

22 giorni a Milano

Il fuoco di Maria Corti

Dopo aver dormito ieri sera a Varese, oggi il fuoco olimpico si muove verso le terre di Gianni Brera e va a dormire a Pavia, casa di Maria Corti, il cui rapporto con il fuoco ebbe soprattutto una dimensione filologica nella fiamma della ricerca. Per Corti la letteratura è stata un organismo vivo che emanava calore.

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La giornata di sport in tv

La Virtus Bologna e l’Olimpia Milano in Eurolega

🟨 Il Settebello nel pomeriggio con la Romania agli Europei 🟨 ssssss

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L’ultimo scroll

   

Tradire

Il magazine americano The Ringer dedicato allo sport e alla cultura pop, l’erede del mai troppo rimpianto Grantland, ha lanciato un referendum online per scegliere il più grande traditore della storia. Sessantaquattro nomi. Come un tabellone di tennis. Erano divisi in fascia. I voltagabbana, i disertori, i venduti. In mezzo a Bruto e Iago, tra zio Scar e e Anakin Skywalker, hanno selezionato anche alcuni campioni dello sport, molti americani [Brett Favre, LeBron James, Kevin Durant, un paio del baseball] ma anche un golfista [Jon Rahm] e calciatori europei [Sol Campbell e Luis Figo]. La cosa più interessante di tutte è forse il meccanismo di selezione e la riflessione che questo referendum induce sull’idea del tradimento nello sport [se ne parla qui]. Ovviamente ha vinto Giuda. 

 

     

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