
L’11 gennaio nel 1966 è un lunedì e sulle prime pagine dei giornali c’è la morte per un infarto del primo ministro indiano Shastri. Poche ore prima aveva stretto la mano al presidente del Pakistan, Ayub Khan, in un vertice a Tashkent, dove i due paesi si sono impegnati a rinunciare all’uso della forza e a riportare le truppe nelle posizioni in cui si trovavano prima dello scoppio del conflitto per il Kashmir [i giornali del 1966 lo scrivono Cascemir]. Addio a un uomo che evitò una catastrofe, scrive il Corriere della sera. Avercene.
La cosa più interessante sui giornali – quella che prova a raccontarci il mondo che verrà – viene da un dibattito sul tempo libero tenuto in un convegno di Sabaudia. Il tempo libero non è più una moda né un problema tecnico da amministrare, ma una questione storica e culturale che accompagna l’organizzazione della vita sociale.
Ne scrive Rosario Manfellotto sul Corriere della sera chiarendo che il tempo sottratto al lavoro non è stata una concessione benevola, ma una conquista: “Il tempo libero non è tema nuovo. Se ne è scritto moltissimo. Per non risalire alle primissime fonti (Aristotele diceva che il tempo libero non è la fine del lavoro, ma il lavoro è la fine del tempo libero, mentre Senofonte lamentava che il lavoro porta via con sè tutto il tempo e non lascia nulla per la Repubblica e gli amici) basta guardare, in tempi più vicini, alle prime manifestazioni operaie. Le lotte perché la durata del lavoro fosse ridotta a dodici ore per giorno, poi a dieci, poi a otto, sono i primi passi per dare una misura più umana alla quotidiana fatica”.
La riduzione del tempo di lavoro non è dunque solo il risultato di conflitti sociali ma dell’evoluzione tecnica e produttiva. La questione non è quantitativa. Manfellotto mostra come la vera frattura emerga sul significato da attribuire a questo tempo liberato: se debba essere orientato, educato, persino guidato, oppure se trovi il suo senso dentro una trasformazione più profonda del rapporto tra individuo, lavoro e società. Le posizioni dei relatori a Sabaudia divergono su questo aspetto, secondo matrici culturali e ideologie differenti. Da un lato, una visione che assegna al tempo libero una funzione quasi morale, uno spazio in cui completare la personalità e accedere ai valori culturali, per sottrarsi alla spersonalizzazione della massa. Dall’altro, l’obiezione che lega il tempo libero alle condizioni sociali complessive e rifiuta l’idea che possa compensare un lavoro alienante. Se il lavoro resta disumanizzante, rischia di esserlo anche il tempo libero. È il nodo decisivo del rapporto tra individuo e società, che non può essere risolto – scrive il Corriere della sera – né con l’identificazione totale né con una separazione astratta. È il nodo decisivo del futuro.
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