Non ci sono più quelle belle spie di una volta

 

Non ci sono più quelle belle spie di una volta

  Il 9 gennaio nel ‘66 è una domenica e i giornali riferiscono di un incontro al Vaticano tra papa Paolo VI e il corpo diplomatico accreditato per tornare a parlare di strade da battere per salvare la pace e chiudere la guerra in Vietnam. Il congresso dei socialdemocratici si è aperto a Napoli con il discorso del segretario Tanassi che annuncia l’unificazione con il PSI entro la successiva primavera. Due guasti simultanei sulla rete elettrica nazionale hanno lasciato al buio mezzo sud per oltre due ore. Centinaia di persone sono rimaste bloccate negli ascensori a Napoli, a Bari i treni sono stati fermati in stazione, all’ospedale di Matera hanno dovuto far entrare in funzione i gruppi elettrogeni di emergenza. In compenso, Palermo sta celebrando la prima donna magistrata in Sicilia. È Maria Teresa Ambrosini, 25 anni, nipote di due illustri maestri del diritto. Gaspare Ambrosini – presidente della Corte costituzionale – e il civilista Vittorio sono suoi zii. 

I giovani fanno sentire la loro voce. Antonio Susini, un architetto milanese che avrebbe dovuto presentarsi al distretto militare, ha iniziato in compagnia di sua moglie un digiuno di trenta ore. È uno strano tipo, si dice obiettore di coscienza, si è laureato da poco, hanno avuto un bambino da otto mesi. Si dichiara assertore della non violenza e chiede di sostituire il servizio di leva con un qualsiasi servizio civile, anche per un periodo di tempo più lungo. Bah, sono strani questi ragazzi – scuotono la testa gli anziani – non ci sono più i giovani di una volta. Susini è troppo avanti. Il servizio civile nascerà nel 1972 insieme alla legge sul diritto all’obiezione di coscienza. Nel gennaio del ‘66 è ancora un tipo bizzarro che merita venti righe in cronaca. L’opzione volontaria sarà aperta anche alle donne solo nel 2001. 

non ci sono più le spie di una volta   Ci sono mestieri che cambiano. Enrico Altavilla ha appena pubblicato un libro, La battaglia degli stregoni, che si preoccupa di smontare un immaginario popolare e rassicurante, quello della spia elegante e invincibile, per riportare lo spionaggio alla sua realtà concreta, opaca e industriale. Il mito cinematografico serve solo a mascherare un’attività che ha perso ogni residuo di romanticismo. 

Il Corriere della sera recensisce il libro e G.P. scrive: “Che James Bond fosse un personaggio poco attendibile, e in definitiva una pessima spia, tutti lo sanno, ma la realtà supera di molto la leggenda. Come play-boy delude: non beve mai lo champagne alla temperatura giusta, non conosce la regola dello chemin de fer e confonde questo gioco col baccarat. Come spia ha il difetto di essere vanesio. I suoi trucchi, le sue macchinette ingegnose, tanto ammirate dal pubblico, appaiono oggi rudimentali e superate. Ian Fleming aveva cominciato a scrivere quando aveva già abbandonato il servizio, e non era più al corrente delle ultime invenzioni. Il mondo che descrive non è troppo fantastico: è semmai troppo arretrato”.

Al posto dell’eroe solitario emerge nella realtà un sistema impersonale, dove nessuno può dirsi innocente. I servizi segreti, a ogni latitudine, condividono gli stessi metodi e la stessa brutalità, e chi vi entra lo fa per motivi meschini o oscuri, mai per ideali. “Nel mondo delle spie nessuno si salva. Fra i servizi di informazione non esistono gentlemen. Tutti sono insieme protagonisti e vittime di un gioco serrato fatto di minacce, ricatti e reciproche ignobilità. Che lo spionaggio sia uno sporco mestiere lo dimostrano i fatti, non le opinioni. Si diventa spia per amore del denaro, per una donna, per paura, più spesso per il piacere di sentirsi importanti o di fare del male. In Occidente come in Oriente cambiano le tecniche, non la sostanza: la totale mancanza di scrupoli è una costante”.

A rendere il mondo fatato ancora più inquietante è la sua trasformazione tecnologica del Sessantasei. Lo spionaggio non è più un’arte individuale ma una macchina collettiva, sempre più efficiente, sempre più invisibile, sempre più difficile da controllare. “I progressi della tecnica sono allarmanti. Microfoni e registratori sono diventati minuscoli, occultabili ovunque, capaci di trasmettere in un lampo messaggi complessi. La microfotografia consente di condensare una cartella dattiloscritta in un chicco di caffè o nella capocchia di un fiammifero. Gli agenti si giovano dei cervelli elettronici, delle tecnologie più progredite, mentre il numero degli addetti cresce a dismisura. Lo spionaggio è ormai una burocrazia compatta, con scatti di anzianità, note di merito ed età di pensionamento”.

Dentro questa escalation resta appena uno spiraglio, paradossale e fragile: la possibilità che la stessa tecnologia, portata all’estremo, renda inutile l’uomo e quindi superflua la spia. Un auspicio che suona come un ritorno a un’etica perduta. “Forse l’unica, seppur lieve, speranza viene dall’America. La CIA è giunta a una constatazione singolare: ottiene un numero maggiore e più attendibile di dati dai cervelli elettronici che non dalle migliaia di agenti piantati nei Paesi orientali. Non resta che auspicare una ulteriore evoluzione tecnologica che renda l’opera delle spie del tutto superflua. Non è un’utopia remota: nel 1929 un segretario di Stato americano soppresse i servizi di spionaggio, sostenendo che nessun motivo poteva autorizzare un gentiluomo a leggere una lettera indirizzata a un estraneo”.

non c’è nemmeno più l’arte di una volta  È tutto finito. Anche l’arte. L’arte è morta. Così ripete Ilderica Schiassi, sociologa svizzero-americana che sta accompagnando Dino Buzzati nel suo viaggio tra le gallerie d’arte d’America. Oggi Buzzati sul Corriere della sera si sofferma su “le ultime stranezze pop”, cioè cinquantamila dollari spesi per un quadro di Rosenquist, c’è Oldenburg che costruisce un’automobile floscia a grandezza naturale e ci sono “inquietanti sculture che fluttuano a mezz’aria nello studio di Warhol”. 

Sì, c’è stato un tempo nel quale Dino Buzzati andava nello studio di Andy Warhol e lo potevamo leggere sui giornali [non noi, non c’eravamo – per qualche mese non ancora]. Nel racconto di Dino Buzzati l’incontro con Andy Warhol non ha nulla del dialogo brillante o dell’intervista frontale. Arriva piuttosto una lenta immersione in un ambiente e in un clima. Insomma. Buzzati entra nello studio di Warhol a New York come in un luogo sospeso, argenteo, attraversato da musica e da persone che entrano ed escono senza salutare. Pure Warhol parla poco, risponde per monosillabi, sembra distratto. Ma improvvisamente mostra ciò che sta preparando: non sono statue di marmo o di bronzo, bensì sculture gonfiate con elio. Prende un rettangolo di plastica argentata, lo collega a una bombola e l’oggetto si anima. Diventa un cuscino soffice che si stacca dal suolo e comincia a fluttuare nello spazio. Quel cuscino diventa il vero protagonista dell’incontro. Si muove lentamente, sale e scende, sfiora il soffitto, va verso la finestra, torna indietro. Buzzati lo osserva come se fosse dotato di vita propria, ironico e inquietante allo stesso tempo. Warhol spiega che durerà a lungo, forse un anno. A lungo. Un anno.

Intorno, lo studio è un accumulo di paraventi, mobili, telefoni, biciclette, vestiti, scaffali, fotografie, tutto verniciato d’argento. Ci sono ragazzi che si radono, si vestono, se ne vanno, altri arrivano. Nessuno sembra fare caso a nessuno. Il tempo è fluido, Warhol appare e scompare, è giovane, pallido, quasi anonimo, mentre Buzzati registra ogni dettaglio. 

Warhol parla anche dei suoi quadri seriali — le zuppe Campbell’s — spiegando che li moltiplica per renderli accessibili, e dei suoi film sperimentali, tra cui uno di otto ore che mostra semplicemente un uomo mentre dorme. Buzzati se ne va consapevole che l’incontro non è stato con il Warhol-persona, ma con un modo di stare al mondo che giudica impersonale e ripetitivo, freddo, ironico, minaccioso. Il cuscino d’argento che vaga nello studio gli pare un correlativo oggetto. Così leggero e inquietante, così inutile e centrale, cisì privo di un senso tradizionale eppure impossibile da ignorare. Quando qualcuno gli chiede se lo trova bello, Buzzati capisce che la domanda è sbagliata. Non si tratta più di definire la bellezza. Si tratta di assistere a qualcosa che sta spostando le regole senza fare lo sforzo di spiegarle. Lo chiameremo Sessantotto. 

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