
DI AMIRA IOZZI BOUDERBALA
Da Asni, il Toubkal sembra vicino. La cima più alta del Nord Africa appare come un fondale dipinto, innevato e immobile com’è, quasi a portata di mano. In realtà è lontana giorni di cammino, oltre gole asciutte e tornanti che obbligano la strada a contorcersi. Chi si mette in viaggio, misura la distanza in fatica, non in chilometri. Tanta, tantissima o insopportabile.
La valle, prima, era silenzio. Veniva interrotto solo da suoni necessari. Una volta passava un asino, un’altra volta un ramo veniva spezzato per il fuoco, un’altra ancora la la voce del muezzin scendeva dalle case basse di fango. Le abitazioni berbere, piatte e opache, sembravano crescere dalla terra stessa. Non c’era contrasto, il paesaggio era un unico corpo.
Poi, una notte di settembre, il corpo ha tremato. Alle 23 passate, la terra ha prima spinto in una direzione e poi ha reagito nell’altra. Le luci si sono spente. Una roccia enorme è precipitata dal crinale, come se la montagna avesse deciso di liberarsi di un peso. Chi era fuori a bere tè si è salvato più facilmente di chi dormiva. L’aria era fredda e l’alba lontana. La gente ha passato la notte in strada, stretta, senza coperte. Solo al mattino Asni ha rivisto sé stessa e che cosa era diventata.
Il novantacinque per cento degli edifici era andato distrutto. Quelli rimasti in piedi erano feriti, spaccati o inutilizzabili. Il villaggio che per generazioni non aveva conosciuto un cambiamento era diventato irriconoscibile in una notte.
Oggi Asni è stata ricostruita, casa dopo casa. I blocchi di cemento grigio spiccano contro la terra rossastra. Da lontano, il paese sembra una città mineraria ma senza una miniera, un luogo scavato da qualcosa che non produce lavoro. Le cicatrici sono ancora tutte visibili, non solo nei muri, restano negli spazi vuoti, nei lotti mai finiti, nelle case abbandonate prima di essere abitate. I tagine continuano a sobbollire sui bracieri. Il mercato di metà settimana esiste ancora. Gli uomini avvolti nei mantelli cercano di vendere bracciali di rame. La vita non si è fermata, ma ha cambiato consistenza. È diventata molto più fragile, molto più attenta.
Peggio è andata più in alto, nei villaggi dell’Atlante irraggiungibili per mesi. Lì, i soccorsi sono arrivati tardi o non sono arrivati affatto. Il terremoto ha avuto una geografia diseguale, come spesso accade ai disastri. Ha colpito tutti, ma ha isolato alcuni più degli altri.
Le scuole di Asni sono crollate. I bambini sono stati mandati a Marrakech meno di una settimana dopo. Hanno trovato banchi, pasti caldi e quaderni. Ma non hanno trovato le famiglie. Alcuni hanno cominciato a sognare che la terra tremasse di nuovo. Questo succede quando una volta il terremoto ti ha smosso il pavimento sotto le scarpe. Nessuno era lì a dirgli che non sarebbe successo. È arrivato un sostegno economico nel Marocco rurale, cifre enormi all’inizio e dopo basta. Le famiglie con più relazioni sono state servite prima. Le altre hanno aspettato. Alcune aspettano ancora. I berberi avrebbero voluto ricostruire le loro case con il fango che aveva resistito per secoli. Il cemento, dicono, è freddo d’inverno e rovente d’estate. Non la chiamano casa, gli pare un rifugio temporaneo che rischia di diventare permanente.
Alcuni hanno lasciato Asni. Sono andati a Casablanca o altrove. La montagna non trattiene chi non può più proteggere. Ho visto una famiglia vivere ancora tra un piccolo edificio rimasto in piedi e un container che doveva essere provvisorio. Accanto cresce una palma portata dal Sahara trent’anni fa. Fa ancora datteri, pochi ma li fa. Sulla strada che porta qui, a Tahnaout, compaiono le bandierine della Coppa d’Africa per ricordarci che eppure si gioca. Qui non hanno neppure il fiato per contestare il calcio. La vita del mondo è lontana. È un eco. Ha un altro ritmo. Asni vive in un tempo più lento, quello che batte quando un’emergenza è finita e resta solo il lavoro di durare.
[Tip: ne ha scritto Simon Hughes per The Athletic qui]