L’omicidio di Minneapolis: stavolta la NBA non si è fermata

 

   

Lupi delle foreste di pini, svegliatevi. Fateci vedere cosa siete disposti a mettere in gioco per restare veri, per restare liberi, per restare umani. Lupi delle foreste dei pini, svegliatevi mentre la vita nella vostra città ha preso una scossa, una signora di 37 anni, madre di tre figli è stata colpita a sangue freddo come se nulla fosse, svegliatevi perché poi il rumore si spegne e resta solo il silenzio di quello che è successo. Svegliatevi, Timberwolves, perché c’è un momento in cui l’abitudine diventa complicità. La complicità con un SUV fermo contro un albero su una strada del sud di Minneapolis. Senza fumo, con un parabrezza segnato da una crepa minuta, una stella delicata e tagliente, come un fiocco di neve premuto nel vetro. Il silenzio diventa complicità con l’aria fredda che entrava da lì per posarsi sul corpo di Renee Nicole Good immobile all’interno, circondata dai pupazzi dei figli.

Lee Escobedo sul Guardian fa rivivere a questo modo l’operazione dell’ICE legata alla stretta migratoria dell’amministrazione Trump: un agente federale ha sparato e ucciso la signora Good alla guida di un’auto. I video mostrano gli agenti avvicinarsi, ordinare di aprire la portiera, afferrare la maniglia. L’auto si muove lentamente. Un agente davanti al veicolo spara a distanza ravvicinata. Poco dopo, la versione ufficiale parlerà di autodifesa. Il sindaco di Minneapolis l’ha chiamata in un altro modo, un’azione sconsiderata, e chiede all’ICE di andarsene dalla città.

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La sera dopo, a quindici minuti di distanza, i Minnesota Timberwolves hanno giocato una partita di NBA. Ed è qui che secondo Escobedo che si concentra l’oscenità del momento: La macchina della vita americana – sport professionistico incluso – procede come nulla fosse. Le luci del palazzetto si sono accese, la musica è partita, il pubblico ha applaudito. La morte della donna è diventata rumore di fondo.

Che tipo di Paese fa una cosa simile? Se l’obiettivo è costringere chi ha potere a prestare attenzione, non bastano veglie o comunicati. Serve una leva. E oggi, in America, la leva è il denaro scrive Escobedo. Per questo sostiene che la risposta più efficace sarebbe stata e sarebbe una sola: i Timberwolves dovrebbero rifiutarsi di giocare. Subito. Non dopo le indagini, non quando il ciclo dell’interesse mediatico sarà finito. Ora. 

L’NBA conosce questa strada. Nel 2020, dopo il ferimento di Jacob Blake, i Milwaukee Bucks non scesero in campo. Fermarono la lega perché il lavoro degli atleti ha potere proprio perché il sistema dipende da esso. Tammy Kin, per il New Yorker sottolinea che l’omicidio di Renee Nicole Good è avvenuto non lontano dal luogo in cui George Floyd fu assassinato dalla polizia locale nel 2020. Fu l’omicidio di Floyd, da parte della polizia di Minneapolis, a catalizzare una rivolta, con la più grande manifestazione nella storia recente degli Stati Uniti. George Floyd Square ricorda ancora quel momento, con grandi sculture di pugni alzati e murales ricoperti di graffiti. Le circostanze sono diverse, l’urgenza no, dice il Guardian. L’incertezza attuale è finanche più estrema. I protocolli federali vietano di sparare contro veicoli in movimento o di avvicinarli frontalmente. Sono regole che verranno discusse per mesi nei tribunali, forse per anni. Ma nel frattempo, scrive il Guardian, questo è l’ambiente in cui il potere federale opera ora dentro le città americane.

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Escobedo richiama Hannah Arendt quando dice che la violenza più pericolosa non è quella che sciocca le coscienze, ma quella che diventa ordinaria. Una donna viene uccisa al mattino, e la sera c’è la palla a due. Il Minnesota non è una zona di guerra. È una città degli Stati Uniti dove ci si aspetta che le persone vivano una vita normale. Quando in luoghi come questo la violenza viene inflitta dallo Stato, le istituzioni civiche non dovrebbero comportarsi come se nulla fosse accaduto. Le squadre NBA amano definirsi spazi apolitici. Ma è una finzione. Le squadre sono istituzioni civiche, che lo riconoscano o meno. I loro stadi sono spazi pubblici. Ogni partita inizia con un rituale patriottico, giocatori e tifosi che si uniscono per giurare fedeltà. La politica non può essere esclusa da uno spettacolo che si apre con un giuramento alla nazione.

Rifiutarsi di giocare, conclude l’autore, non sarebbe un gesto marginale ma un atto profondamente patriottico: dichiarare che la violenza federale nella città che una squadra di pallacanestro chiama casa avrà un costo reale, economico e simbolico. I Timberwolves hanno l’occasione di dimostrare che la posizione assunta nel 2020 non era una questione di branding. Che i principi esistono ancora dietro le sponsorizzazioni. Che nessuna partita conta più delle vite fuori dall’arena. Se continuano a giocare, mandano un messaggio: è stata una sera come un’altra, c’è solo da dimenticare. Potrebbe essere la strada più facile. Non è quella morale.

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