I pugni, il tennis, lo sci di Chaplin

  ▻ C’è un dialogo leggendario che accompagna l’uscita di Luci della Città il 30 gennaio del 1931 al Los Angeles Theater, e in sala a New York pochi giorni dopo. Per la prima volta in compagnia di Charlie Chaplin, Albert Einstein, gliela butta là: «Sai, quello che ammiro di più della tua arte, è la tua universalità. Non dici una parola, eppure il mondo ti capisce». Che attore sarebbe, che meraviglioso rappresentante della fantasia, sarebbe Chaplin se non avesse la battuta pronta. Infatti ce l’ha. Risponde: «Vero. Ma la tua gloria è ancora più grande. Il mondo intero ti ammira, anche se non capisce una parola di quello che dici». 

 

Quando i due geni giocano a fare i cazzoni, sono passati esattamente 10 anni dall’uscita de Il Monello (21 gennaio 1921). Il cinema è andato avanti. Si sta mettendo alle spalle l’età del muto. La popolarità e il mito di Charlot potrebbero essere sopraffatti dalla tecnologia. Il primo film sonoro era stato prodotto e proiettato cinque anni prima dalla Warner Bros, Don Giovanni e Lucrezia Borgia, al Warner Theatre di New York (6 agosto 1926). Per la prima volta il pubblico pagante aveva sentito il rumore che fanno le spade. Ma per la tormentata lavorazione di questo suo nuovo film, Chaplin ha scelto di non cambiare strada. Avrebbe continuato a presentare solo film muti fino al 1940, fino a Il Grande Dittatore, quando simbolicamente dinanzi a Hitler e al nazismo decide che non si può più tacere, non può più restare zitto. 

 

Nella recensione sul New York Times, Mordaunt Hall sottolinea che con il suo lungamente atteso film senza dialoghi, City Lights, ha dimostrato per quanto lo riguarda l’eloquenza del silenzio”

Attenzione a quel: per quanto lo riguarda.

Non è che tutti possono permettersi di far ridere e far piangere rinunciando alla parola. Chaplin sì, e quella sera il New York Times parla di “maestro dell’allegria e del pathos dello schermo, paragonandolo a uno scrittore malinconico brillante e molto popolare all’epoca, morto da una ventina d’anni. Chaplin – leggiamo – è per molti aspetti l’O. Henry dello schermo, perché ha colpi di scena nelle sue sequenze che sono inaspettate quanto quelle del famoso scrittore di racconti.

Tra le più inaspettate c’è la scena più divertente.

Il match di boxe.

Poverissimo come sempre, il Vagabondo chapliniano finisce su un ring nella speranza di mettere insieme qualche soldo per aiutare la fioraia cieca di cui si è innamorato, e del resto lei lo ha creduto un milionario sentendo sbattere alle sue spalle la portiera di una Rolls-Royce. Ingannevoli sono i sensi, sta forse dicendo Chaplin. 

Fatto sta che in quel 1931 che vede per la prima volta un europeo come campione dei pesi massimi – il tedesco Max Schmeling – il Vagabondo sale a tirare di boxe alla sua improbabile maniera. Piazza quattro cazzotti nascondendosi dietro l’arbitro e ne scansa tre, abbraccia, abbraccia molto, scalcia, va con la testa per due volte nella pancia dell’avversario e per una in quella dell’arbitro, barcolla subito quando prende un colpo, benedice la campana che lo salva e all’angolo sbaciucchia la mano al suo secondo, che nelle sue strampalate visioni post-trauma immagina sia la bella fioraia. 

 

Chaplin e la boxe

 

  Il New York Times scrive che in una qualunque altra commedia il Vagabondo avrebbe vinto, ma Chaplin vuole altro.

È un nuovo omaggio di Chaplin alla boxe ma è un omaggio con un senso nuovo

Charlot era apparso nel 1914 in The Knockout, film prodotto e diretto da Mack Sennett. Il cortometraggio aveva come protagonista Roscoe Arbuckle. Chaplin interpretava l’arbitro in una scena del secondo rullo. Mack Sennett era il capofila del cosiddetto slapstick, tradotto in genere come schiaffo e bastone, quel sottogenere comico figlio delle gag dei clown al circo. Una serie di pugni e sberle infilati in trame non-sense, fughe, inseguimenti, un disordine semplice che il montaggio al cinema sapeva rendere frenetico, e dunque irresistibile. 

L’anno dopo quel Charlot arbitro (arrivato in Italia solo nel 1917), Chaplin aveva diretto personalmente The Champion, un vero Charlot boxeur, nel secondo corto per la nuova casa di produzione, dando una prima vena poetica allo sport che da spettatore amava molto. 

La trama è celebre. Nella sua consueta ricerca di danaro, Charlot finisce in una palestra seguendo un manifesto che promette ricchezza per gli impavidi. Il campione nel quale si imbatte sul ring, in realtà promette e rifila pugni ai poveri illusi, ai suonati, ma non a Charlot, che lo stende nella sorpresa generale, avendo nel guantone un ferro di cavallo. 

Così l’allenatore conta di fare di lui un vero pugile e inizia tutta una preparazione atletica di pesi che cadono e punching ball che si ribellano. Per non farla lunga: una volta sul ring per il match contro il campione del mondo, il nostro sfidante in bombetta scappa e fugge, per essere soccorso dal suo cane, un bulldog che azzanna il campione al sedere e consente al padrone di reagire, mandare l’altro ko, per poi godersi il trionfo e gli occhi dolci della figlia dell’allenatore.  

Sedici anni dopo, nel 1931, quando Chaplin ne ha ormai 42 e non più 26, poteva finire allo stesso modo – con una vittoria così banale – il match in Luci della Città

Peter Bogdanovich ha sintetizzato così questa rivoluzione: La ragione dell’enorme successo che riscosse è ancora chiarissima: la potente mistura di farsa irriverente della slapstick comedy con un profondo senso di squallore e di tragedia”.

Chaplin raccontava – e lo conferma il New York Times nella recensione della prima – di aver conosciuto casualmente Virginia Cherrill, l’attrice che ebbe il ruolo della fioraia, proprio a un match di boxe, sua vicina di sedia. Aveva un solo film vero alle spalle, una piccola parte in The Air Circus per Howard Hawks

 

  | amicizie ted kid lewis C’è una foto che risale al 1918 nella quale Chaplin è in posa con il 25enne Gershon Mendeloff, noto come Ted Kid Lewis (192-32-14), londinese, detto la Sfinge, due volte campione del mondo dei pesi welter. Lewis viene considerato tra i più grandi di tutti i tempi nelle classifiche periodiche del genere. ESPN lo considerò il 41esimo in una lista di cinquanta. Il sito di statistiche BoxRec lo indica come 17esimo miglior peso welter di tutti i tempi e settimo miglior britannico di sempre. Una decina d’anni fa, sul Corriere dello sport-Stadio, una delle firme italiane di boxe più apprezzate, Dario Torromeo, lo inserì tra i primi 15 pugili di tutti i tempi. 

Con Chaplin esisteva una stretta amicizia e molto chapliniano era stato il suo accesso alla boxe: figlio di un ebanista, Lewis era stato indirizzato verso una palestra su suggerimento di un poliziotto che aveva assistito a una sua – come dire – esibizione durante una rissa in strada. Con Jack Britton ha dato vita a una delle più accese rivalità nella storia della boxe. Dal 1915 al 1921 si sono affrontati venti volte. 

Quando il 31 luglio del 1928 Lewis sfidò al Queensboro Stadium di Long Island City il futuro campione del mondo dei mediomassimi (1932-1934) e futuro attore Maxie Rosembloom, Chaplin era a bordo ring. In una intervista con lo scrittore-arbitro-storico Nat Fleischer per The Ring, diede la colpa della sconfitta all’arbitro, troppo severo – disse – nel decidere per la qualifica alla sesta ripresa. Dieci mesi dopo, alla prima edizione dei premi Oscar, Chaplin avrebbe ricevuto il premio speciale fuori concorso, per la versatilità e il genio nella recitazione, sceneggiatura, regia e produzione nel film Il circo.

Lewis avrebbe combattuto l’ultimo dei quasi 300 match a dicembre dello stesso anno, una carriera chiusa con 41 sconfitte. Si stabilì a Londra come una celebrità internazionale, sposò Elsie Schneider incontrata a New York, ebbe Charlie Chaplin come padrino del figlio Morton. La sua vita dopo la boxe fu segnata da una serie di eventi controversi. Diventò guardia del corpo per conto del New Party di Oswald Mosley, padre di Max, futuro presidente della federazione internazionale automobilistica. Era una forza vicina alle posizioni di Benito Mussolini. Si candidò alle elezioni del 1931, prese 154 voti ma ruppe con Mosley quando il movimento si trasformò nel British Union of Fascists, apertamente antisemita. Nella biografia scritta da suo figlio Morton, si racconta che Lewis lasciò a terra durante una scazzottata sia Mosley sia un paio dei suoi scagnozzi. Lavorò come allenatore manager e arbitro di boxe, bookmaker, mercante di vini e liquori, agente di sicurezza, agente di viaggio. Negli anni Sessanta gli venne attribuita una amicizia con i gemelli Reginald e e Ronald Kray, i gangster londinesi che lo portavano per feste e serate di beneficenza. Secondo Ken Blady (in The Jewish Boxer’s Hall of Fame) partecipò come palo al piano per la fuga di un loro complice dalla prigione di Dartmoor. 

Ha trascorso gli ultimi 4 anni della sua vita con il morbo di Parkinson in una casa di riposo per anziani ebrei nel sud di Londra. 

Un altro campione con il quale Chaplin ha posato in foto fu Primo Carnera. Si disse – ha scritto Valerio Marchi sul Messaggero Veneto – che le scarpe di Carnera (numero 52!) erano famose tanto quanto quelle di Charlot

 

La corsa, il tennis, lo sci 

 

  | la corsa ➔  In una intervista rilasciata esattamente cento anni fa a Frank Vreeland per il New York Herald, Charlie Chaplin si attribuiva «polmoni piuttosto sviluppati e poi le mie gambe si erano formate abbastanza bene a forza di ballare con gli Eight Lancashire Lads sul palcoscenico. Ero entrato nel gruppo podistico di Kennington, e per me correre una ventina di chilometri non era niente. Anzi. Riesco ancora a correre per quindici chilometri senza problemi. La resistenza e la capacità polmonare non si perdono mai». 

È molto citata nel mondo dei runner l’ipotesi che Charlie Chaplin potesse addirittura prendere parte alla maratona dei Giochi olimpici di Londra del 1908. Quella che si sarebbe conclusa con l’arrivo drammatico di Dorando Pietri. Ne parlò lui stesso all’Herald. 

«Ma più o meno in quel periodo mi sono ammalato».

 

  | lo sci ➔  Sebbene Chaplin non sopportasse il freddo, al punto da tenere acceso il camino anche nei mesi estivi, la studiosa Lisa Stein Haven ha fatto emergere nel corso degli anni alcuni dettagli sulla sua passione per lo sci, consultando grazie al di lui fratello Sydney documenti e lettere private. In una del 9 marzo 1932, destinata a RJ Minney, autore poi di The Immortal Tramp: The Life and Work of Charles Chaplin (1954), scopriamo la paura dell’attore e regista per il bob. 

«Charlie non sarebbe andato giù con il bob neanche per 1000 sterline, nessuno poteva convincerlo a farlo. Invece avrebbe tenuto spedizioni notturne sugli sci che io, appassionato di bob, non avrei compiuto per nessuna somma». 

Sydney racconta di una volta a Saint Moritz con Charlie e il signor Citroën, «dodici di noi sono scesi e sono arrivati in ​​undici. Io, dopo essermi ripreso, mi sono ritrovato sepolto nella neve in fondo a un burrone. Il resto del gruppo era scomparso. Avevo il terrore che mi avrebbero lasciato lì per la notte e sarei morto congelato. Sono riuscito a rialzarmi e a proseguire. Sono arrivato alla stazione un’ora dopo, mentre il resto del gruppo stava per prendere il treno e tornare a St. Moritz. Sembravo un pupazzo di neve. I ghiaccioli pendevano dal naso e dalle ciglia. Tutti scoppiarono a ridere, ero lo zimbello della serata». 

Nel suo libro di memorie Always Room at the Top (1943), la cantante lirica polacca Ganna Walska racconta così il suo incontro con Chaplin a St. Moritz: «Una conversazione filosofica dopo cena con Charlie Chaplin compensò la brevità della giornata. Ho avuto come flirt l’uomo più bello che la Gran Bretagna abbia mai prodotto! Abbiamo pattinato insieme. Lui pattinava male ma la sua tuta gli stava benissimo».

È noto inoltre che Chaplin andasse a sciare occasionalmente a Yosemite, in California, con Paulette Goddard o Douglas Fairbanks o King Vidor. Nel documentario The Forgotten Years, suo figlio Michael Chaplin racconta di un’esperienza sciistica familiare sulle Alpi all’inizio degli anni ’60. Ne La Febbre dell’oro, il Vagabondo sciava senza attrezzatura lungo una collina vicino al Chilkoot Pass. 

 

  | il tennis ➔  Con Douglas Fairbanks, Chaplin – mancino – giocava anche a tennis. Era membro del club di Beverly Hills e si era fatto costruire un campo nella sua casa di Los Angeles, dove invitava Greta Garbo e Salvador Dalì. La foto più famosa di questa sua passione sportiva lo vede nel 1923 con Bill Tilden, Douglas Fairbanks Sr. e Manuel Alonso. Qualche anno fa è stata messa all’asta e battuta per 2 mila e 880 dollari una Maxply Dunlop che gli era appartenuta. Quando chiesero a Chaplin quale fosse la scena più bella a cui avesse mai assistito, rispose: «Helen Wills che gioca a tennis. I suoi movimenti pieni di grazia, di spontaneità, di un sano sex appeal».

Era ritenuta la migliore tennista al mondo sul finire degli anni Venti. Ha vinto 19 titoli di Slam in singolare (4 a Parigi, 8 a Wimbledon, 7 a New York), nove in doppio e tre in doppio misto. Fu la prima atleta americana a diventare una celebrità mondiale e sfidò una sola volta in carriera la francese Suzanne Lenglen, più grande di lei di sei anni, 12 volte campionessa Slam tra il 1919 e il 1926. La Divina. 

Il 16 febbraio del 1926, la francese vinse contro la Wills la finale del torneo di Cannes per 6-3 8-6. L’attesa per la partita mandò alle stelle il prezzo dei biglietti. Tra gli spettatori ci fu anche il re Gustavo V di Svezia. Wills arrivò al set point ma un giudice di linea le chiamò fuori la palla. Fu uno dei rari momenti di rabbia della sua carriera. Non a caso aveva per soprannome Little Miss Poker Face, Signorina Faccia da Poker. 

Così ha ricostruito un paio d’anni fa Gianni Clerici su Repubblica: Sul match point della partita del secolo, come è stata ribattezzata, uno spettatore grida improvvisamente «Out!». L’arbitro si affretta ad annunziare che la palla è buona, la vicenda fa infuriare le giocatrici. Suzanne ha un secondo, un terzo e un quarto match point. Ma intanto è divenuta, per il cronista Daninos, «stanca, simile a un istinto vivente che si agiti sotto il sole». Nonostante la fatica e la delusione, riesce a vincere al quarto match point, sull’8-6.

Il padre di Suzanne Lenglen avvertì sua figlia: guarda che la prossima la perdi. Così Lenglen evitò Wills per il resto della primavera, quando l’americana fu costretta a farsi operare d’urgenza per una appendicite. Dal 1927 la Divina passò professionista: fine di una rivalità incompiuta. Non si seppe mai di un rapporto ricucito fra le due ha scritto Clerici.

Wills andò poi avanti perdendo solo altre tre partite in tre anni: due contro Kathleen McKane Godfree e una contro Elizabeth Ryan. Vinse la Battaglia dei sessi nel 1933 contro Phil Neer, il numero 8 d’America, e sdoganò sui campi la gonna al ginocchio.

Finendo nel pantheon sportivo del Sir Vagabondo.  

 

 

Social  facebook | instagram | twitter  | telegram 

 

 

Ogni mattina, nella tua casella di posta, una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, con brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, i siti, i blog, i social, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento.

Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.

A cura di Angelo Carotenuto.

*

Per supporto tecnico: digital@loslalom.it

Per segnalazioni sui contenuti e per suggerimenti: angelo.carotenuto@loslalom.it

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.