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Le analisi
Pogacar, ti aspetta un’Alleanza Ribelle
Quando Tadej Pogacar si volta e inclina la testa, attenzione, sta scattando. Se ne sta andando. Probabilmente sta mettendo fine a una corsa – anche se ci troviamo a 70-80-100 km dal traguardo. Qualunque sia la distanza, quello è il segnale. Sappiamo che attaccherà. Ed è in quell’istante che nasce l’ambivalenza dello spettatore: «L’attacco è l’azione che dà senso al racconto», ma quando è sempre lo stesso uomo a compierlo, «la perfezione piace, ma uccide l’incanto». Solo l’imprevisto — “una caduta a Roubaix, un errore sulla Cipressa” — può restituire davvero emozione. Così almeno scrivono Ramón Rico e Carlos Arribas nel loro lungo e denso intervento su El País.
Il 2025, aggiungono, verrà ricordato come l’anno di un dominio senza precedenti. I numeri fisiologici di Pogacar sono mitologici – fa anche rima: la soglia di potenza è in un range tra 425 e 450 watt, il VO₂ max oltre 90, superiore persino al valore di Indurain. Ma sotto i parametri c’è una storia più complessa fatta di tattica, leadership e paradossi motivazionali. La UAE ha divorato il calendario con 97 vittorie, il 30% delle corse. Pogacar ne ha vinte 20, “apparentemente in solitudine”. In realtà, il suo splendore individuale è reso possibile da un dominio sistemico che permette al solista di brillare, anche quando il team usa l’attacco come difesa, mascherando debolezze come il suo ginocchio malconcio sulle grandi salite.
Il vero rischio per Pogacar, osserva El País, non sono mai stati gli avversari, ma la sua stessa supremazia. Sul finale del Tour è parso affiorare “un tetto motivazionale”. Per restare motivato, un campione deve nutrire autonomia, competenza e relazioni. Pogacar ha difeso la sua autonomia esplorando terreni diversi — pavé, sterrato, alta montagna — mentre la sua competenza è continuamente rafforzata dalle vittorie. La cultura della UAE, dove vincono anche i gregari, alimenta il senso di appartenenza. Ma quando il «voglio vincere» si trasforma in «devo vincere», Rico e Arribas pensano che sotto il peso delle aspettative, arrivano logoramento e disaffezione.
Dopo le vacanze, a dicembre, Pogacar si è ripresentato “evoluto e rimotivato”. Ha parlato di Roubaix, di margini di crescita, ricordando che «c’è sempre spazio per migliorare, a livello mentale, fisico o di stile di vita». E ha persino aperto all’idea di un erede: «Isaac forse sarà anche migliore di me», dice di Del Toro, simbolo di una UAE che vince anche senza di lui.
Ma scrivono su El País che la UAE funziona in modo opposto, con o senza Pogacar. Quando la leadership è decentralizzata, come al Giro o alla Vuelta, il sistema si incrina. Emergono conflitti, ambizioni contrapposte, ruoli non accettati. Il punto non è la leadership distribuita, ma l’incapacità di rinunciare allo status. L’impatto più profondo del Pogacar 2025 è stato psicologico. Sull’intero gruppo. Il suo dominio ha portato alla convinzione che ogni sforzo sia inutile. Il pelotón ha iniziato a lottare per il secondo posto, per essere il numero uno dei numeri due, rafforzando il vantaggio della UAE con una serie di deferenze tattiche. La Visma ha accettato il secondo posto al Tour vincendo Giro e Vuelta; la Soudal ha massimizzato le sue vittorie; la Lidl-Trek ha firmato il proprio anno migliore; la Alpecin ha puntato sul pavé con risultati storici.
Il 2026, concludono Rico e Arribas, promette correzione ed equilibrio. Ayuso in Lidl-Trek ed Evenepoel in Red Bull-Bora offriranno a Pogacar la sfida necessaria per ritrovare motivazione. La UAE dovrà gestire il proprio talento senza autodistruggersi, alternando modelli di leadership perché “le distruzioni accadono e Pogacar è umano”. La chiave sarà l’atteggiamento del gruppo. Battere Pogacar è possibile, e crederlo spezzerà l’incantesimo. Ci attendono classiche incandescenti contro Van der Poel e un Tour dov’è una possibile un’Alleanza Ribelle, non più l’assalto di una sola squadra, ma sciami coordinati per logorare la UAE. Nel 2026 Pogacar e la UAE continueranno a vincere – dice El Pais – ma “dentro uno spessore competitivo in cui l’incertezza sarà reale, non teorica”.