
Nella sua rubrica del sabato per El Pais, Jorge Valdano scrive un intervento che è critico e sarcastico verso la FIFA e verso Trump, addolorato per il destino del calcio, ottimista sul futuro della bellezza. Un Valdano in purezza, pronto a sottolineare che “tutto è troppo piccolo per il calcio moderno. Se l’ultimo Mondiale si è giocato in una sola città, questo si estenderà su un intero continente. Se l’ultimo Mondiale ha visto la partecipazione di 32 squadre, questo ne avrà 48. Da 64 partite a 104. Seguendo la logica della globalizzazione, il calcio sta spingendo i suoi limiti. La FIFA lo vende come una celebrazione democratica, ma l’intenzione è quella di espandere il prodotto a scapito del tessuto stesso del gioco. A nessuno sembra importare, ma se continuiamo a gonfiare la bolla, alla fine scoppierà. Stiamo facendo la stessa cosa al pianeta, che è altrettanto rotondo e molto più fragile, e preoccupa solo chi di noi non può salvarlo”.
Non può non essergli venuto in mente Diego, mentre scriveva le sue frasi che sfottono il Potere, quando dice che “dobbiamo ringraziare molto Trump, perché con 48 delegazioni, più di 1.000 giocatori provenienti da paesi ed etnie diverse negli Stati Uniti, sono quasi certo che li lascerà entrare. Consiglierei ai calciatori di arrivare in Ferrari, perché questo semplifica notevolmente le procedure di immigrazione. L’artefice di tutto questo merita di certo un Premio per la Pace”.
E poi a Infantino: “C’era il rischio che Curaçao finisse in un girone della morte, ma siamo usciti sollevati: con così tante squadre di riempimento, un girone della morte è impossibile. Portiamo pazienza: il vero Mondiale inizierà agli ottavi di finale”.
Valdano non fa nulla per nascondere il rammarico di dover vedere le partite decisive negli USA e non in Messico, “il paese che ha offerto il miglior Pelé e il miglior Maradona. Eppure, questo potere culturale non gli dà il privilegio di ospitare la finale questa potenza culturale. Al Nord, gli stadi sono più grandi e il mercato è più ricco. La maggior parte delle partite si giocherà in un paese nel quale stiamo cercando di imporre il calcio, con molti sforzi e scarso successo. Continueremo a forzare la natura selvaggia del calcio con concessioni che cercano di aggiungere colore allo spettacolo, ma lo rendono solo artificiale. Il calcio, con la sua rinomata capacità di adattamento, resisterà alla pressione, ma nel tentativo di conquistare nuovi tifosi, rischia di perdere quelli vecchi in un lamentevole rivolo”.
Ma quando finisce il capitolo delle recriminazioni, Valdano ci ricorda che in campo un Mondiale è “la festa per eccellenza. Per un giocatore, non c’è niente di simile. Giocare avvolti in una bandiera che ci ha identificati fin dall’infanzia è l’unico impulso nazionalistico che mi abbia mai mosso. Giocare a livello professionistico significa rappresentare ciò che ami di più, il calcio, e un Mondiale offre la rappresentazione per eccellenza. Una terra di sogni. Né c’è niente di più grande per i tifosi, per i quali i Mondiali rappresentano un momento che scandisce la vita. Nel 2026 saluteremo Messi e Cristiano, sei Mondiali dopo. Ma non ci lasceranno soli. Sarà nel loro addio che i Mondiali riaffermeranno una vecchia verità: la natura sconfinata del calcio fa rivivere il talento senza mai ripetersi. Ci saranno Mbappé, Lamine, Bellingham, Pedri, Vinícius, Julián Álvarez, Nico Williams. Solo otto nazionali hanno avuto l’onore di sollevare la Coppa in quasi 100 anni. Se qualche altra squadra vorrà essere considerata una grande, il 2026 le offre una possibilità. C’è solo bisogno che le stelle si allineino per diventare campioni. Ma dura tutta la vita”.