Sarà ma sono qua, un uomo che vive per metà
Sandro Giacobbe
Il sorteggio mondiale dei fidanzatini di Peynet
L’avevi creduto davvero che avremmo parlato di calcio, l’avevi creduto davvero o l’avevi sperato soltanto. Il forte rumore di niente del Poeta si è sentito dentro il Kennedy Center di Washington, dove la Coppa del mondo doveva cominciare con la solita liturgia delle palline, il tintinnio rassicurante del sorteggio e quella promessa sospesa che precede ogni grande torneo. Invece, a Washington, è andato in scena prima di tutto qualcos’altro, un ibrido tra gala televisivo e summit geopolitico, una di quelle serate in cui il calcio sembra solo l’ultimo degli invitati. The Athletic riferisce che prima ancora che le luci si accendessero sul palco di un luogo che l’ideologia MAGA si è preoccupata di strappare a una gestione che ha considerato woke, l’aria sapeva già di cerimonia fuori controllo. Un luogo nato per l’opera, per il balletto, per i concerti sinfonici, è stato trasformato in un contenitore di simboli, posture e ambizioni da trasmettere al mondo. Con una regia incapace di contenere l’eccesso.
È questo il clima che James McNicholas descrive parlando di nuovi travestimenti retorici del presidente FIFA, quando con il suo «oggi mi sento cowboy, oggi mi sento operaio edile, oggi mi sento un motociclista in giubbotto di pelle» ha aperto la serata con qualcosa che non aveva nulla del calcio e tutto della performance; un’estensione grottesca di quel «oggi mi sento africano, oggi mi sento gay» pronunciato quattro anni fa, come se Infantino vivesse ogni Mondiale come un nuovo debutto a teatro.
Il sorteggio è scivolato in una dimensione più simile a un esperimento sociale che a un evento sportivo. “Infantino – ha scritto The Athletic – mostra un gioioso disprezzo per il vecchio adagio secondo cui calcio e politica non vanno d’accordo, e questa cerimonia è stata l’equivalente di mescolare le due parti in una sorta di shaker concettuale”.
Così McNicholas osserva come la cerimonia sia parsa “un miscuglio di intrattenimento leggero e affari internazionali, con un po’ di calcio sparso dentro”, e nulla lo ha espresso meglio dell’irruzione dei Village People sul palco fuori tempo massimo, mentre il presidente degli Stati Uniti, dall’alto della platea, danzava “come un attaccante che sfodera la sua esultanza registrata per garantirsi un posto nel prossimo videogioco EA Sports FC”.
Il resto è stato un accumulo di imbarazzo. Un carnevale del cringe titola The Athletic con il picco toccato nel momento in cui il presidente della FIFA ha trascinato i tre capi di stato Trump, Claudia Sheinbaum e Mark Carney, dentro “il selfie probabilmente più imbarazzante della storia”, e d’altra parte Infantino ne aveva fatto uno pure davanti alla bara di Pelé.
La scelta di aprire con Nessun Dorma affidato all’amico Bocelli viene definita da McNicholas “profetica in modo allarmante” man mano che la cerimonia sprofondava in una durata senza confini. Nella prima ora di show, il calcio non ha messo piede, perché lo spazio centrale della cerimonia era l’assegnazione a Donald Trump del premio FIFA per la pace, il più grosso atto di ruffianeria e di sputtanamento nella storia di una federazione che pure aveva un certo passato per aver consentito il saluto romano in campo negli anni Trenta, l’uso del calcio come narcotico di massa in Argentina nel 1978 e come strumento di propaganda politica in Russia nel 2018, in Qatar nel 2022, in Arabia Saudita nel 2034.
È stato il momento più surreale e triste, con la consegna di un premio mai assegnato prima e che Infantino definisce annuale. Il video di bambini che giocano, la formula che pretende di spiegare al mondo che “la pace crea speranza e il calcio trasforma quella speranza in unità”, e infine la rivelazione che il vincitore – ma guarda – è proprio Donald Trump, a sua volta disposto ad accogliere il riconoscimento come «uno dei più grandi onori della mia vita», il trofeo di consolazione per il Nobel negato, in un passaggio della serata rimasto in equilibrio precario tra la celebrazione e l’inquietudine, oppure per dirla con le parole di David Hytner sul Guardian “tra il ridicolo e il sublime, con una maggiore enfasi sul primo”.
Trump ha ricambiato le attenzioni. È stato carino e coccoloso con il giocattolo di Infantino, dicendo che gli Stati Uniti dovrebbero smettere di chiamare il proprio football con quel nome, perché il football è il calcio, il calcio non è soccer, e quella NFL che tante volte ha accontentato Trump potrebbe finanche decidere di aprirsi al suggerimento del presidente, come quando non ha mai più offerto un contratto al ribelle Colin Kaepernick.
Se non altro, si consolano a El Pais, “le minacce e gli insulti di Trump a Canada e Messico sono stati momentaneamente accantonati in nome del calcio” mentre Sam Wallace sul Telegraph parla di “un nuovo punto più basso mai toccato, con Gianni Infantino che si umilia davanti a Donald Trump”
Quando finalmente l’ultima pallina del sorteggio ha trovato il suo posto, quando insomma Trump si è messo a ballare sulle note di YMCA, inno dei raduni MAGA, McNicholas trova che sia arrivata la sintesi perfetta di tutto ciò che è andato in scena, una FIFA che “ha trascorso più tempo a lodare politici e immergersi nella diplomazia globale che a mettere ordine tra chi gioca contro chi”, in un clima da fidanzatini che avrebbe insegnato qualcosa finanche a Peynet. «Fai davvero quello che vuoi», ha detto Infantino a Trump, a un certo punto della serata. “E così fa anche la FIFA” – ha chiuso McNicholas. In questo forte rumore di niente.
La politica intorno ai Mondiali ▬▬▬▬▬▬▬
L’Europa mollata dagli USA
Questo show e questo nuovo tentativo di esportazione del gioco più europeo su suolo americano arriva nelle stesse ore in cui il quadro della politica mostra una frattura epocale: l’America che rompe non solo con l’Europa, ma con il proprio stesso passato. Mentre prende le distanze dagli avversari più pericolosi, sceglie di colpire con durezza gli alleati che per ottant’anni ha contribuito a proteggere.
Paolo Mastrolilli su Repubblica ha scritto: “A qualcuno saranno venute in mente le Olimpiadi di Berlino, ma non siamo ancora a questo punto e speriamo di non arrivarci mai, nonostante proprio ieri Washington abbia pubblicato la sua nuova Strategia per la sicurezza nazionale che fustiga l’Europa, come se non fossimo mai stati alleati”
Il pezzo più interessante fra tutti sulla Strategia è stamattina su Le Monde, dove Piotr Smolar lo analizza con tono allarmato e documentato: un testo che rappresenta una rottura con l’intera postura internazionale assunta dagli Stati Uniti dal 1945 in poi.
La strategia segna un divorzio politico dagli alleati europei, trattati con aperto disprezzo: in trenta pagine, l’Europa occupa appena due facciate e mezzo, descritta come un continente destinato al “declino economico” e a una futura “cancellazione della sua civiltà”. L’amministrazione accusa l’UE di essere soffocata da regolamenti, immigrazione, perdita d’identità e censura: una diagnosi che ricalca i discorsi più duri dei trumpisti e che accompagna un invito esplicito a sostenere i “partiti patriottici europei”, un’ingerenza senza precedenti nella politica interna dei partner.
Il documento non propone l’abbandono del vecchio continente, ma una sorta di annessione ideologica: Washington investirebbe solo se l’Europa si riallinea politicamente. L’obiettivo è indebolire Bruxelles e favorire forze populiste utili a un asse transatlantico alternativo.
Sul fronte militare, gli Stati Uniti chiedono all’Europa di occuparsi da sola della propria difesa, mentre a Kiev viene implicitamente tolto ogni orizzonte di adesione alla NATO: la strategia suggerisce di “mettere fine alla percezione” dell’Alleanza come organismo in espansione, un messaggio diretto al Cremlino. La Russia non è criticata: il testo evita accuratamente ogni riferimento alle responsabilità di Mosca nella guerra, riprendendo invece la versione russa secondo cui sarebbero i governi europei a “prolungare artificialmente” il conflitto.
Per gli analisti citati da Le Monde, questa strategia è il manifesto di un nuovo “Stato MAGA”, più radicale dello stesso Trump, deciso a sovvertire gli equilibri europei. Il 2027 francese viene visto come uno snodo chiave: se Parigi cambiasse orientamento politico, “tutto l’asse europeo potrebbe spostarsi”, aprendo alla possibilità di un asse Washington–Parigi–Budapest–Mosca. Pare di capire che sarà il prossimo obiettivo, sfilare la Francia dall’UE, favorire l’ascesa al governo del Rassemblement.
Il testo rinuncia esplicitamente all’idea americana dell’ordine liberale internazionale: nessuna menzione al clima, nessuna alle istituzioni multilaterali. Solo una visione costruita su frontiere, risorse e interessi. Gli Stati Uniti rivendicano un’uscita formale dall’era post-’45: le alleanze non obbligano più a nulla, tutto è negoziabile, tutto è condizionato. L’America non promette più di “sostenere il mondo come Atlante”: si ritira dal ruolo di garante dell’ordine internazionale e si concentra sull’emisfero occidentale, dove annuncia l’intenzione di impedire a Cina o altri attori di ottenere risorse o basi strategiche. Era nelle premesse della campagna elettorale di Trump. In Medio Oriente, Washington dichiara unilateralmente chiuso il ciclo storico che la vedeva impegnata nella regione, mentre sull’Asia punta tutto sulla deterrenza verso Pechino e sulla difesa della “prima catena di isole”: Giappone–Taiwan–Filippine.
Il Premio FIFA per la pace.
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Gli uomini di buona volontà
«Il fuoco olimpico ricorda che donne e uomini possono ambire a traguardi elevati e che sono liberi e capaci di progredire. L’obiettivo del comune progresso richiede umana fraternità e solidarietà ed esige che non ci sia sopraffazione, che venga bandita ogni pretesa di superiorità per origine etnica, per credo religioso, per condizione sociale. Oggi più che mai sentiamo l’esigenza dell’amicizia e della pace tra i popoli. Speriamo che i due mesi che ci separano dall’avvio dei Giochi possano fermare aggressioni e barbarie e spegnere le volontà di potenza che causano paura, morte e devastazione».
SERGIO MATTARELLA