La passione più forte del ventesimo secolo: il servilismo.
Albert Camus
L’estate dei Mondiali di soccer offerti a Donald Trump
Il piede e la palla. Questo gioco folle e bambino si chiama così in tutti i posti del mondo. Il football dei maestri inglesi è il Fußball dei tedeschi, le foot dei francesi, il Fútbol degli spagnoli e il Futebol dei portoghesi. E si dice così, conservando le due radici, pure in thailandese e in giapponese, in russo e in persiano. Questo è il mondo che si riunisce intorno a uno stesso giocattolo con lo stesso nome. Noi per la verità ci distinguiamo, noi diciamo calcio con una fusione di senso e assumendo come origine il calx latino, il calcagno. Ma onestamente: soccer – perché?
D’accordo: negli USA, in Canada e in Australia serve a marcare la differenza dagli altri football locali. Ma da dove arriva la parola soccer, una parola che in Inghilterra scatena reazioni sproporzionate, quasi come se minasse l’identità stessa dello sport?
Colpo di scena. Pure soccer nasce in Inghilterra. A fine Ottocento. Era l’abbreviazione di association football, trasformata in assoccer e poi in soccer nella tradizione goliardica di Oxford e Cambridge, che aggiungevano il suffisso -er come con rugger per rugby. Il racconto più celebre attribuisce l’invenzione a un certo Charles Wreford-Brown, studente e calciatore dilettante a Oxford negli anni 1880.
The Athletic ha ricostruito qualche tempo fa le tracce e le radici del termine. Nel 1885 appare per la prima volta in una pubblicazione di Oxford [scritto socker], nel 1905 ne fa un primo utilizzo il Manchester Guardian, nel 1907 arriva sul Times. Per decenni, anche in Inghilterra soccer coesiste con football, e spesso viene usato da editorialisti per distinguere il calcio dal rugby.
Il New York Times usa socker per la prima volta nel 1905, descrivendo un’amichevole dei Pilgrims inglesi. I lettori indignati correggono subito l’errore, spiegando l’origine universitaria del termine — a ulteriore conferma della sua radice britannica. La federazione americana si chiamava United States Football Association fino agli anni ’40, e solo nel 1974 diventa ufficialmente United States Soccer Federation. La coesistenza dei due termini riflette un lungo tentativo di distinguere il calcio dal colosso del football americano. Tra magliette con la scritta “It’s football, not soccer” e felpe che replicano con “It’s called soccer”, il termine continua a creare frizioni quasi rituali: un misto di pedanteria, identità nazionale e nostalgia linguistica.
Per The Athletic, soccer è insomma un’invenzione britannica adottata dal mondo anglofono, e irrita solo chi ama indignarsi per principio. È arrivata l’ora di accettarlo, a maggior ragione quando i Mondiali della prossima estate verranno giocati in due Paesi su tre che lo usano. Alex Lasry, un newyorkese che ha lavorato per le amministrazioni presidenziali di Barack Obama e Joe Biden, dice al magazine che la parola soccer domina pure nelle conversazioni ufficiali degli americani all’estero, lui dice come come una giostra divertente, anche un po’ provocatoria.
Lasry è oggi il numero uno del comitato organizzatore di New York e del New Jersey, una delle tante organizzazioni incaricate di promuovere la Coppa del Mondo e di accogliere gli stranieri. La sua tesi è che bisogna sempre essere autentici nel linguaggio, e dunque il calcio sarà soccer per gli americani e sarà football per chi verrà da fuori. Miami è un’altra storia. La Florida è un’enclave, aquí se habla fútbol piace dire in spagnolo alla sindaca della contea, Daniella Levine Cava. Quindi non è esistita una risposta facile per la FIFA. La soluzione di Infantino è stata quella di trasformare il dibattito in un modo per rompere il ghiaccio nelle sue uscite.
«Chiariamolo una volta per tutte – ha detto a una sala di leader mondiali, diplomatici e amministratori delegati al banchetto degli Atlantic Council Global Citizen Awards a settembre e alla prima riunione della task force della Casa Bianca per la Coppa del Mondo a maggio, poi all’America Business Forum di novembre – noi, e intendo tutti noi al di fuori di questo splendido Paese, chiamiamo calcio uno sport che si gioca con i piedi. Ha un senso, no? Voi, in questo splendido Paese, chiamate calcio uno sport che si gioca con le mani. Ora, non so chi abbia ragione e chi torto – in genere qui Infantino alza le mani – ma in realtà potete chiamarlo calcio, potete chiamarlo football, l’importante è divertirsi, divertirsi, essere felici».
Nel paese dove bastano sei partite della stagione regolare della NFL per sommare più spettatori della finale di Coppa del Mondo 2022, Infantino ha deciso di usare sia soccer sia football. Ha usato le due parole in modo intercambiabile e ironico quando si è rivolto alla riunione del Consiglio Nazionale della federazione calcistica degli Stati Uniti con un videomessaggio a marzo. Usa entrambe le parole nelle interviste e nelle conversazioni private. L’ironia è un ottimo strumento per non dover affrontare l’argomento – che pare una minuzia ma una minuzia non è.
I Mondiali della politica
Non lo è perché questo è un Mondiale politico come pochi altri e il sorteggio di stasera è diventato molto più di un evento sportivo, impregnato dell’influenza di Donald Trump e della sua visione d’America.
La FIFA avrebbe voluto tenere il sorteggio a Las Vegas, ma alla fine ha ceduto alla volontà della Casa Bianca e l’ha spostato a Washington nel Kennedy Center, oggi percepito negli USA come un simbolo della polarizzazione. Nella narrazione dI Donald Trump è un luogo woke, così in quel posto è partita una sorta di epurazione e il presidente si è persino nominato presidente del consiglio d’amministrazione. La scelta della sede, quindi, non è neutra racconta L’Equipe stamattina, e non lo è nemmeno la presenza annunciata dei Village People, le cui canzoni Trump usa spesso nei suoi comizi con YMCA e Macho Man in primo piano, gli inni dei raduni MAGA: un altro regalo – scrive Loic Pialat – fatto da Gianni Infantino al suo amico americano – sebbene un un ex membro della band abbia dichiarato pubblicamente: «Non ci saremmo mai esibiti a un meeting di Trump».
Ma nella sua relazione con il presidente USA, Infantino appare senza freni. Gli ha permesso di toccare la vera Coppa del Mondo – un privilegio solitamente riservato ai campioni – ha posato con lui alle celebrazioni del Chelsea per il Mondiale dei club in estate, sembra pronto a consegnargli oggi il nuovo e misterioso FIFA Peace Prize, un premio dai criteri oscuri, un evidente contentino alla Casa Bianca per il Nobel perduto. Così, nel discorso che Trump stasera trasformerà in un comizio, torneranno le “otto guerre fermate”.
Quando Joel Shapiro ha modellato Blue, la figura a fiammifero che appare dietro il Kennedy Center, voleva catturare l’idea del movimento, del rischio e della possibilità. Da certe angolazioni – scrive David Hytner sul Guardian – la figura sembra in scivolata, da altre pare che colpisca una volée laterale, ma se stringi gli occhi diventa quasi Ciao, la mascotte di Italia ’90. È un’opera che cambia forma a seconda dello sguardo e il Guardian dice che in fondo la città di Washington è fatta per questo tipo di grandiosità scolpita. Il bianco del monumento a George Washington, le colonne di Jefferson, la posa immobile di Lincoln: un pantheon di sicurezza e autocelebrazione. Il Kennedy Center incarna quell’idea di centralità che gli Stati Uniti amano attribuirsi. Così, Hytner sottolinea ironicamente che per niente al mondo Trump avrebbe perso l’occasione di allungare la sua figura sul sorteggio, “non c’era la minima possibilità che perdesse l’occasione”. Lo hanno già imparato proprio i giocatori del Chelsea, quando l’estate scorsa si è materializzato sul palco della Coppa del Mondo dei club, un ospite non invitato, spiazzando tutti. Mauricio Pochettino, il Ct degli USA, dice che se capitasse a lui alla fiale dei Mondiali, «gli darei la coppa senza problemi. È divertente. È l’America».
Con il suo sarcasmo educato, Hytner dice che il presidente della FIFA è “un devoto della corte di Trump”, tanto devoto da reggere la tesi del “Nobel derubato”, e la politica entrerà nel torneo anche dalla porta dell’immigrazione. Il travel ban di Trump coinvolge 19 Paesi, tra cui Haiti e Iran, due delle nazionali qualificate. Alcuni delegati iraniani non hanno ottenuto il visto per il sorteggio, tanto che Teheran aveva inizialmente valutato il boicottaggio, protestando con la FIFA contro una decisione «puramente politica».
Sì, ma il sorteggio? La gente vuole sapere del sorteggio
Sul palco del Kennedy Center, sarà tutto gigantesco. Hytner sul Guardian lo definisce “super-sized, perché qui le cose vanno così”. Heidi Klum e Kevin Hart presenteranno lo show. Bocelli, Robbie Williams e Nicole Scherzinger canteranno. Rio Ferdinand e Samantha Johnson gestiranno urne e palline. Come assistenti avranno Tom Brady, Wayne Gretzky, Shaquille O’Neal e Aaron Judge, i totem dei quattro grandi sport americani. Se non c’è il calcio, pazienza. Cosa volete che c’entri il calcio in questa tavola apparecchiata da Infantino per la propaganda di Trump.
In un’età ordinaria, il sorteggio per i gironi avrebbe sputato fuori pure il calendario, le date, gli orari, quella roba là. Invece tutto questo accadrà domani, perché la corsa alle sedi dei ritiro, alle mappe, ai voli transcontinentali, deve tener conto dei luoghi in cui i sindaci sono democratici, delle relazioni tra un paese e gli USA, un paese e il Messico, un paese e il Canada. L’estate del soccer avrà come nuovi invitati Uzbekistan, Giordania, Capo Verde e Curaçao. Sulla geografia del nuovo calcio mondiale, possono ancora affacciarsi il Congo che si chiamava Zaire nel ‘74, o nuovi esordienti come Albania, Macedonia del Nord, Kosovo, Suriname e Nuova Caledonia.
Infantino si è inventato anche la novità del tabellone in stile tennistico, e tutto dovrà combaciare pure in questo senso. Le quattro squadre più in alto nel ranking FIFA otterranno le teste di serie come succede a Wimbledon e saranno posizionate in ordine decrescente nella fase a eliminazione diretta, con l’obiettivo di impedire alla Spagna di affrontare l’Argentina, o all’Inghilterra di giocare contro la Francia, prima di un’eventuale finale. Ma il privilegio vale per loro e solo per loro. Il piazzamento sarà valido solo se vinceranno i rispettivi gironi. Per garantire l’equilibrio competitivo, dice la FIFA. Ma quel che dice la FIFA – trent’anni dopo l’infermiera che andò a prendere per mano Maradona sul prato di Boston – è di nuovo solo e soltanto quello che racconta la FIFA.
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