Passami un gel per segnare un gol

Brentford-Liverpool, fine ottobre, minuto 78. Keane Lewis-Potter sta per entrare, Mehmet Ali gli sussurra qualcosa, forse gli ultimi dettagli, e il nutrizionista Ted Munson gli infila in mano una bustina. Un gel energetico. Lewis-Potter la passa a Kristoffer Ajer come ultimo messaggio prima dell’assedio e così “la vittoria dovette molto alle tattiche eseguite bene, ma in non piccola parte al rifornimento”.
Lo dice Liam Tharme su The Athletic, per raccontare come la i gel energetici non siano una moda. Il Brentford lavora con Science in Sport da anni, alla pari di Tottenham o New York City FC. Le inglesi al Mondiale 2019 nascondevano i gel lungo le linee laterali in bustine annerite: nessun marchio, solo energie rapide. Chi guarda con attenzione la Premier League li scorge ovunque. Per capire cosa succede, The Athletic si è affidato a chi studia la fatica dall’interno. Pete Bell, nutrizionista dell’English Institute of Sport, riferisce che «bisogna capire cosa comporta questo sport… 10, 11, 12, 13 km a partita, cinquanta e più sprint per un centrocampista». È la parola chiave del calcio moderno: glicogeno. L’energia stoccata nei muscoli e nel fegato. Durante l’esercizio si rompe e ossida per produrre ATP [che stavolta non c’entra con Gaudenzi].
Jose Blesa, oggi al CSKA Mosca, ci aggiunge una cornice fisiologica: «Il calcio è dominato dal metabolismo aerobico: il 70-90% dell’energia viene da lì. Senza una buona capacità aerobica ti stanchi prima e ripeti meno azioni esplosive». E soprattutto — aggiunge The Athletic — “i giocatori devono avere il serbatoio pieno per ritardare la fatica”.
È il paradosso del calcio contemporaneo, si tratta di uno sport intermittente, fatto di camminate, jogging, sprint, duelli e ripetizioni estenuanti. La scienza avanza ma la richiesta fisica cresce più velocemente della biologia. Bell dettaglia: «Durante la partita stiamo prosciugando il glicogeno muscolare, se non consideriamo la nutrizione strada facendo, nel secondo tempo non potremo sostenere la stessa intensità».
Per le squadre impegnate su più fronti la pressione aumenta: «Servono 72 ore per recuperare pienamente… molti non hanno quel tempo, e il rischio di affaticamento cronico e infortuni sale», avverte Blesa.
Perché il gel e non un integratore, oppure una barretta? Un pezzo di parmigiano? «L’impatto è diverso: il gel è più rapido, più sicuro, più efficace», dice Blesa. E soprattutto è piccolo, non pesa nello stomaco. Bell spiega con una delle sue analogie: «È come usare un powerbank durante un film in aereo: non stai ricaricando la batteria interna, ma ne eviti il consumo». [Sono adorabili le persone che sanno spiegare le cose così].
La rapidità è decisiva: «Passano dall’esofago all’intestino e da lì al sangue molto, molto velocemente». L’immagine più didattica del pezzo di The Athletic è quella in cui “il glucosio può andare solo in un taxi blu: 60 grammi l’ora e i taxi sono finiti. Il fruttosio usa un taxi rosso: altri 30 grammi”. È per questo che la miscela perfetta dei gel interessa da anni ciclisti, triatleti, maratoneti. E adesso i calciatori.
Il calcio non è una gara di Ironman, certo, ma quei 90 minuti si decidono spesso nell’ultimo angolo di partita. Bell dice che «il cervello usa glucosio. Se svuoti i carboidrati, togli carburante al cervello, non sei più mentalmente affilato». The Athletic allora rievoca i gol nel finale: quelli del Liverpool di inizio stagione e quelli del il Manchester City che dal 2023-24 ne ha fatti 41 nell’ultima mezz’ora, quando “gli avversari non sono solo fisicamente esausti: cognitivamente, sono fritti”.
Solo che adesso leggono e il gel se lo prendono pure loro. Anzi, nel dubbio, quasi quasi.