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Discussioni

La prima volta che Gianni Infantino si candidò a qualcosa, aveva 18 anni e vinse. Era un ragazzino lentigginoso e voleva diventare il presidente del FC Brig-Gils, la squadra di calcio amatoriale della piccola città svizzera in cui era cresciuto. C’erano altri due uomini adulti candidati, lui jon aveva un curriculum ma aveva una visione e soprattutto una rete di contatti nella comunità di immigrati italiani. “Persino a quell’età, aveva progetti accattivanti” scrive Jonathan Liew sul Guardian in un ritratto crudo e sarcastico che va a ripescare questo aneddoto lontano. Prima ancora di capire il mondo, quell’Infantino sapeva che ogni persona ha qualcosa da lavare, “tutti, qualunque siano lo status o le circostanze hanno della biancheria sporca di cui desiderano disperatamente liberarsi”. Così la promessa elettorale fu che sua madre avrebbe lavato gratis le divise dei giocatori.
Liew ne fa una simbolica rivelazione primordiale di “un’ambizione smisurata che si potrebbe definire delirante, se non fosse così abile a trasformarla in realtà”. Una capacità, già allora, di trasformare la politica in transazione, di parlare alla parte più semplice e materiale di chi lo ascolta. Anni dopo, la scena si è solo ampliata: non più il FC Brig-Glis ma un palcoscenico pieno di presidenti, premier, autocrati, dove Infantino si imbuca come se gli spettasse, “semplicemente felice di essere stato invitato”, scrive Liew, mettendolo nell’angolo di una fotografia dove sta Trump in primo piano, i leader di mezzo mondo accanto, lui in fondo che allunga il mento per uscire dall’ombra.
E allora: cosa ci fa il presidente della FIFA in simili contesti, fino a un summit per la pace in Medio Oriente? Liew ricostruisce anni di incontri, comparsate, inaugurazioni, sedute di photo opportunity. Per essere uno che ripete di continuo che il calcio non può risolvere i problemi politici del pianeta, Infantino passa un’enorme quantità di tempo con i politici. E con Trump più che con tutti gli altri.
La vicenda è risaputa, ma Liew gli dà un contorno e parole nuove. La presunta neutralità della FIFA è scritta nel suo codice etico, però Infantino “assicurò a Trump che avrebbero reso non solo l’America di nuovo grande, ma anche l’intero mondo”. Joe Biden invece lo ha una volta. I leader di Messico e Canada, Paesi co-organizzatori del Mondiale 2026, quasi ignorati. L’unico slogan che gli rimane in bocca è quello che non dovrebbe ripetere. L’unico potere che lo seduce davvero è quello che gli dà calore.
Liew avanza una domanda: il motto Football Unites the World come può convivere con questa corte spudorata al politico più divisivo del pianeta? Il suo sospetto è che Infantino stia praticando una forma di realpolitik rozza, interessata. O qualcosa di peggio: un riflesso identitario. Il Guardian cita allora la voce di Nick McGeehan, di FairSquare: “Il punto chiave è che Infantino è il sintomo, non il problema in sé. Il suo lavoro è accumulare potere e denaro”. E il sistema – voti, finanziamenti, Mondiali allargati – è costruito per farlo sembrare inevitabile.
Le ricostruzioni biografiche servono a chiarire che l’uomo si vede come un sopravvissuto. «Oggi mi sento qatariota. Oggi mi sento arabo. Oggi mi sento africano. Oggi mi sento gay. Oggi mi sento disabile. Oggi mi sento un lavoratore migrante», disse alla vigilia del Mondiale 2022, paragonando poi le sue lentiggini alle discriminazioni del mondo. Un’iperbole che Liew smonta senza pietà: nessuno è mai stato privato dei diritti fondamentali per via delle lentiggini. Ma quella retorica serviva a costruire un racconto, a produrre consenso tra chi gestisce voti e fondi. È politica, ed è sempre stata politica, fin dal lavaggio delle maglie.
Il potere di Infantino è cresciuto perché alimenta il meccanismo: Mondiali a 48 squadre, tornei sempre più lucrativi, alleanze sempre meno selettive. “In un certo senso, il colpo da maestro di Infantino è stato proteggere la FIFA dalle accuse di manovre occulte conducendo le sue partite di potere completamente alla luce del sole”, scrive Liew. I Mondiali 2034 assegnati all’Arabia Saudita senza competizione, accordi televisivi milionari, la difesa dei Paesi accusati di violazioni dei diritti come se fossero vittime di un pregiudizio occidentale. E ancora: nessun intervento sul caso dell’Iran che limita l’accesso delle donne agli stadi, nessuna risposta alle denunce dei palestinesi sui club degli insediamenti israeliani. È una struttura a due velocità che si propone di “adulare verso l’alto e colpire verso il basso”, dice Liew. Indulgente con i potenti, impassibile con chi ha bisogno. E però, al tempo stesso, un uomo ossessionato dal calcio: uno che, dopo un meeting alla Casa Bianca, si siede sul marciapiede di Pennsylvania Avenue a guardare l’Inter sul telefono. Un evangelista che crede al calcio come a un investimento in felicità. Una fede ingenua che si mischia a qualcosa di più torbido: l’aumento dei calendari, lo sfinimento dei giocatori, i sindacati ignorati.
Tutto questo rende più chiaro il legame con Trump. «Ama i dittatori e i miliardari. Quando vede persone con soldi, si scioglie», racconta una fonte anonima a Politico. Infantino ha capito che l’amicizia con il presidente americano è un affare: biglietti a prezzi dinamici quintuplicati rispetto a Qatar 2022, parcheggi a 175 dollari, ricavi esentasse che entrano puliti nelle casse della FIFA. L’economia prima dell’ideologia. E c’è una sorta di simmetria simbolica tra i due uomini. Entrambi hanno iniziato a governare nel 2016, entrambi incarnano un’epoca di spudoratezza globale. Entrambi giocano per essere protagonisti, venditori instancabili, “sempre postando e sempre vendendo”. A entrambi interessa ciò che si può monetizzare.
Tradizionalmente, solo i giocatori che hanno vinto il Mondiale possono toccare la Coppa. Ma nella visita alla Casa Bianca di agosto, Infantino ha fatto un’eccezione per Trump. Il presidente ha preso il trofeo tra le sue mani piccole, lo ha rigirato un po’, lo ha definito «un bellissimo pezzo d’oro», e poi ha chiesto a Infantino se poteva tenerlo. Come metafora del calcio e degli uomini che lo governano fino a soffocarlo, era già tutto lì.