Chi credevi che fossi? Una mummia ritornata in vita?
Freddie Boath in La Mummia – Il Ritorno
Gioca a tennis ma sembra una mummia
A cosa servono tutte quelle bende
Ci sono giorni in cui i campi da tennis sembrano il posto dove sono andate a risvegliarsi certe mummie millenarie. Nel film del 1932 Boris Karloff, con il volto secco e corrucciato, si desta da un sonno di 3.700 anni trascinando le sue bende sul pavimento. È l’immagine scelta da Florent Ouhmedi per L’Équipe. È l’effetto che fanno i tennisti e le tenniste da un po’ . Basta guardare i ginocchi di Gaël Monfils, com’erano i polsi e le caviglie delle sorelle Williams o le spalle di Marketa Vondrousova e Novak Djokovic oggi, per convincersi che lo spettacolo non è poi così distante dalla messinscena di Hollywood.
A che servono tutte queste bende? – si domanda il giornale francese. Il tape, spiega Jérôme Bianchi, fisioterapista del Centro nazionale di allenamento e della squadra di Coppa Davis francese, ha una funzione preventiva e stabilizzatrice: «La cosa più importante per un tennista è andare in campo. Roger Federer si è fatto fasciare le caviglie per tutta la carriera. Senza le bende, una distorsione avrebbe portato a tre settimane di stop; con il bendaggio torni in campo qualche giorno dopo». Mary Pierce, a sua volta, ne fece un’abitudine lungo tutta la carriera, utilizzando il tape per tornare in campo persino dopo pause mediche prolungate: «Il tape alla coscia mi ha aiutata senza dubbio, ha permesso di sostenere il muscolo. Mi ha liberato la mente e ho potuto correre normalmente», raccontò la francese dopo una semifinale dell’US Open 2005.
Non c’è una regola fissa: polsi, caviglie, ginocchia e spalle sono le zone più ricoperte, mentre il tipo di strappo varia a seconda della patologia e della funzione richiesta. Christophe Ceccaldi, responsabile del servizio fisioterapico al Roland-Garros, sottolinea come esistano soluzioni diverse per un muscolo o per un’articolazione, e ricorda anche l’avvento dei nastri kinesiologici: «Hanno un’azione esteroceptrice. Agiscono sulla parte superficiale dei nervi, mettono in allerta i tessuti e favoriscono l’utilizzo di un muscolo o di un tendine».
Questi nastri elastici sono arrivati negli anni 2010, sollevano la pelle, decomprimono il muscolo e accompagnano i movimenti dei giocatori, da Djokovic a Sinner, permettendo un gesto differente senza limitare eccessivamente l’articolazione.
Ma il tape non è solo funzionale: è anche rituale. Corentin Moutet, ad esempio, applica da sé il nastro al polso come gesto preparatorio, per concentrarsi e sentirsi pronto all’incontro. «È quasi un rito pre-partita, un modo per entrare nella gara, concentrarsi e proiettarsi» spiega Ceccaldi a L’Equipe. Per altri, come Mary Pierce, ha anche un effetto placebo: «Ascolta Jérôme, continuiamo a fare il tape anche se non sento nulla. Mi ha fatto bene a New York, voglio essere nelle migliori condizioni mentali e psicologiche» disse una volta.
Al contrario, Arthur Fils mal sopporta il bendaggio: una sensazione di compressione al quinto metatarso lo costrinse a rinunciare a un match dell’Australian Open. Per molti, dunque, il tape è prevenzione, sostegno psicologico, sollievo dal dolore diventando quella che L’Equipe definisce una “cucitura visibile” che permette al corpo del giocatore di resistere a mille tormenti. Anche se volte, come osserva Ouhmedi, il tennis sembra davvero richiamare “una maledizione egiziana”, tra fisico e rituale, tra cura e superstizione.