L’editoriale del Guardian sull’ascesa degli Emirati Arabi come modello per la destra populista

Mancano sei giorni alla prima palla-a-due dell’Eurolega e il torneo di basket più bello da quest’altra parte dell’Oceano si poterà dietro due questioni: la presenza delle due squadre di Tel Aviv [Hapoel e Maccabi] e l’esordio della franchigia di Dubai. La presenza di Israele nelle competizioni europee è una tradizione che la Generazione Boomer ha conosciuto da bambini. Ha motivi politici e quegli stessi motivi politici messi alla porta adesso entrano dalla finestra in senso contrario.
L’ingresso di Dubai ha invece motivi economici. Non c’è altra ragione – neppure larga, neppure molto larga – per considerare Europa gli Emirati Arabi Uniti. Ma la Etihad Arena ha già ospitato le finali della stagione scorsa.
Jonathan Liew, opinionista numero uno delle pagine di sport del Guardian, è stato a Dubai in questi giorni da un amico ed è tornato a casa con un’idea che lo perseguita. La destra populista inglese vuole replicare nel regno l’immagine di Dubai, e bisognerebbe fare molta attenzione ai loro desideri.
Dice Liew che se avete voglia di un sandwich a quattro piani alle tre del mattino, Dubai fa al caso vostro. I taxi sono economici e sono ovunque. Gli hotel di lusso offrono ogni venerdì dei famosi brunch e “i pomeriggi si dissolvono in bouquet di spumante senza fondo, i piatti traboccano di cibo che non verrà mai mangiato” [Qui è necessaria un’avvertenza. Liew appartiene a una duplice minoranza. Oltre a essere progressista scrive anche bene].
Racconta allora di aver vagato tra hotel a cinque stelle e per centri commerciali immersi dentro raffiche di aria condizionata per delle settimane, “cercando di non guardare nell’ombra” perché questa è la Dubai che viene servita dagli atleti, dalle celebrità, dagli imprenditori, dagli influencer di lifestyle e dai feed di Instagram, “un tempio di rooftop bar e tramonti da cartolina, consumi senza sensi di colpa”.
Basterebbe a Liew per opporsi, basterebbe questa “sfacciata ostentazione così adatta all’era dei contenuti condivisibili”. C’è dell’altro. Dubai è entrata nel dibattito politico inglese perché l’emirato non viene più descritto come un luogo per uno stile di vita evasivo o come una meta turistica di lusso, ma come il luogo di “una società modello che dovremmo cercare di emulare. I servizi di viaggio patinati si sono evoluti in veri e propri inni alla società e alla cultura emiratine. Se si guarda tra le righe si tratta della visione più chiara di come la destra populista voglia rimodellare il Regno Unito”.
Due giorni fa Reform UK ha annunciato i suoi ultimi piani in materia di immigrazione con un cenno al sistema degli Emirati Arabi Uniti, dove ai migranti vengono rilasciati visti di lavoro periodici che devono essere rinnovati continuamente. La cosa giusta, secondo il vice leader del partito Richard Tice in un’intervista alla BBC. Tice ha parlato con soddisfazione del basso tasso di criminalità presente nello stato, del suo senso di orgoglio nazionale, del modo in cui gli studenti si alzano in classe ogni mattina per ascoltare l’inno nazionale.
Liew sostiene che Tice stava in realtà ripetendo le tesi sostenute in un articolo del Telegraph da Isabel Oakeshott, la sua compagna. Si è trasferita a Dubai l’anno scorso “per sfuggire alla tassa laburista sulle scuole private” e in quell’articolo si entusiasmava per la sua nuova nazione, “un posto senza macchinisti in sciopero, senza marce pro-Hamas e senza la pioggia incessante, senza sciocchezze ideologiche tossiche o teorie critiche della razza. Non ci sono manifestanti Just Stop Oil. Chi infrange la legge o non sa badare a se stesso viene messo in prigione o deportato”.
È qui che Liew rabbrividisce, quando incespica in quella che descrive meravigliosamente come “la parte silenziosa che viene detta ad alta voce”, la parte in cui Dubai rappresenta “la visione dell’utopia dell’estrema destra: un luogo privato delle tutele ai lavoratori o del diritto di protestare, un luogo di puro degrado ambientale, un luogo dove tutti guidano ovunque, un luogo dove alle persone queer e gender-fluid viene detto fin dalla nascita che non esistono, un luogo dove la cittadinanza è definita da rigidi confini etnici e tutti gli altri sono al massimo tollerati, dove i super-ricchi e i benestanti possono fare e consumare ciò che vogliono. Un luogo dove i poveri vengono spazzati via dalla vista”.
Solo che ovviamente i poveri esistono perfino a Dubai. “Vivono in campi spesso squallidi nelle periferie roventi della città – racconta Liew – lavorando lunghe ore per salari bassi senza alcuna tutela. I lavoratori migranti costituiscono quasi il 90% della popolazione degli Emirati Arabi Uniti, la maggior parte provenienti dall’Asia meridionale o dalle Filippine. A differenza della piccola e agiata classe di nativi emiratini che godono di assistenza sanitaria gratuita e di un generoso stato sociale, devono faticare senza fare domande in un sistema progettato per radicare la loro sottomissione. Questo è l’archetipo aureo di cui parla chi invoca una Dubai bianca, un paese modellato sulla gerarchia razziale, dove l’esistenza di una sottoclasse permanente non è un difetto di progettazione, ma il vero scopo dell’esercizio”.
Con una squadra di basket che si fa europea, tutto questo è perfino un pochino più vicino a noi.