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#4 giorni alla Ryder Cup
► LE QUALIFICHE del GP di Baku sono state segnate da sei bandiere rosse, un paio di piloti andati a muro e il più bravo di tutti al primo posto. Max Verstappen sa come si corre in tutte le condizioni e oggi parte dalla pole position. Piastri e Leclerc sono andati a sbattere, Kimi Antonelli è stato quarto e Ivan Capelli ha spiegato su Sky Sport perché questa sua prestazione va considerata una grande prova di maturità [o una prova di grande maturità?].
◇ Nadia Battocletti ha vinto il bronzo nei 5.000 metri ai Mondiali di atletica leggera dopo l’argento sui 10.000. È la settima medaglia per l’Italia, record di tutti i tempi, una in più che a Goteborg trent’anni fa. La staffetta 4×100 è stata squalificata per un papocchio capitato a Jacobs.
◇ La Juventus è stata fermata sull’1-1 a Verona e non è più a punteggio pieno, ma Tudor era abbastanza contrariato per due decisioni dell’arbitro che non gli sono piaciute. Il Milan ha impressionato a Udine, il Bologna ha battuto in rimonta il Genoa.
◇ In Inghilterra il Liverpool ha vinto il derby con l’Everton e ha pure guadagnato altri due punti sul Tottenham [2-2 a Brighton], aspettando Arsenal-Manchester City di oggi pomeriggio. Mourinho ha ri-debuttato al Benfica con una vittoria.
◇ Due Italie stanno giocando stamattina per la conferma dei loro titoli. La Nazionale femminile di tennis sfida le USA di Emma Navarro e Jessica Pegula nella finale di Coppa King in Cina, mentre la Nazionale maschile di pallavolo comincia ai Mondiali di Manila la fase a eliminazione diretta da campione in carica: ottavi di finale contro l’Argentina.
◇ Lorenzo Musetti ha vinto con Prizmic il suo ottavo di finale al torneo di Chengdou e stamattina va in campo contro il georgiano Basilashvili per i quarti. Sinner è arrivato a Pechino e ha un nuovo fisioterapista, l’argentino Alejandro Resnicoff.
L’Europa si è abituata a considerare l’Africa come un oggetto
Ryszard Kapuściński
I primi Mondiali di ciclismo in Africa
Dieci anni fa, l’idea dei Mondiali di ciclismo in Africa sarebbe stata un romanzo di Soriano. In Gabon si erano inventati la Tropicale, la corsa principale aperta ai professionisti in tutto il continente. Era l’ultimo pezzo di mondo escluso dalla festa globale della bicicletta, negli anni in cui la maglia iridata finiva in 11 paesi diversi nel giro di 13 anni, e per sei di loro si trattava della prima volta. L’Australia apriva e apre la stagione con il Tour Down Under, l’Asia la chiudeva con la Japan Cup dopo aver avuto la stella di Nakano su pista, l’America Latina aveva scoperto l’arte dei colombiani di scalare montagne negli anni Ottanta. Restava l’Africa.
David Lappartient è stato il primo a candidarsi alla presidenza dell’UCI promettendo ai delegati africani che un giorno avrebbe portato i Mondiali nella loro terra. Sean Russell sul Times scrive stamattina che Kigali è il luogo perfetto per gareggiare in bicicletta.
“Nella terra delle mille colline, ci sono molte salite impegnative, un pubblico entusiasta e numerose strade acciottolate per chi ama il ciclismo di stampo nord-francese e belga. Si trova anche a 1.567 metri sul livello del mare, 500 metri sopra Andorra, dove vivono e si allenano molti professionisti. E come gli arrosticini spesso distribuiti ai ciclisti al Giro d’Italia lungo le strade abruzzesi, il Ruanda è famoso per i suoi spiedini di carne”.
Il trauma Coppi | In effetti Leonardo Coen sul Fatto quotidiano sottolinea che la nostra memoria associa ciclismo e Africa alla tragica circostanza della malaria di Coppi, la causa della sua morte nel 1960. “Ma oggi l’Africa ospita i primi Mondiali di ciclismo del Continente Nero in quel tropicale Ruanda tanto caro a Ernest Hemingway per via dei gorilla di montagna del Parco nazionale dei Vulcani: mai avrebbe immaginato che nel Paese delle Mille Colline ci sarebbe stata una simile kermesse sportiva, anche perché ai suoi tempi di biciclette da quelle parti non ce n’erano molte e quelle che c’erano erano sgangherate e pesanti come cancelli. Adesso, il nome di Hemingway è associato in Ruanda a un marchio di alberghi e viaggi di lusso, la capitale Kigali è moderna e sfoggia strade bene asfaltate, il ciclismo è diventato lo sport locale più popolare tanto che tre dei dieci milioni di abitanti seguono il Tour del Ruanda, nato nel 2009 e da poco promosso in categoria 1 nel calendario Uci, la federazione internazionale. Dietro questo boom delle due ruote, c’è pure un intento politico: il ciclismo come cura collettiva per riappacificare la popolazione decimata dal genocidio che nel 1994 provocò la morte di un milione di ruandesi in tre mesi, gran parte Tutsi, massacrati dagli estremisti Hutu. Senza dimenticare le recenti tensioni con la vicina regione congolese di Kivu, ricca di terre rare, dove i ribelli dell’M23 combattono le forze regolari e sono foraggiati dal Ruanda”.
orizzonti
La politica
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Questo Ruanda capita tra le ruote delle biciclette di un gruppo che alla Vuelta ha fatto i conti giorno per giorno con le proteste popolari contro l’invito alla Israel Premier-Tech. Nella prossima settimana, “geopolitica, genocidio e sportswashing saranno al centro dell’agenda del presidente dell’UCI che finora ha resistito alle richieste, alcune provenienti dall’interno del ciclismo e altre dal governo spagnolo, di sospendere la squadra. Come se non bastasse, Lappartient deve anche difendere la decisione di organizzare i Mondiali in un paese controverso sia per la reputazione del presidente Paul Kagame in materia di diritti umani e democrazia, sia per la recente incursione dell’esercito nella Repubblica Democratica del Congo”.
Il Ruanda è sotto stretto controllo delle Nazioni Unite e delle organizzazioni per i diritti umani che considerano il regime di Kagame autoritario. Human Rights Watch ha dichiarato che le ultime elezioni presidenziali, vinte dal presidente con il 99% dei voti, si sono svolte in un contesto di repressione. Anche Lappartient ha delle elezioni alle porte e un’opposizione assai limitata. Dice che la decisione di assegnare la corsa al Ruanda è stata complessa perché lo è il mondo, «la situazione sta peggiorando sempre di più. Dobbiamo gestire questa situazione. La nostra missione è essere politicamente neutrali, ma anche invocare la pace. Serve a garantire che non veniamo usati per ragioni politiche, ma in Ruanda si può davvero percepire il sostegno al presidente. Questa corsa sarà una forza che unirà le persone, non alimenterà le divisioni. È un po’ di cielo azzurro in una giornata grigia. Credo venire qui sia stata la cosa giusta da fare. Non eravamo mai stati in Africa. Sapevamo che ci sarebbero state delle sfide, ma avremo gare meravigliose e immagini meravigliose da diffondere in tutto il mondo».
El Pais ha invece chiesto a Sergio C. Fanjul, poeta, scrittore, sceneggiatore, docente di scrittura creativa, il senso della protesta nella società contemporanea, a partire proprio dalle manifestazioni viste durante la Vuelta. Fanjul dice che “il suo carattere è stato più simile a un’occupazione cittadina dello spazio pubblico, sebbene vi siano stati occasionali tafferugli e alcune cariche della polizia” ma senza alcun confronto con gli scontri del Sessantotto, quellio del movimento no-global, i gilet gialli in Francia.
“Possiamo comprendere i disordini solo se siamo in grado di scoprire il movimento storico che dà loro forma e contenuto” ha scritto Joshua Clover nel suo saggio Riot. Strike. Riot: The New Era of Uprisings. Fanjul ne rievoca alcune di più recenti e torna alla Vuelta per sottolineare come “l’etichetta rivolta è spesso usata per criminalizzare la protesta, come nel caso della corsa di ciclismo a Madrid”. Su El Pais nei giorni scorsi Reyes Maroto ha definito Madrid “la capitale della dignità”.
Eduardo Romanos, professore di Sociologia all’Università Complutense di Madrid, ha detto al giornale che l’obiettivo di chi criminalizza è sottrarre alla protesta la dimensione politica. «Questo legittima la repressione invece di indurre a considerare le condizioni che spiegano il malcontento, spesso nato da un forte senso di offesa e di umiliazione a causa di una emarginazione politica, di una privazione economica o della brutalità della polizia».
mappe
Il Paese
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L’Equipe pubblica stamattina uno di quei pezzi che vengono definiti di fact checking su tutte le voci e i pregiudizi girati sul conto del Ruanda. “Abbiamo distinto i fatti dalle bugie” scrive Philippe Le Gars e parla allora di sicurezza assicurata, di livello di umidità sopportabile, raccontando delle “decine di hotel costruiti negli ultimi anni in tutto il paese per rendere il Ruanda un polo turistico. Solo a Kigali ce ne sono quasi 20 a cinque stelle, oltre a numerosi lodge sulle rive dei laghi o vicino ai parchi. Trentuno anni dopo il genocidio dei Tutsi – scrive L’Equipe – il paese si è reinventato e la capitale mostra una tale modernità che il Ruanda è soprannominato la Svizzera d’Africa. Il vaccino contro la febbre gialla non è obbligatorio. Gli europei hanno bisogno solo di una compressa giornaliera di Malarone per combattere la malaria”.
E se qualcuno si dovesse dolere delle condizioni, delle 33 salite del circuito e dei 5.475 metri di dislivello, sappia che non si tratta di un record o di un eccesso. La capitale del Ruanda si trova a 1.500 metri di altitudine, mentre a Duitama erano 2.500. Nove Mondiali hanno avuto un dislivello superiore, da Solingen nel 1954 a Montreal nel 1974, da Lugano nel 1996 a Utsunomiya nel 1991, fino a Benidorm 1992. Ma non ci facevamo caso, nessuno lo considerava un problema – sottintende L’Equipe – perché non era Africa.
I commenti dei lettori non sono stati tutti rose e fiori.
In effetti a un giornalista belga che in passato aveva criticato il Ruanda, Stijn Vercruysse, è stato negato il visto di ingresso. Lavora per l’emittente pubblica fiamminga VRT, ma non è riuscito a partite. Al banco del check-in all’aeroporto di Bruxelles è stato fermato su richiesta del governo ruandese alla compagnia aerea [qui ne scrive Escape Collective]
Pasquale Coccia sul Manifesto dice che la storia del ciclismo è stata raccontata solo in chiave europea. “Ci sarà un Brera nero che saprà raccontare la povertà e la storia dell’Africa attraverso le viti di una bicicletta?”.
Lo ha fatto in questi anni e lo fa ancora Marco Pastonesi, autore di Strade nere, 100 storie di ciclismo in Africa e di ciclisti africani [Ediciclo]. Tempo fa definì il Giro del Rwanda la corsa più pazza del mondo. Scrisse sul Foglio: “La storia antica tramanda un’edizione in cui sono più numerosi i corridori all’arrivo dell’ultima tappa di quelli alla partenza della prima: un’acrobazia spiegata con l’ingresso delle squadre strada facendo. Alcune si sono presentate in tempo al pronti-via, ma senza bici, bloccate a una dogana, oppure il contrario, sono pervenute le bici ma non i corridori. Altre sono giunte in ritardo per colpa di un pullman recalcitrante, di una guerra strisciante, di un finanziamento singhiozzante. Ma sono tutte state accettate e accolte, a condizione che i corridori si allineino dal fondo della classifica. Un dettaglio, a quel punto, irrilevante. Si narra addirittura di un’edizione in cui, delle tappe, sono sempre conosciute le sedi di partenza, ma non quelle di arrivo: perché l’organizzazione avrebbe bisogno di un collaudo, di un rodaggio, di un perfezionamento impossibili a quelle latitudini, a quelle situazioni, a quelle urgenze”.
Pastonesi raccontò che all’edizione del 2015 era presente Valens Ndayisenga, nato il primo gennaio del 1994. “Lo stesso preciso giorno-mese-anno in cui è venuto alla luce Jean-Claude Uwizeye, dorsale 55. Invece il primo gennaio del 1988 è nato Joseph Biziyaremye, dorsale 52, il primo gennaio del 1993 Jérémie Karegeya, dorsale 53, il primo gennaio del 1996 Joseph Areruya, dorsale 51, e Ephrem Tuyishirmire, dorsale 105. Sei dei 15 corridori delle tre squadre nazionali del Ruanda sono nati il primo dell’anno. Strano, ma vero. La ragione sta nel genocidio del 1994 – un milione di morti in un centinaio di giorni – che ha stravolto il Ruanda. I certificati di nascita sono stati dimenticati e gli uffici anagrafici trascurati finché, per sanare la situazione, ufficiali e genitori hanno deciso di dare il pronti-via con una data simbolica: ogni inizio anno, cioè il primo gennaio, appunto”.
panorami
Noi e loro
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Due giorni fa Filippo Maria Ricci sulla Gazzetta ha descritto “il viaggio di scoperta” della spedizione italiana. Quella per il Mondiale in Australia del 2022 “era costata 190.000 euro, quella a Zurigo dello scorso anno 270.000 per i costi della città svizzera. La trasferta a Kigali costa 290.000 euro, e la spedizione è composta da più di 40 persone in meno. A Kigali vanno in 43, 27 atleti e 16 persone dello staff, con i tecnici Villa, Salvoldi, Amadori, Velo e Scirea, 4 massaggiatori, 4 meccanici, il cuoco e due persone della federazione. Che ha chiesto uno sforzo extra ai membri dello staff: massaggiatori e meccanici lavoreranno in verticale, su tutti i ciclisti e non si dedicheranno come fanno di solito a un solo gruppo della squadra”.
Ricci raccontava che “sono stati spediti una novantina di pezzi di bagaglio extra, cosa che da sola è costata 50.000 euro, e ogni ciclista avrà a disposizione due bici invece delle solite tre. Regole alimentari In stiva non è finito cibo. Niente di niente. Il cuoco Tiziano Brichese, titolare del ristorante Eden a Ottava Presa, Caorle, ed ex azzurro di ciclismo, non ha potuto imbarcare nulla degli alimenti che abitualmente viaggiano al seguito della nazionale perché le leggi locali impediscono di viaggiare con cibo al seguito. Sono passati solo gli integratori Enervit. La Federazione ha aggirato il problema delle scorte alimentari trovando e contattando un negozio di alimentari italiano a Kigali, Sole Luna”.
Sul suo Giro di Ruota, Giovanni Battistuzzi riferisce che nel Ruanda l’Uci introdurrà un sistema Gps di tracciamento dei ciclisti. “Servirà ad aiutare i giudici di gara a localizzare i ciclisti in caso di caduta e di mancato rilevamento da parte degli ufficiali di gara. L’obbiettivo è prevenire possibili disgrazie, come quella che un anno fa portò alla morte della corridora svizzera Muriel Furrer ai Campionati del mondo in Svizzera. Nessuno si accorse della sua assenza in gruppo e all’arrivo per ore.
Sì, ma chi corre?
Oggi si comincia con le cronometro. Tra le donne partecipano in 44. Il primo colpo di pedale ai Mondiali del Ruanda lo darà una ciclista di casa, Xaverine Nirere, 23 anni, anche suo fratello Valens Ndayisenga corre in bicicletta. Sono presenti tre delle prime-10 della classifica UCI: l’olandese Demi Vollering, la svizzera Marlen Reusser, la francese Juliette Niewiadoma. Ma una maglia arcobaleno a cronometro non l’hanno mai vinto, mentre ne ha due in armadio l’americana Chloé Dygert e una l’oalndese Anna van der Breggen.
Tra gli uomini è duello fra Remco Evenepoel e Tadej Pogacar. Il belga va per il tris che è riuscito in passato a Michael Rogers [dal 2003 al 2005] e Tony Martin [dal 2011 al 2013]. IL percorso che ruota attorno a Kigali e non è per specialisti: Filippo Ganna ha scelto di non esserci. La doppietta con la corsa in linea nella stessa edizione non è mai riuscita a nessuno. I precedenti sono 8-2 per Evenepoel nei 10 confronti a cronometro.
Ferme tutte e fermi tutti: a Kigali c’è Alexandre Roos, l’immaginifica prima firma di ciclismo de L’Equipe, pronto a raccontare il duello.
Le sue parole: “Entrambi avevano i volti chiusi, concentrati, sabato mattina, sul pavé irregolare della collina di Kimihurura. Remco Evenepoel e Tadej Pogacar hanno fatto una ricognizione del percorso, accanto a corridori che di solito non incontrano mai, come una giovane donna sudsudanese che si stava massacrando in salita, ferita dal dolore di una fitta al fianco, in un’atmosfera che ci ha immersi direttamente nella magia dei Mondiali. La salita di Kimihurura potrebbe essere decisiva, non solo perché il pavé potrebbe causare problemi meccanici, ma anche perché si trova nel finale. Quindi, bisognerà tenere da parte un po’ di carburante nel serbatoio per evitare di saltare in aria”
Che cosa stanno leggendo in Europa
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I temi del giorno
La chiusura dei Mondiali di atletica leggera
Mancano le ultime nove gare ai Mondiali di atletica leggera e ci sono già stati 46 paesi a medaglia come nel 2023, ma 18 con un oro contro i 23 di Budapest. Siamo 10-8 per l’Europa sull’Africa al momento, l’Italia è al quarto posto per numero complessivo di podi, al nono nel medagliere, quarta d’Europa perché gli ori di Olanda, Spagna e Portogallo sono due contro uno.
La Gran Bretagna non ha ancora vinto una gara: non succede dal 2003. La Germania è di nuovo senza ori come a Budapest, quando fece zero in assoluto. Anche l’Etiopia è ancora senza ori e la Norvegia senza medaglie, naufragata con Karsten Warholm nei 400 ostacoli e con Jakob Ingebrigtsen nei 1.500. Gli resta la finale dei 5.000 ma non è nella sua condizione migliore. La Svezia è fuori dalle prime-10 perché accanto a Duplantis stavolta non ha messo l’oro di Daniel Stahl nel lancio del disco. I nuovi ingressi nel G-10 a un giorno dalla fine sono il Portogallo e la Nuova Zelanda
Il bronzo di Nadia Battocletti
Nessuna donna italiana aveva mai vinto due medaglie nella stessa edizione dei Mondiali di atletica. Ci erano riusciti soltanto Pietro Mennea [argento 4×100 e bronzo 200 nel 1983] e Francesco Panetta [oro 3000 siepi e argento 10.000 nel 1987 a Roma]. Nadia Battocletti ha spaccato il cosiddetto soffitto di vetro. Emanuela Audisio su Repubblica dice che “se dovete fare un lungo viaggio portate sempre Nadia con voi. Vi farà arrivare in tempo, non sbaglierete strada, risolverà qualsiasi complicazione, si farà largo per trovarvi il miglior posto del mondo, si spolmonerà per offrirvi la vista migliore”.
Giulia Zonca su La Stampa guarda Battocletti dentro il panorama della nuova gioventù italiana e scrive: “Lo sport italiano sta modificando i punti di riferimento, soprattutto con i campioni precoci. «Amo la complessità», frase di Battocletti e manifesto per una generazione insofferente alla teoria dell’attenzione da pesce rosso. Sono i genitori a essere cresciuti con una televisione caciarona che insegnava a schierarsi in fretta per essere riconoscibili, loro neanche la guardano. Chi è nato ben prima è stato identificato come bamboccione, loro sono venuti su indipendenti e attaccati alla famiglia insieme”.
Marco Bonarrigo sul Corriere della sera ha posato invece lo sguardo sulla prestazione spiega che “Nadia ha geni fuori del comune: mescola, razionalizzandolo, l’enorme ma indisciplinato talento del padre Giuliano (ex fondista) con lo spunto veloce e la lucidità tattica di mamma, Jawhara Saddougui, ex ottocentista. Un patrimonio naturale gestito in totale e reciproca fiducia, con Giuliano che ha fatto tesoro degli errori che gli impedirono di diventare un fuoriclasse, risparmiandoli alla figlia: cautela estrema nell’uso dell’altura (Nadia si allena ai 1.300 metri di Asiago), terreni naturali preferiti alla pista, uso moderatissimo delle scarpe di nuove generazione che fanno volare ma torturano i tendini, gare dosate con il contagocce rinunciando a ingaggi importanti. In controtendenza assoluta con africane ed europee, Nadia non solo si è tenuta lontana da maratone e mezze maratone ma ha sviluppato l’unica qualità che ti permette di competere contro avversarie così forti: la velocità di base”.
pensieri e parole
Battocletti raccontata da sé stessa
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➣ Cosa sognava da bambina?
«Avevo la stanza piena di bambole: mi immaginavo di fare la mamma, al massimo».
➣ E invece fa la vicecampionessa del mondo.
«Meraviglioso, ma mi sento tanto tranquilla: forse non mi rendo ancora bene conto di quello che ho fatto».
➣ La musica di Enzo Bosso l’ha aiutata?
«Una sua melodia, Rain, ha una durata simile a un 5 mila. L’ho ascoltata allenandomi. Alla fine l’enfasi della musica sale, come le emozioni dell’ultimo giro in pista».
➣ La cosa che ha più voglia di fare adesso?
«Tornare a casa a Cavareno, e tirare un sospiro di sollievo». – intervista di gaia piccardi, Corriere della sera
Quer pasticciaccio brutto della staffetta italiana
Se ancora serviva un’immagine simbolica o un gesto evocativo, a Marcell Jacobs sono toccate l’una e l’altro nella batteria della staffetta, quando dopo un paio di passi in avvio di seconda frazione ha perso stabilità e si è piegato per evitare di cadere. Ha allargato il braccio destro e ha toccato il sudafricano Maswanganyi che arrivava lanciato nella corsia di fianco. Crash. Sipario. “Se Jacobs desse seguito alla sua voglia di smettere – ha scritto Gaia Piccardi sul Corriere della sera – quella di ieri sarebbe stata la sua ultima gara in azzurro. È troppo brutto per essere vero”. E del resto l’ultima finale Slam di Roger Federer si è chiusa con un ultimo colpo steccato, il controsenso di una carriera elegante.
Emanuela Audisio su Repubblica scrive: “Proprio vero, non bisognerebbe mai tornare dove si è stati felici perché si sprofonda nell’amarezza”. In finale non ci sono né la Giamaica né la Gran Bretagna. Era un’occasione. Bacerà qualcun altro.
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Dai campi
La silenziosa e portentosa ascesa del Milan di Max Allegri
Sospeso tra il non più e il non ancora, il Milan sta prendendo la forma sorniona del sorriso di Allegri. Ha tolto i panni della delusione che vestiva con Sergio Conceiçao, non ha ancora indossato veramente i nuovi. Le formazioni titolari che abbiamo visto finora sono ancora imitazioni approssimative di quella che finirà per concludere la stagione, soprattutto in attacco, dove l’esperimento di Leao punta vera è stato interrotto da un infortunio e dove Nkunku non è ancora la figura centrale che promette di diventare. Nel frattempo, più punti Allegri mette da parte e meno svantaggio dovrà colmare.
Dopo Udine è già ridotto all’osso, considerata la sconfitta all’esordio con la Cremonese. Carlos Passerini sul Corriere della sera parla di “match dominato in lungo e in largo è una doppietta del sempre affidabile Pulisic, intervallata da un rasoterra di Fofana, finalmente preciso al tiro. In crescita anche Estupinan, mentre le stelle del centrocampo Modric e Rabiot affinano la sintonia partita dopo partita. Ma a colpire è stata soprattutto la prova di forza di un gruppo solido e concentrato, con la difesa blindata per la terza partita di fila. La sconfitta choc con la Cremonese al debutto è un lontano ricordo”.
Domenica c’è Milan-Napoli, Allegri da settimane sta covando Leao. Paolo Condò ha detto a Sky che la parabola dei rossoneri ha somiglianze spiccate con la scorsa stagione del Napoli di Conte.
la Juventus
La furia di Tudor e una squadra senza furia
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Quarant’anni fa questa partita valeva il passaggio ai quarti di finale di Coppa dei Campioni. Finì con una frase di Osvaldo Bagnoli consegnata per sempre alla piccola storia del nostro calcio. Quando la polizia si affacciò nello spogliatoio per un vetro spaccato dal tiro uno zoccolo, disse agli agenti: «Se cercate i ladri, sono di là». Non aveva preso bene – diciamo così – un rigore assegnato alla Juventus e uno negato al Verona.
L’ira funesta di questo Verona-Juventus sta invece dall’altra parte. «Avrei voluto un altro arbitro» ha detto Tudor alla fine. Emanuele Gamba su Repubblica ha scritto: “La Juventus è incappata in un piccolo pareggio contro un grande Verona, ma l’attenzione l’ha subito spostata altrove: da anni non si sentiva un allenatore juventino lamentarsi in maniera così veemente con l’arbitro ma in generale contro il sistema, visto che nel mirino di Tudor è finito anche il calendario delle partite stabilito dalla Lega. Allegri magari urlava in campo o nel chiuso degli spogliatoi, ma in pubblico era impeccabile e non ha mai innescato mezza polemica arbitrale. Thiago Motta figurarsi. Tudor l’ha invece presa di petto, i suoi tifosi lo adorano anche per questo”.
Per Nicola Balice su La Stampa si tratta di una squadra “senza forze, forse anche senza idee”. L’anno scorso l’Inter lasciò 9 punti sui prati nelle partite giocate dopo un impegno di Champions, ma c’è un asterisco grosso così su questa frase, furono quasi tutte partite contro avversarie alle quali qualcosa si finisce per lasciare: Napoli, Juventus, Milan.
Antonio Barillà, ancora su La Stampa, lo definisce uno sfogo legittimo, “gli abbagli sono nitidi, ma insufficienti per costruire alibi e onestà impone, senza ovviamente far drammi dopo un pari, di inchiodare la squadra a chiare responsabilità. Nessun cartellino confuso o miopia regolamentare può negare il passo indietro della squadra”.
Edoardo Viglione su Sportellate aveva espresso delle perplessità già dopo il 4-3 con l’Inter e il 4-4 con il Borussia. Stamattina parla di una Juventus bruttissima, disordinata e confusa. E rilancia: “Questa Juventus sembra davvero non avere idee corali e continua a poggiarsi sulle giocate dei singoli. Perché Vlahovic non può mai giocare assieme ad un’altra punta? Da inizio stagione Tudor non ha ancora provato mezza volta a giocare con due punte. Insieme a Kenan Yildiz è sicuramente il giocatore più in forma della Juventus in quest’avvio stagionale ed è reduce da un ingresso più che convincente contro il Borussia Dortmund, quindi perché toglierlo così prematuramente? Fino ad ora non abbiamo mai visto dei bianconeri offensivi ed aggressivi se non nelle situazioni di svantaggio contro l’Inter e contro la squadra tedesca. È possibile vedere una tale fame anche quando non si sta perdendo e non si è in situazioni di disperazione?”.
Oggi
Il potere delle vittorie nel calcio. Sono bastati due gol e una vittoria messa in preventivo in Olanda contro l’Ajax per togliere le rughe dalla fronte di Chivu e restituirlo al sorriso, alle battute, alla leggerezza delle vigilie serene. Ha scherzato con gli faceva domande su Lautaro e come scrive Paolo Tomaselli sul Corriere della sera “non perde lo spirito né la voglia di nascondere la formazione a tutti, compresi i suoi calciatori, fino a pochissime ore dal calcio d’inizio”. Ha anticipato che contro il Sassuolo giocherà un Martinez, e quel Martinez – spiega Tomaselli – “dovrebbe essere Josep detto Pepo, il portiere spagnolo al debutto stagionale che deve dimostrare di poter essere il numero uno del futuro, visto che Sommer, 37 anni a dicembre, è in scadenza di contratto. L’alternanza dei portieri però è sempre delicata, tanto è vero che Sommer ha giocato ad Amsterdam nonostante l’avvicendamento fosse già programmato: dopo gli errori di Torino, Chivu ha evitato che lo svizzero fosse fatto fuori «dal popolo». Adesso tocca a Martinez, che ha 27 anni, ma una sola stagione da titolare in carriera, due anni fa col Genoa: l’anno scorso ha collezionato 5 presenze, tra cui il match scudetto a Napoli, senza mai sfigurare. Se farà bene (ma anche se farà male) tornerà subito in panchina?”.
Fabio Pisacane
il mangiatore di fuoco Il Corriere della sera racconta “le rinascite di Pisacane, il guerriero che batte dolore, coma e combine”. Monica Scozzafava ricorda: “Nasce attaccante, diventa terzino. Sogna il Napoli (la squadra della sua città) ma viene scelto dal Genoa. Un giorno — neanche 14 anni compiuti — si sveglia con i muscoli paralizzati. Prova ad alzarsi e non ci riesce, tenta di muovere il braccio, ma resta immobile. Gli viene diagnosticata la sindrome di Guillain-Barré, malattia rara che danneggia i nervi periferici: mesi in ospedale, per due settimane resta in coma. Visite specialistiche, cure e tanta riabilitazione («Non pensavo al calcio, lottavo per la vita»). Ricomincia, smentendo le previsioni dei medici”.
Nicolò Cambiaghi
il fachiro Ai Mondiali del 1970, una volta Franz Beckenbauer si affacciò in tribuna per una partita del Brasile. Quando uscì dallo stadio disse ai giornalisti tedeschi: «Ero venuto per vedere Pelé e ho scoperto Rivellino». Ora Benjamín Domínguez non è O Rei, ma era il motivo di curiosità nella formazione titolare del Bologna contro il Genoa, la partita fra le due squadre che hanno tirato in porta meno di tutte in serie A. Il Bologna aveva fatto fatica a costruire e riempire la trequarti nelle prime tre giornate, il suo rilancio dal primo minuto era l’attrazione. Eppure, beckenbauereggiando si direbbe che eravamo andati a vedere Domínguez e abbiamo scoperto Norton-Cuffy, terzino sinistro dell’Under-21 inglese e di Vieira. È un po’ svagato quando ha la palla tra i piedi, ma non si fa saltare mai. Mai da Domínguez, ecco. Lo ha puntato quattro volte e quattro volte è stato respinto. Ma quando dopo un’ora di partita Italiano lo ha sostituito con Cambiaghi, la cassaforte è saltata. Al primo strappo sulla sinistra Norton-Cuffy non aveva più le gambe e il passo, si è fatto incantare e incartare. Cambiaghi ha messo un pallone dolce al centro dell’area ed è iniziata la rimonta del Bologna, finita con un rigore di Orsolini al minuto 98. Un rimpallo su un braccio che l’announcement [ehm] ha spiegato come un extra-movimento, qualunque cosa significhi. Ora la classifica è più coerente con la nuova dimensione internazionale della squadra.
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Oggi
Valentina Diouf
Il giro del mondo di Valentina Diouf sta finendo nel posto a lei più caro. «Vorrei chiudere la carriera a Busto Arsizio, sarebbe romantico», disse qualche mese fa. Gli anni sono 32 e davvero in estate ha firmato per il ritorno in Lombardia, la sua terza esperienza con la UYBA dopo aver giocato in Brasile, in Corea, in Polonia. Deve essersi messa in testa che ci siamo, siamo all’ultima curva. Ieri ha segnato 18 punti contro la Futura nel derby di semifinale del trofeo Mimmo Fusco, oggi c’è la finale contro Bergamo, la squadra in cui aveva cominciato diventando una Paola Egonu prima di Paola Egonu, lei milanesissima e l’altra veneta, tutt’e due con peso da sopportare e promesse da mantenere.
Quando Valentina Diouf arrivò come un rombo di tuono nella pallavolo italiana aveva 18 anni. Prima di lei l’Italia non aveva mai vinto un Mondiale giovanile e una ragazzina così dominante era sempre nata altrove. Di sé e della sua altezza, diceva all’epoca che fosse fico proclamarsi di 2.02 anziché due metri e basta. Si raccontava con auto-ironia come scomposta, ma ogni colpo lasciava i buchi a terra. Dopo la generazione di Francesca Piccinini, Valentina Diouf veniva a dirci che era nato un movimento, che bagher e schiacciate nelle scuole avrebbero portato un frutto. Due anni più tardi era la punta ai Mondiali delle adulte e pure quella volta tirò una riga fra il prima e il dopo, perché 4 milioni e mezzo di spettatori in tv per le donne – semifinale con la Cina – non li ricordava nessuno.
Era una promessa di bella Italia anche fuori dal campo, a una decina d’anni di distanza da Carlton Myers portabandiera ai Giochi di Sydney. Le toccava rispondere a domande sul razzismo, lei di padre senegalese, un ingegnere trasferito in America. Illuminava un Paese che dibatteva di normalità e diversità intorno a figure come don Abba Mussie Zera, prete di origine eritrea chiamato l’angelo dei profughi, oppure Nawal Soufi che a Catania salvava migranti. Emanuela Audisio scrisse su Repubblica che era “stata subito abbracciata da tutti, non come Balotelli”.
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«Le cose succedono, non devono trasformarti in un fossile. Non esiste solo l’Italia. C’è un mondo là fuori. Soffrivo le cattiverie e ora mi scivolano addosso. Ho trasformato il mio fisico. Ho perso 14 chili. Ho più energie, sono più serena. Contro Paola Egonu ho giocato un po’ di volte. Non posso dire di conoscerla bene. Fa il mio stesso mestiere, stesso ruolo, credo che non saremo mai compagne di squadra. non so che valori si devono rappresentare per sfilare alle Olimpiadi. A me le hanno negate, non so come funziona. Ma è colpa mia, eh».
VALENTINA DIOUF intervistata dal Venerdì
ore 18.55 Rai Sport
Guida allo sport in tv di oggi
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link
Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico.