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#1 giorno ai Mondiali di atletica leggera
► ABBIAMO LE quattro nazionali qualificate per le semifinali degli Europei di basket. La Finlandia è passata per la prima volta nella sua storia [fuori la Georgia], la Turchia non ci riusciva dal 2001 [fuori la Polonia], la Grecia di Antetokounmpo si è finalmente sbloccata dopo 16 anni [fuori la Lituania] e la Germania campione del mondo è riuscita a scavalcare l’ostacolo di un Doncic assatanato.
◇ Giulio Pellizzari ha vinto la 17esima tappa della Vuelta, la prima di un italiano. Veste la maglia bianca di leader della classifica generale dei giovani. La roja è sempre di Jonas Vingegaard – che oggi difende 50 secondi di vantaggio su Joao Almeida nella cronometro di Valladolid. Oddio: difende. Forse li aumenta.
◇ Matteo Berrettini sta tornando. Dopo oltre due mesi senza giocare, ha annunciato che giocherà il torneo di Hangzhou. Al torneo di Guadalajara, Lucrezia Stefanini ha fatto un discreto colpetto. Ha eliminato Sloane Stephens, l’americana che nel 2017 aveva vinto gli US Open.
◇ Le squadre di serie A stanno accogliendo il ritorno dei vari nazionali sparsi per il mondo e la Cremonese ha presentato Jamie Vardy.
◇ La Nazionale femminile di pallavolo ha trovato la data giusta per andare al Quirinale dal presidente Sergio Mattarella [8 ottobre], la Nazionale maschile di basket dovrebbe aver trovato il nuovo Ct in Luca Banchi: lo ha lasciato intendere ieri Gianni Petrucci in una intervista al Corriere della sera.
La libertà è sempre libertà di dissentire
Rosa Luxembourg
La speranza italiana sbucata dai fuochi della Vuelta
Giulio Pellizzari di anni 21 è il ragazzo del secondo posto alle spalle di Tadej Pogacar nella tappa di Santa Cristina Valgardena, sul Monte Pana, un anno fa al Giro d’Italia. L’Alto de El Morredero deve essergli parso un nome più suggestivo dove regalarsi la sua prima vittoria da professionista: fa meno Gustav Thoeni e più Sergio Leone. Decisivo deve essere stato anche il fatto che a questa Vuelta non c’è Pogacar, ma comunque sia Pellizzari è arrivato per primo in cima, facendosi carico dell’impegno di portare da 3 a 4 il bilancio delle tappe di un Grande Giro vinte nel 2025 da un italiano. Se la Vuelta fosse finita, sarebbe il numero più passo degli ultimi trent’anni. Nel 1996 e nel 2003 sono state 27. Nel 2007 erano ancora 26, dal 2009 siamo scesi stabilmente sotto le 20 e dal 2016 sotto le dieci.
Pellizzari si è fatto gli ultimi 3 km e mezzo da solo nella sua maglia di miglior giovane della Vuelta. Enzo Vicennati su Bici Pro dice che “a un certo punto è sembrato di vederlo salire sull’Etna. La maglia bianca di Pellizzari si staccava come un lampo sul nero della montagna annerita dagli incendi dell’estate”. Bicisport lo chiama un paesaggio lunare e L’Equipe dice che la strada puzzava di bruciato.
Pellizzari ha vinto nel giorno in cui il suo vicino di casa Isaac Del Toro faceva lo stesso al Giro della Toscana e Giovanni Battistuzzi sul suo Giro di Ruota la racconta così: “Su di una strada grigio stinto attorniata da una montagna nera incendio, la maglia bianca di Giulio Pellizzari brillava per candore. Come fosse qualcosa di pulito in un ambiente che pulito non era. Giulio Pellizzari era davanti a tutti. Non guardava verso la cima del passo. Non si guardava indietro. E soprattutto non guardava il nero ricordo delle fiamme. Probabilmente non guardava nulla. Si godeva però tutto ciò che stava vivendo. Ed è così che un ventunenne si dovrebbe godere il ciclismo”.
Alessandra Giardini sulla Gazzetta dice che Pellizzari fa venire i brividi “a noi che ci scopriamo a interrogare le stelle per capire chi sarà il prossimo corridore italiano da grandi Giri”. Poiché quando l’Alegiardini racconta dentro le parole c’è sempre la vita, ci sono sempre le persone, si scopre allora che “nel dna di Pellizzari ci sono due regioni ad altissima densità ciclistica: il Veneto di papà Achille, poliziotto, che si fece trasferire a Camerino, nelle Marche, per amore di Francesca, una maestra. Misero al mondo tre figli: Gabriele, Giorgia e Giulio. Il più grande cominciò ad andare in bicicletta per imitare il babbo. Giulio, il piccolo, giocava a pallone e a pallanuoto. Ma presto mollò tutto perché voleva seguire suo fratello. Aveva otto anni quando gli regalarono la prima bici, un’Atala. La prima squadra fu il Velo Club Montecassiano. Il modello da seguire ce l’aveva non lontano da casa: Giulio ha ancora una foto che glielo ricorda, in posa con Michele Scarponi ci sono Achille, Gabriele e Giulio, che è un bimbo. Lui e la sua famiglia sostengono la Fondazione Scarponi da quando è nata, e anche prima di partire per la Spagna Giulio ha lasciato un messaggio per la sicurezza sulla strada”.
Oh, quella storia del vicino di casa. Del Toro abita al piano di sopra, come anche Antonio Tiberi, mentre al piano di sotto Giulio divide l’appartamento e i compiti con Piganzoli: Davide cucina, Pellizzari fa il bucato e stende. Quando era un diciottenne – tutto questo si legge sempre nel pezzo di Giardini – Pellizzari diventò un caso diplomatico. La federazione gli negava l’autorizzazione per passare così presto da jr a professionista, così lui andò ad affiliarsi qualche km più in là, in Slovenia. Ora lo aspettiamo ai Mondiali nel Rwanda perché il percorso è duro e si direbbe che lui sta proprio bene.
La grande impresa è stata arrivare in vetta. No, non la sua. L’impresa di tutti. È stata un’impresa arrivare in cima alla montagna e non essere fermati prima dalle manifestazioni di chi protesta contro la presenza della Israel Premier-Tech alla corsa, oppure – come scrive qualche quotidiano spagnolo in questi giorni – contro la decisione della Vuelta di invitarla lo stesso, nonostante Gaza, nonostante tutto. Sylvain Adams, il patron del team è un sostenitore di quel primo ministro israeliano che sta conducendo la sua campagna degli orrori in Palestina. Le proteste sono cominciate e Bilbao e sono proseguite nelle Asturie. Ieri in Galizia c’è stato un giorno di tregua, forse perché i corridori prima della partenza hanno avvertito che avrebbero messo il piede per terra in caso di nuovo incidenti, nel caso in cui avessero percepito di nuovo la stessa insicurezza dei giorni scorsi. Il pullman della Israel Premier-Tech è stato imbrattato dal lancio di alcuni pomodori contro i finestrini. Le loro notti in hotel non trascorrono placide. C’è sempre qualcuno che schiamazza sotto le finestre. È quello che El Pais chiama “il diritto dei cittadini a manifestare, ora che il governo spagnolo parla finalmente di genocidio nella Striscia di Gaza”.
Jordi Quixano ha scritto che la squadra di ciclismo è “uno strumento per ripulire l’immagine del Paese all’estero, come dimostra l’investimento di milioni e milioni nel Tour de France 2018 con partenza da Gerusalemme. Ma a volte le proteste sono pericolose, ed è questo che preoccupa l’intero gruppo quando non è più intento a guardare l’asfalto, ma deve prestare attenzione a ciò che accade sul ciglio della strada. Ecco il senso dell’ultimatum lanciato”.
El Pais aggiunge che all’interno del gruppo regna il silenzio, o almeno l’anonimato, perché chi parla chiede di non essere nominato. Ci sono testimonianze che parlano di bottiglie di vetro lanciate in strade, le puntine da disegno e i chiodi come si faceva ai tempi di Coppi e Bartali. È stato abbattuto un albero con una motosega per bloccare una strada. Un paio di tappe sono state neutralizzate prima di arrivare al traguardo posto in cima a una montagna, compresa quella assai attesa sull’Angliru. La cronometro di oggi è stata accorciata per le stesse ragioni di sicurezza. Le ultime due tappe tra Madrid e dintorni destano timore. Tra sabato e domenica saranno schierati 1.400 agenti, droni e unità anti-droni, un elicottero, una unità speciale di conduzione cinofila. El Pais lo definisce “il più grande sforzo delle forse dell’ordine dai vertice NATO di Madrid” e non c’è ironia, ci mancherebbe, si tratta proprio di questo.
Siamo pedoni in una partita a scacchi, dice una voce dal gruppo a El Mundo, nel cuore di un piano che deve salvare la Vuelta e allo stesso tempo rispettare la richiesta del governo di garantire il diritto alla manifestazione. “Questo principio – racconta il giornale conservatore di Madrid – a è stata ribadita più volte dal delegato del governo ai vertici, per sottolineare che la Spagna sta assumendo un ruolo guida a livello internazionale nella condanna del genocidio del popolo palestinese. Due linee d’azione che tengono con il fiato sospeso, il classico divario tra il governo e le istituzioni cittadine madrilene si è ampliato in questi giorni. Ecco cosa succede quando la politica oltrepassa pericolosamente i limiti dello sport”.
| artefici Sta tornando in strada Pogacar
▥ Due giorni prima del suo ritorno alle corse al Grand Prix de Québec, Tadej Pogacar è apparso rilassato in una conferenza stampa tenuta “dopo un’estate tranquilla trascorsa a casa in preparazione ai Mondiali e agli Europei”. Lo scrive L’Equipe alla vigilia di una gara dove sono iscritti altri due top-10 del ranking UCI, il nostro amico Wout Van Aert e il tedesco Florian Lipowitz. Ma pure Julian Alaphilippe, Michael Matthews, Tiesj Benoot, i fratelli Yates, Biniam Girmay, un Pello Bilbao di questi e uno Ion Izagirre di contorno. In tutto fanno nove dei primi-30, il miglior italiano è Simone Velasco.
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I temi del giorno
I Mondiali di atletica sulla pista della gloria olimpica
Domani parliamo per bene dei Mondiali di atletica leggera che stanno per cominciare. Stamattina La Stampa parla di “Rivoluzione Tokyo” perché l’Italia torna nella città dei cinque oro olimpici 2021. Giulia Zonca ha scritto: “Costruire nuovi ricordi dove si è fatta la rivoluzione è un’impresa quasi impossibile, ma l’Italia sta proprio qui, a Tokyo e a un incrocio, fascinoso e imperscrutabile quanto Shibuya Scramble Crossing. Il punto in cui la gente attraversa da tutte le parti. Pure gli azzurri ai Mondiali si ritrovano in mezzo alla strada. Fase di ricambio generazionale e campioni al rientro da mille guai. Si scambiano il passaggio gli ori dei Giochi 2021, i ventenni pronti a salire sul podio, i teenager appena arrivati e gli atleti che qui sono più forti di quattro anni fa. Ripetersi non è l’obiettivo, non lo può essere, ma in quelle straordinarie Olimpiadi si è dato il via a un effetto a lungo termine ed è un bene che non si può guastare, un flusso da non interrompere. Un capitale da proteggere”.
Gaia Piccardi intervista per il Corriere della sera Shelly-Ann Fraser-Pryce, la velocista giamaicana dei tre ori olimpici e dieci mondiali. Lascia la pista dopo quest’ultimo sprint e dice che si dedicherà alla sua Fondazione. «Vorrei continuare ad avere un impatto, a incidere. L’empowerment delle donne della mia isola, la Giamaica, e dei Caraibi è una delle mie priorità. Vivrò a Kingston facendo l’imprenditrice. Finisce l’atletica, non la mia vita».
Fraser-Pryce ha parlato anche di Kelly Doualla, la quindicenne italiana che ha vinto l’oro agli Europei Under-20 di Tampere sui 100 metri. «Conosco la sua storia! Io porto il nome di mia nonna, la vostra Kelly il mio: wow… che responsabilità! È esattamente questo l’impatto di cui parlavo: sono felice di aver aiutato una ragazzina italiana a pensare in grande. La grandezza non è nella normalità: se Kelly si impegnerà, se lavorerà duro, se non smetterà mai di divertirsi, potrà aprire nuove porte alla velocità al femminile in Italia».
Emanuela Audisio invece ha intervistato per Repubblica Antonella Palmisano, la marciatrice italiana che domani notte, all’1 della notte tra venerdì e sabato, apre i Mondiali nella 35 km. In Giappone quattro anni fa vinse l’oro olimpico ma i km erano 20. Tra gli uomini faceva lo stesso Massimo Stano. Stano è fuori per infortunio, lei ha il secondo miglior tempo stagionale ma è una distanza che ha percorso solo una volta.
«Vivere con i ricordi è bello, vivere di ricordi è brutto. A Sapporo la marcia partì alle 4 del pomeriggio, cercavo l’ombra, qui ci sarà il sole della mattina, anche se in Italia sarà l’una di notte, e vedrò di cercare un po’ di riparo. «Sulla strada a Sapporo c’erano solo i fotografi, speriamo che Tokyo alle otto di mattina sia più appassionata. Il via sarà nello stadio, faremo tre giri e mezzo, e ci torneremo per l’arrivo. E questa è una cosa positiva perché il traguardo nella casa dello sport rende noi marciatori uguali agli altri e non figli di dei minori. Se penso a certi arrivi in posti desolati mi viene male. Uomini e donne partiremo insieme, non ci daremo fastidio. da Tokyo 2020 a Tokyo 2025 tutto è cambiato in nazionale. In quest’atletica c’è aria nuova, forte ambizione, sana leggerezza”
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Le analisi
I pasticci che combina il Barcellona con lo stadio
Ora. Per carità. Il Mundo Deportivo traveste di esultanza una preoccupazione. Scrive che è bella questa cosa, è proprio bella questa circostanza che domenica 14 il Barcellona giochi nello stadio che porta il nome di Cruyff, il grande 14 del calcio. Ora. Per carità. La faccia di Slalom sotto i piedi del Mundo Deportivo, ma onestamente questa cosa non si può sentire. A The Athetic, dove sono un filo meno coinvolti nelle vicende del Barcellona, lo chiamano con il nome esatto: il caos. Un caos che lascia i campioni di Spagna senza casa. Il ritorno al Camp Nou deve essere ancora rinviato, la ristrutturazione da un miliardo e mezzo di euro non è completata, e la prima partita casalinga della nuova Liga con il Valencia si terrà in uno stadio dalla capacità di 6 mila posti. Soprattutto “non sappiamo ancora dove il Barcellona intenda giocare le altre partite casalinghe in questa stagione”.
I lavori sono cominciati nel giugno del 2023. Da allora il Barça si è trasferito nell’Estadi Olimpic Lluis Companys, che può ospitare 55 mila persone, a breve distanza dal centro della città, sul Montjuic. Dove però due giorni prima della partita con il Valencia si terrà un concerto di Post Malone. Gli eventi all’Estadi Olimpic sono gestiti da una sottosezione del consiglio comunale. Un informatore di The Athletic all’interno dell’amministrazione locale ha detto che il Barcellona è stato contattato per disporre un piano stagionale. Non ci sono altri concerti in vista dopo quello di domani, ma al club sono confusi, non sanno se dire di sì al Montjuic o continuare a credere nella riapertura del Camp Nou. Il Comune ha bisogno di sapere se può cominciare ad affittare gli spazi, il Barcellona non sa in quali scarpe mettere i piedi, e si rischia che l’Estadi Johan Cruyff diventi più affollato di San Gregorio Armeno sotto Natale. Lì giocano anche le squadre B maschile e femminile. Il mes que un club ha chiesto all’UEFA di giocare in trasferta la prima di Champions, la Liga l’ha mandato in trasferta nelle prime tre giornate, ma prima o poi una decisione devono prenderla.
Invece, dice The Athletic, “la presidenza di Joan Laporta è stata caratterizzata da improvvisazione e decisioni a breve termine che spesso non fanno altro che rinviare i problemi”. È accaduto con la ricerca dei fondi per mettere in sicurezza i bilanci, quando sono state trovate soluzioni tampone a breve termine che non hanno risolto la questione. “La agibilità del Camp Nou si inserisce perfettamente in questo schema. Giocatori e staff non hanno saputo dove si sarebbe giocato a soli cinque giorni di distanza. Il personale del club, dalla sicurezza al catering, non è stato in grado di organizzare i preparativi. Anche le aziende locali che pensavano di invitare ospiti VIP alla partita, o quei turisti facoltosi di passaggio a Barcellona, non sono riusciti a prenotare biglietti o fare programmi”.
La faccenda ha un peso sulle finanze. I ricavi dei negozi e del museo del club sono molto più bassi quando la squadra non è al Camp Nou e se l’area intorno allo stadio è un cantiere edile. Spotify e gli altri sponsor cominciano a essere irritati. Due anni fa è stata stimata una perdita di 90 milioni di euro a stagione. Siamo arrivati a 180. Il club sperava di raccogliere 100 milioni di euro dalla vendita dei palchi VIP al Camp Nou e invece per ingaggiare Joan Garcia e Marcus Rashford ha dovuto fare le acrobazie: altra finanza creativa. I ritardi nella ristrutturazione pare che siano dovuti a problemi con i permessi del consiglio comunale, lamentele dei residenti sull’inquinamento acustico e luminoso, segnalazioni sul mancato rispetto dei diritti dei lavoratori e pure fallimenti tra le ditte fornitrici. Come faccia a stare in piedi il Barcellona dentro un simile caos è un bel dilemma. Un grosso dilemma. Così grosso che un giorno se ne accorge pure il Mundo Deportivo, chi lo sa, chi lo può sapere.
La Nazionale nella casa dei fantasmi
Prima di ributtarci sul campionato anima e corpo, sostanza e forma, logos e techne, eros e thanatos, salsicce e friarielli – vale la pena un attimo guardarsi intorno tenendo gli occhi sulla povera Nazionale reduce dalla sua notte benniana a Debrecen. Gli 11 gol della Norvegia alla Moldavia dovrebbero aver chiuso definitivamente gli occhi alla signorina Speranza che sussurrava l’invito a credere nel sorpasso in differenza reti. Ieri il sito di Sky Sport riferiva uno studio interessante che stava da qualche parte [ma adesso di corsa il link giusto non viene fuori], un algoritmo che individua le possibili avversarie dell’Italia al play-off. La faccenda – pure qua – vira verso il tragicomico grottesco, perché si va un possibile abbinamento con la Germania [2% di chance per ora] a uno con San Marino [6%] – e come sanno bene sia Thomas Muller sia Francesco De Gregori la differenza salta agli occhi, un po’ come tra il bufalo e la locomotiva. Il risvolto micidiale è un altro. Il caso si è divertito anche stavolta a nascondersi dietro la colonna e a fare buu per vedere le nostre facce. Tre delle quattro nazionali con più chance di incrociare l’Italia sono proprio le tre che hanno buttato fuori l’Italia dai Mondiali: l’Irlanda del nord nel 1958, la Svezia nel 2018, la Macedonia del nord nel 2022. Una specie di giro nella casa dei fantasmi.
[Oh nel frattempo il link è uscito dal mare di appunti dell’altro file. Lo studio è di Football Meets Data e Sky Sport ne parla qui]
Avendo ancora negli occhi i 26-27 minuti nei quali il povero Dimarco è stato messo in mezzo al palleggio degli israeliani in Ungheria, a Kickest sono stati presi dal dubbio che Gattuso possa avere a portata di mano una soluzione diversa. Per esempio affidarsi a Cambiaso, “più adatto di Dimarco alla nuova Italia”. In che senso? Nel senso che – scrive Francesco Zito – il 4-4-2 ha “messo a nudo i limiti dell’esterno nerazzurro ben mascherati dal sistema inzaghiano” andato “in costante apprensione quando chiamato a difendere nell’uno contro uno. Una situazione di imbarazzo che gli impedisce di fare ciò che gli riesce meglio: essere un fattore in chiave offensiva”. Kickest parla con nettezza di passaggio di testimone necessario sulla corsia di sinistra, dove Cambiaso ha “il peso atletico della doppia fase, più avvezzo a correre all’indietro e risalire il campo e più resistente quando puntato”.
Cambiaso è squalificato per Juve-Inter, altrimenti sarebbe stato un bel tema da guardare dentro la partita.
| Cosa pensa Capello dell’Italia e della Juve
➣ Sotto quale aspetto vede la mano del c.t.?
«Ho letto dichiarazioni di giocatori che confessavano di essere prima confusi e che ora sentono il dovere di dare una mano. Probabilmente non erano pronti ad affrontare tutte le partite con il giusto atteggiamento psicologico».
➣ Torna il campionato. Curioso di vedere la Juventus?
«Molto. Intanto ha ritrovato solidità difensiva con Bremer e Gatti. Aveva già una base solida a cui ha aggiunto energie con nuovi attaccanti, come David e Openda. È una squadra costruita molto bene, seguendo le indicazioni dell’allenatore: peraltro Tudor aveva avuto modo di conoscere meglio i giocatori nel corso del mondiale americano. E poi ha Vlahovic che, pur partendo dalla panchina, quando entra ha la fame di dimostrare il proprio valore».
➣ La mina vagante della manifestazione?
«Mi auguro sia la Juventus. In Europa come in Italia è una squadra nuova che può sparigliare le previsioni». – intervista di monica colombo, Corriere della sera
| Zenga si è convertito alla chiesa ortodossa
➣ Lei, per lavoro e per amore, ha vissuto in Romania. Darebbe un consiglio a Chivu, nella sua lingua?
«Quando si prende una squadra, non si può continuare sulla vecchia strada. Devi metterci del tuo. Vorbesc bine românește: parlo bene romeno. Mi sono anche convertito alla chiesa ortodossa per sposarmi».
➣ A Tudor cosa direbbe?
«Niente. Quando allenavo, mi incazzavo con chi mi diceva cosa fare senza sapere i problemi che avevamo. Di Chivu parlo solo perché lo conosco».
➣ Giocare, allenare, commentare in tv. Le ha provate tutte.
«Ho fatto il raccattapalle, il portiere, le pubbliche relazioni per l’Inter, l’allenatore in tanti Paesi, il direttore tecnico in Indonesia, il brand ambassador a Siracusa. Tutto tranne il panchinaro. Quello solo per qualche mese a Bordon». – intervista di franco vanni, Repubblica
| Di Canio invece crede ancora nel Napoli
➣ Di Canio, le gerarchie sono chiare a mercato chiuso?
«Tutti hanno preso qualcosa di importante, ma in poche hanno trovato titolari. Tra queste il Napoli, che vedo in pole. Perché quando vinci, se mantieni staff tecnico, società e allenatore in simbiosi, parti sempre avanti. Il Napoli ha trovato questa continuità, dovendo solo aggiungere pedine mirate».
➣ Ci è riuscito?
«Sì, forse è l’unica squadra che ha inserito profili europei subito pronti a essere titolari.
Conte è rimasto proprio perché ha capito che qui avrebbe potuto ricevere ciò che chiedeva. Per esempio De Bruyne, anche se alla sua età dovrà inserirsi in un contesto totalmente diverso da quello del City, ma è un campione che ha il dominio del gioco e lo controlla senza rincorrere l’avversario. Poi il Napoli è intervenuto subito dopo l’infortunio di Lukaku, è arrivato Hojlund, che sul mercato era quello che dovevi prendere, perché i più forti erano già stati presi, e a quelle cifre non si trovava altro. Ma è un grande colpo, conosce l’Italia, è giovane, ha fisicità». – intervista di nicola balice, La Stampa
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Dai campi
Il tempo del Brasile fragile
Primo posto: Argentina. Secondo posto: Ecuador. Terzo posto: Colombia. Quarto posto: Uruguay. Uhn. Scusate, e il Brasile dov’è? Che fine ha fatto il Brasile nelle qualificazioni sudamericane ai Mondiali di calcio? Quelle qualificazioni che un tempo assegnavano quattro posti, poi saliti a cinque, e nella versione XXL della prossima Coppa di Infantino a sei [più un settimo posto ai play-off]: dove si nasconde il Brasile?
Il Brasile ha chiuso al quinto posto dopo una sconfitta in Bolivia, la prima della gestione di Carlo Ancelotti, e Juan Lopesino su As si spinge a chiamarlo “il peggior Brasile della storia”. Addirittura. Nelle 18 partite del girone, il Brasile ha ottenuto otto vittorie, sei sconfitte e quattro pareggi. “Un record preoccupante – si legge – per una squadra abituata a dominare le qualificazioni”. Sulla strada per la Coppa del Mondo in Qatar, chiuse le qualificazioni con 45 punti, 17 in più rispetto alla fase appena conclusa. I 28 attuali producono la media punti più bassa di sempre.
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Interpreti
Le confessioni di Mbappé: vorrebbe dirsi stufo ma non può
L’Equipe Magazine si è rifatto il look. Intanto dopo 45 anni non esce più di sabato ma a metà settimana, resta in edicola tutta la settimana e ha una nuova grafica. Il primo numero nella sua nuova versione è uscito con una copertina dedicata a Kylian Mbappé, invitato in una intervista a parlare di sé e della sua vita privata, del suo rapporto con il mondo esterno e delle aspettative a cui deve far fronte. Frase del titolo: «La gente non mi conosce affatto». L’intervista si stende su 14 pagine, quattro sono di foto, una di pubblicità. È stata realizzata da Antoine Bourbon e dal direttore Matthias Gurler a Madrid, e precede un reportage da Bondy di otto pagine sul quartiere della sua infanzia, un incontro con sua madre Fayza Lamari [10 pagine], con suo padre Wilfried [sei pagine], un ritratto di nonna Christine [cinque pagine], una intervista a suo fratello Ethan [sei pagine], e poi il suo assistente personale [qui], il suo social media manager, il suo amico d’infanzia [qui], il direttore artistico di Dior che gli disegna non so che, 12 pagine di fotografie della sua infanzia. La sostanza della nuova versione del Magazine è che se non vi interessa leggere di Mbappé, questa settimana comprate un’altra cosa.
La conversazione con Kylian a un certo punto si è spostata sulla salute mentale, parlando di Tadej Pogacar e del disagio mostrato al Tour de France che poi avrebbe vinto. Lo scarso divertimento, la noia, la confessione di aver cominciato a contare i giorni fino al ritiro. Kylian Mbappé dice: «La complessità della questione è che la gente ha difficoltà a parlarne. Non bisogna darlo a vedere. Pogacar non ne ha parlato all’inizio, lo ha detto alla fine: quando ha vinto… Se lo avesse detto all’inizio, lo avrebbero massacrato. Ha aspettato che ci fosse un contesto ultra-favorevole, il picco della vittoria. Ma se avesse perso, lo avrebbe detto lo stesso?».
Allora gli hanno domandato se lui – lui Mbappé – si sente libero di dirsi casomai a suo modo stanco, o forse si dovrebbe dire stufo. «Posso dirlo a casa – è stata la sua risposta – o quando c’è il contesto giusto. Se vinco il Mondiale, se me lo chiedi tre giorni dopo, posso dirlo. Lì sei praticamente intoccabile. Se perdi una partita e dici così, ti dicono che ne stai parlando perché hai giocato uno schifo. Non importa che io mi sentissi in quel modo anche prima. Onestamente, se non avessi questa passione, il mondo del calcio mi avrebbe disgustato molto tempo fa». [L’intervista è tutta qui]
Un altro passaggio interessante nella lettura della rivista viene dalle pagine di mammà Fayza Lamari, quando dice che «ci sono momenti in cui Kylian è arrogante, certo. Ma voi siete lì per farlo cadere. Prendete la conferenza stampa con la nazionale francese di un anno fa. Quando ha risposto sul livello di gioco noioso dei Blues. Quando ho visto il caos che ha creato una volta riacceso il telefono dopo il pisolino, la mia prima reazione è stata quella di rimproverarlo per non aver tenuto la bocca chiusa. Ma ho cambiato idea. In quel momento non stava bene e aveva il diritto di dire quel che ha detto. Hai il diritto di essere incazzato». Prima di aggiungere che «quando sento che ha commesso errori di comunicazione, su, torniamo con i piedi per terra: non ha preso una triennale in comunicazione della crisi».
▥ Il quotidiano invece dedica la prima pagina e le successive tre all’intervista con Steve Mandanda, portiere, 40 anni, campione del mondo nel gruppo di Deschamps del 2018, una vita trascorsa al Vélodrome di Marsiglia. È l’intervista in cui annuncia il suo ritiro al calcio dopo un’ultima stagione a Rennes. Ci sono amici napoletani che ancora gli rimproverano di non aver fatto abbastanza su un certo tiro in porta del Borussia Dortmund in un’ultima giornata del girone di Champions 2013-14. Fu l’anno in cui il Napoli di Rafa Benitez uscì ai gironi per la classifica avulsa nonostante avesse messo insieme 12 punti. In realtà era stato fatale un autogol di Zuniga nel 2-1 dell’andata contro i tedeschi, ma il tifo è così. Tende a vedere le pagliuzze nell’occhio di Mandanda e non le travi di Zuniga.
▥ Abi Lyle ha rappresentato l’Irlanda alle Olimpiadi di Parigi nel dressage. Stamattina al Telegraph racconta di «essere sopravvissuta al mio compagno violento che poi ha ucciso un’altra donna». Nella sua drammatica confessione a Helen Brown, Lyle racconta di Jonathan Creswell che «ha maltrattato e distrutto donne nello stesso modo in cui maltrattava e distruggeva cavalli». Creswell è un ex fantino nordirlandese diventato allenatore. Lyle lo accusa di averla ripetutamente aggredita durante la loro relazione durata nove mesi nel 2008, prima di picchiare e strangolare a morte la ventunenne Katie Simpson nell’agosto 2020. Creswell si è suicidato dopo il primo giorno del processo nel marzo del 2021. L’intervista è per intero qui.
Lana Skeldon
Mentre L’Equipe dedica un reportage di due pagine alla cittadina di Exeter che ospiterà per la terza volta la Nazionale femminile francese di rugby ai Mondiali – quarti di finale contro l’Irlanda – [“una città senza eccessi”], il sito ufficiale del torneo si sofferma su Lana Skeldon, la tallonatrice con più presenze nella storia della Scozia, titolare in due delle tre partite del girone. “Quello che non potreste sapere di lei è che si tratta anche di una fotografa di talento”. La Scozia viaggerà per i quarti di finale contro l’Inghilterra a Bristol, dove Skeldon gioca ogni settimana per le Bears e dove si potranno pure ammirare le sue opere, in esposizione presso lo spazio storico di St. George in Great George Street.
Ha cominciato durante la pandemia, quel periodo nel quale tante e tanti di noi hanno scoperto di avere bisogni e desideri che se ne stavano in sonno da qualche parte. C’è chi ha scoperto un hobby, c’è chi ne ha scoperti due. Lana Skeldon si era data alla pasticceria. Ha cominciato a specializzarsi in torte e biscotti. Quando siamo usciti dai bunker delle nostre case, torte e biscotti hanno cominciato a entrare insieme a lei nel ritiro della nazionale per farli assaggiare alla compagne. Così è partito l’hobby numero due. Scattare foto. Alle torte, ai biscotti, a tutto il resto intorno. La macchina fotografica ha soppiantato il golf – che era una tentazione. I cani e “i pittoreschi dintorni degli Scottish Borders e di Bristol” sono tra i suoi soggetti preferiti.
Le altre quattro nazioni qualificate per i quarti di finale di sabato e domenica sono Nuova Zelanda vs Sudafrica e Canada vs Australia. Per la prima volta sono rappresentati quattro continenti.
Sirine Charaabi ai Mondiali di boxe
È sua la prima medaglia italiana ai Mondiali dilettanti di boxe che si tengono a Liverpool. Non si sa ancora di quale metallo. Charaabi si è qualificata per le semifinali battendo con verdetto unanime la turca Hatice Akbas, che era stata argento olimpico a Parigi e oro ai Mondiali 2022. Sabato sfida l’americana Yoseline Perez e si vedrà se sarà bronzo – o se potrà andare a battersi per l’oro e l’argento.
Di lei ha scritto Dario Torromeo sul suo sito Storie di Boxe. “Ha fatto un match perfetto. Sempre nella zona giusta, sempre in anticipo sull’altra. Ha boxato con ottima tecnica sia per linee interne, sia quando portava un destro di invito per poi doppiarlo con un sinistro lungo. Ha messo al tappeto, in apertura di terzo round la rivale. L’ha tenuta costantemente in scacco. Applausi. L’altra non era una qualunque. Si può ripetere un match perfetto? Spero proprio di sì”.
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La genesi della boxe femminile
Le donne con i guantoni hanno attraversato una strada lunga e senza rettilinei. La prima è stata Maria Moroni, aveva 24 anni quando nel 1999 si era dovuta tesserare prima in Croazia e poi in America perché in Italia le chiamavano ancora pugilesse per deriderle. Non esisteva un movimento, non esistevano regole, non esistevano nemmeno troppi sogni [7 GIUGNO 2021]
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Oggi
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