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#3 giorni ai Mondiali di pallavolo maschili
► INVIDIOSA DEI punteggi dell’hockey e della pallanuoto, la Nazionale di calcio ha vinto 5-4 contro Israele sul campo neutro di Debrecen, tra spalti semideserti e spettatori che hanno voltato le spalle all’inno israeliano. Il gol decisivo di Tonali nei minuti di recupero. La Croazia ha battuto nettamente Montenegro, colpo della Danimarca in Grecia.
◇ La Tunisia si è qualificata per i Mondiali. Vengono da nove campionati diversi sparsi nel mondo gli undici calciatori schierati titolari dal c.t. Sami Trabelsi contro la Guinea Equatoriale: vittoria per 10 al minuto 94 con gol di Mohamed Ali Ben Romdhane. Trabelsi era il capitano della Tunisia ai Mondiali del ‘98 in Francia. È la 18esima squadra qualificata per la Coppa, la seconda africana dopo il Marocco. Sarà la settima partecipazione, la Tunisia non ha mai passato il girone. Stasera potrebbe essere il momento giusto per l’Egitto di Mohamed Salah. Se batte il Burkina Faso è fatta.
◇ Il Bayer Leverkusen ha scelto il nuovo allenatore. Si tratta del 53enne danese Kasper Hjulmand, ex Ct della Danimarca fra 2020 e 2024.
◇ La Nazionale femminile di pallavolo è stata festeggiata al suo rientro dalla Thailandia all’aeroporto di Milano Malpensa. Sergio Mattarella ha invitato le azzurre al Quirinale.
◇ Dopo le dimissioni di Pozzecco, la Nazionale di basket chiamata a una nuova ripartenza nel suo ventennio grigio potrebbe affidarsi a Luca Banchi, l’ex coach della Virtus in uscita dal ruolo di c.t. della Lettonia.
Che sollievo, quello dell’armatura che scopre dentro di sé un cavaliere ancora vivo
David Grossman
La Erasmo da Rotterdam Football Club
Il duro lavoro crepuscolare e notturno. Come quello dei pipistrelli. Il duro lavoro delle partite al buio. Hai appena cambiato il tuo racconto alle 22.30 perché l’Italia si è fatta segnare due gol e si è fatta raggiungere dal 4-2 al 4-4. Non c’è l’epica dell’Azteca e di Italia-Germania. Non c’è Beckenbauer con il braccio al collo. Non c’è Gianni Rivera dalla nostra parte, e oggi di certo non lo terresti per tutto il primo tempo in panchina. Siamo a Debrecen, il campo neutro che porta il nome di un antibiotico contro la cistite, e al novantesimo tutto sta viaggiando al confine del grottesco. Tra un romanzo di Stefano Benni e un film di Paolo Villaggio. Hai appena abbassato di un voto tutte le pagelle. Hai appena scoperto che se pure Spalletti avesse portato Mancini in Norvegia, Rudy Krol sarebbe comunque un’altra cosa. T’è venuta finanche la tentazione di dar ragione a Luis Enrique e non a Pep Guardiola su Gigio Donnarumma. Stai cercando con un giro di parole la maniera di salvare Gattuso, anche se ha impiegato mezz’ora per capire come risistemare il centrocampo con l’uomo in meno, come aggiungere protezione davanti al povero Dimarco che gli israeliani prendevano in mezzo al loro palleggio. Gli israeliani – non Iniesta e Xavi.
Mentre schiere di ventenni a casa, tra un episodio e l’altro di una serie su Netflix si affacciano nelle stanze dei grandi per chiedere che fa l’Italia, il duro lavoro crepuscolare e notturno induce a credere che l’Italia si sta incamminando verso il rischio di non andare ai Mondiali, induce a crederlo con il 4-4 in Ungheria più seriamente che con lo 0-3 di Spalletti a Oslo perché così quasi sfuma pure il play-off – lasciando peraltro liberi i ventenni di prenotare già da adesso la casa a inizio luglio in Grecia.
Hai appena tolto gli avverbi e cambiato gli aggettivi, quando Sandrino Tonali decide che è arrivato il momento di rifare il lavoro daccapo. Calcia da una ventina di metri scarsi una palla che ha la consistenza di una burrata, un nonsense, una pezza di Lundini, e gli occupanti dell’area – giacché difensori sarebbe un’offesa sindacale – proprio come a suo tempo il portiere della canzone di De Gregori la fanno passare.
Così ricomincia la sarabanda e c’è di nuovo il mezzo voto da alzare nelle pagelle, la frase da cambiare, l’aggettivo da togliere. Per fortuna Ringhio nel racconto va bene, Ringhio è come il nero, sta bene su tutto.
| “Raggiunti dal 4-2 al 4-4 – considera Fabio Licari sulla Gazzetta – tutti o quasi tutti sarebbero andati nel pallone. Ma l’Italia no e questa è stata la grandezza di Gattuso, rivedibile tatticamente, anche perché ha avuto poco tempo per spiegare certe novità, ma bravissimo a trasmettere il suo carattere”.
Per inciso va detto che Sandrino Tonali fu il mvp del campionato 2022 vinto dal Milan, un calciatore di cui innamorarsi – e agli Europei dell’estate scorsa non c’era per squalifica. È poco per dire che sarebbe stato tutto diverso, è abbastanza per chiedersi chissà. Ringhio Gattuso, in piccolo, ha trovato in lui quel che Arrigo Sacchi trovò in Robibaggio nei dintorni di Boston trentuno anni fa, il tipo che con una giocata imprevista cambia la destinazione al viaggio di una squadra. Anche avere fortuna è una virtù, ma ora resta solo la nebbia di Belgrado e poi i bonus ce li siamo giocati tutti.
| Paolo Condò sul Corriere della sera parla di “una prestazione horror dell’intera fase difensiva, e meno male che tra i discutibili stravolgimenti della squadra di Bergamo non c’era il doppio centravanti, perché è stata la trazione anteriore a farci riemergere dalla buca. Kean e Retegui sono due belle ruote motrici, e Raspadori assai più di quella di scorta. Non abbiamo capito il passo indietro di Gattuso, che togliendo Calafiori ha rinunciato all’equilibrio dato dalla sua capacità di impostare il gioco salendo dalla difesa. Se voleva Mancini, Gattuso poteva spostare Calafiori terzino sinistro, la posizione dalla quale parte come regista aggiunto dell’Arsenal, non l’ultima squadra d’Europa. Dimarco davanti a lui al posto dell’acciaccato Zaccagni, e l’Italia avrebbe mantenuto l’impronta offensiva di Bergamo senza toccare altri equilibri”.
Una partita folle si può anche tramandare. Ci sono filosofi che sull’elogio della follia hanno costruito la loro immortalità. Ma la Erasmo da Rotterdam Football Club non esiste. Non ce la possiamo permettere.
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I temi del giorno
Cosa cambierà in Jannik Sinner
Ci sono novità, ci sono notti che per niente al mondo perderei, cantava Fabrizio De André trent’anni fa [il pezzo migliore della sua carriera]. Ora che la notte newyorchese è andata persa, novità ne mette in conto Jannik Sinner. C’è una frase che vale come annuncio ufficiale di lavori in arrivo.
«Sono stato molto prevedibile in campo, mentre lui ha cambiato il suo gioco. Non ho mai fatto un serve & volley, non ho usato molto la palla corta. Per affrontare Carlos devi uscire dalla tua comfort zone. Devo apportare qualche modifica: magari perderò qualche partita in più d’ora in poi, ma facendo dei cambiamenti per essere un giocatore più imprevedibile. Devo diventare un tennista migliore, alla fine è questo il mio obiettivo principale».
Può sembrare una frase da giocatore delle retrovie in classifica. In realtà è un atteggiamento che in questi giorni, in queste ore, abbiamo già visto in circuito a livelli altissimi. Cori Gauff ha cambiato coach alla vigilia degli US Open, torneo che ha vinto nel 2023. Si è affidata a un esperto di biomeccanica per cambiare gesti, posture e movimenti del suo servizio, il suo punto debole, una macchina di doppi falli con pochi altri precedenti.
Gauff ha messo in conto il sacrificio dello Slam di casa in cambio di una maggiore solidità in futuro. Ha scelto di re-imparare a guidare anziché continuare a correre come sa e spaccando ogni tanto un far, uno specchietto.
| Marco Iaria sulla Gazzetta spiega che “Sinner è diventato Sinner attivando la modalità robot: pressione asfissiante da fondocampo, da entrambi i lati, grazie alla costruzione di un dritto solidissimo che si è affiancato negli ultimi anni a un rovescio naturale, da primo della classe. I ritmi che Jannik riesce a imporre da fondocampo sono sufficienti per battere tutti. Tutti tranne Alcaraz, quando lo spagnolo è in giornata di grazia”.
Iaria mette per iscritto un paio di affermazioni che dentro la curva Sinner non si possono ripetere e aggiunge che esiste adesso “la necessità di apporre quelle varianti al gioco che a Carlos vengono da sempre naturali (ieri, addirittura, lo abbiamo visto utilizzare il dritto in chop, sublimando un colpo da amatore di circolo). L’azzurro non ha mai avuto la propensione per il gioco di volo, salvo che per lo schiaffo di dritto eseguito mirabilmente e che, ieri, proprio per le certezze venute a mancare, ha evitato di utilizzare. Dovrà lavorare sulle volée per capitalizzare quelle fasi di vantaggio territoriale che, altrimenti, rischiano di essere vanificate di fronte a un Alcaraz capace di coprire il campo come nessun altro. Sinner cercherà anche di migliorare lo slice di rovescio, allo scopo di spezzare il ritmo. E potrà essere utile giocare, a volte, parabole più alte con il dritto, proprio per dare all’avversario palle differenti da giocare (soluzione, questa, più efficace sulla terra). La finale di Flushing Meadows, però, è stata persa innanzitutto con il colpo di inizio gioco”.
Diego Nargiso, oggi commentatore dopo un Wimbledon jr vinto in singolare e una carriera da doppista titolare in Davis, ha detto a Massimo Calandri su Repubblica che il serve & volley «agli Us Open è stato usato in media solo nel 3% dei colpi. Quello che batte e viene a rete più spesso è Shelton (16%), poi Alcaraz (8%) e Djokovic (7%)». Sinner, invece: solo l’1%. «È un fondamentale che si deve allenare da bambini, e devi essere caratterialmente predisposto: ci vuole coraggio per buttarsi in avanti».
Marco Imarisio sul Corriere della sera ha scritto che però non sono molte le cose che Sinner deve aggiustare. “La ricerca di una maggiore varietà «alcaraziana» del suo gioco fa parte della corsa tra questi due campioni a migliorarsi l’un l’altro. Ma senza snaturare, e senza drammatizzare. L’unica cosa davvero da mettere a posto è la percentuale del servizio, che tende spesso ad abbandonarlo. Alla fine, sarà sempre una questione di centimetri. Sono belli uguali, sono forti uguali, ognuno a modo suo. Anche Jannik è un artista. Soltanto che la sua bellezza colpisce meno l’occhio, e richiede una maggiore attenzione a chi la guarda. Il tennis di Sinner non è solo un esercizio di potenza. Per colpire con quella pulizia servono appoggi sempre perfetti, la capacità di tagliare il campo per trovare sempre l’anticipo, serve una armonia nella meccanica dei gesti, tutte cose che nel tennis aderiscono alla definizione di arte. Essere più vistosi, non significa sempre essere più belli, o più forti”.
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Oggi è quel giorno in cui i numeri 2 ci piacciono
“Chi vince due tornei Slam all’anno non può essere processato. Né conta granché la classifica. Primo o secondo non fa differenza, tanto più per uno che è stato sulla prima poltrona per 65 settimane di fila, più di un anno. Conta il tennis che si produce sul campo, la passione che si regala al pubblico, contano le grandi sfide e i grandi tornei. La classifica è una questione determinata dagli algoritmi, e come tutti sanno, gli algoritmi non hanno anima” – di adriano panatta, Corriere della sera
Il set più bello di Alcaraz: lo dice zio NadaL
Come previsto da Mats Wilander prima del match, il servizio ha fatto la differenza. Su quello Alcaraz ha costruito il “miglior set che gli abbia mai visto giocare”. La definizione viene da zio Toni Nadal nella sua rubrica per El Pais. È del primo a Flushing Meadows che parla. “Anche se Sinner avesse dato il massimo, dubito che sarebbe stato in grado di competere con lui. Alcaraz era vicino alla perfezione, giocava a velocità elevatissima, ha commesso pochissimi errori e ha saputo variare il ritmo dei colpi quando la situazione lo richiedeva. Sinner ha detto che deve diventare più imprevedibile, un tennista migliore. Se è vero che vanta una solidità e una potenza straordinaria, è anche vero che dovrà impegnarsi a fondo per sorprendere Carlos, l’unico giocatore che al momento riesce a fare tutto. E a farlo bene”.
Dove attaccare Vingegaard alla Vuelta
Da quando la Vuelta si è messa in marcia da Torino, la UAE ha raccolto una serie di mazzi di fiori in giro tra Piemonte e Spagna, sette tappe vinte finora, ma senza riuscire a ridurre il vantaggio preso da Jonas Vingegaard con il suo primo attacco: 48 secondi. Juan Ayuso si è squagliato sulle prime montagne, sotto il peso di una relazione problematica con la squadra. Il rapporto era compromesso da quel giorno al Tour in cui soffrì la condizione di gregario di Pogacar. Alessandra Giardini ha raccontato di lui che “vuole diventare il corridore migliore del mondo. C’è soltanto un problema: il corridore migliore del mondo esiste già, è addirittura un suo compagno di squadra e ha appena quattro anni più di lui. Gli altri del gruppo sembrano essersi ormai arresi al potere assoluto di Tadej Pogacar. In questo periodo di assolutismo il destino ha scartato di lato e ci ha inviato Juan Ayuso”.
Ma questa ribellione dall’anno prossimo dovrà esercitarla altrove e sulle vette della Vuelta le gambe non hanno tenuto. L’altro capitano è Joao Almeida. Ha mandato in avanscoperta i suoi uomini più di una volta per destabilizzare i piani della Visma-Lease, ma quando tocca a lui piazzare lo scatto della differenza gli manca l’esplosività, forse gli manca l’esperienza, probabilmente gli mancano tutt’e due.
Questo sospetta l’inviato de L’Equipe Yohann Hautbois da Vigo, un nome che accarezza il ricordo della meravigliosa estate dell’Ottantadue. Alejandro Valverde, commissario tecnico della Spagna, vincitore della Vuelta nel 2009, non lo dà per spacciato e dice che Almeida ha dimostrato all’Angliru di poter competere.
Dopo l’ultimo giorno di riposo di ieri, oggi si riprende la marcia verso Madrid e si arriva in salita – la tappa più temuta dai corridori José quando si è reduci da 24 ore di stop. È una delle colonne su cui si fondano le nostre convinzioni di divaneur. Oggi Castro de Herville, domani l’attacco a El Morredero [8,8 km al 9,5%], sabato la tappa arriverà a Bola del Mundo [12,4 km all’8,6%] e lì sarà la resa dei conti definitiva. La Vuelta del 2015 fu decisa proprio al penultimo giorno, quando Tom Dumoulin persa la maglia roja a vantaggio di Fabio Aru.
Almeida è più fresco di Vingegaard. Ha lasciato il Tour de France alla nona tappa per una caduta al Mûr-de-Bretagne. Ora potrebbe essere un vantaggio. È la scommessa della UAE, una puntata sull’ipotesi che Vingegaard abbia una giornata negativa come a Hautacam. Per questo, promettono i d.s., continueranno ad attaccarlo ogni giorno, deve essere una corrida, continueranno a piazzare banderillas nel suo corpaccione da grosso toro – se gli animalisti non protestano per la metafora.
La Vuelta più politica di sempre
A proposito di proteste. Si avvia verso Madrid la Vuelta più politica che ci sia mai stata: bandiere della Palestina sulle strade, la Israel Premier-Tech costretta a togliere il nome del paese dalla maglia, arresti, insicurezza e un gruppo di ciclisti a cui si chiede di restare zitti. Così riassume Jordi Quixano su El Pais mettendo in fila tutte le manifestazioni dei giorni scorsi, dalla Catalogna all’Aragona, dalla Navarra fino a Bilbao, dove la situazione è degenerata, con “persone che hanno lanciato volantini e bandiere sull’asfalto, tafferugli tra attivisti e la Ertzaintza basca che hanno trasmesso ai ciclisti un senso di assoluta insicurezza”.
Il proprietario della Israel Premier-Tech, Sylvan Adams, ha dichiarato di non essere rimasto stupito. «È una regione nota per essere un bastione di attivisti di estrema sinistra e separatisti che amano protestare. Negli anni ’60 e ’70, l’organizzazione clandestina ETA era allenata con l’OLP. Non siamo rimasti sorpresi da questa accoglienza ostile , ma nonostante ciò non ho mai visto una tale dose di odio». Admas è milionario canadese, “amico intimo” dice El Pais del primo ministro israeliano, e “la sua squadra è uno strumento per ripulire l’immagine del Paese agli occhi dell’Occidente attraverso lo sport”.
Baschi o non baschi, anche nelle Asturie hanno protestato al passaggio dei corridori, costringendoli a fermarsi per mezzo minuto, tra insulti e pomodori lanciati sul pullman della squadra israeliana. L’UCI si è dichiarata inadatta a intervenire, almeno finché il CIO non avrà preso un provvedimento contro Israele analogo a quello preso con Russia e Bielorussia. Gli organizzatori hanno fatto pressioni sul team affinché si ritirasse, mentre il d.s. Óscar Guerrero difende la presenza in corsa: «Siamo una squadra privata che non dipende dallo Stato di Israele. Non possiamo ritirarci perché allora accadrebbe la stessa cosa in ogni competizione».
In Galizia sono state arrestate 10 persone, due delle quali al traguardo dopo diversi scontri con la polizia. Una doppia recinzione è stata montata per impedire l’ingresso in strada. Otto degli arresti, tra cui un settantenne, sono avvenuti a O Corgo, dove un uomo è riuscito a sfuggire alla polizia, è inciampato ed è caduto sull’asfalto, proprio come successo all’agente che tentava di fermarlo. Un inseguimento avvenuto proprio al passaggio dei ciclisti: sono andati a terra Javier Romo ed Edward Planckaert.
Gli uffici stampa dei team sono in ansia e lavorano affinché nessuno dei ciclisti parli. Nella maglia rossa di leader della corsa, due cose le ha dette Jonas Vingegaard. «Onestamente, sentiamo tutti cosa sta succedendo. Tutti coloro che protestano vogliono essere al centro dell’attenzione. Credono che la loro causa non sia ancora abbastanza nota, ed è per questo che continuano a protestare in questo modo; sono disperati. Qualunque cosa accada, continueranno sicuramente a farlo perché vogliono più attenzione». Ma Javier Guillén, direttore della Vuelta, dice che non sono proteste accettabili, non con questi modi.
Gli attivisti non hanno intenzione di fermarsi. El Pais riferisce che nuove azioni di protesta sono previste a Bola del Mundo sabato. Madrid non è lontana. L’accesso verrà limitato. La replica: «La solidarietà non è un crimine».
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Le analisi
Il caso Dembélé che divide il PSG dalla Francia
“I club hanno torto anche quando hanno ragione”
C’è Mbappé con una faccia furbatta sulla prima pagina de L’Equipe. Così la Francia si accosta alla partita di stasera contro l’Islanda, nel pieno di una crisi diplomatica fra il PSG e la federazione dopo gli infortuni a Dembélé e Doué contro l’Ucraina. In conferenza stampa Deschamps si è affrettato a correre ai ripari e a dire che il PSG non è un nemico della Nazionale, non è un avversario. Dirlo è diventato un’urgenza perché il PSG sta muovendo passi ufficiali [anche con la FIFA], ma soprattutto perché stasera la Francia rimette piede al Parco dei Principi, la tana dei campioni d’Europa. Un ritorno che era stato immaginato un filo diverso, invece è come avere Bruto a cena a casa dei familiari di Giulio Cesare.
Tuttavia, leggere l’editoriale di Vincent Duluc stamattina su L’Equipe aiuta a guardare le cose anche da un punto di vista differente. Dopo aver ironizzato sul fatto che la Francia stavolta prende in prestito anche il prato dal PSG senza alcun rischio di danneggiarlo più di quanto già non sia, Duluc ricorda che il PSG ha spesso comprato calciatori che la nazionale aveva rivelato, o ha beneficiato della promozione di giocatori che hanno brillato con Deschamps.
“La priorità del calcio francese – dice Duluc – è la qualificazione alla Coppa del Mondo, i due infortuni colpiscono la Nazionale, prima ancora del PSG. è sufficiente che Dembélé e Doué saltino le partite del mese prossimo in Islanda e contro l’Azerbaijan per aver perso più della metà delle partite di qualificazione alla Coppa del Mondo. È una circostanza più pesante per il calcio francese rispetto al vantaggio che il PSG avrà in classifica tra due mesi in Ligue 1, mentre la nuova Champions League – come già sperimentato – gli darà ancora tutto il tempo per qualificarsi alla fase successiva. Se comprendiamo appieno la rabbia del PSG, e se ci sembra ancora che far entrare Dembélé nell’intervallo a Breslavia sia stato un rischio inutile, avremo sempre la sensazione di difendere il calcio dei club dal calcio delle nazionali. Se avessimo lasciato fare ai club, oggi avremmo un campionato chiuso, nel più assoluto disprezzo per il resto del mondo: abbiamo capito da tempo che non possiamo contare su di loro per difendere l’interesse generale. È questo che nuoce alle loro lamentele, anche quando sono legittime”.
Oh, in ogni caso i Blues non sono sempre principeschi al Parc, “il giardino della generazione Platini, lo stadio della conquista di Euro 84, ma dove la nazionale ha spesso cercato la felicità in un campo incolto”. In partite ufficiali, la Francia ha perso al Parc quattro volte su sette dall’autunno del 1993, ben lontana dai suoi standard: contro Israele (2-3) e Bulgaria (1-2) nel 1993, con la Scozia (0-1) nel 2007, con l’Italia (1-3) nel 2024.
Su L’Equipe si può leggere pure che mettere in discussione Deschamps è una cosa deplorevole [lo dice il suo ex compagno di nazionale Bixente Lizarazu], che Olise è un numero 10 moderno che corre, ispira, incanta e sa far tutto, oppure che la famiglia Gudjohnsen è fornitrice di calciatori alla nazionale islandese da tre generazioni.
Zidane si sta preparando alla successione
Anche se discutere Deschamps è deplorevole, questa è comunque la sua ultima stagione da c.t. E nell’ombra si sta preparando alla successione Zinédine Zidane, la pazienza applicata al calcio, un uomo fuori dalla frenesia dei tempi. Ha scelto di restare senza squadra dall’estate del 2021 per aspettare la sua occasione in Nazionale, l’unico lavoro che gli interessi. Si è tenuto casto nel suo giardino come la sposa del Cantico dei Cantici, nell’attesa di unirsi a guance come aiuole di balsamo, labbra come gigli, occhi come colombe su ruscelli d’acqua. Zidane sa che i giocatori non vedono l’ora di lavorare con lui, scrive L’Equipe, non vedono l’ora di mettere le mani sulla maniglia del chiavistello, la mano nello spiraglio, entrare. Avrebbe dato la sua disponibilità a subentrare anche subito, secondo il giornale francese, ma il presidente federale Diallo non vuole affrettare i tempi.
In Francia sono spaventati dalla Spagna
So Foot si domanda se la Spagna non abbia vinto i Mondiali del 2026 prima ancora di cominciare, perché durante questa sosta ha travolto Turchia e Bulgaria. “La Roja è su un altro pianeta ed è la favorita per un Mondiale al quale non si è ancora nemmeno qualificata. Il centrocampista Mikel Merino sta diventando un bomber a 29 anni. Pedri segna doppiette. Mikel Oyarzabal è il centravanti di una squadra con nove gol segnati e nessuno subito, solo un piccolo problema [l’infortunio di Nico Williams] e tanto divertimento. Dominante come Carlos Alcaraz con la pallina gialla, l’assoluta conferma di essere in un mondo a sé stante. Gioca meglio di molti club e potrebbe vincere ogni partita 10-0”.
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Interpreti
Non vergognatevi di andare a giocare in Arabia
Arriva dalle colonne del giornale della gauche francese una lettura del calcio in chiave marxista dopo l’uscita di Adrien Rabiot da Marsiglia. Se ne occupa Luc Le Vaillant nella sua rubrica Chronique «Ré/Jouissances» dove racconta di essere contento di non essere un tifoso dell’Olympique. Scrive che la sua cessione lo avrebbe addolorato, perché si tratta di una nuova prova dell’inclinazione al commercio dei dirigenti di quel club.
“Il pilastro dell’Olympique non è stato trasferito al Milan per una lite nello spogliatoio. Questo tipo di discussioni si verificano spesso quando i post-partita si fanno più accesi. Il calcio è un mulino a vento di risentimenti. Rabiot è stato venduto perché ha faticato ad accettare un nuovo contratto e rischiava di andarsene a parametro zero, privando l’OM di un ritorno sull’investimento. Noterete che questo primo paragrafo è pieno di termini economici e finanziari. Perché il calcio del 2025 è diventato un sifone che risucchia i destini individuali e li sputa fuori ad alta velocità in base ai profitti sperati da organizzazioni sempre più remote, che possono appartenere a Stati esteri o avere dei club sussidiari. Non hanno più nulla a che fare con le associazioni senza scopo di lucro santificate dalla legge. Un inventario di questi sviluppi rendono il calcio una metafora stantia della globalizzazione, al tempo stesso minacciata dal ritorno dei confini e delle identità”.
Le Vaillant mette in fila un po’ di cose in effetti ormai acclarate e definisce il calcio “uno spettacolo con lavoratori temporanei che possono essere costretti a entrare in servizio e licenziati a piacimento, uno spettacolo una tantum con comparse che svolgono il ruolo di giocatori di supporto prima di essere mandati via. I club di seconda fascia sono coinvolti in una frenesia di trasferimenti, prestiti e scambi£. E chiude: “Per molto tempo, l’Europa ha dominato il gioco più sviluppato. I suoi club migliori hanno attratto i pezzi grossi del Sud del mondo, soprattutto dal Sud America e dall’Africa. Il cambiamento è iniziato. L’Arabia Saudita e i paesi del Golfo sono da tempo mete esotiche, la ghiottoneria per eccellenza di pensionati precoci con le ginocchia stanche. Ma ora i cacciatori d’oro ora vedono questi campionati di seconda categoria come possibili destinazioni quando sono ancora nel fiore degli anni. E peccato se si allontanano dal tradizionale centro dell’attenzione. Il denaro non ha odore quando le somme in gioco superano il limite. E non vediamo perché il giocatore che fa da materia prima dovrebbe astenersi dal rastrellare denaro”.
La scissione tra la persona Velasco e il personaggio
➣ Avete vinto due partite sporche, cosa ha fatto la differenza?
«Solo due palloni. Se in semifinale l’attacco di Gabi fosse stato 3 centimetri più alto o più a destra o a sinistra, probabilmente avrebbe fatto punto e in finale ci sarebbe andato il Brasile. Non mi piace la retorica secondo cui se si fanno le cose per bene, si vince. Si può anche perdere facendo tutto bene, solo perché l’avversario ha fatto un po’ meglio. Avere cultura sportiva significa accettare anche questo».
➣ Il suo time out nel tie break («Decidete cosa fare e fatelo bene») ha cambiato la storia della partita.
«Io faccio l’allenatore e cerco di mettere le ragazze nelle migliori condizioni per fare la loro parte. Ho sempre detto che le volevo autonome e autorevoli. Loro lo sono state».
➣ Sono fenomenali?
«Odio quell’aggettivo».
➣ Così lei è diventato l’invincibile Velasco.
«Io sono un bravo allenatore che allena una squadra forte. Gli invincibili esistono solo nella mitologia. Nella realtà esistiamo noi e i nostri personaggi. Personaggi che vivono di vita propria. Il mio, per esempio, dice cose che non ho mai detto, fa cose che non ho mai fatto, sembra possa riuscire in qualunque cosa. Ma chi fa bene il musicista non è detto che sia un buon direttore d’orchestra». – di pierfrancesco catucci, Corriere della sera
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Oggi
Guida allo sport in tv di oggi
Via ai quarti degli Europei di basket
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