A che punto siamo con il calcio in Italia per le donne

 

Le cifre della crescita nell’arco del decennio

Forse c’entrano qualcosa i tre anni di professionismo o forse non c’entrano niente, forse è la fioritura di una vecchia semina o forse il merito della cura nuova di un nuovo cittì, ma il calcio femminile italiano è arrivato alla prima semifinale europea in un torneo a 16 squadre proprio adesso, quando le calciatrici tesserate sono raddoppiate rispetto a sei anni fa e quando le tesserate tra i 10 e i 15 anni sono cresciute del 105%. 

Nella prima stagione dopo il lock-down, le bambine e le ragazzine italiane uscirono di casa affamate di pallone. Ci furono 11.278 nuove richieste di affiliazione. Vai a capire certi misteri. Il report Game on presentato nello scorso maggio è la fotografia di un movimento da 45.785 tesserate [2023-24] pronto a tagliare presto il traguardo delle 50.000. L’Italia è al sesto posto mondiale per incremento di praticanti fra 2019 e 2023, al 14esimo per numero assoluto di tesserate. L’estate di Cantore e Girelli è anche la prima in cui si sono qualificate per la fase finale dei loro tornei la Under-17 e la Under-19. I profili social delle azzurre hanno raddoppiato il numero di followers negli ultimi sei anni, dal primo Mondiale con Milena Bertolini a questa svolta arrivata con Andrea Soncin: la tecnica messa davanti a ogni cosa, brillantezza, cambi di gioco da una parte all’altra del campo. 

Uno studio dell’UEFA riportato nel Bilancio integrato della FIGC prevede che nel 2033 il monte ingaggi nella serie A italiana e il valore commerciale del movimento saranno cresciuti più di 7 volte. 

Questo piccolo passo per una donna e grande passo per le donne andrà a posarsi martedì sul pianeta delle campionesse in carica per la semifinale, l’Inghilterra che ieri sera ha ribaltato il risultato contro la Svezia. Le chiamano Leonesse. E allora le italiane come le dobbiamo chiamare?

Paolo Di Stefano sul Corriere della sera mette a confronto i codici del calcio maschile con lo stupore dell’altra sera a Ginevra, a cominciare dal cittì Soncin che parla al femminile. 

Lacrime poche nel calcio maschile, se si escludono quelle dovute alla rabbia di una sconfitta. Se là il pianto è segno di debolezza, qui è segno di forza. Come quello di Cristiana Girelli, la goleador e capitana, durante la conferenza stampa. Il richiamo alle nuove generazioni: «In Italia anche le donne possono giocare al calcio». Dicono che alcune delle giocatrici sul pullman che le portano allo stadio leggono (e leggono libri!): i maschi, si sa, in generale non leggono quasi più. «Non tornerei nel calcio giocato dagli uomini», dice Soncin, che non ha mai allenato in serie A e forse ha un punto di vista diverso rispetto a quello dei grandi club.

 

  |  parole  A Cristiana Girelli secca smettere proprio adesso

 ➣  Cosa le dispiace?

«Che smetterò sul più bello, il calcio femminile svolterà definitivamente. La Federazione investirà tantissimo, notti come quelle contro la Norvegia da straordinarie diventeranno ordinarie».

 ➣  Il primo pensiero a chi va?

«A quelle ragazze che non sono qui ma con cui abbiamo condiviso anni di battaglie. La semifinale fa piacere, certo, ma non l’abbiamo raggiunta per gloria personale».

 ➣  E per cosa?

«Per condividerla con le nostre compagne di viaggio e per tutte quelle bambine che oggi sognano di vivere ciò che stiamo vivendo noi». – intervista di simone golia, Corriere della sera

 

  |  parole  Andrea Soncin voleva fare il vigile urbano

 ➣  Come è nato il soprannome “Cobra”, che aveva da calciatore?

«Me l’ha dato Cosmi a Perugia, diceva che sulle palle vaganti in area di rigore arrivavo prima di tutti. A Lanciano in squadra c’era un mio omonimo, così da Soncin primo e secondo siamo passati a Sua Maestà, o Imperatore. Bei tempi, ma quello che sto vivendo adesso va oltre».

 ➣  Il suo primo ricordo con un pallone?

«Con una squadra dilettantistica di Vigevano: avevo 7 anni, accompagnai un amico che giocava lì e mi buttai in campo. Ero in jeans e camicia, non dimenticherò mai la reazione di mia madre quando tornai a casa tutto sporco».

 ➣  All’epoca voleva seguire le orme di suo padre.

«Era vigile urbano, di quelli con la moto. Iniziai a sognare di diventare poliziotto. Erano gli anni in cui in tv davano il telefilm Chips, fantasticavo sugli inseguimenti in moto. Per me papà era un eroe indistruttibile».  – intervista di andrea sereni, La Repubblica

 

  Repubblica: Baldini all’U21 è un calcio all’educazione  ➔  Maurizio Crosetti ha scritto: Per allenare i ragazzi su un campo di calcio non è richiesto essere Socrate o Gesù, ma forse sarebbe meglio non essere quello delle 67 bestemmie in una sola partita, quasi una al minuto escluso il recupero (Empoli-Salernitana, 2001), o quello che ha preso a calci un collega, Mimmo Di Carlo, dopo essere stato espulso in un Parma-Catania di serie A, stagione 2007/2008. Tra parentesi, non è che Silvio Baldini a livello di risultati sia una via di mezzo tra Vittorio Pozzo, Ancelotti e Guardiola. Forse il principale vivaio di una Nazionale in crisi spaventosa avrebbe avuto bisogno di un allenatore di maggiore equilibrio e di nervi più distesi.

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