Il calcio norvegese non è il paradiso che sembra

 

 

   

Così è il paradiso. Guardare l’inferno seduti in poltrona

Ascanio Celestini

 

  L’età media delle calciatrici d’élite in Norvegia è di 22,7 anni, significativamente inferiore a quella dei calciatori maschi (26,5). Una precocità che è una coperta corta. È un serbatoio di freschezza che ha consentito al paese di eccellere nell’attività internazionale nell’età delle pioniere.

Due titoli europei fra 1987 e 1993, un Un Mondiale vinto nel 1995, un oro olimpico a Sydney cinque anni più tardi. Ma poi qualcosa si è fermato, altre nazioni si sono messe a studiare, dal 2011 la Norvegia non ha più passato i quarti ai Mondiali e nelle ultime due edizioni degli Europei non aveva superato i gironi.

Uno studio pubblicato su Frontiers ha esaminato i fattori che portano le calciatrici norvegesi di spicco a iniziare presto la carriera, ma soprattutto a chiuderla in anticipo rispetto al resto d’Europa, a un’età relativamente giovane.

I risultati dell’indagine mostrano la faccia oscura della luna, come l’entusiasmo iniziale si traduca nel tempo in scarsa motivazione, difficoltà finanziarie, un elevato carico di stress, le lunghe pause da sopportare in caso di infortuni.

Il calcio delle donne è stato riconosciuto dalla federazione solo nel 1976. In precedenza, come in molti altri paesi, era accettato in termini folkloristici, partite-show. Nel 2019 in Norvegia si contavano 113.000 calciatrici tesserate e la federazione si diceva preoccupata per la loro età media bassa.

Lo studio Age of Peak Performance of Elite Women’s Soccer Players ha dimostrato che le squadre nazionali con un’età media più elevata della Norvegia hanno ottenuto risultati migliori dalle Olimpiadi di Londra 2012 in avanti.

Un quadro che secondo i ricercatori Connell e Messerschmidt si colloca nell’ambito della mascolinità egemonica. Sostengono che il calcio rappresenti ancora oggi, perfino in Norvegia, una sfera sociale per l’espressione della mascolinità.

Così quando arriva l’età adulta, le donne si tirano indietro, legittimando relazioni gerarchiche inique con gli uomini. Le giocatrici d’élite, d’altra parte – si legge nell’abstract dello studio – vivono condizioni peggiori per praticare il calcio. La mancanza di sicurezza finanziaria porta le donne a dare priorità all’istruzione e al lavoro.

I dati mostrano che un uomo della nazionale di calcio norvegese guadagna in media 640.000 euro in più all’anno rispetto a una donna. Senza parlare di Haaland. 

 


Il cyborg che sta cambiando il calcio di Guardiola


Sono stati individuati 13 fattori potenzialmente in grado di influenzare la motivazione a giocare a livello d’élite, ma “guadagnare con lo sport” è risultata tra le ragazze norvegesi l’ultima voce alla domanda su quali obiettivi e ambizioni avessero nel calcio. In un sondaggio condotto fra 102 calciatrici d’élite, solo il 2% aveva un contratto da professionista a tempo pieno. Le altre dipendevano da redditi derivanti da lavori esterni, borse di studio, un aiuto familiare. Così, viene naturale ritenere che il calcio femminile sia considerato in Norvegia uno sport d’élite, ma ancora amatoriale, privo di opportunità. 

    La squadra di oggi 

Oggi il maggior numero di presenze in nazionale è di Cecilie Fiskerstrand, la portiera, 58 prima di cominciare il torneo, a lungo riserva di Ingrid Hjelmseth. Quando nel 2022 era arrivato il suo turno, si è rotta il crociato. Nel mese di aprile, durante il ritiro, ha scoperto che il suo passaporto era in scadenza. Aveva bisogno di rinnovarlo ma il giorno prima di avviare la pratica, compilare documenti e scattare le foto, si è fatta un occhio nero in una partita con la Francia.

Tuva Hansen, difensora, è famosa più che altro per il suo cane, il cockapoo Vilja che su TikTok ha una pagina con 34 milioni di like. Suo padre è stato in nazionale. Il padre di Tuva, non il padre del cane.

Anche Marthine Østenstad è figlia d’arte, papà ha giocato con il Southampton, il Blackburn e il Manchester City, Lei da bambina voleva fare la ballerina, e poi si sa come vanno a finire certe cose. Viene da un periodo trascorso con un’ernia del disco. Thea Bjelde, 25 anni, è il motorino della squadra. Marit Bratberg Lund, il numero 2, è la perfetta incarnazione del modello studiato dai professori. Aveva 14 anni quando il FL Fart voleva farla esordire in serie A, ma la federazione si oppose. Emilie Woldvik ha un master in sistemi di energia rinnovabile preso presso l’Università di Oslo. Racconta di aver tenuto traccia degli eventi importanti della sua vita in un foglio di calcolo Excel. 

Questa cosa dei fogli di calcolo deve essere una specie di virus norvegese. Anche Frida Maanum [numero 18] segna dall’età di 14 anni i suoi progressi fra le celle. Mathilde Harviken la conosciamo: gioca nella Juve, mentre Maren Mjelde è la smentita ai dossier e gli studi. Ha 35 anni e sta nel giro da 18. Ha ceduto la fascia da capitana ad Ada Hergerberg, la prima Pallone d’oro femminile, capocannoniera di tutti i tempi nella Champions, oggi trentenne, tornata in nazionale dopo un autoesilio deciso nel 2022. Ha scoperto una nuova passione: gli scacchi. Quella di Guro Reiten è invece la pittura. Ha decorato le pareti di casa con le sue opere. Pare anche il soggiorno di sua madre. Non si hanno notizie della reazione.

 


Lo strano caso delle gemelle nella pallamano norvegese. E la portiera ha la bimba con sé ai Mondiali


Questo è il mondo che stasera sbarra la strada alle azzurre nei quarti di finale degli Europei, ma la Norvegia non fa più paura – scrive Simone Golia sul Corriere della sera. Fiori per Elena Linari. Ha discusso la tesi di laurea in Scienze motorie dalla camera dell’albergo. Andrea Sereni su Repubblica ha intervistato la portiera Laura Giuliani, dice che sente il desiderio di diventare presto mamma. È nel posto giusto. Il Milan è un club all’avanguardia. Lo racconta Marialaura Scatena su Domani. Il club rossonero ha presentato una policy specifica e all’avanguardia in Europa per la tutela della maternità delle atlete: la società fa scattare il rinnovo automatico per le giocatrici in caso di gravidanza nella stagione della scadenza contrattuale e promette garanzie anche per la prima infanzia di chi nasce.

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