Tour, tappa 9 | Quanto sono ancora vicini Pogacar e Vingegaard

        

La ribellione di Van der Poel al tran tran del Tour

A un certo punto, lungo la strada, Jonas Rickaert ha detto a Mathieu Van der Poel di sentirsi esausto, di non averne più. Erano in fuga da tanto per far saltare il banco ai velocisti in direzione Chateauroux, dove tre volte in passato aveva vinto Mark Cavendish e una volta perfino Mario Cipollini. Mathieu senza neppure guardarlo in faccia gli ha risposto che non poteva sentirsi esausto, si sa come vanno le fughe quando si è in due, ognuno ha bisogno dell’altro. 

Per giunta Jonas e Mathieu sono compagni di squadra, tutt’e due vestiti con la maglia blu dell’Alpecin. Hanno trasformato la parte iniziale della tappa in una specie di Coppa Bernocchi, quella cronometro a coppie che un tempo apparteneva alle classiche del ciclismo e adesso appartiene solo alla memoria degli over-cinquantenni. Il Tour ricorda diverse tappe in cui un gregario parte in fuga per farsi trovare davanti all’arrivo del capitano, tipo su una montagna. Fa parte ormai degli schemi canonici di una corsa. I primi a farlo furono Hinault e  Bernaudeau al Giro d’Italia, da Cles a Sondrio – o forse era solo la prima volta che ce lo raccontarono. 

Ma al modo di ieri, al modo inventato da Van der Poel per ribellarsi al copione della corsa, boh chi se lo ricorda mai. Giovanni Battistuzzi sul suo Giro di Ruota la chiama la mattata

Mathieu si era già fatto 143 km di fuga verso Vire Normandie l’altro giorno. Il suo record sono i 205 km verso Le Creusot nel 2021. 

Rickaert a tanto non è mai arrivato. A sei km dal traguardo si è lasciato andare come un naufrago. Van der Poel ha tirato dritto. I km della sua fuga sono diventati 174. Lo hanno ripreso a 700 metri dalla fine, il gruppo lo ha ingoiato dopo tanta fatica. 

L’immaginifico Alexandre Roos scrive su L’Équipe che non è facile incasellare Mathieu Van der Poel in uno schema, e non stiamo parlando delle sue spalle da buttafuori, quanto del suo status e dell’idea che ha del suo rango, un rango che gli impone di non lasciarsi intrappolare in schemi precostituiti o di piegarsi troppo alle convenzioni. Non ha una passione folle per il Tour de France, soffoca nella sua camicia di forza, un formato lungo che non gli si addice, tutti questi giorni in cui non ha nulla da giocarsi sono un’eresia per lui, quindi se proprio deve raggiungere Parigi, tanto vale divertirsi un po’ lungo il cammino. È abituato a dettare il ritmo, a rigirare le corse a suo favore secondo le sue esigenze e i suoi obiettivi, a non sottomettersi, e intende correre così anche al Tour de France. Nessuno gli toglierà la libertà. Si tratta di una sciocchezza, di un affronto alle strategie convenzionali, un’operazione suicida? E allora? Non è forse un bene?.

Fa qualcosa che non sta scritta da nessuna parte, commenta Dane Cash su Escape Collective, sta dando spettacolo. El Mundo aggiunge che ci sono sconfitte che ci esaltano, imprese per le quali non c’è bisogno di alzare le braccia. Mathieu Van der Poel è un vero e proprio uno contro tutti, un fenomeno forse mai visto nella storia del ciclismo. È coraggioso, è audace, è un prodigio. Sulla strada per Chateauroux, ha intitolato a sé una tappa che non ha vinto, un 13 luglio che rimarrà un’altra tacca nella sua leggenda.

Quando lo hanno ripreso, a quel punto è cominciato lo sprint. 

È cominciato in questo posto che Carlos Arriba su El Pais racconta con pochi campi di patate, cereali gialli, una brezza che a malapena sfiora le grosse pannocchie. Il suo nome compare solo nelle guide turistiche per pensionati. Consigliano, dopo aver riempito la borsa di campioni di latte idratante alle terme di La Roche Posay. Entrando a Châteauroux c’è un cartello che imita quelli del Ministero dei Lavori Pubblici francese e dichiara la città Cavendish City. 

Jonathan Milan ha interpretato lo sprint bene ma non benissimo. Ieri albatros, oggi gabbiano. In ogni caso non è un pulcino bagnato ha scritto Pier Luigi Stagi nelle sue pagelle per Tuttobici. Tim Merlier ha condotto la volata alla sua maniera, tutta in rimonta, a costo di starsene esposto al vento a centro strada e fare fatica doppia. 

Pogačar ha tagliato il traguardo da 26esimo e alle sue spalle – ventisettesimo – ma tu guarda: Jonas Vingegaard. Continuano a marcarsi, ma da oggi le strade smettono d’esser piatte come frittelle e cominciano le salite. 

La storia delle frittelle l’ha scritta David Walsh sul Times. Ha scritto pure – a proposito di MvdP – che il ciclismo fa sempre così: tributa un’ovazione da eroe a un corridore proprio perché non è un eroe. Lui lo è diventato nel giornalismo sportivo qualche anno fa, quando con le sue inchieste ha smascherato la fucina di menzogne che era diventato Lance Armstrong. 

La cartolina dal Tour a Slalom ieri è arrivata parlando di lui, ventiquattr’ore dopo la foto con la faccia di Alexandre Roos. Sono cartoline digitali spedite da Filippo Maria Ricci, inviato della Gazzetta alla corsa, suiveur al suo primo Giro di Francia. Quando al Tour incrocia uno dei totem di Slalom, gli porta i saluti e riferisce i suoi a Slalom. Si sta divertendo, si capisce dai pezzi che scrive, non resta fino agli Champs-Élysées, peccato, dopo il giorno di riposo torna a casa, ma nel frattempo va per formaggi e vini, si mescola alla folla, gira tra i caravan dei corridori, ieri ha scoperto la storia di due famiglie venute da Bergamo e da Milazzo per guardare le tappe del week-end. 

Viaggi della passione, per il ciclismo. I siciliani sono in tre: mamma, papà e Gianfranco, sprinter 16enne della Robur Barcellona, che adora Johnny. Sono partiti venerdì dalla Sicilia e domani tornano a casa: più o meno 5000 chilometri per vedere la volata di Milan.

Dove eravamo rimasti? Ah già. David Walsh. Racconta Walsh sul Times che quando venerdì Pogačar e Vingegaard hanno superato Oscar Onley e gli altri sul ripido Mûr de Bretagne, per la quattordicesima volta sono arrivati primo e secondo in una tappa. Il bilancio è di 11-3 a favore di Pogačar, ma la statistica più importante è che nei quattro Tour corsi sono 2-2 nelle maglie gialle a Parigi. Il punto, sottolinea Walsh, è che dopo nove giorni questo Tour è giunto a un bivio e la segnaletica indirizza i due verso il Massiccio Centrale, dove il clima rimarrà molto caldo e le sette salite di seconda categoria ci introdurranno alle montagne della seconda settimana. Ci sono motivi per credere che la rivalità non sia più quella di un tempo e che Pogáčar abbia raggiunto un livello irraggiungibile per Vingegaard.

Questo è il tema – ora che i velocisti e i fuggiaschi di giornata fanno un passo di lato. Quattro anni fa Vingegaard non avrebbe nemmeno dovuto partecipare al Tour. Tom Dumoulin si ritirò e gli chiesero di prendere il suo posto. Vingegaard attaccò Pogácar sul Mont Ventoux e lo mise sotto pressione. Fu il giorno in cui Pogácar capì che quel tipo sarebbe stato presto un avversario per la maglia gialla. La natura della rivalità si è acuita perché non si tratta più solo di loro due. Le loro squadre si contendono la supremazia e chiaramente non si sopportano

Michael Rasmussen, ex ciclista danese escluso dal Tour del 2007 quando indossava la maglia gialla, ritiene che i due più grandi corridori di questa generazione non siano più allo stesso livello e che Vingegaard abbia appena scoperto di essere capitato nel ciclismo in un’epoca storica in cui un marziano orbitava attorno alla Terra

Il marziano però ha perso il suo più fedele compagno di squadra, il migliore di tutti in salita. João Almeida si è rotto una costola ed è tornato a casa. La rivista Rouleur dice che Almeida non è mai stato un semplice gregario. Si è presentato al Tour come il luogotenente chiave del campione del mondo, il tipo di corridore che può snellire il gruppo, preparando Pogačar per un attacco. Ma era lui stesso un candidato per il podio. La sua stagione 2025 è stata esemplare e la migliore finora: le vittorie al Romandia, ai Paesi Baschi e al Giro di Svizzera dimostravano che era pronto non solo a supportare Pogačar, ma anche a lottare per un posto in classifica generale. Pogačar è ancora il grande favorito per indossare la maglia gialla sugli Champs-Élysées tra due domeniche. Ma l’abbandono del portoghese probabilmente cambierà il suo modo di correre e indebolisce il controllo della corsa da parte della UAE.

A Escape Collective scrivono che Pogacar è un corridore d’istinto, un aggressore naturale. Se sta anche solo prendendo in considerazione l’ipotesi di avere un atteggiamento difensivo, questo la dice lunga su cosa significasse Almeida per i suoi piani al Tour.

Se le cose stanno così, Roos scrive che dopo la ribellione di Van der Poel, ora ci aspettiamo quella di Jonas Vingegaard. 

 

L’anomalia del lunedì senza riposo

Dopo l’anomalia del week-end senza montagne e dedicato ai velocisti, oggi ne arriva un’altra. Il secondo lunedì del Tour è in genere un giorno di riposo, i corridori possono finalmente limitare le loro uscite in bici a una sgambate d’allenamento. Non quest’anno perché cade nel giorno della Bastiglia, la festa nazionale, il giorno più prestigioso per un francese per vincere una tappa. Per non rinunciarvi, gli organizzatori hanno posticipato il riposo a domani. Oggi si corre dunque per il decimo giorno di fila e si va all’arrivo con un dislivello di 4.450 metri attraverso il Massiccio Centrale.  Le vette non sono alte o lunghe come sui Pirenei, sono tutte tranne una di seconda categoria, nessuna di lunghezza superiore ai 5,1 km.

I primi quattro colli arrivano troppo presto, secondo la rivista Rouleur c’è una ragionevole probabilità che la fuga non parta prima della Côte de Berzet. Le pendenze più significative sono il 6,4% del Col de la Croix Saint Robert a 10 km dal traguardo, e forse i grandi si muoveranno là. Oppure potrebbero essere ancora più prudenti e attendere Puy de Sancy, 3,3 km di strappo con una pendenza media dell’8%, sufficiente a fare distacco. 

Tadej Pogačar è favorito, ma i francesi oggi una motivazione in più [Julian Alaphilippe, Valentin Madouas, Romain Grégoire, Aurélien Paret-Peintre], ma Rouleur aggiunge alla lista dei Golosi i nomi di Oscar Onley, Kévin Vauquelin, Matteo Jorgenson, Florian Lipowitz, Primož Roglič, Mattias Skjelmose, Ben Healy.

 

 

 KM 45.5   Clermont-Ferrand

Nel 2020 il Tour è tornato a Clermont-Ferrand dopo un’assenza di oltre trent’anni per un giorno di riposo e una tappa a Lione vinta da Soren Kragh Andersen. La città della Michelin, partner del Tour, è stata spesso utilizzata come trampolino di lancio verso i Pirenei. Il primo vincitore di una tappa a Clermont è stato un corridore legato alla città, Raphaël Geminiani, nato qui nel 1925 e morto qui l’anno scorso, sette tappe vinte, maglia gialla per quattro giorni nel 1958. 

Gianni Mura ha scritto: Geminiani è nato nel ’24 a Clermont Ferrand dove suo padre s’era trasferito, da Lugo di Romagna. I fascisti gli avevano incendiato l’officina da meccanico. Geminiani è stato tra quelli più vicini ad Anquetil, con giornalisti come Chany, scrittori come Blondin, tipi per cui la parola è parola e la sbronza sbronza. Geminiani in questi giorni non parla volentieri di Anquetil. Ha detto a Philippe Brunel: «Quando Jacques correva, molti francesi lo fischiavano, e gli organizzatori del Tour pur di farglielo perdere avevano accorciato le cronometro. Le hanno riallungate quand’è spuntato Hinault. A me va bene che si sia mobilitata Rouen, ma non stuzzicatemi, ho la pelle sensibile. Non posso dimenticare che l’addio al ciclismo Anquetil lo ha celebrato ad Anversa, non in Francia. E questo, basterebbe solo questo, oggi dovrebbe far vergognare parecchia gente»”.

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