Lo Slalom del 14 luglio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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#3  giorni agli Europei Under-23 di atletica leggera

     

►  JANNIK SINNER ha vinto il torneo di Wimbledon, ma non è una cosa passata sotto silenzio.

◇   Luka Modric è arrivato in Italia dopo aver salutato il Real Madrid. Firmerà con il Milan per un anno con opzione per una seconda stagione. 

◇  Il Chelsea ha battuto per 3-0 il PSG nella finale dei Mondiali dei club. 

◇   Marc Marquez ha vinto anche il GP al Sachsenring e pure stavolta davanti a suo fratello Alex. Terzo Bagnaia. Maverick Vinales è stato operato alla spalla: salterà il GP di Brno.

◇   Tim Merlier ha vinto la seconda volata nel week-end del Tour de France. Tadej Pogacar ha conservato la maglia gialla.

◇   Il Setterosa ha perso la seconda partita ai Mondiali contro l’Australia per 19-15. Oggi il Settebello contro la Serbia oro olimpico. 

 

 

   

La luna grava su tutto il nostro io

Alda Merini

Wimbledon

A una rivalità non si può sempre chiedere l’epica. Anche Bjorn Borg e John McEnroe, come Carlos Alcaraz e Jannik Sinner, ce ne diedero in abbondanza alla loro prima finale Slam. Ci riempirono gli occhi sull’erba di Wimbledon nel 1980 e ogni altra manifestazione successiva non è più stata all’altezza di quelle tre ore nelle quali Gianni Clerici scrisse di non essersi mai alzato per andare a fare la pipì. 

Jannik e Carlitos hanno scritto la loro pagina indimenticabile in comune un mese fa sulla terra rossa del Roland-Garros. Adesso a ciascuno toccherà scrivere la propria storia singola, personale, privata. Questo ha fatto Sinner sul centrale di Wimbledon, dove nessun italiano aveva mai vinto la Coppa consegnata dai reali d’Inghilterra. Sinner l’ha fatto da sopravvissuto, addirittura tre volte: alla squalifica di tre mesi, al ricordo della sconfitta francese durata in campo cinque ore e mezza e chissà quanto altro tempo fuori, l’ha fatto di nuovo in settimana superando l’idea di essere diventato vulnerabile anche agli altri, non solo a Carlitos, quando s’è trovato sotto di due set contro Grigor Dimitrov: quando cioè il suo angelo custode è intervenuto, gli ha fatto vincere la partita per il ritiro dell’altro ed è corso a prendersi le ali. 

Non si potrà mai perdonare a Sinner di aver trasformato in analisti di tennis certi solenni conoscitori dei braccetti e dei meccanismi del 3-4-3. Adesso spiegano com’è che da fondo campo, i piedi, il dritto, il rovescio, eccetera: fa comodo per il seo avere il nome di Jannik da qualche parte. 

Non si potrà mai perdonargli di aver portato nel tennis la logica del pallone che esige di mettere tra i nemici della nazione Elena Pero: Slalom avvertì per tempo del clima un anno fa [ma per fortuna adesso si stanno sollevando in tanti], il Post ha scritto diffusamente e in modo preciso cosa sta accadendo con il tennis in tv ai tempi di Jannik Sinner

Non si potrà mai perdonargli insomma quel che in fondo non dipende da lui, ma dal nostro rapporto con lui e con tutti i lui prima di lui: l’assenza di distanza, l’adesione acritica a ogni evento che lo riguardi, sentirsi partecipi di trionfi che invece sono soprattutto [soltanto] suoi. Il precedente Sinner è stato Marcell Jacobs: ve lo ricordate Marcell Jacobs? 

 |   Jonathan Liew sul Guardian ha scritto un bellissimo pezzo nel quale recupera alcune suggestioni dalla precedente carriera sciistica di Sinner: Sciare insegna equilibrio, flessibilità e resistenza, ma soprattutto insegna fiducia. C’è un momento in ogni scivolata, prima che entri in gioco l’attrito, in cui il corpo è praticamente in balia della polvere e della fisica. E i più grandi sciatori imparano che è quello il momento di mantenere la calma. Quando senti di cadere, continua a cadere. Quando senti di essere sull’orlo del disastro, continua ad andare avanti

Questo sarebbe successo, questo è successo, dopo la finale persa al Roland-Garros. L’ha raccontato Darren Cahill. Uscendo dalla sala giocatori per salire in macchina, Sinner si è fermato davanti a un grosso barattolo di caramelle gommose. La maggior parte dei giocatori ci passa davanti senza problemi per rispetto verso il proprio nutrizionista. Alcuni ne prendono una o due come dolcetto o souvenir. Sinner ha preso l’intero barattolo e ha distribuito caramelle al team. Fu in quel momento che Cahill capì che sarebbe andato tutto bene.

La parte successiva del suo intervento è più analitica e tecnica, altrettanto interessante. L’editorialista del Guardian fa notare che i giocatori dai quali Sinner ha perso nell’ultimo anno [Alcaraz, Bublik, Rublev, Medvedev, in fondo Dimitrov] hanno tutti in comune una certa imprevedibilità al limite del mutevole. Portate Sinner fuori dalla sua zona di comfort e avrete una chance. La zona di comfort di Sinner è forse il posto più scomodo che possa esistere nel tennis professionistico. Non c’è un mistero. Lì Sinner colpisce pulito, veloce, forte e lo farà per tutto il pomeriggio. Sinner ti porta in un tunnel di dolore, al punto che inizi a disperare di vedere la fine, forse addirittura di non vederla mai. Alcaraz ha solo una soglia del dolore più alta della maggior parte delle persone. Ha persino dominato il primo set con il suo caratteristico stile teatrale, piazzando un rovescio vincente in campo aperto mentre cadeva a terra come un ghepardo. Questo – dice allora Liew – è il meglio di Alcaraz: tennis ai confini del mondo, tennis che commuove, il tennis come un dialogo. Uno dei motivi per cui penso che gli piaccia così tanto l’erba è che gli restituisce qualcosa. Lui la calpesta e l’erba risponde, in modo diverso ogni volta. Ma dovremmo dare a Sinner il dovuto merito. I suoi colpi continuavano prendere le righe come proiettili di un cecchino. Il suo tennis è guerra, intimidazione, la fine di una discussione.

 |   La superficie e lo stato dell’erba sarebbero stati un fattore, a rileggere nel post partita quanto ha scritto alla vigilia zio Toni Nadal su El Pais: Negli anni precedenti al nostro arrivo nel circuito professionistico – ha scritto – il campo che ospitava la finale era solitamente molto usurato intorno alla rete. Qualche anno dopo, e se siete curiosi potete cercare le immagini della finale 2008 tra Federer e Rafa, il campo si poteva vedere devastato su tutta l’area di gioco: un’altra dimostrazione eloquente del tipo di tennis giocato. I giocatori avevano migliorato notevolmente la loro risposta, il serve and volley non era più una risorsa. Divenne necessaria una maggiore varietà e di conseguenza movimenti in tutto il campo con la conseguente usura diffusa. Queste condizioni favoriscono un gioco più veloce e meno strategico, una cosa che ostacola Carlos, su un campo più lento avrebbe maggiori opportunità di variare il suo approccio e non sarebbe costretto a uno scambio più costante e monotono.

 |   Joshua Robinson sul Wall Street Journal riconosce come la possibilità che Jannik Sinner e Carlos Alcaraz si affrontassero nella finale di Wimbledon era diventata un’ossessione per il tennis ben prima che mettessero piede sul Centre Court domenica. Era iniziata nel momento in cui avevano concluso il loro duello di 5 ore e mezza all’Open di Francia il mese scorso. Quella partita li aveva confermati senza ombra di dubbio come i due uomini che segneranno una nuova era nel tennis. La domanda era casomai se avremmo rivisto un altro spettacolo teso e brillante come il loro duello a Parigi. Non hanno deluso. Quando questi due si trovano a giocare sullo stesso campo, alcune cose sono garantite: livelli assurdi di inventiva da parte di Alcaraz, alcuni dei colpi da fondo campo più puri da parte di Sinner e uno standard di tennis brillante in entrambi. Per Sinner il titolo a Wimbledon è il raggiungimento dell’obiettivo di una vita, ma non il culmine di qualcosa. Questa serie è solo all’inizio.

 |   Alyson Rudd sul Times fa notare che nel giro di ventiquattr’ore la corona di Wimbledon si è posata sui capini dei due più nobili squalificati per positività all’anti-doping, ma calma calma non ci agitiamo, non ci sono croniste rosicone o nemiche della Nazione. Rudd vuole solo domandarsi cosa resterà di tutto questo tra cinquant’anni, quando le persone malate sfoglieranno i libri di storia e, dopo essersi meravigliate di come sia fatto ancora un libro, noteranno che i campioni del singolare maschile e femminile nel 2025 a Wimbledon hanno entrambi scontato delle squalifiche. Interessante, potrebbero pensare, e potrebbero essere spinti a guardare le riprese di entrambe le finali per cogliere l’imbarazzo tra gli ufficiali di gara o per sentire fischi da parte degli spettatori. I reati di doping sono nemici dello sport. Avvelenano le favole, ridicolizzano le migliaia di ore di allenamento di atleti puliti e ci fanno sentire degli zimbelli. Ma quando quel filmato verrà analizzato attentamente – continua la giornalista del Times – non ci sarà traccia di dissenso

Alyson Rudd lo scrive senza malanimo, non bisogna schierare il mamelico cuore contro di lei. Spiega che esistono a suo modo di vedere diverse ragioni per l’assenza di sopracciglia aggrottate e di emozioni contrastanti. In primo luogo entrambi hanno parlato di quanto sia stato terribile ritrovarsi nel sistema di controllo delle violazioni alle norme. Swiatek ha detto che la squalifica di un mese subita sette mesi fa è stata la peggiore esperienza della sua vita. Sinner ha affermato di essersi sentito fragile. Il Times ricorda che Jannik ha licenziato entrambi i responsabili, da un lato sembra una cosa spietata, dall’altro che scelta aveva? Sia Sinner sia Swiatek sarebbero potuti crollare e con loro la loro reputazione. Invece ne sono usciti feriti, ma più determinati a costruire una storia. Le trasgressioni sono state di lieve entità e le loro spiegazioni non erano bizzarre. Tutti commettiamo errori, quante volte ci siamo fermati a chiederci se abbiamo preso un antistaminico di troppo o dimenticato di assumere la dose giornaliera di vitamina D?

Il Times riassume alcune delle critiche giunte a Sinner da parte dei colleghi e si domanda che cosa Djokovic o qualsiasi altro giocatore di spicco avrebbe fatto diversamente? La durata della squalifica era in linea con le norme, la tempistica poteva essere diversa, ma chi non cercherebbe di evitare di essere squalificato per un torneo importante? Wimbledon – la conclusione del Times – ci ha dimostrato che gli appassionati di tennis credono che la punizione sia stata scontata e che non ci sarà più bisogno di asterischi nei libri di storiaScurdammoce ‘o passato. 

        Che cosa si dice in giro

▥  L’ULTIMO PUNTO   Stefano Semeraro, La Stampa: Alle 20 e 24 di una domenica di un azzurro caldo e brillante che non dimenticheremo mai, Carlos Alcaraz scheggia in rete una risposta, Jannik Sinner – il primo italiano capace di vincere Wimbledon in centocinquant’anni – alza le braccia al cielo, il cuore di una nazione si sbretella e tutti i ricordi, i rimpianti, le lacrime, le occasioni sciupate del nostro tennis improvvisamente svaniscono

▥  GENTE CHE IMMAGINAVA WIMBLEDON SENZA CHE NOI LO IMMAGINASSIMO  Mario Sechi, Libero: Lo scacchista che muove il fulmine ha vinto il torneo di Wimbledon. Eccolo qui, Jannik Sinner solleva la coppa dorata, sorride alla principessa Kate e compie il miracolo che non c’era, spalanca i cancelli della storia, è la prima volta di un giocatore italiano che alza il trofeo sul campo centrale. Sinner ha vinto, Alcaraz ha perso, il tennis ha trionfato e «il sogno dei sogni» è realtà. Quante infinite volte lo abbiamo immaginato questo momento?

▥  GLI OCCHI  Alberto Dalla Palma, Messaggero: Gli occhi di Jannik ora sono pieni di luce, non versano una lacrima: vederlo piegato sull’erba del Centrale battere le mani sul terreno è stato meraviglioso, finalmente anche l’Italia ha conquistato Wimbledon.

▥  IL BRACCIO   Adriano Panatta, Corriere della sera: Ho sentito Carlos Alcaraz lamentarsi con il suo team, «non riesco a tenerlo da fondo campo». Caspita che confessione, di quelle che sei pronto a fare solo quando sei disperato. I tennisti, quelli bravi, lo capiscono prima dove si sta andando a parare e lo spagnolo ha intuito che sotto la pressione cui lo sottoponeva Sinner, non sarebbe durato molto a lungo. Del resto, Jannik è uno specialista di questi trattamenti, il suo tennis è tambureggiante, non importa nemmeno quanto preciso. Semplicemente, alle velocità che lui si può permettere, la palla quasi non la vedi.

▥  COME CACINI  Piero Mei, Messaggero: E chi sei, Sinner?: lo si sentirà d’ora in poi. E’ la leggenda che s’impone, ora con il tono dell’ammirazione per un colpo di racchetta riuscito, di quelli che sfidano insieme la logica e la fisica, ora, invece, con il lob dell’ironia che scavalca il colpo di racchetta pretenzioso

▥ IMPARARE DALLE SCONFITTE Emanuela Audisio, Repubblica: Lo sport toglie e ridà. Ti accoltella e ti guarisce. Se pensi che basti sognare ti uccide, ma se ti metti a ricostruire ti passa i mattoni. Devi solo capire che le cose veramente belle della vita spettinano più delle righe.

▥  UN PICCOLO PASSO PER L’UOMO Gaia Piccardi, Corriere della sera: Il primo uomo sulla luna verde è allampanato, veste di chiaro come Neil Armstrong, il suo casco è un cappellino ben calcato in testa, si muove circospetto su un terreno che non conosce: nessun italiano prima di lui, infatti, l’aveva mai calpestato

▥  UN ADULTO Marco Imarisio, Corriere della sera: È stata la vittoria di un campione adulto contro un genio ancora bambino

▥  PRENDERE SERIAMENTE GLI APPELLI Massimo Gramellini, Corriere della sera: Non mi sottraggo al rischio, rievocando i miei maestri Gianni Clerici e Rino Tommasi, che durante l’edizione del 2000, mentre si festeggiava come un trionfo l’uscita di Pozzi agli ottavi di finale, fecero un appello scherzoso alle mamme italiane affinché si decidessero a mettere al mondo un tennista in grado di vincere il torneo più importante del mondo. Chissà se la signora Siglinde Sinner era davanti alla tv, quel giorno. Sta di fatto che l’anno dopo avrebbe esaudito la richiesta.

▥   QUELLA DELICATA FACCENDA DEI CONFINI   Piero Valesio, Domani: Per vent’anni ci siamo stracciati le vesti pensando che Roger Federer era nato poco più di 100 chilometri a nord dei nostri confini: stavolta ci è andata bene perché il fenomeno è nato pochi metri prima di quel confine.

▥   IL SUPPLENTE DEL CALCIO  Federico Ferri, Sky Sport: Oggi Sinner è la Nazionale. Domenica 13 luglio 2025, come domenica 11 luglio 1982, come domenica 9 luglio 2006, la urla dietro le persiane, la gente davanti alle tv in spiaggia e sulle terrazze, con il cuore in gola: come con l’Italia ai Mondiali, lo stesso effetto.

  |  parole  Sandro Veronesi

➣  Che cosa significa essere predestinato?

«Avere la coscienza di lasciare il posto dove sei cresciuto, la famiglia e la disciplina dove sai di essere bravo. E se ce l’hai, sai che lo fai per una sola ragione. E lo sai già a quell’età. Quello che voglio dire è che Sinner sapeva già a 14 anni che avrebbe potuto vincere Wimbledon».

➣  Non è così per tutti?

«No. Cobolli che sarebbe potuto diventare un calciatore, non aveva questa mentalità. Poi certo, se arrivi ai quarti di Wimbledon ci pensi. Ma poi, non prima come Sinner».

➣  Che cosa ha di italiano e di internazionale Sinner?

«C’è voluto un milione di morti per assicurare quella terra all’Italia. Quindi lui, come Thoeni e come Dibiasi per esempio, è arci italiano».  – intervista di paolo brusorio, La Stampa

Povero Dimitrov, chissà cosa pensa

Chissà se potrà dimenticare Grigor Dimitrov nel suo letto d’ospedale, dove è stato operato ai muscoli pettorali lacerati sul campo centrale di Wimbledon quando era avanti due set a zero su Jannik Sinner negli ottavi di finale del torneo. Chissà se sta pensando: 1] avevo quasi battuto il campione – oppure addirittura 2] non saprò mai se al suo posto potevo esserci io. 

Alessandro Catapano sul Foglio ha scritto: Siccome siamo gente onesta e di buon cuore, davanti al cappuccino riserveremo un pensiero gentile anche a San Gregorio Dimitrov e ai suoi muscoli fragili, che siano benedetti, ora e sempre. Come si diceva ai nostri tempi, nella vita meglio nascere fortunati che ricchi. Che tanto ricchi poi ci diventano lo stesso. Ma a quelli come Sinner, che Dio glieli accresca.

Se non altro la Bulgaria si consola con Ivan Ivanov, primo ragazzino a vincere il torneo jr diciassette anni dopo Dimitrov. Ivan Ivanov è come se fosse Bianco Bianchi, stamattina si è svegliato felice ma in realtà dovrebbe essere allarmato dal fatto che l’ultimo jr con la coppa di Wimbledon ad aver vinto il torneo pure da adulto è stato Roger Federer [1998] e prima di lui Stefan Edberg [1983] e Pat Cash [1982]. 

 

  Aboliamo il let

Nell’anno in cui Wimbledon si è dato all’occhio artificiale per sostituire i giudici di linea, dopo decenni di racchette di grafite, kevlar e titanio al posto del legno, una volta digerite le palline gialle al posto di quelle bianche e le corde in fibra sintetica al posto del budello, secondo la lettrice del Wall Street Journal Merrill Horne, da Arlington, Virginia, pare che sia arrivato il momento per una nuova sterzata: l’abolizione del let. Bisogna cambiare la regola e dare per buono ogni servizio che tocca la rete e finisce comunque nel quadrante in modo legittimo e giocabile. Una deregulation che prenda a modello la pallavolo.

Le partite scorrerebbero più velocemente e gli imprevedibili rimbalzi sulla parte superiore della rete ravviverebbero le partite. Segue discussione nei commenti, dove un certo signor Paul Mc risponde che in effetti i due minuti risparmiati permetterebbero di andare a cena prima. 


  

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I temi del giorno

 

        

Quanto sono ancora vicini Pogacar e Vingegaard

A un certo punto, lungo la strada, Jonas Rickaert ha detto a Mathieu Van der Poel di sentirsi esausto, di non averne più. Erano in fuga da tanto per far saltare il banco ai velocisti in direzione Chateauroux, dove tre volte in passato aveva vinto Mark Cavendish e una volta perfino Mario Cipollini. Mathieu senza neppure guardarlo in faccia gli ha risposto che non poteva sentirsi esausto, si sa come vanno le fughe quando si è in due, ognuno ha bisogno dell’altro. 

Per giunta Jonas e Mathieu sono compagni di squadra, tutt’e due vestiti con la maglia blu dell’Alpecin. Hanno trasformato la parte iniziale della tappa in una specie di Coppa Bernocchi, quella cronometro a coppie che un tempo apparteneva alle classiche del ciclismo e adesso appartiene solo alla memoria degli over-cinquantenni. Il Tour ricorda diverse tappe in cui un gregario parte in fuga per farsi trovare davanti all’arrivo del capitano, tipo su una montagna. Fa parte ormai degli schemi canonici di una corsa. I primi a farlo furono Hinault e  Bernaudeau al Giro d’Italia, da Cles a Sondrio – o forse era solo la prima volta che ce lo raccontarono. 

Ma al modo di ieri, al modo inventato da Van der Poel per ribellarsi al copione della corsa, boh chi se lo ricorda mai. Giovanni Battistuzzi sul suo Giro di Ruota la chiama la mattata

Mathieu si era già fatto 143 km di fuga verso Vire Normandie l’altro giorno. Il suo record sono i 205 km verso Le Creusot nel 2021. 

Rickaert a tanto non è mai arrivato. A sei km dal traguardo si è lasciato andare come un naufrago. Van der Poel ha tirato dritto. I km della sua fuga sono diventati 174. Lo hanno ripreso a 700 metri dalla fine, il gruppo lo ha ingoiato dopo tanta fatica. 

L’immaginifico Alexandre Roos scrive su L’Équipe che non è facile incasellare Mathieu Van der Poel in uno schema, e non stiamo parlando delle sue spalle da buttafuori, quanto del suo status e dell’idea che ha del suo rango, un rango che gli impone di non lasciarsi intrappolare in schemi precostituiti o di piegarsi troppo alle convenzioni. Non ha una passione folle per il Tour de France, soffoca nella sua camicia di forza, un formato lungo che non gli si addice, tutti questi giorni in cui non ha nulla da giocarsi sono un’eresia per lui, quindi se proprio deve raggiungere Parigi, tanto vale divertirsi un po’ lungo il cammino. È abituato a dettare il ritmo, a rigirare le corse a suo favore secondo le sue esigenze e i suoi obiettivi, a non sottomettersi, e intende correre così anche al Tour de France. Nessuno gli toglierà la libertà. Si tratta di una sciocchezza, di un affronto alle strategie convenzionali, un’operazione suicida? E allora? Non è forse un bene?.

Fa qualcosa che non sta scritta da nessuna parte, commenta Dane Cash su Escape Collective, sta dando spettacolo. El Mundo aggiunge che ci sono sconfitte che ci esaltano, imprese per le quali non c’è bisogno di alzare le braccia. Mathieu Van der Poel è un vero e proprio uno contro tutti, un fenomeno forse mai visto nella storia del ciclismo. È coraggioso, è audace, è un prodigio. Sulla strada per Chateauroux, ha intitolato a sé una tappa che non ha vinto, un 13 luglio che rimarrà un’altra tacca nella sua leggenda.

Quando lo hanno ripreso, a quel punto è cominciato lo sprint. 

È cominciato in questo posto che Carlos Arriba su El Pais racconta con pochi campi di patate, cereali gialli, una brezza che a malapena sfiora le grosse pannocchie. Il suo nome compare solo nelle guide turistiche per pensionati. Consigliano, dopo aver riempito la borsa di campioni di latte idratante alle terme di La Roche Posay. Entrando a Châteauroux c’è un cartello che imita quelli del Ministero dei Lavori Pubblici francese e dichiara la città Cavendish City. 

Jonathan Milan ha interpretato lo sprint bene ma non benissimo. Ieri albatros, oggi gabbiano. In ogni caso non è un pulcino bagnato ha scritto Pier Luigi Stagi nelle sue pagelle per Tuttobici. Tim Merlier ha condotto la volata alla sua maniera, tutta in rimonta, a costo di starsene esposto al vento a centro strada e fare fatica doppia. 

Pogačar ha tagliato il traguardo da 26esimo e alle sue spalle – ventisettesimo – ma tu guarda: Jonas Vingegaard. Continuano a marcarsi, ma da oggi le strade smettono d’esser piatte come frittelle e cominciano le salite. 

La storia delle frittelle l’ha scritta David Walsh sul Times. Ha scritto pure – a proposito di MvdP – che il ciclismo fa sempre così: tributa un’ovazione da eroe a un corridore proprio perché non è un eroe. Lui lo è diventato nel giornalismo sportivo qualche anno fa, quando con le sue inchieste ha smascherato la fucina di menzogne che era diventato Lance Armstrong. 

La cartolina dal Tour a Slalom ieri è arrivata parlando di lui, ventiquattr’ore dopo la foto con la faccia di Alexandre Roos. Sono cartoline digitali spedite da Filippo Maria Ricci, inviato della Gazzetta alla corsa, suiveur al suo primo Giro di Francia. Quando al Tour incrocia uno dei totem di Slalom, gli porta i saluti e riferisce i suoi a Slalom. Si sta divertendo, si capisce dai pezzi che scrive, non resta fino agli Champs-Élysées, peccato, dopo il giorno di riposo torna a casa, ma nel frattempo va per formaggi e vini, si mescola alla folla, gira tra i caravan dei corridori, ieri ha scoperto la storia di due famiglie venute da Bergamo e da Milazzo per guardare le tappe del week-end. 

Viaggi della passione, per il ciclismo. I siciliani sono in tre: mamma, papà e Gianfranco, sprinter 16enne della Robur Barcellona, che adora Johnny. Sono partiti venerdì dalla Sicilia e domani tornano a casa: più o meno 5000 chilometri per vedere la volata di Milan.

Dove eravamo rimasti? Ah già. David Walsh. Racconta Walsh sul Times che quando venerdì Pogačar e Vingegaard hanno superato Oscar Onley e gli altri sul ripido Mûr de Bretagne, per la quattordicesima volta sono arrivati primo e secondo in una tappa. Il bilancio è di 11-3 a favore di Pogačar, ma la statistica più importante è che nei quattro Tour corsi sono 2-2 nelle maglie gialle a Parigi. Il punto, sottolinea Walsh, è che dopo nove giorni questo Tour è giunto a un bivio e la segnaletica indirizza i due verso il Massiccio Centrale, dove il clima rimarrà molto caldo e le sette salite di seconda categoria ci introdurranno alle montagne della seconda settimana. Ci sono motivi per credere che la rivalità non sia più quella di un tempo e che Pogáčar abbia raggiunto un livello irraggiungibile per Vingegaard.

Questo è il tema – ora che i velocisti e i fuggiaschi di giornata fanno un passo di lato. Quattro anni fa Vingegaard non avrebbe nemmeno dovuto partecipare al Tour. Tom Dumoulin si ritirò e gli chiesero di prendere il suo posto. Vingegaard attaccò Pogácar sul Mont Ventoux e lo mise sotto pressione. Fu il giorno in cui Pogácar capì che quel tipo sarebbe stato presto un avversario per la maglia gialla. La natura della rivalità si è acuita perché non si tratta più solo di loro due. Le loro squadre si contendono la supremazia e chiaramente non si sopportano

Michael Rasmussen, ex ciclista danese escluso dal Tour del 2007 quando indossava la maglia gialla, ritiene che i due più grandi corridori di questa generazione non siano più allo stesso livello e che Vingegaard abbia appena scoperto di essere capitato nel ciclismo in un’epoca storica in cui un marziano orbitava attorno alla Terra

Il marziano però ha perso il suo più fedele compagno di squadra, il migliore di tutti in salita. João Almeida si è rotto una costola ed è tornato a casa. La rivista Rouleur dice che Almeida non è mai stato un semplice gregario. Si è presentato al Tour come il luogotenente chiave del campione del mondo, il tipo di corridore che può snellire il gruppo, preparando Pogačar per un attacco. Ma era lui stesso un candidato per il podio. La sua stagione 2025 è stata esemplare e la migliore finora: le vittorie al Romandia, ai Paesi Baschi e al Giro di Svizzera dimostravano che era pronto non solo a supportare Pogačar, ma anche a lottare per un posto in classifica generale. Pogačar è ancora il grande favorito per indossare la maglia gialla sugli Champs-Élysées tra due domeniche. Ma l’abbandono del portoghese probabilmente cambierà il suo modo di correre e indebolisce il controllo della corsa da parte della UAE.

A Escape Collective scrivono che Pogacar è un corridore d’istinto, un aggressore naturale. Se sta anche solo prendendo in considerazione l’ipotesi di avere un atteggiamento difensivo, questo la dice lunga su cosa significasse Almeida per i suoi piani al Tour.

Se le cose stanno così, Roos scrive che dopo la ribellione di Van der Poel, ora ci aspettiamo quella di Jonas Vingegaard. 

 

L’anomalia del lunedì senza riposo

Dopo l’anomalia del week-end senza montagne e dedicato ai velocisti, oggi ne arriva un’altra. Il secondo lunedì del Tour è in genere un giorno di riposo, i corridori possono finalmente limitare le loro uscite in bici a una sgambate d’allenamento. Non quest’anno perché cade nel giorno della Bastiglia, la festa nazionale, il giorno più prestigioso per un francese per vincere una tappa. Per non rinunciarvi, gli organizzatori hanno posticipato il riposo a domani. Oggi si corre dunque per il decimo giorno di fila e si va all’arrivo con un dislivello di 4.450 metri attraverso il Massiccio Centrale.  Le vette non sono alte o lunghe come sui Pirenei, sono tutte tranne una di seconda categoria, nessuna di lunghezza superiore ai 5,1 km.

I primi quattro colli arrivano troppo presto, secondo la rivista Rouleur c’è una ragionevole probabilità che la fuga non parta prima della Côte de Berzet. Le pendenze più significative sono il 6,4% del Col de la Croix Saint Robert a 10 km dal traguardo, e forse i grandi si muoveranno là. Oppure potrebbero essere ancora più prudenti e attendere Puy de Sancy, 3,3 km di strappo con una pendenza media dell’8%, sufficiente a fare distacco. 

Tadej Pogačar è favorito, ma i francesi oggi una motivazione in più [Julian Alaphilippe, Valentin Madouas, Romain Grégoire, Aurélien Paret-Peintre], ma Rouleur aggiunge alla lista dei Golosi i nomi di Oscar Onley, Kévin Vauquelin, Matteo Jorgenson, Florian Lipowitz, Primož Roglič, Mattias Skjelmose, Ben Healy.

 

 KM 45.5   Clermont-Ferrand

Nel 2020 il Tour è tornato a Clermont-Ferrand dopo un’assenza di oltre trent’anni per un giorno di riposo e una tappa a Lione vinta da Soren Kragh Andersen. La città della Michelin, partner del Tour, è stata spesso utilizzata come trampolino di lancio verso i Pirenei. Il primo vincitore di una tappa a Clermont è stato un corridore legato alla città, Raphaël Geminiani, nato qui nel 1925 e morto qui l’anno scorso, sette tappe vinte, maglia gialla per quattro giorni nel 1958. 

Gianni Mura ha scritto: Geminiani è nato nel ’24 a Clermont Ferrand dove suo padre s’era trasferito, da Lugo di Romagna. I fascisti gli avevano incendiato l’officina da meccanico. Geminiani è stato tra quelli più vicini ad Anquetil, con giornalisti come Chany, scrittori come Blondin, tipi per cui la parola è parola e la sbronza sbronza. Geminiani in questi giorni non parla volentieri di Anquetil. Ha detto a Philippe Brunel: «Quando Jacques correva, molti francesi lo fischiavano, e gli organizzatori del Tour pur di farglielo perdere avevano accorciato le cronometro. Le hanno riallungate quand’è spuntato Hinault. A me va bene che si sia mobilitata Rouen, ma non stuzzicatemi, ho la pelle sensibile. Non posso dimenticare che l’addio al ciclismo Anquetil lo ha celebrato ad Anversa, non in Francia. E questo, basterebbe solo questo, oggi dovrebbe far vergognare parecchia gente»”.

 

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Dai campi

 

L’Inghilterra avanti, fuori l’Olanda

Insieme con la Francia avanza dunque ai quarti di finale l’Inghilterra, in virtù dei sei gol a uno segnati contro il Galles e dei cinque subiti contemporaneamente dall’Olanda. Vanno fuori le signore con la maglia arancione, campionesse d’Europa due edizioni fa. Olanda e Danimarca sono le semifinaliste del passato esclude da questo torneo prima dei quarti di finale: al via da mercoledì. 

L’Équipe ha dedicato la prima pagina alla sua Nazionale e a questa corsa programmata per vincere una maledizione: nonostante la grandezza del Lione e le sue otto Coppe dei Campioni, la nazionale di Francia non ha mai giocato neppure una finale. Sabato prossimo: quarti di finale contro la Germania. L’Olanda era andata in vantaggio, ma l’ingresso di Grace Geyoro in sostituzione di Toletti ha trasformato le Blues spiega il giornale francese. 

Due minuti dopo la sostituzione, Katoto ha pareggiando diventando la quinta miglior marcatrice nella storia delle Blues con 40 gol in 58 presenze. In pagella ha preso un bel 7, ma la migliore è stata l’ala Delphine Cascarino [8], per niente imparentata con il famoso Tony, figlia invece di un papà italo-francese e madre della Guadalupa. Delphine ha una sorella gemella, Estelle, fuori dalle convocate per il torneo a causa di un infortunio a un legamento crociato. Ha iniziato giocando a rugby. Papà fa lo scrittore e sceneggiatore. Ha realizzato una striscia a fumetti ispirata in parte alle carriere delle figlie.

Oh, insomma. Con i sei gol al Galles, l’Inghilterra campione in carica ha evitato di uscire dal torneo, ma la BBC si sta chiedendo se la squadra sia pronta per affrontare la Svezia. La fase a gironi ha messo in luce il meglio e il peggio dell’Inghilterra. La Francia ne ha sfruttato le debolezze difensive, Lauren James si è distinta per le sue qualità individuali, Ella Toone ha mostrato il suo valore fra le titolari, Alessia Russo è stata il collante in attacco. La ct Wiegman avrà molto a cui pensare in vista dei quarti di finale. È stata criticata per la formazione schierata contro la Francia, con James titolare nel ruolo di numero 10 e un centrocampo fatto a pezzi. Jess Carter è stata messa sotto torchio nel ruolo di terzino sinistro, Stanway ha avuto difficoltà a incidere. Contro l’Olanda, Wiegmann ha spostato James a destra, inserendo Toone fra le titolari e scambiando le posizioni di Alex Greenwood e Carter nella difesa a quattro. Resta da vedere se manterrà questo assetto o se cambierà ancora. È un’allenatrice a cui piace la continuità. Ha vinto Euro 2022 con la stessa formazione titolare per tutte e sei le partite. Ha anche toccato con mano la profondità della squadra, con Aggie Beever-Jones entrata dalla panchina per segnare contro il Galles, mentre l’adolescente Michelle Agyemang ha fatto una breve presenza contro la Francia.

 

      

Come il Chelsea ha battuto il PSG

Per battere il PSG catalogo primavera-estate 2025 non c’era un altro modo. Chiudersi in difesa e sperare – s’è capito – non funziona. Per battere il PSG catalogo primavera-estate 2025 bisognava solo zompargli addosso. L’ha fatto un allenatore italiano, si chiama Enzo Maresca e non ha neppure una presenza in serie A. Quando era sulla panchina del Parma in serie B l’hanno mandato via dopo una dozzina di partite. Gli piace raccontare, quando lo racconta, che «venni preso per un programma di tre anni e cacciato dopo tre mesi: la squadra ci mise comunque i tre anni previsti per tornare in A, e i giovani su cui lavoravo allora, Bernabé, Bonny, Mihaila, sono considerati giovani ancora adesso. Si vede che con me erano dei bambini».

Il Chelsea ha giocato quello che il Times definisce uno dei primi tempi più belli della sua storia, segnando un gol con João Pedro e due con Cole Palmer, il ragazzo che appartiene alla nuova genìa degli insofferenti al tran-tran. Gli Yamal, i Doué, i Kvaratskhelia. Palmer è cresciuto nel Manchester City ed è uno dei molti ex ragazzini che il Chelsea è andato a prendersi in quella Academy. Succede perché a dirigere i lavori di scouting del Chelsea c’è Joe Shields, che ha alle spalle dieci anni di lavoro proprio al City. Senza dimenticare anche il passato dello stesso Maresca all’Ethiad [lo ha spiegato Luca Bendoni su Sky Sport Insider]. 

Se nel New Jersey facevano 28 gradi, dentro Cole Palmer la temperatura era decisamente siberiana ha scritto Martin Samuel, la firma calcistica di spicco del Times. Ha segnato due gol – dice – con una calma e una freddezza che sono diventate il suo marchio di fabbrica, una capacità unica di liberare la mente da qualsiasi cosa che non fosse il momento da vivere. Le sue conclusioni e l’assist per il terzo gol hanno consegnato la Coppa del Mondo per Club al Chelsea, per ora e per il prossimo futuro. I tifosi potranno cantare di averla vinta fino all’ultimo giorno della stagione 2028-29. Chi è stufo di questa competizione ora lo sarà sicuramente anche quel giorno, ma forse sarà disposto a rispettarla un po’ di più. Perché il Chelsea non è la squadra migliore del mondo, lo sappiamo, ma è campione del mondo. Lo sport è buffo anche per questo. Probabilmente anche l’Inghilterra non era la squadra migliore del mondo nel 1966, il Calcio Totale e Johan Cruijff non vinsero il Mondiale del 1974 e alcuni sostengono che il Brasile 1982 fosse migliore dei campioni del mondo imbattuti del 1970. Quel che resta indiscutibile è che il Chelsea è stata la squadra migliore nel giorno decisivo, migliore del PSG, ampiamente considerato la squadra più bella del torneo

Un’occasione imperdibile, spiega il Times, a maggior ragione quando João Neves si è fatto buttar fuori per il trucco più vecchio e stupido del mondo: tirare i capelli a Cucurella.

Per gli amanti del genere – pare ce ne siano parecchi – il Chelsea porta a casa una novantina di milioni di sterline e avrà un mese e mezzo per spenderli, sempre che non li abbia già spesi prima di incassarli. Tre settimane sono invece quelle di riposo per i calciatori prima di tornare al campo ad allenarsi: la loro Premier comincerà il 17 agosto contro il Crystal Palace. 

Palmer ha pronunciato paroline dolci per Enzo Maresca e si è detto sorpreso di aver visto la sua faccina sui tabelloni a Times Square, accanto ai visini di Kylian Mbappé e Vinícius Júnior.

|   mappe  Il presidente Trump è stato fischiato dalla folla in più di un’occasione quando è sceso in campo per la cerimonia di consegna del trofeo. Trump si trovava accanto a Boehly e al presidente della FIFA Infantino. Ha ignorato i fischi ed è rimasto in prima fila con i giocatori del Chelsea mentre sollevavano il trofeo. Tanto c’è il riconoscimento facciale per chi è entrato nello stadio.  Prima della partita si è tenuta un’importante operazione di sicurezza all’esterno. Funzionari dei servizi segreti erano presenti nelle aree circostanti e i controlli dei bagagli sono stati effettuati da funzionari della Transport Security Administration.

 

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Interpreti

 

   

Il Giro di Elisa Longo Borghini

«Ci conosciamo appena, eppure sono stata colpita dalla tua grandezza». Così ha detto Antonia Niedermaiera andando a consolare Marlen Reusser quando sabato ha perso la maglia rosa sotto i colpi di Elisa Longo Borghini. Ieri a Imola la Elisa ha completato la sua impresa. Ha vinto il suo secondo Giro d’Italia confermando – come scritto da Lucia Mora su Bicisport – che non sa cosa voglia dire l’impossibile

Bici Pro dice che Longo Borghini ha completato un’opera che resterà negli annali del ciclismo e che dovrebbe essere insegnata nelle scuole. Rende onore a Reusser riconoscendole di aver reso questo Giro Women spettacolare, poi chiude con un cenno sui suoi prossimi programmi. «Ve lo dico subito – anticipa Elisa – che non vado al Tour Femmes per generale. Che sia chiaro, non rompetemi le scatole fra poco. Prima la Francia poi penseremo al mondiale e alle altre corse, c’è tempo».

 

   

Taylor vs Serrano parte III: il diritto di essere noiose

Anche la boxe femminile ha avuto la sua trilogia da tramandare, con la corona mondiale dei pesi leggeri in palio – quella che al maschile ha avuto Oscar de la Hoya campione olimpico. Katie Taylor ha battuto ai punti la portoricana Amanda Serrano come aveva fatto nella prima sfida del 2022 e di nuovo un anno fa. Luigi Panella su Repubblica lo ha definito un incontro meno selvaggio, più ragionato rispetto ai precedenti. Taylor ha messo a segno colpi di migliore qualità, Serrano ne ha portati di più

Il verdetto non è stato unanime. Un giudice ha visto il pareggio [95-95], gli altri hanno dato 4 punti all’irlandese, decisamente troppi secondo Repubblica. Madison Square Garden esaurito per un match non così totale come le altre volte, ma altrettanto avvincente secondo la BBC. La borsa era di nove milioni di dollari per entrambe e la gente si è in parte spazientita, qualcuno ha fischiato, nel vedere un combattimento a bassa intensità, una partita di scacchi al posto di un bagno di sangue, spiega Boxing News

Tess Crain sul Guardian non la vede così. Dice che quando finiscono le canzoni del pre-match, quando gli inni nazionali smettono di suonare, arriva il momento in cui due donne rischiano la loro eredità, la loro salute, la loro vita. Il pericolo è inutile. Non c’è uno Stato che ti protegge. E quando le donne, storicamente considerate troppo fragili per combattere, sono protagoniste in un’arena iconica che non ha mai concesso loro quel diritto, il pericolo assume un nuovo significato.

Katie Taylor è conosciuta per la sua abilità, Serrano è un lanciafiamme scrive il Guardian e questa polarizzazione ha prodotto fulmini nei primi due incontri. Ma stavolta i loro piani erano cambiati. Serrano era in cerca di alternative dopo due decisioni controverse che non le sono andate a genio. Ha cercato di surclassare l’avversaria. Taylor, già scottata dalle precedenti risse, ha girato intorno, colpiva e si allontanava. Fin dal primo round è stato chiaro che non avremmo avuto una nuova tempesta di fuoco. L’incontro assomigliava più a quello tra Mayweather e Pacquiao che a uno tra Ali e Frazier. Tattico. Controllato. Per alcuni, deludente. Ma la vera uguaglianza nel pugilato non consiste nel diritto di ispirare, consiste nel diritto di essere noiose. Di colpire e scappare. Di combattere in sicurezza. Di vincere in modo sporco. Taylor-Serrano III non è stato trascendentale perché emozionante. È stato trascendentale perché non ha dovuto esserlo. La boxe rimane uno sport pieno di contraddizioni. Per proteggersi bisogna rischiare tutto. Per ottenere la gloria si corteggia la morte. Eppure, alcuni negano alle donne la possibilità di farlo. L’ironia è che la boxe è uno dei pochi ambiti nella società occidentale in cui una donna può rischiare la vita ed essere risarcita. Ma anche in questo caso i loghi di OnlyFans aleggiano sui pali del ring e le ragazze in bikini sfilano con i cartelli mentre le combattenti aspettano un giudizio. I fan attraversano gli oceani per andare a vedere sostenere atlete che definiscono “lesbiche autistiche”. Serrano riceve cifre a sette cifre, ma altre donne nel sotto-clou hanno guadagnato 1.500 dollari senza assicurazione sanitaria. Lottiamo per il diritto di una donna ad avere figli o a non averne. Ma che dire del diritto di sanguinare solo per avere fiducia in sé stessa? Che dire del diritto di soffrire per la gloria, non per la sopravvivenza? Alle donne viene detto che il loro corpo è sacro, ma solo al servizio degli altri: i figli, mariti, Dio. Nel pugilato lo rivendicano. Non per nutrimento ma per il rischio. Non per la vita ma per qualcosa di più provocatorio

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