La disfatta è cosa passeggera
John Steinbeck
► Oklahoma City Thunder è a una vittoria dall’anello NBA. Ha battuto gli Indiana Pacers in Gara-5 per 120-109 con 40 punti di Jalen Williams e restando in vantaggio per quasi tutta la partita. Shai Gilgeous-Alexander stavolta ne ha fatti 31. Haliburton ha chiuso con soli 4 punti, nessuno nel primo tempo per la prima volta ai play-off in vita sua, 0 su 6 al tiro. Non sta bene. Ha un problema alla gamba destra. Ha preso 6 rimbalzi, ha servito assist ma ha anche perso 3 palloni. Gara-6 è in programma giovedì notte a Indianapolis.
◇ Jannik Sinner e Lorenzo Sonego hanno perso subito nel torneo di doppio sull’erba di Halle. Sono stati battuti dalla coppia russo-americana Khachanov-Michelsen. Solo qualche anno fa la loro associazione sarebbe stata un pezzo.
◇ Quattro medaglie per l’Italia agli Europei di scherma e primo oro con Guillaume Bianchi nel fioretto individuale. Sta per diventare papà, ci dice la Gazzetta. Da oggi cominciano le prove a squadre
◇ Achille Polonara non giocava con la Virtus dalla Gara-2 di semifinale scudetto con Milano. Ieri da Bologna hanno reso pubblico il motivo: sta curando una leucemia mieloide. Nel 2023 è guarito da un cancro ai testicoli con un intervento chirurgico e la chemioterapia. Stasera la Virtus gioca a Brescia Gara-3 di finale dopo aver vinto le prime due. I compagni di squadra, ricostruisce la Gazzetta, hanno saputo tutto sabato scorso.
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# 18 giorni al Tour de France
Quando arrivano certe sconfitte per dieci a zero
Per tre volte ai Mondiali di calcio c’è stato un punteggio con nove gol di scarto. Cominciò l’Ungheria nel ‘54, non per niente era detta la Grande Ungheria, o forse siamo stati noi posteri a chiamarla così, chi lo sa, chi può dirlo. La Grande Ungheria ne fece nove [a zero] alla Corea del Sud e vent’anni più tardi lo stesso accadde in Jugoslavia-Zaire, con il celebre episodio della punizione battuta al contrario, Joseph Mwepu Ilunga che venne fuori dalla barriera e tirò lontano il pallone.
Gli ultimi nove gol di scarto a un Mondiale si sono visti oltre quarant’anni fa, quando ancora l’Ungheria – ma non più così Grande – mise sotto per 10-1 El Salvador, altra squadra che come Zaire era arrivata al torneo terrorizzata dalla situazione politica nel paese.
Il calcio da allora si è messo in marcia verso un altro tipo di scenario. La FIFA ha promosso la crescita e la formazione di pezzi di mondo considerati tecnicamente sottosviluppati e marginali. Oggi capita che San Marino ogni tanto pareggi e che Andorra perda solo 1-0 in Inghilterra. Non affrontiamo il discorso di cosa può succedere con le Macedonie del nord.
Un giorno però la FIFA si inventa i Mondiali dei club e il velo cade. Un giorno il calcio si ritrova dentro uno stadio di Cincinnati e finisce per scoprire che “novecento milioni possono molto più di cinque” come ha sintetizzato El Pais nel commentare il 10-0 del Bayern contro i neozelandesi di Auckland.
La storia di questa rumorosa sconfitta è su molti media internazionali. L’Auckland City occupa il 5.074esimo posto nell’Opta Power Rankings, la classifica dei club mondiali a cura dell’istituto di statistiche più citato al mondo. Il Bayern Monaco è sesto, uno dei pesi massimi del calcio europeo. Una partita già squilibrata in partenza, diventata ancora più sbilenca quando la squadra neozelandese ha dovuto lasciare a casa alcuni dei suoi elementi migliori.
James Walker-Roberts su TNT Sports ha detto che a quel punto “era probabile che finisse in un solo modo, e così è stato”.
Il Chelsea ha vinto ma non c’era abbastanza gente
Il Mercedes-Benz Stadium di Atlanta può ospitare fino a 75.000 spettatori. Organizzare Chelsea-Atlanta questa partita alle 15:alle tre del pomeriggio di un lunedì pomeriggio non è stata probabilmente la scelta più saggia. Così considera Jacob Steinberg sul Guardian dopo aver visto il Chelsea vincere davanti a 22.137 spettatori. Questo sì che è più imbarazzante di un 10-0, “dato che Atlanta – fa notare il Guardian – non è un luogo in cui il calcio di solito soffre per la scarsa attenzione. È l’epicentro del calcio negli Stati Uniti, tanto che il nuovo centro di allenamento per la nazionale è in costruzione su un terreno vicino alla città, ma pochi abitanti del posto sembravano a conoscenza del fatto che si stesse giocando questa partita”.
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 Inghilterra
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Il padre di Neymar è convinto che il suo Jr si riprenderà da due anni di difficoltà e porterà la Seleçao a conquistare la sesta stella sulla maglia l’estate prossima, in occasione dei Mondiali delle Americhe, “nonostante gli infortuni che gli sono rimasti attaccati agli scarpini” scrive L’Équipe nel dedicare la prima pagina a questa intervista piena di desideri che nei pensieri all’incontrario va. “Come Ronaldo nel 2002?” domanda altrove il giornale – e come sempre la risposta è chiara: e noi che ne sappiamo.
In redazione sono molto soddisfatti perché “l’inafferrabile Neymar Sr. si è finalmente seduto. Dopo anni di tentativi di mettere alle strette il padre e agente del capocannoniere della Seleçao (128 presenze, 79 gol), il sessantenne si è seduto per quasi un’ora su una poltrona di uno degli hotel più esclusivi di San Paolo” e ha ascoltato, ha parlato, ha risposto. Dice che sta per partire per Miami per andare a parlare con qualche club che si trova nei paraggi per i Mondiali, alcuni sono europei, alcuni degli alcuni giocano la Champions. Per giunta sonio pure club che «sanno come lui possa fare una grande stagione» ma anche il mercato brasiliano è interessante – dice il Senior. Tuttavia considera che «lasciare il Santos un anno prima dei Mondiali potrebbe essere rischioso» e dunque ci sono pure buone possibilità che rimanga là. Un Neymar di bosco e di riviera, di lotta e di governo, dove coglio coglio. In questi casi – quando non si sa niente di niente – la parola migliore da mettere nel titolo è sempre casting. Casting Neymar ga la sua porca figura. Per gli amanti del genere e del brivido l’intervista è per intero qui
L’esordio dell’Inter e di Chivu
Sono passate sì e no un paio di settimane dai cinque gol presi in Baviera dal PSG e stasera l’Inter gioca ai Mondiali, non si sa bene se come prosecuzione di quella stagione finita in modo amaro o come preludio alle rivincite che vorrà prendersi nella prossima. È il destino di questo torneo, tenerci in bilico tra le certezze che abbiamo messe da parte e il fascino dell’ignoto che attraversa l’estate, i giorni del calciomercato, i titoli dei giornali, le voci, i punti interrogativi, quella che insomma da sempre si chiama la fiera dei sogni.
Vediamo come se la cava il nuovo nuovo Messi
Sotto il tendone del Circo Infantino ci sono Messi e il dopo-Messi. Leo lo abbiamo visto andare a sbattere contro una traversa nello 0-0 d’apertura, oggi tocca al suo ennesimo erede, si chiama Franco Mastantuono e la Stampa gli dedica con Nicola Balice l’apertura delle pagine di sport: “Origini italiane con tanto di passaporto che gli avrebbe permesso di vestire la maglia azzurra se solo non fosse cresciuto sognando Messi. Piede sinistro magico e visione di gioco da numero 10 pure con il 30 sulla schiena. E una carriera da tennista accantonata per diventare il nuovo crac del calcio mondiale: non era un hobby, in Argentina era considerato nella top 4 tra i nati nel 2007 con un gran dritto e un buon rovescio a due mani. Nessun rimpianto, ovviamente. Prima ancora di diventare maggiorenne è già l’uomo dei record in patria: il 7 febbraio 2024 è diventato il marcatore più giovane del River Plate a 16 anni, 5 mesi e 24 giorni, poi lo scorso 5 giugno è diventato l’esordiente più precoce nella Seleccion a 17 anni, 9 mesi e 15 giorni. E soprattutto è diventato il giocatore più pagato nella storia del calcio argentino, era a un passo o forse meno dal Psg, ci ha pensato il Real Madrid a pagare la clausola rescissoria da 60 milioni per allungare la galleria di nuovi fenomeni. Colleziona record, anche soprannomi: la perla su punizione al Boca Juniors in un Superclasico gli è valso il nome di “Francotirador”, la sua intelligenza calcistica quello di “El cerebero” (il cervello), oltre al più naturale ma ingombrante “Pibe” che accompagna ogni potenziale fuoriclasse in Argentina”.
Die Zeit: “Il calcio a Los Angeles è per tutti” – Negli Stati Uniti sarebbe impensabile senza gli immigrati messicani. Soprattutto a Los Angeles, dove tifosi e club si stanno schierando contro Donald Trump, anche in occasione del Mondiale per Club. ➔ Ronny Blaschke ha scritto: “Gli ultras del Los Angeles FC, forse la squadra di calcio più popolare della costa occidentale, sono considerati particolarmente creativi e appassionati. Eppure, una settimana fa, hanno assistito alla partita casalinga contro il Kansas City senza cori, tamburi o fumogeni. Sono rimasti così ostinatamente in silenzio che ogni tanto si sentiva un colpo di tosse nello stadio”.
I cuginetti di Kvaratskhelia
Nonostante i due gol presi dalla Francia alle gocce finali della partita – come si dice – la squadra di Ramaz Svanadze è ancora padrona del suo destino. È il secondo Europeo consecutivo in cui si trova di fronte i maestri del calcio giovanile. Due anni fa a Tblisi vinse per 2-0 e passò il girone da prima classificata. Il pareggio oggi non basta. Il Portogallo non ha ancora subito gol e ha fatto riposare alcuni giocatori chiave durante il secondo tempo con la Polonia, tra cui Geovany Quenda, due gol e un assist finora.
La Francia è tra le squadre favorite per la vittoria finale, ma sabato scorso contro la Georgia ha conosciuto il famoso sudore freddo prima di ribaltare lo svantaggio nei minuti finali, dall’1-2 dell’89esimo al 3-2 finale con gol definitivo al minuto 97. Oggi le basta un pareggio con la Polonia per passare il turno, una nazionale contro cui non ha mai perso negli 8 scontri diretti giocati in precedenza e contro cui ha segnato almeno due gol in sei di queste partite. Dalla Georgia invece la Polonia ha perso [1-2] e ne ha presi cinque dal Portogallo. Non ha ancora segnato su azione, l’unico gol è venuto da Jakub Kaluzinski dell’Antalyaspor su calcio di rigore. L’Équipe presenta la partita con Thierno Barry, attaccante del Villarreal e autore del “gol eroico” contro la Georgia. «Nella mia testa – dice – eravamo già spacciati». Ma certe volte i piedi vanno per conto loro, alla testa si ribellano e le partite di calcio finiscono in un altro modo.
Oh, ci sono anche gli azzurrini. Vi ricordate quando si diceva gli azzurrini? Sia la Spagna sia l’Italia hanno la certezza di un posto ai quarti di finale: si giocano stasera il primo o il secondo posto nel girone, con la possibilità di incrociare la Germania o l’Inghilterra del Gruppo B.
I valori di una volta ci porteranno ai Mondiali
Stamattina c’è anche l’investitura solenne di Arrigo Sacchi per Rino Gattuso commissario tecnico della Nazionale. Sulla Gazzetta dello sport Sacchi si dice felice perché Gattuso cittì “significa che i valori morali, lo spirito di sacrificio e l’abnegazione, in questo Paese che spesso se ne dimentica, sono ancora importanti. Gattuso ha la maglia della Nazionale tatuata sulla pelle, è un ragazzo generoso, che non molla mai, uno che ha il coraggio di lottare contro chiunque e ne ha dato ampia dimostrazione nel corso della sua splendida carriera, e sono certo che riuscirà a trasmettere le sue idee a un gruppo di calciatori che, in questo momento, ha bisogno di un condottiero, di un punto di riferimento, di una guida che indichi la strada per arrivare al Mondiale”.
Sacchi dice che ‘sti ragazzi non hanno capito una cosa, non hanno capito che quando si gioca in Nazionale “si è parte di un popolo intero” e lui a Fusignano ha avuto “l’impressione che alla nostra Italia servano sì schemi e idee tattiche, ma prima di tutto sia necessario fare un profondo lavoro psicologico sui calciatori affinché questi rimettano la Nazionale al centro dei loro pensieri”.
Ecco. È questo il punto “si è perso l’attaccamento alla maglia azzurra, e questo è un vero peccato, non c’è più la compattezza che c’era in passato” – quella che tutti ricordano ai Mondiali di Rio fra Cassano e gli juventini, fra Balotelli e gli altri, quella celebre dei Mondiali del ‘74 quando ai tempi di Rivera e Mazzola, di Chinaglia e di Anastasi, ecco allora sì che c’era l’unione del gruppo, mica come questi smidollati di oggi che stanno sempre con la playstation in mano.
In effetti è così che il calcio italiano verrà fuori dalle sue tenebre. È così che andrà ai Mondiali, anzi anzi, forse forse li vincerà i Mondiali perché Gattuso – consiglia Sacchi – “non deve guardare soltanto le qualità tecniche, ma anche quelle umane. Anzi, aggiungerei: soprattutto quelle umane”. Di Lorenzo, Barella, Kean: fate attraversare le vecchiette sulle strisce e i gol arriveranno. Perché Gattuso sia stato tenuto per tanto tempo lontano dalla Nazionale con un simile infallibile programma è davvero imperdonabile. La federcalcio ha regalato tutto questo know-how al rendimento e ai successi dell’Ofi Creta, del Palermo, del Pisa, del Valencia, del Marsiglia, dell’Hajduk Spalato, per fortuna anche un po’ del Milan e del Napoli – che non è mai bello quando i ragazzi italiani vanno all’estero, diamine, la fuga dei cervelli. Mai che all’estero scappino una milza, un duodeno, una cistifellea.
Il giocatore passato dal campo alla playstation e ritorno
Oh, a proposito di playstation. The Athletic racconta la storia di Oliver Provstgaard, arrivato a giocare per la Lazio dopo essere stato un giocatore di calcio e-sport. E che giocatore. Ha vinto la Champions a FIFA 2021 contro altre 31 squadre virtuali con il nome utente di OliverPN. Batté in finale per 3-2 tale Er Caccia 98, cioè Raffaele Cacciapuoti nel quale si era incarnato il Clermont [serie B francese].
Provstgaard si era dato al calcio virtuale durante un periodo di convalescenza. Si era rotto il crociato mentre giocava con la Under-19 del Vejle. In serie A con Baroni ha giocato 33 minuti, insomma ce l’ha fatta. Contro l’Empoli ha perfino chiuso la partita con un look da tregenda e da leggenda, una fascia bianca insanguinata intorno alla fronte. Un guerriero. I valori di una volta. Quando un giorno nei bar altri Sdraiati gli chiederanno perché ha lasciato il bel calcio virtuale dei tempi andati, sarà costretto a inventarsi che purtroppo, ragazzi, sapete, ero forte, ma mi sono slogato i pollici.
Corriere della sera: “Figlia di un campione. Camilla contro i bulli con la forza dei Mancini” ➔ Intervista di Roberta Scorranese. «A scuola mi schernivano per il mio difetto al viso e mi nascondevo: ora spiego che la diversità è valore». L’adolescenza e la difficoltà di misurarsi con la popolarità di un padre mito del calcio e ct della Nazionale: «Ma i genitori sono stati il mio grande sostegno». I temi toccati nell’ultimo libro della giovane scrittrice
Repubblica: “Il ringhio di La Russa: «Gattuso? I simboli dell’Italia sono altri» – Il presidente del Senato contro il nuovo ct: «A Gravina avevo espresso i miei dubbi, meglio Zenga o Mourinho». Il precedente di Salvini ➔ Maurizio Crosetti ha scritto: “Dopo Ettore contro Achille, Berlusconi contro Zoff e Totò contro Maciste, l’epica del duello raggiunge vette supreme. Per la verità, non è la prima volta che il povero Gattuso deve subire critiche pesanti da un capopolo. Qualcuno potrebbe ricordare a La Russa quando cercava biglietti per la finale di Champions 2023 a condizioni di favore per l’Inter Club Parlamento: saltare la fila, ecco un simbolo dell’Italia (Ignazio era anche a Monaco, e tutti gli chiedevano tagliandi)”.
Motori
L’età non conta, dice il Corriere della sera, mettendo una di fianco all’altra la storia del 18enne Kimi Antonelli al suo primo podio in F.1 sul circuito di Montréal e la 24 Ore di Le Mans vinta da Robert Kubica a quaranta, dopo una serie di vicissitudini che se le guardi in una serie Netflix pensi abbiano esagerato, troppe cose, inverosimile: “Un incidente assurdo in un rally secondario – raccon ta Giorgio Terruzzi – 42 fratture, un litro di sangue in corpo, il braccio destro menomato. Fine di una carriera lanciatissima, con un contratto Ferrari per correre in F1 al fianco di Alonso”. E dopo ci sono stati “14 anni presi a morsi, con una rabbia dirottata sulla determinazione. Kubica ha dovuto imparare ad essere mancino, a guidare usando il solo braccio sinistro”.
Antonelli invece deve fare ancora la maturità, Daniele Sparisci ne riassuma la parabola e scrive che “quando era bambino e girava sulle piste di provincia, gli osservatori rimanevano colpiti da una cosa (oltre alla velocità naturale): la capacità di restare lucido sotto pressione”. Il papà del pilotino bolognese ha detto a Fabio Tavelli per Insider che non abbiamo ancora visto tutte le sue doti.
Il primo Sinner dopo la tempesta di Parigi
L’avversario di Jannik si chiama Yannick. È il tedesco Hanfmann, nato ipo-udente da entrambi i lati per una malformazione congenita a un osso ereditata dal padre Stephen, medico. Sua madre Karin è invece un’insegnante. Lui dice che se non avesse giocato a tennis, sarebbe diventato un giocatore di basket in NBA. Una cosa facile. È tifoso dei Dallas Mavs, probabilmente c’entra qualcosa Dirk Nowitzki. Ha studiato e giocato per la University of Southern California tra 2012 e 2015
Paolo Bertolucci sulla Gazzetta dello sport offre un interessante quadro per leggere il rientro di Sinner in singolare, dopo la sconfitta al primo turno nel torneo di doppio con Sonego.
“C’è sicuramente un osservato speciale: è il timing delle esecuzioni che dovrà andare di pari passo con l’adattamento ai rimbalzi della pallina, del tutto diversi da quelli della terra. Anche per questo il back di rovescio sarà sollecitato e chiamato all’opera maggiormente, mentre il servizio slice verrà rispolverato dopo una lunga latitanza. Su slice e percentuale di prime palle – che al Roland Garros raramente si è avvicinata al 60% – Jannik avrà ancora due settimane per lavorarci, sapendo che sull’erba conta ancora di più e anche nei primi turni a Wimbledon avrà modo di regolarsi, visto che difficilmente troverà avversari in grado di metterlo in difficoltà. Diciamo che se dovesse mettere a posto servizio e risposta, un’altra delle sue qualità migliori, non avrà particolare bisogno di andare a rete o di giocare il serve and volley, può fare molto più male con le sue accelerazioni. C’è poi un aspetto posturale da non sottovalutare: Sinner avrà l’obbligo di riconquistare la corretta componente degli appoggi, così come un compasso delle gambe ben più stretto. Anche gli scatti dovranno essere più controllati per non perdere aderenza, così come le scivolate andranno gestite al meglio. Per ultimo, ma non meno importante, il lavoro da fare con le caviglie, che dovranno abituarsi agli ancor più repentini cambi di direzione”.
Luigi Necco con gli occhi di sua figlia Alessandra
«Un uomo esagerato, a volte prepotente. Generoso ma assente. Il lavoro ha riempito la sua vita. Dedito alla gente comune, troppo. Per me diventava imbarazzante. Quando è morto ho sentito dire: “e adesso chi pensa a noi”? Per tutte le volte che, io adolescente, mi sono chiesta dove fosse papà, quanto mi mancasse».
➣ Il primo ricordo che ha di lui.
«Sul balconcino di casa in via Bausan nel quartiere Chiaia a Napoli, dove vivevamo con i nonni. Avevo quattro anni, lui si era già separato da mamma, era venuto a trovarci. Era il 1969, l’anno dello sbarco sulla Luna. Mi diede un foglietto scritto, mi chiese di leggere. Non ricordo bene cosa c’era scritto ma feci come diceva. Papà lavorava in radio e registrò la mia voce, compiaciuto. L’avrebbe utilizzata».
➣ Il calcio, il Napoli e… Maradona.
«Il suo bellissimo mondo, si sentiva realizzato fra la gente, i ragazzini, gli scugnizzi. I suoi collegamenti erano sempre per strada. Con mamma lo guardavamo in tv, ci faceva ridere. Mamma non è riuscita ad avere una vita personale che non contemplasse lui. Insegnava e dopo la scuola era a casa da me. Gli è stata devota fino alla fine».
➣ Mai con lui allo stadio?
«Certo, ma durante la partita mi lasciava in un gabbiotto sopra le tribune con un operatore Rai, poi quando aveva finito tornava a riprendermi. Doveva sentirsi libero. Il senso l’ho capito dopo ed è stato un insegnamento». – intervista di monica scozzafava, Corriere della sera
Gli 80 anni di Eddy Merckx
La più monumentale delle opere scritte su Eddy Merckx l’ha pubblicata Claudio Gregori qualche anno fa, oltre cinquecento pagine di ricostruzione accuratissima, piena piena di dettagli intorno alle corse e alla sua vita, un’immersione dentro gli archivi e dentro lo spirito di un tempo nel quale il più forte ciclista di sempre veniva chiamato il Cannibale. Ma non solo. Lo hanno chiamato l’Orco, il Coccodrillo, Attila, lo hanno temuto e invidiato, è stato il più grande agonista del suo sport, imprendibile, immarcabile, crudele. Lo era sul pavé, nel fango, sull’asfalto asciutto, a cronometro, in montagna, lo era contro Gimondi, contro Ocaña, contro Fuente, contro De Vlaeminck, per questo Gregori ha scritto che Merckx “merita un posto speciale nella sconfinata biblioteca della bicicletta” e per questo alla fine gli ha dato il nome di Figlio del Tuono.
“Inaccessibile” è invece il titolo della biografia presentata da Marca, con una prefazione di Bernard Thévenet. Un titolo nel quale c’è l’eco del film su Bob Dylan con Timothée Chalamet, per alcuni bellissimo, per altri noioso, per tutti il racconto di un inafferrabile uomo.
Inafferrabile in tutti i sensi si direbbe Merckx, tanto che Alessandra Giardini su Domani si domanda perché gli abbiamo dato quel nome di Cannibale, se Eddy era un ragazzino che aveva paura di annoiarsi, se a 38 anni si è sentito perso quando è morto suo padre, se ancora oggi manda messaggi via whatsapp e risponde con le faccine perché gli pare brutto non farlo. Wim Vos sull’Het Nieuwsblad prova a dare una risposta e dice che “tutta quella schiacciante superiorità derivava dalla sua insicurezza”.
Hugo Coorevits su Wielerflits ha scritto che Merckx ha riunito un Paese, con le sue imprese ha fatto sì che il Belgio tornasse a essere intero” – andando oltre la divisione tra fiamminghi e valloni.
Roger De Vlaeminck è andato a casa a fargli gli auguri a casa, nel video bevono una cosa insieme, ridono, Eddy apre un regalo e dentro il pacco c’è un disegno in cornice, così alla fine De Vlaeminck se ne esce raccontando che una volta Merckx non riusciva a fare pipì a un controllo antidoping, lui gliene prestò un po’.
Merckx ha dato diverse interviste in giro per il mondo in questi giorni. A Pier Bergonzi sulla Gazzetta stamattina dice che andrebbe a cena con Leone XIV ma non con Trump, che considera Muhammad Ali il più grande atleta di sempre con Usain Bolt e Jesse Owen secondo e terzo, e che un giorno gli piacerebbne essere ricordato «come un corridore onesto, leale. Uno che ha sempre dato tutto. Per vincere. Un anno fa, per l’operazione d’urgenza all’intestino ho pensato davvero di morire. E invece Dio sì è rifatto vivo e mi ha salvato almeno per la seconda volta». Come un gregario con una borraccia d’acqua. A Carlos Arribas su El Pais ha detto che quando aveva 35 anni e vedeva un uomo di 80 pensava quanto è vecchio quello là, è proprio un vecchio. «E ora sono io quel vecchio, bisogna accettarlo».
D’altra parte, Eddy, l’alternativa è peggiore.
Blaise Metreweli
Corriere della sera: “Metreweli, una vita da spia (e l’amore per il canottaggio). Una donna a capo degli 007” ➔ Luigi Ippolito racconta: “La realtà ci ha messo trent’anni a emulare la fiction cinematografica, ma alla fine è riuscita ad agguantarla. Era il 1995, in Goldeneye , quando Judi Dench esordì come M, a capo degli 007 britannici, superiore diretta di James Bond, da lei bollato subito come «dinosauro sessista e misogino»: e adesso i servizi segreti di Sua Maestà hanno davvero una donna alla guida, la prima in 116 anni, una nomina già definita «storica» dal leader del governo Keir Starmer. Il suo nome è Blaise Metreweli. La sua passione – oltre al canottaggio, dove continua a gareggiare nell’equipaggio dei veterani di Cambridge – è la tecnologia: l’ultimo incarico di Blaise era infatti nel ruolo di «Q», che nei film di James Bond è il personaggio che fornisce a James Bond tutte le sue mortali diavolerie, dalle penne esplosive agli ombrelli acuminati. E la prossima frontiera dello spionaggio, secondo la nuova capa del MI6, è l’Intelligenza Artificiale, di cui è interessata a esplorare i possibili usi per il lavoro di intelligence”.
Guida allo sport in tv di oggi
Il meeting di atletica in Finlandia con Jacobs e Furlani
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto. A cura di Angelo Carotenuto. Per segnalazioni sui contenuti e per suggerimenti: angelo.carotenuto@loslalom.it