I calciatori pulcini addestrati in Portogallo

 

   

Da lontano viene l’acqua al mulino

Proverbio portoghese

   

Come si coltiva il talento nelle Accademie

Il prossimo si chiama Anisio Cabral, ha segnato un gol e ha servito un assist nella finale degli europei Under-17 vinti qualche giorno fa battendo la Francia. O forse no, forse il prossimo si chiama Daniel Banjaqui, uno di quei terzini che hanno preso Cancelo come modelo. Il prossimo potrebbe essere Mateus Mide che dentro la testa già possiede i tempi di gioco giusti, la visione ampia di una partita di calcio, il piede morbido per assecondarla, oppure Rafael Quintas, gioca nel Benfica, 17 anni, sta davanti alla difesa e fa tutto. Passa, dribbla, controlla, avanza, gioca a un tocco, mette il piede nei tackle, cerca l’anticipo senza paura del contatto fisico, sebbene sia magro come un lampione. 

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Il prossimo campione del Portogallo può avere qualunque nome perché di campioncini è pieno. Aprono stasera la Nations League contro la Germania portandosi ancora dietro Cristiano Ronaldo, ma sotto l’ombrello della sua gloria c’è futuro per un decennio almeno. La produzione di ingegno calcistica procede a ritmo continuo. Nascono, crescono, si sviluppano e partono. Diciotto giocatori nel giro della Nazionale hanno un contratto all’estero. Nella sola Svizzera i portoghesi sono in tutto 580 sparsi in ogni categoria, da noi sono arrivati in 62. Si va dal Rafa Leao del Milan al Diogo Bebé del Sondrio, il Duarte Ferreira del Lavello, João Gonçalinho nella Primavera del Genoa. 

Una tale fioritura ha un prezzo. Ti guardi attorno e non c’è altro. La Nazionale di pallacanestro del Portogallo non è mai stata ai Mondiali né alle Olimpiadi, quella di pallavolo mai più su del 10° posto agli Europei, quella di pallanuoto non dà sue notizie dal 1952. Qualcosa si muove nella pallamano. Forse perché pure là c’è una porta e si deve fare gol. Agli ultimi Mondiali il Portogallo si è piazzato al quarto posto, la sua migliore campagna di sempre. 

Quando la settimana scorsa Nuno Borges ha battuto Casper Ruud al Roland-Garros e Rocha ha battuto Menšík, per la prima volta il paese ha avuto due suoi giocatori insieme al secondo turno di uno Slam. The Athletic ha scritto che il paese dovrebbe avere più tennisti d’élite.

 Ha un clima fantastico. Ci sono splendidi campi in terra battuta. Ha circa 11 milioni di abitanti, quasi il doppio della popolazione della Serbia e il triplo della Croazia. Il tennis è una passione. La tappa dell’ATP Tour a Estoril è gremita. Il presidente del paese, Marcelo Rebelo de Sousa, è un appassionato di tennis

Perché non succede?  Facile. La monocultura del pallone.  Per il Portogallo vale al contrario quel che sta accadendo da noi in Italia, dove signora mia non ci sono più i difensori di una volta, non nascono più Baggio e Totti, Del Piero e Rivera [andrebbe bene anche un Bruno Giordano], ma ci sono il miglior tennis di sempre, la migliore atletica leggera di sempre, il miglior nuoto di sempre, la migliore pallavolo di sempre. Tutte queste energie a qualcuno, a qualcosa, andavano sottratte. 

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Al calcio portoghese invece gli altri sport non riescono a sottrarre niente. Rivista Undici ha dedicato qualche giorno fa un bell’approfondimento sullo stato dei settori giovanili nel paese, dal più piccolo [Braga] ai più grandi [Benfica e Porto]. 

L’obiettivo è uno solo, limpido e inequivocabile: produrre talento. E ogni sforzo, dagli investimenti corposi sulle infrastrutture, fino alla costante ricerca scientifica in collaborazione con le università del territorio, è volto al raggiungimento di questo obiettivo. C’è un concetto che viene ripetuto da tutti i coordinatori dei settori giovanili: se si tratta di settore giovanile, la performance nell’immediato non interessa; che un U13 vinca un campionato seguendo la scorciatoia più semplice, magari garantendo un salto di carriera al suo allenatore, non è certo una priorità.

Hugo Machado, coordinatore del vivaio del Porto, sostiene che le squadre del suo club devono giocare sotto età di un anno. Si allenano a tre in difesa se in partita giocano con la linea a quattro, addestrano i difensori all’uno contro uno e ai duelli in campo aperto. Il Benfica ha guadagnato un miliardo e 300 milioni con i calciatori ceduti negli ultimi 10 anni. Al Braga hanno un database già sui bambini di 9 anni e nessuno scrive editoriali su quanto erano belli i tempi in cui si giocava per la strada. La libertà e la fantasia si possono coltivare anche a scuola. I talenti continuano a emergere a grappoli – spiega Undici – per un semplice motivo: quando si manifestano dei problemi, si cercano soluzioni. Non tutte funzionano, ma intanto si agisce, ci si libera dal torpore pigro di chi imbraccia un alibi per giustificare la propria passività

Il  Benfica organizza sessioni di calcetto su cemento. Altri club dispongono di gabbie per allenare a giocare con la sponda e senza ruoli fissi. Sempre il Benfica  ha ingaggiato un istruttore di danza per insegnare la coordinazione. Ne ha scritto il Times andando a vedere come funziona. Due volte a settimana, i piccoli ballano il fado. Così alla fine si diventa Vitinha e si domina la finale di Coppa dei Campioni, attraversando il pregiudizio di essere un calciatore da 77esimo minuto, quello che entra per l’ultimo spezzone di partita perché è troppo tenero, troppo delicato per reggerne una intera con il suo tocco di velluto. Vitinha ha completato più passaggi di qualsiasi altro giocatore in questa Champions League e si è piazzato al secondo posto per chilometri percorsi, dietro João Neves. 

Luis Enrique – ha scritto il Guardian – merita il massimo riconoscimento per la crescita di Vitinha. Con lui ha trasformato il PSG in un congegno altamente ingegnerizzato, come mettere un transponder in una berlina tedesca di lusso.

Cose che accadono ai portoghesi. 

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Luis Enrique ti fa credere che sei il migliore al mondo

DANI OLMO intervistato da l’Équipe 

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