La verità non sta in sogno ma in molti sogni
Le Mille e una Notte
► JASMINE PAOLINI ha vinto gli Internazionali d’Italia di tennis battendo in finale la numero 2 del mondo Cori Gauff con il presidente Sergio Mattarella in tribuna. Oggi gioca la finale di doppio in coppia con Sara Errani e nel pomeriggio c’è la finale maschile tra Alcaraz e Sinner
◇ Dopo quattro anni c’è di nuovo un ciclista italiano in maglia rosa. Diego Ulissi l’ha tolta a Primoz Roglic arrivando terzo nella tappa vinta dall’australiano Papp a Castelraimondo. Oggi le strade bianche di Siena.
◇ Il GP di Imola parte oggi con Oscar Piastri in pole position. Le Ferrari sono in sesta fila, mai così male in qualifica su questo circuito. Giorgio Terruzzi sul Corriere della sera parla di “delusioni che consumano ogni pazienza”
◇ Il Manchester City ha perso anche la Coppa d’Inghilterra. È stato battuto in finale per 1-0 dal Crystal Palace – che nella sua storia non aveva mai vinto il trofeo.
◇ Calcio italiano. L’Atalanta ha vinto 3-2 il solo anticipo della giornata in casa del Genoa, stasera nove partite tutte insieme. La Juventus femminile ha vinto anche la Coppa Italia dopo lo scudetto [battuta la Roma in finale], la squadra-B del Milan è retrocessa dalla C alla D.
◇ Sono cominciati i play-off di basket con Gara-1 dei quarti di finale: Milano ha vinto a Trento, Trapani e Brescia hanno confermato il pronostico battendo Reggio Emilia e Trieste. Oggi c’è la Virtus Bologna contro Venezia
◇ I polacchi dello Zawiercie hanno vinto la seconda semifinale di Champions League di pallavolo e oggi saranno gli avversari di Perugia per il titolo
◇ Mattia Furlani ha debuttato all’aperto agli Atlanta City Games di Atlanta in Georgia, saltando un 8,28 che non gli è bastato alla fine per vincere. Primo il giamaicano Carey McLeod con 8,33 alla quarta prova.
#3 giorni alla finale di Europa League
Le Mille e una Notte del tennis italiano
Le bugie. C’è qualcosa che a Jasmine Paolini fa perdere il sorriso. Non una palla break sprecata, non un doppio fallo, non un nastro che fa impennare la palla e la rende inafferrabile. Le bugie. Quello sì. Le bugie la fanno ammattire. È questo il verbo che usa. Ammattire e infuriare. Come McEnroe con gli arbitri. You cannot be serious. Anche le bugie che i bugiardi che definiscono a fin di bene. Jasmine Paolini dice di saperle annusare lontano un miglio e allora ti sgama, fa domande a trabocchetto come quando gioca una palla corta e ti spezza i piani.
I piani di Cori Gauff sono stati spezzati intorno al sesto-settimo game del primo set, quando la partita che se ne stava in bilico sul 4-3 ha avuto un parziale di 8-3, Jasmine ha sbagliato 20 palle e l’americana 50, perché ha messo il 76% di prime contro al servizio il 53% dell’altra, perché l’altra ha aggiunto la sua fatidica quota di doppi falli [7] alla ragioneria della partita. C’era stato un momento in cui i servizi gratuiti di Andy Roddick avevano migliorato la messa in gioco della palla dell’americana. I consigli devono aver smesso di arrivare, la relazione tecnica con Brad Gilbert si è interrotta e già in semifinale – contro la cinese Zheng – Gauff aveva sommato 16 doppi falli e concesso 27 palle break.
Stefano Carina sul Messaggero ricorda che vedendo giocare Coco da ragazzina, Gianni Clerici scrisse di aver rivissuto un’estasi dell’epifania simile a quelle provate con Capriati, Seles e Hingis, «mi è venuto in mente addirittura Mozart da bambino».
“Sei anni dopo – scrive Carina – Gauff ha perso un po’ di questa magia dipinta dal giornalista comasco, crescendo soltanto in forza e potenza. Due qualità che tuttavia quando la trovano in una giornata no come accaduto ieri si trasformano in una Torre d’Avorio dalla quale è impossibile fuggire”
Christopher Clarey, un tempo firma del New York Tennis e oggi titolare di una newsletter di riferimento nel settore, ha scritto su X che Paolini ha giocato “in modo molto positivo e intelligente: ha neutralizzato Gauff con palle profonde al centro del campo e ha aspettato il momento giusto per attaccare lungolinea e a rete”. Anche il suo ex allenatore, Renzo Furlan, nello studio di Sky ha detto che ogni tanto bisogna avere la forza di cambiare. Si sono lasciati prima della stagione sulla terra rossa e lui adesso accenna ogni tanto all’influenza di Sara Errani su un nuovo atteggiamento in campo, una nuova strategia: non tanto sui colpi – sulla tattica, ecco.
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Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 In Inghilterra la Coppa al Crystal Palace – In Francia il Nizza ai preliminari di Champions – In Spagna il mercato del Real e i festeggiamenti del Barcellona – In Italia il trionfo di Jasmine Paolini e la notte scudetto
Alcaraz vs Sinner: la vera rivalità comincia oggi
La stiamo chiamando la rivalità del futuro da un paio d’anni a questa parte, ma forse comincia sul serio soltanto oggi. Né Alcaraz né Sinner hanno mai vinto Roma e mai si erano incontrati finora in una finale. Alcaraz è avanti 6-4 nei precedenti. Hanno perso solo un set lungo il percorso: Jannik contro Paul in semifinale [1-6 il primo], lo spagnolo con Khachanov negli ottavi [3-6 al secondo].
Contro avversari classificati fra i primi-10 al mondo, Sinner ha una striscia aperta di 26 set consecutivi vinti, va avanti dalla finale del Masters contro Djokovic, l’ultimo fotogramma prima della invulnerabilità. Il record statistico appartiene a McEnroe [28 nel 1984].
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Le immagini della giornata di ieri
Lo storico gol del Crystal Palace per la Coppa
Due partite allo scudetto. O una. O tre
Ventidue degli ultimi ventitré scudetti – e tutti i dodici consecutivi arrivati dal 2013 – sono andati a una squadra che l’anno prima si era piazzata fra le prime tre. La vittoria si concede a chi l’ha già corteggiata da vicino. Così, quando ormai la batteria del campionato è carica solo per il 6 percento, il vento della consuetudine sembrerebbe spingere il pentagono tricolore arrotondato verso l’Inter. Se non fosse che la sola eccezione al canone è stata scritta dalla Juventus 2012. Era reduce da un settimo posto e l’allenatore era Antonio Conte.
Ha dimostrato a Napoli di ricordare come si fa. Prendi una squadra che è stata decima e la trascini in cima, con il sale di quasi 150 milioni spesi sul mercato e un andamento lento come in pochi anni, una media punti che tocca minimi decennali, una quota di gol segnati con pochi precedenti per essere da primato. Da decimo a primo: nella storia del calcio italiano l’ha fatto solo Alberto Zaccheroni al Milan nel 1998, in un club dove peraltro erano già stati da ottavo a primo fra ‘67 e ‘68, da nono a primo fra ‘58 e ‘59. Il record storico appartiene alla Roma del 1942: vinse il campionato dopo un 11esimo posto. Ma è un rilievo solo statistico. Sono mondi troppi distanti per essere confrontati.
Pronti, partenza, via. La prima giornata WNBA prometteva i fuochi d’artificio e i fuochi d’artificio sono arrivati. Se metti Caitlin Clark vs Angel Reese alla giornata-1 del campionato, ti aspetti che accada subito qualcosa. E infatti. Nel terzo quarto della partita fra Indiana Fever e Chicago Sky, Clark ha commesso un fallo evidente sul braccio di Angel Reese mentre la sua peggior nemica stava andando verso il canestro. Reese è andata a terra, si è subito rialzata e sembrava volersi avventare su Clark, ma è stata fermata da Aliyah Boston mentre Clark si è fatta in disparte. L’azione è stata rivista alla moviola e gli arbitri hanno elevato la definizione del fallo di Clark a flagrant, ritenendo che fosse un contatto non necessario.
Nell’intervista a bordo campo fra il terzo e il quarto-quarto, Clark ha detto a ESPN di aver commesso un fallo in cui non c’era nulla di malevolo.
La maglia rosa di Ulissi. Finalmente
Se non ci fosse stata la cronometro, la maglia rosa sarebbe sulle spalle di Lorenzo Fortunato. Il corridore che invece l’ha riportata nel ciclismo italiano dopo quattro anni è Diego Ulissi, che l’ha presa grazie alla nobile arte della fuga. Scappi, non ti prendono, arrivi e poi guardi il cronometro per capire se ce l’hai fatta. Forse Roglic voleva liberarsene o forse no, fatto sta che con la stessa maglia Astana indossata da Aru alla Vuelta 2015 e al Tour 2017, la stessa di Nibali al Giro 2016, Ulissi è andato a farsi consegnare quella con il colore del primato. È il 157esimo italiano, dopo Alessandro De Marchi non ce n’erano più stati.
Alessandra Giardini sulla Gazzetta lo racconta così: “È stato un bambino prodigio, è diventato un ragazzo vincente e da professionista è stato intelligente e rapido a capire quale fosse la sua forza e dove fossero i suoi limiti. Ecco perché al traguardo del Giro a Castelraimondo erano tutti contenti: Diego Ulissi in maglia rosa è la sintesi perfetta del realismo magico. Toscano che di più non si può, ora Ulissi correrà sulle sue strade in maglia rosa. Mauro, il suo babbo, era stato campione italiano di mountain bike tra gli amatori, “di ciclismo si ragionava parecchio”. I suoi zii avevano un negozio di bici a Donoratico, ma fu Edo Noti a chiedergli se voleva cominciare a pedalare, Edo che ne ha messi in sella chissà quanti. Diego è un romantico: quando si allena in Toscana, mette sui social le foto dei cipressi di Bolgheri”.
Stefano Zago per Al Vento parla della “petrosa Itaca di Ulissi” per un traguardo arrivato tardi ma non troppo [35 anni], una fujuta dal gruppo che “dovrebbe insegnare anche a chi non è ciclista una fuga simile, che faccia sentire meglio e curi, che faccia sentire ragazzino un uomo con una barba ruvida come fa sentire ragazzino un ciclista esperto, come meraviglia un ragazzo in maglia blu, che si passa le mani fra i capelli, accanto ad Ulissi appena giunto ad Itaca”.
da Gubbio a Siena
Da Gubbio si va verso il senese attraverso Cortona e Sinalunga, dove si affronteranno alcuni sterrati tipici della Strade Bianche di marzo: uno sterrato di pieve a Salti (8 km), il settore di Serravalle [9.3 km], quello di San Martino in Grania [9.4 km], infine Monteaperti [600 m] e Colle Pinzuto [2.4 km con pendenze fino al 15%]. Una volta usciti si va verso Siena per gli ultimi km cittadini e per Piazza del Campo.
La rivista Rouleur fa notare che negli ultimi anni la Strade Bianche è diventata una delle più dure e selettive corse dell’anno. Da quando la lunghezza è stata aumentata nel 2023 di circa 40 km per superare i 200 km, i distacchi sono diventati più ampi persino rispetto alle corse monumento. Le ultime due edizioni sono state vinte in solitaria da Tadej Pogačar, la prima partendo a 81 km dal traguardo, con margini di 2-44 e 1-24 sul secondo. In entrambe le occasioni solo in otto hanno concluso entro cinque minuti da lui. Neppure alla Roubaix si arriva a tanto.
La faccia da pellicano malinconico di Vito Taccone
18 MAGGIO Un’azione d’attacco Zilioli-Adorni-Bitossi sfuma sui tornanti polverosi di Tornimparte per una caduta del primo. Bailetti si fa 57 km da solo e sveglia gli scalatori. Così, Luciano Galbo vince a Rocca di Cambio e prende la maglia rosa, la terza differente in tre giorni di Giro 1965, il primo Giro seguito da un Gianni Mura non ancora ventenne.
Galbo ha 24 secondi di vantaggio in classifica su Aldo Moser. Il giorno prima Mura gli ha dedicato la sua rubrica, Il Processino, chiedendosi se possa essere un’alternativa seria di classifica ai grandi nomi. Da Rocca di Cambio sulla Gazzetta, quel giorno Luigi Gianoli scrive che “si vive in mezzo a tentazioni quali ci salva soltanto la pigrizia. Per cui raggiungerlo, ‘sto Giro, è una fatica perché l’Italia, t’accorgi, è un labirinto di montagne, paesi, genti e seduzioni che, a sera, si assomigliano tutti come i gatti: e ci si perde. E i treni, se non stai attento, chissà dove ti portano. Zeppi di diavoli travestiti con i gigli degli angeli; i quali, per non restare esclusi dal gioco e per il vizio di metterti alla prova, si mascherano con code e sorrisi che da secoli rendono irresistibili i diavoli”
Da Rocca di Cambio il pezzo di Mura è diverso da quelli dei giorni precedenti. C’è più scrittura rispetto al resoconto delle parole dei ciclisti. Più scrittura in testa e in coda. Mura attacca dicendo che “oggi, sulle strade abruzzesi, non ci sarebbe stato nemmeno bisogno dei cartelli indicatori per seguire la strada giusta. Era sufficiente andare nel senso delle scritte inneggianti a Vito Taccone, incontrastato signorotto di queste stupende contrade”.
Ad Avezzano, scrive, “chiediamo del Sindaco. Non c’è. Del vicesindaco. Non c’e. La Giunta D.C. si e dimessa” – e poi rivela: “Pescare i ciclisti all’arrivo di Rocca di Cambio è ardua impresa: ci riescono colleghi più fortunati. Noi no, e forse è meglio così”.
In effetti è meglio così. Senza le virgolette dei corridori, il giovane Mura piazza un paio di finezze.
“Taccone – scrive – teneva immensamente a questa tappa, si era risparmiato per vincerla: è arrivato tredicesimo, e lo hanno, sulle prime, fischiato. Non si può vincere sempre – sembrava voler dire Vito, allargando le braccia. Poi l’hanno sommerso. Meco arriva 25°, a più di 4′ dal rivale, e subito svicola giù, lui e la sua lunga sbiadita faccia da pellicano malinconico, verso Ovindoli, dove è acquartierata la sua squadra. Anche lui teneva a questa tappa: l’ha persa, e i «Tacco’, Tacco’» lo hanno inseguito lungo la discesa. Ora, sotto le finestre dell’albergo dove si trova Taccone (la Salvarani ha anche Adorni, Gimondi: chi sono, cosa vogliono questi lungagnoni del Settentrione?) suona una banda. Suona la banda e discute la gente, discute oggi come domani e per altri giorni ancora, forse. Ma Rocca di Cambio è una canzone d’amore fatta pietra, fatta luce. Parole e musica le porta via il vento, si volta indietro, sorride”.
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